Quando comincia una storia? In genere dall’inizio. A volte, però, è la fine di una storia che ne fa cominciare un’altra. Così ci sono due categorie di storie, quelle che cominciano dall’inizio e quelle che cominciano dalla fine. Ci sono due categorie di donne, quelle che raccontano la loro storia e quelle che non la raccontano, poi ce n’è una terza, quelle che non la raccontano giusta. La signorina a colori…
… apparteneva a quest’ultima, e forse non se ne rendeva neanche conto. E non me ne resi conto neanche io, ma questa è la fine della storia, se mai nelle storie ci siano un inizio e una fine.
La signorina a colori di storie non ne raccontava affatto semplicemente perché era muta, muta come un pesce, e come un pesce amava sguazzare nell’acqua, anche se il suo mare era racchiuso tra i bordi di una piscina.
Ma una storia, la sua storia, in qualche modo a me la raccontava. Con i suoi gesti, aggraziati, timidi, gentili. Con i suoi sguardi: due grandi occhi tristi, che sembravano sempre chiedere qualcosa. E con i costumi che indossava. La signorina a colori. La chiamavo così, tra me e me, proprio per i suoi costumi da bagno rosso sgargiante, blu elettrico, verde-mela, giallo, viola, arancione. Erano colori urlati, erano i sentimenti che non riusciva a esprimere con le parole? (di quello io mi ero convinto).
Io nuotavo nella vasca a fianco, ma spesso interrompevo le mie bracciate per soffermarmi a guardarla: la sua silhouette che filava sull’acqua, la scia che lasciava al suo passaggio. Poi si infilava nell’accappatoio e spariva nello spogliatoio femminile.
E mi lasciava (così credevo) la sua storia di solitudine, di parole inespresse e di sguardi che probabilmente (ma lo capii più tardi) non erano rivolti a me. E di colori, che esprimevano una passione tutta chiusa dentro di lei, e che io avrei voluto vedere esplodere come i fuochi di un capodanno a fuorigrotta.
Usava l’alfabeto dei sordomuti: la vidi fare così una volta, fuori dallo spogliatoio, con un’altra ragazzina che le assomigliava molto. Credo che fosse sua sorella. Io naturalmente non ci capivo nulla.
Cominciai a capire dopo un po’, quando la vidi camminare sottobraccio al maestro di nuoto.
Capii ancora di più alcuni anni dopo (questa è una storia di molti anni fa) una sera a teatro. Seduta in platea, poco distante da me, riconobbi la sorellina sordomuta, anche se era naturalmente diventata più grande. Lei invece era sul palco: la riconobbi fin dalla prima scena, nella quale compariva seduta ad un tavolino da giardino, avvolta in un cappotto nero con una sciarpa rossa ed il volto quasi nascosto da un cappellino guarnito di fiorellini dal quale calava una veletta. Non era proprio la protagonista, ma sosteneva una parte non del tutto secondaria. E la recitava con un leggero accento bolognese.






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deliziosamente suggestivo.
una signorina che parla con il linguaggio dei segni e che nuota indossando sgargianti costumi, salvo apparire poi su un palco (no, non è la protagonista. non proprio) e recita con leggero accento bolognese (!)
sempre più sorprendente questa signorina.
Mi è piaciuto
Sì, davvero molto accattivante questa storia, piaciuta l’immissione del linguaggio dei segni, in contro-bi-lanciamento ai segni grafici le grafie lasciate nell’aria dai gesti, come immagini anch’esse. Il nuotare delle immagini e delle parole,il colore dell’imprimitura che la parola, che ci bagna o ci tocca, là-scia in noi. Bello, davvero, e lieve,anche se utilizza temi di attualità affatto lievi.ferni
secondo me parte male e si conclude benino. però non mi stupisce
“Ma una storia, la sua storia, in qualche modo a me la raccontava. Con i suoi gesti, aggraziati, timidi, gentili. Con i suoi sguardi: due grandi occhi tristi, che sembravano sempre chiedere qualcosa.”
un racconto sommesso, che pare vero, cioè sembra che veramente esista questa signorina.
la frase qui sopra pur semplice, mi sembra il punto più bello del racconto
ma un racconto deve sempre e solo stupire? Domanda per Gregori, ma anche per gli altri,naturalmente!Un racconto è un rac-colto,lo stupore lo lascio all’abilità della vita,uno dei suoi talenti.ferni
Ma come mi piace questa sfida…..anche qui colpo di scena
Sandra
le mille sfaccettture di questa signorina…quante vite le abbiamo regalato!?
Gisella
Signorina misteriosa, forse; così come talvolta ci appiaiono le vite sconosciute delle persone che conosciamo e incontriamo.
L’autore fa in modo che il suo personaggio ricami una storia attorno a quella signorina. Una storia di una signorina muta, con accento bolognese.
Quante signorine così ci sono nel mondo?
Quelle che vediamo passare, e che crediamo mute, o che crediamo stiano guardando qualcosa, o qualcuno, o proprio noi. Forse sono sono persone che scopriremo recitare in teatro, oppure capiremo che non guardavano qualcosa o qualcuno, ma erano solo sovrapensiero, oppure guardavano il maestro di nuoto.
Bel finale.
@ferni
un racconto deve sempre e solo piacere. Le vie che conducono ciascuno di noi, dopo la lettura di un racconto, a questa semplice espressione: “mi piace”, sono molteplici, e attengono alla nostra persona, a quello che noi siamo, a quello che abbiamo vissuto, o al momento che attraversiamo, o, anche, alla aspettative che riponiamo nella lettura di un racconto. Lo stupore, per contro, è una delle possibili vie che possono condurci ad esclamare: “mi piace”.
Un racconto deve sempre e solo piacere; questo penso. Ma si sa, io non penso mai (abbastanza).
“ma un racconto deve sempre e solo stupire?” chiede fernirosso. Io come lei penso di no. Almeno nel senso della storia, che non necessariamente deve essere sorprendente.
Io ad un racconto chiedo che i personaggi siano vivi, e così le loro sensazioni; vivi nella penna del narratore e nella mente del lettore. Nella mia lo sono: questa signorina, un po’ enigmatica e variamente sfaccettata, piace pertanto anche a me, accontentandomi senza particolari stupori di questo.
Si semplice, ma accattivante (riprendo fernirosso).
eventounico
Sì, mi piace. Mi ha riportato in mente il racconto di Margaret Mazzantini “Non ti muovere” (che per altri versi non amo particolarmente), nel punto in cui lui dice che la madre si sarebbe tagliata i capelli per essere come la figlia, rasata per un intervento chirurgico.
Perché amare una persona significa anche provare a vedere la vita con i suoi occhi. e presentarsi al mondo coi suoi stessi problemi.
semplicemente bello, che dire di più
sì, approvo
… anch’io ( approvo)
p.s. meglio la seconda parte
stefano
Il linguaggio del corpo non mente mai, i gesti, i colori, gli sguardi, le espressioni del viso…mi è sembrato di vederla questa nuova signorina.
Comunicativa al di là delle parole, complimenti all’autore perchè, con poche e semplici pennellate, ha reso davvero vivo il personaggio.
è piaciuto anche a me: lineare, sorprendente quanto basta, diverte e fa anche pensare
marina
muta con un leggero accento bolognese! Conosce proprio tutte le lingue questa signorina. Sottilmente ironico.