Non sono un assassino
Frédéric Chaussoy
traduzione di Christiane Krzyzyk
inEdition editrice/collane di Lucidamente 2007
pp. 176, € 10,00
Certi libri non hanno il solo valore delle parole che contengono. Certi libri sono azioni, sono pensieri e sono riflessioni che ci costringono a fare. Non sono un assassino è la frase convinta con cui il dottor Chaussoy si difende di fronte alle autorità, ed è anche il titolo di questo libro drammatico, vero e intenso, in cui il medico racconta ciò che ha fatto.
Il racconto del dottor Chaussoy è dominato dall’umanità e dal senso di dignità che tutti noi dovremmo poter esprimere liberamente mantenendolo intatto fino in fondo al percorso della nostra vita: “Vincent, pompiere volontario di diciannove anni, la sera del 24 settembre 2000 ha uno scontro frontale con un camion e dopo nove mesi di coma si sveglia tetraplegico, muto e quasi cieco. Nonostante gli atroci dolori, con l’aiuto del pollice riesce a scrivere una supplica al presidente Chirac – Le chiedo il diritto di morire – che scuote l’opinione pubblica e poi a dettare un libro con lo stesso titolo (pubblicato in Italia dall’editore Sonzogno). Lo aiuteranno – nel terzo anniversario dell’incidente – la madre Marie e il dottor Chaussoy.”
Una storia vera e molto, troppo, attuale. Il dottor Chaussoy si trova di fronte al bivio tra ciò in cui crede, il salvare vite umane dalla morte, e il capire che “mettere tutto in atto per salvare la vita non sempre salva una vita”.
Da quando Vincent si è risvegliato dal coma chiede ripetutamente, con l’aiuto del pollice destro, unica parte del corpo che riesce a muovere, prima alla madre e ai familiari, poi al Presidente Chirac, di poter morire con dignità, perché “sono morto dal 24 settembre del 2000″, e chiede di essere liberato da quella che lui stesso definisce “questa non-vita”.
Una storia simile a quella vissuta da Piergiorgio Welby e dal dottor Mario Riccio. Sia Chaussoy che Riccio sono medici ma, come scrive lo stesso dottor Riccio, nella sua prefazione, parlando dell’autore del libro: “Ci ha voluto ricordare, cioè, come ogni convincimento, ogni decisione di un uomo, nasca dalle sue esperienze personali. Ma nel caso di un medico, questi convincimenti, queste decisioni, non possono mai tradursi in un superamento del volere del paziente”.
In Francia il caso Vincent Humbert ha scosso l’opinione pubblica, che è stata compatta nel sostenere la scelta congiunta di Vincent, della madre e del dottor Chaussoy, permettendo di suscitare un avanzato e civile dibattito legislativo.
Un dibattito che prima dovrebbe essere del cuore e dell’umanità. Dalle parole del dottor Chaussoy:
“Credo sia arrivato il momento in cui non dobbiamo più avere paura delle parole. Si tratta, in queste situazioni del tutto eccezionali, di autorizzare un aiuto rigidamente controllato. Ognuno di noi può porre fine ai propri giorni, se la vita gli sembra insopportabile. Ma Vincent non aveva la capacità fisica di attuare liberamente tale atto, mentre, appunto, aveva tutte le ragioni per trovare la sua vita insopportabile. […] E se invece fosse necessario essere dotati di un amore enorme per trovare il coraggio di prendere la decisione di cessare di vivere male? E sapere fino a che punto la vita possa essere bella per rifiutare che lo sia così poco? Vincent è morto, lasciandoci un’eredità che non possiamo non utilizzare”.
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… proposta difficile?…
…proposta molto difficile, si.
Un tema che tocca l’intima coscienza di ciascuno e sul quale non è facile esprimersi.
Non è mai facile esprimersi su questioni così al limite, e di confine e di contrasto, a volte profondo, tra certe nostre radicali convinzioni sulla Vita, e il profondo dolore della prigionia più nera: la prigionia dello spirito, nell’incessante tortura del corpo.
Posso anche provare a fare uno sforzo; spingermi in la col naso trascinando la testa, per provare solo a sfiorare tutto quel dolore, ma non sarò mai abbastanza vicino. Ne ho consapevolezza.
Mi immagino in un letto, a supplicare mia madre di togliermi la vita. E già questo è un pensiero molto doloroso e forte, impossibile da assimilare a pieno, e comprendere; pur estraneo. Sembra un pensiero così lontano da me, eppure è un pensiero reale, che ha già trovato altre persone in cui prendere vita, e predere morte.
E mi immagino padre, al capezzale di mio figlio, ad esaudire il suo profondo desiderio.
Che Dio mi perdoni, ma non lo so se ne avrei la forza e il coraggio. Non lo so se saprei amare mio figlio più di me stesso e, amandolo, regalargli la morte.
Non credo si possa neanche regolamentare l’Amore, in un decreto, perchè ogni parola di quella legge che non fosse letta con Amore sarebbe, agli occhi di qualcuno, un’altra cosa.
Certo è che, giusto o sbagliato che sia, triste o non-bello, ciascuno di noi, nel pieno della libertà di se e del proprio corpo, può decidere di rincunciare alla vita, se questa diventasse senza speranza e continuativamente e incessantemente impossibile. E ad oggi non a tutti è dato di preservare questa libertà.
Credo che se anche una sola madre, che più di ogni altra cosa desidera amore per il figlio suo, e lo vorrebbe proteggere, e ricoprire d’affetto puro, arrivasse, con coscienza e Amore, a voler esaudire e condividere quell’altrettanto conscio desiderio di morte, allora, forse, sarebbe giusto così, perchè ci sarebbe, comunque, piena e dolorosa unità di intenti, e il resto altro non sarebbe che il mondo.
E da combattere resterebbero, ancora una volta, solo le nostre intime convinzioni.
Grazie G.M.
Certo non mi aspettavo e non chiedevo che nessuno si pronunciasse sull’argomento. Volevo solo proporre la lettura del post e dare uno spunto di riflessione.
Questo è un argomento di grande attualità. Non credo che ci sia un ‘giusto’ o ’sbagliato’ che possa essere universale. Credo però, come sempre, che sia importante parlare delle cose per poter arrivare a capire.
Conosciamo davvero la differenza tra accanimento terapeutico e astensione terapeutica? Sappiamo cos’è l’eutanasia? In questa pagina dell’Associazione Libera Uscita troviamo un esauriente glossario:
http://www.liberauscita.it/online/?page_id=13
@ morenafanti
in questo caso grazie per lo spunto di rilfessione. E grazie per il link al glossario.
Si;
parlare delle cose per arrivare a capire = morenafanti100%.
Grazie.
avevo letto e scritto una risposta a questo post, poi l’ho cancellata, poichè credo all’intimità di certe scelte in cui NESSUNO può entrare. Questo è ciò che penso personalmenteOgni partecipazione,ad un gesto come quello di porre fine alla vita, può indiscutibilmente passare per manovra, per avvio ad un commerci (penso a quello degli organi) ma ache a moltissime altre conseguenze. Ecco ora lascio questo scritto ma,ripeto, trovo l’argomento assolutamente difficile, penetra le parti più profonde dell’essere e dell’intendere la vita, la morte, la relazione. Non mi schiero dunque dalla parte di nessuno ed, egoisticamente, tengo per me la scelta.ferni
grazie ferni. ribadisco comunque, che la mia non era una richiesta di schieramento. è un libro che ho letto e di cui ho fatto la recensione.
ll dramma della sofferenza altrui molto spesso ci priva della così detta “ragione”. Morena invece ha fatto tesoro dell’immenso dolore che ha sconvolto la sua vita. La sua sensibilità le ha permesso, nonostante tutto, di rilevare una delle frasi più ricche di significato pronunciate dal Dottor Chaussoy: “mettere tutto in atto per salvare la vita non sempre salva una vita”. Si parla troppo poco del problema del fine vita. Dal mondo sanitario e dal mondo politico, a parte qualche eccezione, i segnali sono scarsi. La confusione e la paura regna nella testa della gente e fa il gioco di chi rifiuta di legiferare per il riconoscimento del testamento biologico. Nessuno vorrebbe trovarsi a dover aiutare una persona cara a liberarsi da una vita che considera senza più degnità. Proprio per evitare questa situazione, visto che non viene rispettata la Costituzione che ci dovrebbe garantire la libertà di accettare o rifiutare trattamenti sanitari, dobbiamo tenere alta l’attenzione su tale problema. Viene spesso ribadita una banalità che, però, riflette la realtà: le leggi sul divorzio e sull’interruzione di gravidanza non sono diventate un obbligo per tutti. Bisogna riflettere e aiutare la gente a convincersi della necessità di dare disposizioni sul proprio fine vita. E’ un grande gesto d’amore suscettibile di evitare un dolore supplementare ai nostri cari: oltre al vederci soffrire devono anche decidere loro della nostra sorte?
“Non sono un assassino” ha messo il dito su una piaga: c’è un vuoto legislativo che lascia con il loro dolore e con la loro solitudine i pazienti, le loro famiglie, ma anche il personale sanitario. Il Dottor Chaussoy, con un’estrema sensibilità e umanità, ci fa entrare nel cuore del problema. Non dobbiamo evitare la porta che ci fa entrare nel suo reparto e nella sua famiglia. Divulgando questo libro aiuteremo la gente a capire meglio tanti aspetti che le sono ancora oscuri e proprio per questo spaventano così tanto. E’ un libro secondo me pieno di speranza: fa riflettere, qualunque siano le convinzioni che uno possa avere. Finché uno riflette, vive. Grazie Morena di avere riflettuto, di aiutare a riflettere e di vivere.
Grazie a te, cara Christiane, di essere intervenuta nei commenti.
Invito tutti a leggere i commento di Christiane che è la traduttrice del libro del dottor Chaussoy. Un libro ci può aiutare a riflettere e questo è già una cosa importante. Non si tratta di schierarsi o di voler convincere gli altri. Si tratta di informazione.
Mi sembra importante.