La storia della trielina- Silvia Molesini
La storia della trielina è una storia vera, e ci accosta alla figura dell’amico Paolo di “per domani sarai quel che trascorre”.
La paura dei ladri, la notte nella casa deserta, la paura diventa un vuoto dopo il salto sullo scivolo e pervade, si sparpaglia, occupa tutto.
E’ inebetente questa cosa in casa, procura terrore e sfavilla a luce propria, l’ombra della siepe, i vasi sul terrazzo che pare parlino, basta un gatto a sfiorare la ringhiera, il mondo prende velocità frusciante e dentro l’orto, in alto, una fattispecie trema.
L’hai chiamato gatto, shhhh, per quasi nome, ed è scappato ma ora ogni rumore parla e si espone, e l’immagine della faccia dietro il vetro sembra possibile e appare, tu vai a spegnere le luci, ti accosti al muro ribalti il portacenere fai scattare la chitarra sotto che cassarmonica, come da sua natura.
Riaccende, doppia mandata alla porta d’ingresso che ha fallito la prova della tessera (conoscenti scrupolosi), amerebbe per la prima volta in vita un attorniamento spesso di tende pesanti, e pensanti perchénno, Gravida passa giorni interi, speciali giorni, a temere.
Tema l’avvento, tema l’irruzione, tema lo spaccamento, tema la violatura, tema la sconosciuta, tema il furto, tema l’intrusione, sempre sveglia finché qualche stordimento non la porti via, passano anni così nella casa troppo grande, troppo esposta, troppo bella, bella la grande casa esposta, il chilometrico giardino, il lauro finto schermante.
Poi quei ladri passano quando non c’è, portano via quadri e tappeti, meticolosi, questi, ordinati, passano da dietro, selezionano con le pile, buttano le cose avvolte nel fossato e recuperano in un secondo momento, ad arte. Ma niente consola e i pensieri rimangono, per certi topini scomoda il cugino a dormire con sé.
Paolo è adesso che arriva, lo incontri al bar. Spavaldo guerriero di tutte le battaglie perse, dalla libertà spezzata che gli taglia la faccia, baccanale, eroinomane, danza attorno ai tavoli col bicchiere pieno, è bello, fa un chiasso che vergogna ma è un chiasso gentile, è una richiesta morbida, un casanoveggiamento, un arabesco in italiano arrotondato dialetto, la tua verona scimmia gentiluomo disperante. Molte mila volte questo abboccare, ingurgitare, buttarsi tutto dentro, i vinellini, i gin, i bacardicola delle discoteche brocche, e come se niente potesse mai colmare, è terribile sempre vuoto e niente che mai finisca, non c’è notte, non c’è sonno, non c’è casa, non c’è sosta, riposo, meta, Paolo nel tutto miele, la tunisia il marocco, ercolino che porta su il fumo dalla spagna e lo beccano in frontiera, come ne esce, e tutto può essere, girarsi, ritornare, passa dalla bocca e diventa merda e ritorna in bocca e si rifà come un vapore d’olio, cilum su cilum nei campi al chiar di luna e potrebbe durare anche settimane.
Ma Paolo è un amore, tutte le sue donne e suo figlio l’han lasciato stare lui mi racconta, mettevano su botteghe di pizzi e tricot, operatori turistici alle canarie, qualcuno coi soldi gli salvava un pel di vita, la cavallina lo rendeva fragile. E girava la fantasia possente a non creare nulla ma un mondo che scappa, la faccia incrinata, i giovani compagni del paesello natìo, la faccia abbacinata, il tango, la bella vita le ragazze imperscrutabili gli amici volpi la sarabanda l’impossibile. Paolo è un amore, così svelato, così esposto, così libero, così fregato. Mi dice:
- ieri sono passato da casa tua, ho provato ogni finestra, non si entra, impossibile. I ò provè tute ma no son sta bon de far gnente, son stà lì dele ore ma no se passa mia, ghé serà – ride. Rido. Adesso che è morto, e ci siamo tutti guardati in chiesa come una ganga di colpevoli, chissà perché, forse che a tutti ha lasciato un messaggio, ai miei fanculismi morali, all’arido della sua enorme casa fredda vuota, agli ex quindicenni-cagiva, agli zii macellai, alle sorelle devastate, al paese mortifero santandrea che produce l’eterna finta vacanza, all’eroina sostituita ammirevolmente con un bell’acetato di sintesi, al barasilo, mi:
capita la follia del derubamento, viene lui a circondarmi la casa, annusante, un cane amico che solo desidera, Paolo circonda il mondo minacciato e ne fa un’aureola di intenzioni amabili. Mi passa la paura, e con lui dormo.







avvolgente scrittura (automatica?) un ritratto e un intimo, i dintorni e la paura…
Molto ” contratto ” mi vien da pensare, come certi romanzi che ho letto. Sorprendi sempre Silvia. Ciao Sandra
Ciao Alivento e Sandra, è un piacere.
Ali, automatica per quanto parte del substrato del mio fare scrittura possa esserlo, ma no, insomma, c’è una grassa sovrastruttura intenzionale, mi pare.
L’intensità di questo racconto è tale che si perde ad ogni parola il fiato. E’ come una corsa disperata si, ma in cui si riesce ancora ad individuare il percorso. E l’affanno e l’ anossia nella frammentazione delle parole riescono, quasi per gioco, a combinarsi con la cognizione di un “profumo” di trielina che, da Caronte, traghetta il pensiero in un’ inquieta certezza d’amore.
Complimenti
Luca
Edizioni Cinquemarzo
Lusingata, signor Luca di Cinquemarzo ed.
Davvero.
non c’ è aria in nessuna direzione eppure si vedono tutte le direzioni vuote. una solitudine magistrale. dirimpetto.
ho in mente leggendo un corto diviso in più schermi .schermi
e schemi buttati giù a domino dai tetti, recuperati dal fondo
dell’ obiettivo con la draga.
non è amore, ma era amore e allora si stringe il mazzo nero il manico della morte con mesta rabbia o furore canonico degli incompresi.
si attende il sonno amico con qualche amico che frulla con catene e lenzuolo. miagolano i vasi, perdono i baffi i vecchi gerani. si dorme.
leggendoti., Silvia. grazie per il viaggio con te (me)
paola
“La storia della trielina è una storia vera, e ci accosta alla figura dell’amico Paolo di “per domani sarai quel che trascorre”.
La paura dei ladri, la notte nella casa deserta, la paura diventa un vuoto dopo il salto sullo scivolo e pervade, si sparpaglia, occupa tutto.
E’ inebetente questa cosa in casa, procura terrore e sfavilla a luce propria, l’ombra della siepe, i vasi sul terrazzo che pare parlino, basta un gatto a sfiorare la ringhiera, il mondo prende velocità frusciante e dentro l’orto, in alto, una fattispecie trema.
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Adesso che è morto, e ci siamo tutti guardati in chiesa come una ganga di colpevoli, chissà perché, forse che a tutti ha lasciato un messaggio, ai miei fanculismi morali, all’arido della sua enorme casa fredda vuota, agli ex quindicenni-cagiva, agli zii macellai, alle sorelle devastate, al paese mortifero santandrea che produce l’eterna finta vacanza, all’eroina sostituita ammirevolmente con un bell’acetato di sintesi, al barasilo, mi:
capita la follia del derubamento, viene lui a circondarmi la casa, annusante, un cane amico che solo desidera, Paolo circonda il mondo minacciato e ne fa un’aureola di intenzioni amabili. Mi passa la paura, e con lui dormo.”
E quando pensiamo di evadere, è da noi stessi che dovremmo scappare, e dall’altro che si è insediato in noi per volontà nostra, che gli abbiamo aperto la porta,che lo accogliamo dentro il piatto di una vita de-vastata da atti inconcludenti, che lo sbattiamo dentro il letto e il sogno che continua da mattina a sera nella galera di una perdizione senza predizione posponendo ciò che ci anticipa la morte vissuta, qui, ora, come una vertigine di mortali.
Mi era sfuggito questo pezzo, indiscutibilmente un vortice che ti risucchia e poi ti scaraventa fuori, come un tornado-Grazie,ferni
Oh! Grazie alle bellissime.
Visioni anche capovolte, attenzione congiunta.