Quando si cerca si trova, si trova sempre e,oggi, capita sempre più spesso, aprendo le bacheche della rete, di trovare molto di più di quanto si cercasse e si poteva trovare nei tomi enciclopedici o nei testi specialistici. Mi è accaduto di imbattermi in un sito che si definisce :declinato al femminile, eppure il taglio della ricerca e della lettura non comprime in alcuna siglatura una splendida lettura di un corpo che è quello dell’arte, non solo maschile o femminile.

“E’ a voi che mi rivolgo perché voi siete questa unità del mio lavoro: l’altro (…)
Il corpo ha un ruolo fondamentale nel noi (…)
Se apro il mio corpo affinché voi possiate guardarci il mio sangue,
è per amore vostro: l’altro.
Ecco perché tengo alla presenza delle mie azioni”.
(Gina Pane, Lettera a uno/a sconosciuto/a, “ArTitudes”, n. 15/17, ottobre-dicembre 1974)
Vorrei tentare una sorta di comparazione con gli elementi e la dimensione che, nel lungo tentativo di svuotamento degli ipocriti luoghi comuni è accaduto nell’arte, nell’arte che si occupa di corpo, come di corpo ci si occupa nelle chiese durante le cerimonie, tra l’altro molto suggestive dei giorni pasquali , o in certe meditazioni buddhiste soprattutto della tradizione theravada. Un’ analisi comparativa che non escluda il nostro corpo contemporaneo di cittadini divenuti consumatori. Di corpi che con le materie degli oggetti di consumo ci mischiamo, ci contaminiamo, ci avvolgiamo( pensiamo al rapporto quasi combaciante di dita-occhi- schermo- tastiera- pensiero che abbiamo col computer)
Negli anni Settanta due artisti, Gilbert & George iniziarono a lavorare insieme facendosi portatori di un’idea di fondo che era quella dell’ “esporsi”. Il concetto di arte come lavoro, ossia come manufatto arriva al capolinea. Secondo loro se si è artisti non è necessario produrre opere, ma basta produrre se stessi( e non ritroviamo echi di Oscar Wilde in questa dichiarazione di poetica, sul “fare della propria vita un’opera d’arte?”)
Eccoli, dunque nelle gallerie londinesi e nei musei del resto d’Europa proporsi in una rigida e atarassica fissità, generalmente in piedi ( anche in questo richiamo all’atarassia possiamo trovare echi mistici, di un misticismo di stampo più orientale che cristiano ma comunque sempre presente).
Una delle loro principali acquisizioni è quella di avere degradato l’uomo da soggetto a oggetto. Ed è come oggetti che si esprime il loro smodato desiderio di “esposizione”, di farsi vedere, di presenza, a tutti i costi, in modo privo di qualsiasi ritegno. C’è in fondo il desiderio di uno straniamento, di una perdita di identità. Dichiararono infatti.
” Essere sculture viventi è la nostra linfa e il nostro destino, il romanzo fantastico, la luce e la vita…spesso scivoliamo per la stanza attratti dal vuoto delle finestre. Gli occhi sono incollati a questa cornice di luce. La mente indica sempre la nostra decadenza..”
Stereotipi del nulla, incarnazione del vuoto occidentale. Del presente deprivato di senso.
Adesso il corpo dell’artista che si propone come statua è diventato molto comune, assorbito anche dalla cultura di strada, durante le feste e in giro per le metropoli neanche i bambini si stupiscono più di vedere statue viventi e immobili. Ma al di la di questo, l’interesse per questa pratica è dovuto alla sua immediatezza e alla sottigliezza: una scelta facile che non comporta nessun rapporto di mediazione fra l’artista e il pubblico, e una scelta più complessa che implica una riflessione globale sul modo di intendere la ricerca creativa che comprende come matrice lontana anche Duchamp e Klein. Klein poi aveva camminato nella stanza immateriale ed “esposto”la sua energia nella mostra del vuoto, consegnandoci una delle riflessioni più alte del Novecento nel desiderio di essere pittore senza produrre nulla, essere senza fare.
Il corpo è in primo piano, e il corpo lo poniamo in primo piano in questa riflessione da venerdì santo profano. In questi esempi citati troviamo contatti anche con Hockey e Bacon e ci muoviamo sempre all’interno di una dimensione omosessuale che vede nel corpo maschile la fonte centrale di ispirazione. Interessanti sono le ambientazioni. La risurrezione e rappresentazione del corpo “sacro” avviene nella magnificenza delle chiese, fra navate e arcate barocche, vetrate finemente lavorate, portoni di ferro intarsiato nella magniloquenza dei canti e del rito, nella suprema eleganza e concentrazione di quelli che il rito sono chiamati ad officiare e di quelli che sono presenti ad assistere.
L’esposizione del corpo”profano” avviene in ambienti che optano per soluzioni spoglie. Scarne, degradanti, povere, il rito si è completamente ribaltato. I corpi di Bacon si aggrovigliano in stanze d’albergo impietosamente vuote, dai colori claustrofobici, dove l’unico ornamento è una lampadina nuda appesa a un filo. I corpi sono nudi ed è carne pura, “viande” priva di abiti e di paramenti. Gilbert & Gorge sono sempre soli o in mezzo a una natura convenzionale e stereotipata. Il concetto è: fare del corpo il protagonista assoluto della scena
Dall’atarassia di G&G, ibernati nella loro piccola semplicità alla scoperta di un piccolo nulla quotidiano tipico della noiosa vita di tutti, scevra di sacralità,il passaggio a Gina Pane è estremamente efficace. In Gina Pane troviamo un universo ricco di emotività . Dopo un inizio dove è ben presente la necessità di contatto diretto con le cose e con la natura,, entriamo nel vivo del momento più connotativi e particolare della Pane. Gina Pane ferisce, sfregia, trafigge il suo corpo. Aspetta il sangue che sarà sollievo e liberazione Gli interni sostituiscono gli esterni, il dolore sostituisce il piacere. L’elemento di fondo è la ferita come già possiamo veder in “Escalade non-anesthésiée” del 1970, in cui i piedi nudi salgono su una scala su cui al posto dei pioli sono stati messi dei frantumi di vetro: operazione solo in apparenza masochistica, in realtà metafora di una difficoltà ad ascendere, in senso generale e spirituale, e del dolore che ne consegue. Affermava la Pane:
”.. il est evident qu’ils ont trouvé le moyen de se débarasser de mon discours en le situant dans un contexte phatologique : sado-masochiste »
Sapeva che la borghesia, disturbata spettatrice del suo lavoro, cercava di rendere affine alle sue liturgie anche di perversione il suo operare, non riusciva ad accettare una spiegazione diversa e si rivolgeva al sadomasochismo per definire il suo operare col corpo malato, in un certo senso. E di fatto maggiormente assimilabile. Naturalmente la Pane sapeva bene che
” L’ouverture de mon corps implique aussi bien la douleur que le plaisir” e che doveva appunto concentrarsi sulla « Blessure », la ferita : « …cette blessure démystifie l’illusion du rapport entre la comunication. Pour moi que je suis femme la blessure exprime aussi mon sexe. Cette blessure a le caractère du discours féminin. : »
Lei che è stata:”… figure majeure de l’Art corporel, crée ses premières actions in situ en 1968 en s’isolant dans la nature. Elle réalise ensuite, de 1971 à 1980, des actions en public, l’œuvre définitive étant une composition murale réalisée en trois temps : dessins préparatoires, story-board – action – choix des photographies, des textes et des dessins. Puis elle développe les Partitions, entre installations et sculptures, en transférant sur verre, cuivre ou bois, des évocations du corps “
Con lei- e non solo con lei ma il suo apporto è stato fondamentale- dal corpo essenzialmente maschile si porta al centro delle azioni e dell’operare artistico il nucleo del corpo femminile.
Negli anni Ottanta la Pane avvierà il recupero di una corporeità(non più in carne e ossa) di suggestione religiosa, in cui avranno intenso rilievo le figure di martiri e santi. Il collegamento con la ricerca precedente si intravede proprio nella dimensione SACRALE del gesto artistico, inteso come metafora del comportamento religioso, espiazione, purificazione. Si trattava quindi di portare sulla scena il dolore fisico non fine a se stesso ma come metafora del disagio esistenziale del creatore, attraverso elementi tra passione e purezza. Proprio la carne viene richiamata dall’artista come elemento da proporre “privo di veli e mediazioni”: il suo testimone è la pelle, trafitta dalle spine come un’anamnesi di san Sebastiano e soprattutto il sangue. Il tutto assume spesso una veste ritualistica che, in realtà vuole focalizzare l’attenzione sulle manifestazioni dualistiche dell’esistenza, bene e male, piacere e dolore, natura, cultura.
Gina Pane, di cui fino all’inizio di quest’anno è stata esposta una bella esibizione? mostra? memoir? come chiamarla? al Centre Pompidou di Parigi,( www.centrepompidou.fr )che il corpo debba essere “corpo sociale”e attraverso il suo rigore e la sua unità concettuale sapeva che. “j’ai travaillé un langage qui m’a donné des possibilites de penser l’art d’un façon nouvele. Celui du corps, mon geste radical « .Un corpo da vivere e da riscoprire anche nelle sue debolezze, nella sua impermanenza e tragica vulnerabilità al passaggio del tempo, mai mancando di essere consapevoli, prendendo coscienza che i fantasmi del corpo sono riflessi dei miti e degli archetipi creati dalla società”
Nella meditazione buddhista theravada la consapevolezza del corpo, la “mindfulness of the body” deriva da due tradizioni principali, della Thailandia e della Birmania. Attraverso un addestramento che dura una vita intera si impara a percepire ogni minima variazione, vibrazione, pressione o svuotamento del corpo attraverso esercizio di concentrazione e meditazione che proiettano nell”here and now” . Qualcosa che nel contemporaneo praticamente sembra una bestemmia. Quando viviamo solo per il futuro accompagnati dal passato e dai sui fantasmi, ma trascuriamo l’unico tempo in cui si possa percepire il mistero dell’esistenza, l’unico tempo che abbiamo e che dobbiamo riuscire ad apprezzare nella sua totale completezza, nel suo “being enough”, noi che ci sentiamo sempre manchevoli, mancanti, carenti, mozzati, che cerchiamo qualcosa in più, che siamo persi in una corsa ad aggiungere.
Credo che una più complessa apertura al mistero con riflessioni di vario tipo sul corpo ( nella cristianità soprattutto per quello che riguarda la liturgia natalizia della nascita o quella pasquale del Cristo ferito, crocifisso e risorto, in altre tradizioni la meditazione di consapevolezza, o vipassana, che si concentra su profondi “insight” che passano attraverso il corpo) possano davvero essere propizi a una conoscenza ironica ma non troppo, di quello che è il nostro ruolo di Corpi Castorama, anche se pensiamo che la società ci riservi chissà quale spazio.. Gina pane riteneva che il linguaggio del corpo contenesse la base di una vera scienza dell’uomo. E in fondo basta avvicinarci a qualsiasi centro commerciale per osservare come il nostro corpo sia un corpo sul quale la società non ha più remore di azione.. Siamo Corpi Consumatori che galleggiano fra scaffali e corsie con lettini e dondoli per il giardino che non abbiamo, barbecues a gas e accessori per fare grigliate con amici di cui abbiamo perso le tracce, troppo impegnati a rincorrere quelle delle merci. Illuminazioni esterne con piccoli lampioni che ricordano vialetti di villette a schiera o tranquilli paesi della provincia americana.
Il nostro Corpo Castorama li guarda, li tocca, poi passa alle tende junior,alle riloghe in tema romantic che fanno molto casa di campagna, osserva i colori più adatti, le tasta, compara i prezzi, poi si accorge che era entrato per altro. Forse il restauro cornici. Forse la rubinetteria. Dimenticato. Perché è un corpo che ha smarrito ogni capacità reale di concentrazione e trascorre il suo tempo a frantumarsi per credersi un intero. Gli archetipi, i desideri, il superfluo, tutto viene utilizzato per sedurre il “corpo consumatore” nelle nuove cattedrali del contemporaneo dove la contemplazione, più che davanti alle icone della religiosità, avviene, devota, davanti al feticcio merce. Artisti come quelli che abbiamo analizzato hanno profondamente anticipato i tempi, quasi vedessero con una preveggenza particolare quest’uomo alieno, quest’uomo automa, circolante per vetrine, ad ammirare e a tirare fuori tessere magnetiche e carte di credito.La Pane, più di altri sposa fisica e metafisica, carne e desiderio, sangue e anima: la sua apparente crudezza si incontra alla fine col dare luce alle pietre in ombra, che si può forse considerare come una metafora dolce e calda di tutta la sua ricerca.
Francesca Mazzucato
Bibliografia e approfondimenti
Roberto Pasini, Forme del Novecento,Occhio Corpo Libertà
Pendragon editore
Catalogo Castorama 2007






Penso di nuovo che sarebbe meglio affogarlo questo post,deve avere qualcosa di orrendo visto che nessuno gli si avvicina,forse ha la scabbia, o la rabbia o la rogna…di certo non ha i colori.ferni
mi piacciono molto le riflessioni finali, con Elina ne parlavamo proprio ieri, lei si è soffermata su un punto “dare luce alle pietre in ombra” ma non abbiamo colto il significato, ci piacerebbe approfondire grazie. camilla
…è un corpo che ha smarrito ogni capacità reale di concentrazione e trascorre il suo tempo a frantumarsi per credersi un intero. Gli archetipi, i desideri, il superfluo, tutto viene utilizzato per sedurre il “corpo consumatore” nelle nuove cattedrali del contemporaneo dove la contemplazione, più che davanti alle icone della religiosità, avviene, devota, davanti al feticcio merce.”..
Un corpo così non ha parole e non ha ombre, non è consapevole cioè della sintesi dell’altruità che racchiude già in sé. Il corpo è “un” consumatore che dimentica, davanti al processo di deteriorazione delle cose, che a loro volta si consumano per l’uso e per il disuso che egli ne fa, e che,pur standogli davanti agli occhi non vede che come fuori, il corpo dimentica che quella materia è lui stesso, l’uomo, è la sua polpa che si genera e si disfa, mentre è convinto di essere ciò che dispone la genesi e l’apocalisse di ogni cosa.
La parola è pietra, la pietra di Eros, ne ho parlato estesamente in un altro articolo, ed è corpo di Eros di cui ci nutriamo,che ci circola nel corpo,ne siamo disseminati, o forse minati (piacere e dolore vanno insieme indipendentemente dalla dualità, ma per natura della sinetsi che vivono), ma il nostro corpo è il verbo che coniuga e articola il nostro es-porci,nella vita e nella morte,in un continuo scambio, un incessante percorso di tragico amore,nato da una ferita originale e originaria, il corpo di gea o il corpo di una donna,il corpo del cosmo…non fa differenza, se si percepisce la necessità della feconda caducità. Vi abbraccio e mi fermo qui.Ringraziandovi della lettura,ferni
Un articolo quasi specialistico che rileggerò con calma. Certo che il corpo ha perso la sua armonia con ciò che lo circonda e si nasconde sempre più. Sandra
Il latino “persona-ae” designa la maschera dell’attore e ha dato origine al termine persona. E “persona” è il termine che Jung adotterà per indicare la “maschera” che l’individuo assume nelle relazioni e nel rapporto con ciò che lo circonda [Jung, 1980].
Secondo Jung ciò non è da intendersi come falsità o manipolazione, ma come identificazione con alcuni aspetti che prendono il sopravvento, al di là del ruolo sociale assunto nella comunità.
In questa accezione è possibile, quindi, vedere la maschera dell’anonimo come simbolo del sé primario, dell’ego.
L’anonimo è sì il diaframma che copre il volto della persona, ma che ne rivela altre qualità in un’operazione di riaffioramento e svelamento di aspetti sepolti della psiche. Non solo i miei, ma anche quelli della comunità. L’anonimo come “archetipo” della percezione.
La maschera può avere una valenza magica, di protezione e di difesa, ma anche di attrazione. E’ simbolo di ciò che ognuno ha necessità di scoprire o modificare di se stesso, quella parte originaria che non viene disvelata se assoggettata al condizionamento del sé stesso. Il corpo non serve più, al pari dell’identificazione individuale. Non più un corpo, non più un nome, portatori della codifica del quotidiano e delle convenzioni della mercificazione.
Nella nostra vita coesistono una identità “nota” ed una “non nota” non in contrapposizione, non bene e male, ma due diverse modalità della presenza che, interagendo, possono disvelare. Il corpo perde la sua funzione propulsiva. Diventa maschera di attrazione, dunque funzionale all’accettazione sociale se la società propugna ciò come valore più alto.
Rimanendo nel virtuale, qualunque blogger che posti “testi creativi” scrive esponendo sé stesso ed il proprio essere aspirando a risultare attrattivo, a generare, dunque, connessioni, interesse, persistenza, immanenza, vita per sempre, ricordo, anche solo per sé stesso. Il testo poetico in particolare, che per sua natura aspira al sublime, al divino, concentra su una punta espressiva, una cuspide dell’io una carica magnetica.
Generare attenzione è la matrice comune a tutti i blogger, voglia di essere, esistere, piacere, attrarre. In questo, l’anonimato, svestito della fascinazione labile dell’identità, indossa l’abito del mistero, evoca il mito, incarna l’altro io che cerchiamo dentro noi stessi e che cerchiamo di specchiare nell’altro. E’ forte, qui, il valore alchemico, l’assenza di identità è il “lapis” della nostra trasmutazione in io “divino” e quindi massimamente desiderabile.
Come diceva Pirandello, l’uomo indossa delle maschere, si nasconde e si reinventa lungo tutto il corso della sua vita; basta solo essere coscienti di questo processo. Proprio in tale mascheramento non si può dimenticare che sessualità e identità difficilmente sono scindibili. Dunque il corpo virtuale, quale marcatore della nostra identità, diventa uno degli elementi attrattivi proprio perché deve estrinsecarsi attraverso una mera rappresentazione di contenuti.
Per il tramite dell’anonimato, realizziamo “un teatro di esperienza sociale” [Allùcquere Rosanne Stone,1997], un teatro nel quale la quarta parete è priva di consistenza, continuamente fluttuante.
Tutto ruota intorno alla forte componente narcisistica che anima l’azione dell’uomo reale o del blogger.
Eco e Narciso, attraverso un vero e proprio gioco di illusionismo linguistico-visivo, riescono a comunicare. Le parole che Eco-sasso, rimanda a Narciso che parla alla sua immagine, sono la voce stessa di Narciso, sono le stesse parole di Narciso prestate ad Eco, sono l’eco che Eco presta all’immagine di Narciso. Sono anche Eco e Narciso che comunicano tra loro, che si scambiano parole per dialogare sull’impossibilità di rendersi vicendevolmente consapevoli dell’amore reciproco, rimanendo tuttavia ognuno nella propria immagine di sé.
Narciso giunge all’estremo di identificarsi con la estraneità di una immagine riflessa e inarrivabile. Eco, incapace di parlare, incapace d’esprimersi e di comunicare autonomamente, è riflesso dell’espressione altrui; è pura alterità e risulta essa stessa finzione narcisistica. Eppure corpo e suono, persona e testo anonimo, possono comunicare efficacemente tra loro perché recuperano tutta l’attrazione della complementarietà mitologica.
Eco è dunque un “doppio”, un “falso”, ma “Il falso quando è omogeneo può produrre il vero” [Bresson, R. (1986) Note sul cinematografo].
Tuttavia il “corpo proposto” dalla cultura occidentale non ha più sangue, solo fattezze curate.
Che il nostro corpo sia ancora capace di sanguinare dipende solo da noi.
Corpus Domini è la festività più importante dell’anno,indica propriamente la solennità del Corpo e Sangue di Cristo. Una importanza così la si ritrova a Pasqua per la resurrezione del corpo, non di affetti o memorie, ma corpo nella sua compiutezza, ferite comprese,tutte e sangue non rappreso nel rigore della morte e del mistero. La stessa chiesa, che elabora la sacralità del corpo attraverso riti di tale ampiezza e risonanza, è la stessa che poi, in altri riti, fa del corpo la sede del male,dal primo giorno di adamo ed eva, consapevoli di averlo e di averlo così vasto da poter contenere in sè il resto del giardino,lo stesso dell’infanzia dell’uomo senza smarrire nulla,grazie al corpo, ai luoghi del corpo,elaborato a livello di linfa e sangue, respiro, battiti,combustione, grandissima fatica che noi non rileviamo se non in stati di pressione.
Il corpo che Gina Pane espone è l’immagine di una divinità, è la sacralità stessa,ferita perchè il gesto vuole evidenziare lo scempio del mercantilismo cui viene sottoposto.Il fatto è che sia le parole sia i gesti dell’artista sono un de-clamare e portare altrove. Necessiterebbe il silenzio assoluto e l’ascolto, quello dei mistici, in cui, comunque, altre leve innescano percorsi in cui la difficoltà di discernimento mette alla prova i limiti stessi del corpo con cui si effettua questo disinnesco dell’io (ma sarà poi vero?).
Dunque quanto affermi della scrittura rileva che è anch’essa sempre maschera, come quella del volto.Ma esponi un ventre, un inguine, esponi le parti che hanno meno accesso alla visibilità o anche solo le mani (su cui non si interviene, a differenza degli altri “luoghi del corpo) ed esponili lì dove il mantello è sangue e subito si abbasa la diversità e la vetrina, si raggiunge i’apice del profondo che ci sfugge, anche quando è più es-posto.
Grazie a Eventounico,che aspetto ancora nel blog.ferni