La signorina a colori – n.15

2008 Ottobre 21
by viadellebelledonne

Quando comincia una storia? In genere dall’inizio. A volte, però, è la fine di una storia che ne fa cominciare un’altra. Così ci sono due categorie di storie, quelle che cominciano dall’inizio e quelle che cominciano dalla fine. Ci sono due categorie di donne, quelle che raccontano la loro storia e quelle che non la raccontano, poi ce n’è una terza, quelle che non la raccontano giusta. La signorina a colori…

Questa era la traccia da cui Franco doveva partire per sviluppare il suo racconto.
Franco aveva 44 anni. Da quasi un anno disoccupato. L’azienda per cui lavorava aveva chiuso i battenti per bancarotta, fraudolenta oppure no, non faceva nessuna differenza. Lui a casa senza stipendio e i suoi datori di lavoro in qualche isola tropicale con il malloppo.
In un primo momento non si era particolarmente preoccupato. Data la sua esperienza ventennale nel campo delle comunicazioni era certo che in poco tempo avrebbe trovato un nuovo impiego ma purtroppo era stato troppo ottimista. I giorni, le settimane infine i mesi passavano ma ancora niente. Per fortuna qualche soldo da parte l’aveva messo e Luisa, sua moglie era riuscita a trovare un lavoro sottopagato come ausiliaria in una scuola privata, naturalmente a tempo determinatissimo. La situazione si stava facendo insostenibile quando, finalmente, poco prima di cadere in preda allo sconforto, un amico gli aveva suggerito di presentarsi presso un grossa agenzia pubblicitaria che stava riorganizzando il personale. Era stufo di pubblicità, ma non era il caso di fare il difficile, ora.
Si erano presentati in tanti per quei tre posti di lavoro e c’erano da superare alcune prove attitudinali.
La prima, quella di computer grafica era stata piuttosto agevole ma ora doveva affrontare quella di scrittura creativa. Gli avevano fornito anche una foto. Per la precisione, la foto di un dipinto raffigurante una “signorina a colori” di cui avrebbe dovuto parlare, raccontarne la storia, come suggeriva l’incipit.
Guardava l’immagine e leggeva quelle poche righe ma l’unica cosa che sentiva crescere in se, era una profonda antipatia per quella donna che a lui pareva più un’acida “madame” che una dolce “mademoiselle”.
Non era certo il momento per perdersi in simili facezie ma finora da quella traccia non gli arrivava nessuno stimolo.
Rammentò quando, l’anno prima, suo figlio tornato dal liceo dopo una prova d’italiano, si era lamentato del fatto che i titoli dei temi erano del tutto privi d’interesse e lui da buon genitore rompiscatole aveva risposto che il bello stava proprio lì, nel riuscire a scrivere un bel testo su un argomento poco allettante.
Ricordò poi, quando al colloquio con l’insegnante delusa per quella “battuta d’arresto”, timidamente aveva tentato di giustificare il figlio dicendole che forse il tema non era stato particolarmente congeniale al ragazzo… lapidaria era stata la risposta della docente, accompagnata da un ironico e laconico sorriso “ma c’erano altri 4 titoli!”
Ironia della sorte, ora c’era lui in quella situazione. Solo che qui non ci si limitava a prendere un sei -, ma ci si giocava un posto di lavoro!
Trasalì al solo pensiero e decise di conseguenza di concentrarsi.
L’inesorabile cadenzare del tempo era evidenziato dall’enorme orologio appeso alla parete di fronte a lui.
Ancora niente! Anche se in realtà, c’era un abbozzo di idea che tentava di germogliare, a cui però, non voleva dare retta. Netta la sensazione che l’avrebbe portato fuori strada.
Un’immagine, ad intermittenza, affiorava nella sua mente. L’immagine di una bambina con il cappotto rosso che ogni tanto entrava in scena in un film girato interamente in bianco e nero. Data la sua maniacale passione per il cinema, dopo alcune ricerche, aveva scoperto che quella bambina era veramente esistita. Ricordava che il regista si era ispirato a un testo di Roma Ligoka, sopravissuta nel lager di Cracovia durante la seconda guerra mondiale. Memoria di una bambina con il cappotto rosso. Ma si rendeva conto che quella vicenda era troppo delicata e dolorosa da affrontare così su due piedi. Non voleva rischiare una facile retorica.
Poteva, al limite, spostare l’obiettivo sulla giovane interprete del film che sicuramente ora doveva avere attorno ai 25 anni. Facile immaginare per lei, come per molti altri ” cattivi ragazzi” di Hollywood, dopo un successo precoce, un fatale destino intriso di droga, sesso, alcool. Ma seguendo quella direzione temeva di essere prevedibile e scontato.
Il compito si stava presentando più arduo del previsto.
Se solo non ci fosse stata quella foto!
Franco non avrebbe avuto nessuna difficoltà a scrivere dell’unica “signorina a colori della sua vita… Luisa.
Avrebbe raccontato la sua forza di donna, di come fosse capace di illuminare con un semplice sorriso anche le giornate più grigie, di come avesse affrontato ogni lavoro anche il più umile con grande dignità, senza mai lamentarsi della fatica, della paga ridicola, della paura, allo scadere, di non vedersi rinnovare il “contratto”, di come miracolosamente fosse riuscita a trasformare tutto questo in qualcosa di gratificante.
Quante volte gli aveva ripetuto che qualsiasi lavoro uno svolgesse, l’importante era non perdere di vista se stessi.
Lei era la donna a colori di cui narrare, ma purtroppo non era quella del ritratto!
Franco cominciava ad innervosirsi.
Spesso i suoi ragionamenti non seguivano un percorso rettilineo ma prendevano mille vicoli laterali e a volte era difficile ritornare sulla strada maestra.
Ma questo non era certo il momento adatto per simili esercizi cerebrali. Ora bisognava essere concreti.
Perciò con un gesto invisibile ma efficace resettò la mente e appoggiate le dita sulla tastiera cominciò.
La signorina a colori – la chiamavano così per la quantità di cappelli e sciarpe che solitamente sfoggiava – era visibilmente irritata. Da almeno dieci minuti, seduta al tavolo del cafè Cavour, aspettava Filippo, suo giovane e aitante accompagnatore. Donna molto affascinante ma soprattutto ricca e potente. Era sposata con un uomo insignificante ma molto ambizioso che grazie al suo appoggio economico, ricopriva un ruolo di spicco nella scena politica del paese. Naturalmente Filippo non era suo marito, ma solo un amabile “divertissement” …

17 Risposte Lascia un →
  1. 2008 Ottobre 21

    L’autore diventa attore nel testo e anche regista di se stesso. Una bella visione cinematografica. Un divertissement sulla propria pelle. Non male.

  2. 2008 Ottobre 21

    Singolare e originale l’idea di chiudere la storia tornando all’incipit. Scelta interessante, che penalizza un po’ QUELLA signorina a colori, ma che dà vita a un racconto godibile.

  3. 2008 Ottobre 21
    arthur permalink

    E’ vero, una trama che sa di sceneggiatura, diretta con molta maestria… arrivo solo adesso e leggendo questo racconto, ho avuto più la sensazione di trovarmi di fronte ad un clip, di quelli che si girano per vedere se tutto va bene, di quelli che si girano prima del famoso “Ciak, si gira!”

    Bello, bravo o brava, dipende da chi è l’autore…

  4. 2008 Ottobre 21
    fernirosso permalink

    un labirintico percorso in cui si va a caccia,senza arianna, (anche se poi una specie di arianna c’è anche qui:Luisa) del minus-taurus che vive in noi e che è sempre pronto ad infilzarci con i nostri acuti pensieri e le lame delle nostre parole recalcitranti.
    Mi è piaciuto questo mettere in discussione le basi del racconto, scrollare di dosso all’incipit assegnato quella vaghezza da fumetto conferendo, attraverso un testo, costruito mattone per mattone sulla fantasia della realtà sempre più ostica dell’immaginazione, quella del pane e del vivere quotidiano, in cui, però, ciò che ci fa vivere è comuque la capacità di intercettare il sogno scaricandolo nell’hard-disk della quotidiana difficoltà. Piaciuto per la sua differenza,per la interferenza che crea e per l’induzione,una corrente,che crea, per la capacità di riflessione senza pesantezza.ferni

  5. 2008 Ottobre 21
    paolarenzetti permalink

    Bella, e introspettiva, direi meglio…”osservare i modi della creazione e della riflessione” un po’ da lontano.
    Tante possibilità e finale abbastanza scontato. Il posto di lavoro? Chissà se l’avrà guadagnato!?
    Per molti veramente una roulette o un incubo!

  6. 2008 Ottobre 21
    Carlo S. permalink

    Sì, è un racconto labirintico (e CON un’Arianna). Però lo trovo un po’ artificioso ed alla fine la cosa che mi piace di più è proprio quel finale che è il ritorno all’incipit e che a sua volta sarebbe un bellissimo incipit di una storia che invece non c’è, se non per il suo inizio. Insomma un casino: che come avrete capito mi lascia un po’spiazzato.
    Restare spiazzato comunque è molto meglio che indifferente o annoiato, e quindi potrei anche votarlo (vedremo).

  7. 2008 Ottobre 21

    un po’ di confusione, direi. ma non è affatto male

  8. 2008 Ottobre 21

    Ogni racconto è così diverso…
    in questo trovo originale la trama e la modalità con cui viene dipanata la matassa imposta dall’incipit…
    Mi piaci (chiunque tu sia) come scrivi..
    ***A quando il primo romanzo?? ;) ***

  9. 2008 Ottobre 21
    Piero Pessina permalink

    Un racconto che ben racconta il non raccontare un racconto. Franco non riesce a “quagliare”, davanti a quell’immagine, e vaga per i vincoli laterali evitanto la maestra. Il suo autore racconta, abile di mille cunicoli, tutto; fuorchè la meta.

    “Spesso i suoi ragionamenti non seguivano un percorso rettilineo ma prendevano mille vicoli laterali e a volte era difficile ritornare sulla strada maestra”.

    Forse Franco è rientrato troppo tardi dalla maestra, ma infondo che importa della foto? Franco ha Luisa, no? :)

  10. 2008 Ottobre 21
    Ilaria permalink

    Divagazione sul tema che porta ad una realtà vissuta da tante persone: meno humor, ma cronaca di un licenziamento
    non annunciato e le deprecabili conseguenze. Apprezzato.

  11. 2008 Ottobre 22

    Che meraviglia! Sarà perché ho sempre amato i “controtemi”? Sarà perché è decisamente originale il modo di affrontare la traccia? Sarà perché la minaccia di trovarsi in quella situazione post-lavorativa non è così lontana dalla nostre realtà?

    O forse semplicemente per quella meravigliosa dichiarazione d’amore e riconoscenza per l’unica donna che riusciva a concepire, la proprio moglie, che tocca il mio lato romantico?

    Dieci e lode.

  12. 2008 Ottobre 22

    “Ora bisognava essere concreti.” e di certo l’autore (ma forse più autrice) di questo racconto ha certamente tenuto fede a questo pensiero ad alta voce che si lascia scappare, ad un certo punto, Franco.
    Neorealista, quasi regista sì, anche a me ha dato questa sensazione.
    Sicuramente apprezzabile ed originale la costruzione di questo racconto che rompe le righe di ciò che abbiamo letto sinora (eccezion fatta per il n.14 altrettanto “diverso”).
    Tuttavia non è tra i miei preferiti, quando leggo (e non solo…) mi piace anche un po’ sognare e qui non ho nemmeno iniziato.

  13. 2008 Ottobre 22

    si è vero, questo racconto è molto “figurativo” per usare un termine pittorico, si “vede”, ma questo non significa che non faccia muovere l’immaginazione, almeno la mia… non solo l’astratto ci fa “volare”.
    Paradossale che lo dica proprio in pittore che lavora soprattutto sulle sensazioni.
    Ah! per chi non lo sapesse, il pittore sono io:-)
    stefano

  14. 2008 Ottobre 22

    maddai :-)
    sarai mica “l’onesto pittore riminese”?

  15. 2008 Ottobre 22
    sandrapalombo permalink

    Buono, buono. Ben impostato e narrato. Sandra

  16. 2008 Ottobre 25
    miriam ravasio permalink

    Spielberg! E la bambina di Schindler’s list! Quel cappottino rosso, quel tocco di colore che, nell’immensità distruttiva del bianco e nero, sottolinea la vita.E ancora, anche se in poche righe, nonostante la costrinzione delle campiture piatte, in questo racconto c’è l’ansia della “creazione”. Quel momento intenso, caotico (sì, un vero Kaos) che tormenta le menti agitate dalle suggestioni e dalle voci della memoria. Non male il reset finale che suona come il richiamo razionale, utile e necessario, per affrontare i doveri e la vita quotidiana che nell’insicurezza si azzera . Forte! Che poi, in Schindler’s list, il colore compare ancora una volta, è tenue tenue e si vede appena; è quello della fiammella che illumina il foglio della lista: la vita.
    Non voto, perché detesto le competizioni e poi perché non sono un autore, ma mi congratulo per l’idea e la sensibilità.
    Miriam ravasio

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