Capitolo VII Nel mondo arabo e dintorni d’altra natura (“A zonzo per il Mediterraneo”)
Qui niente nebbia! Caspita, no! Un puro sole che vi entra nel midollo e persone, migliaia di persone che vanno e vengono, si sdraiano per terra, s’addormentano, si siedono nell’acqua, mangiano quel che trovano, bevono nel cavo della mano, saltano sul tranvai senza pagare, vi domandano due soldi, ve ne rubano dieci, vi chiedono non importa che e si beffano di voi nella loro lingua, persone che arrivano dal deserto per cambiare aria o che vi ritornano per vedere se fa meno caldo, che fanno l’amore con le puttane europee o con le figlie di Maometto, con giovani ragazzi o con le capre, indifferentemente, per sentirsi vivere; che alzano la loro veste bianca per pisciare guardandovi con occhio beffardo o per fare, con una gravità da pontefici, le abluzioni rituali; persone che hanno il diritto di entrare nelle nostre chiese e ingravidare le donne bianche ma che vi dissanguerebbero come maiali se vi immaginaste di oltrepassare la soglia delle loro moschee o afferrare una figlia dell’Islam…
Arrivati in porto, mentre l’equipaggio è indaffarato all’ormeggio a un molo di legno, Tigy, come le è consueto, prende la macchina fotografica per qualche scatto. Ci sono infatti lì attorno arabi e neri occupati a caricare brocche d’acqua sulle chiatte e a scaricare tartane cariche di sabbia con ceste che trasportano sulla testa; accanto, altre persone fanno bagnare nell’acqua profonda i cavalli o si bagnano essi stessi. La ragazza giudica la scena degna d’essere fissata sulla pellicola; mentre la inquadra, l’arabo più vicino, che lavora da scaricatore con una veste annodata attorno alle reni, scosta la veste mettendo in bella mostra i suoi attributi sessuali. Ecco! Siamo a Tunisi annota Simenon qualche giorno dopo e, per far capire meglio quel mondo, racconta gli episodi di cui è stato testimone.
L’arrivo del bey, il signore, il responsabile fiscale e militare della circoscrizione amministrativa, dopo un magnifico viaggio in Francia, ora madrepatria della colonia tunisina, è accompagnato da un’accoglienza grandiosa. Ovunque sventolano bandiere e si accendono tappeti rossi; la stazione marittima assomiglia a un salone di ricevimento. Biancheggiano le uniformi piene di galloni delle autorità francesi e spiccano, dietro di loro, i fez e le redingote nere dei principi. Ancora più in là, si mostrano gli ufficiali del palazzo in vistose divise e oltre i cancelli si agita una folla variopinta, chiassosa, che inganna il tempo cantando e ballando.
Si incontrano dunque, in simili circostanze, tre culture, la turca, l’araba e l’occidentale, che tentano di fondersi, con qualche risultato e molti fallimenti. In questo morso d’Africa lambito dal deserto ma proiettato nel Mediterraneo vivono francesi vestiti sontuosamente, che hanno imparato a galoppare con disinvoltura sul cavallo o sul cammello; capi indigeni che sfoggiano la nobiltà di certi principi descritti nei romanzi storici nostrani; popoli nomadi, fieri e orgogliosi del loro pellegrinare, che hanno occhi d’ebano e portamento regale.
Del palazzo del bey, che Simenon visita, lo colpiscono due presenze apparentemente opposte, ma entrambe significative di una mentalità al contempo arcaica e pretenziosa: la sala del trono e il gabinetto. Il trono è vero, una specie di poltrona coperta di velluto rosso e sulla quale sta tanto di cartello, Divieto di sedersi; il gabinetto invece è un minuscolo locale con un vaso in porcellana, ma senza sedile: poco sopra c’è una tavola forata ricoperta di velluto rosso e ornata di frange.
Lo scrittore, come ospite illustre, è ammesso a visitare il quartiere riservato, con amabili confratelli che ne hanno fatto l’abitudine, perché, prima di lui, hanno dovuto accompagnare Carco, Paul Reboux, Montherlant, Bedel, José Germain, Kessel e altri ancora.
Esistono due quartieri riservati con fondi che si affacciano su strade non più larghe di un metro e la cui porta si chiude dopo che un cliente è entrato: il primo è di donne bianche e gli arabi vanno e vengono in quelle viuzze, varcano le soglie, discutono le tariffe, fanno quel che devono fare e se ne vanno; il secondo è di donne arabe e là…è tutta un’altra faccenda. Le case sono candide, le porte sostituite da cancelli di ferro lavorato: oltre, una scala in pietra sale al primo piano, sulla scala stanno donne tranquille e sorridenti, talvolta di tre generazioni diverse, ragazze, mamme, nonne senza denti. Nel quartiere numero uno domina il chiasso, lo schiamazzo, il suono di un fonografo, il riso a volte sguaiato; nel secondo la pace. Sono ammessi solo gli arabi avvolti nella loro gandoura che sostano davanti ai cancelli, parlano sommessamente a una sagoma di donna che si intravvede oltre, a volte per un’ora o due. E’ il rito del corteggiamento. Soltanto dopo, l’uomo entrerà, sparirà col lei in una stanza del piano di sopra, fresca e ombreggiata, dove altre donne attraenti attendono distese sui divani.
Per gli occidentali questo è tabù come anche soltanto contemplare il volto delle arabe, nascosto dal velo nero. Ma non è affatto un mondo idilliaco. Simenon è suo malgrado testimone di un assassinio. Succede infatti che un giovane s’intrattenga troppo a lungo con una donna e chi è in attesa del suo turno si spazientisca; per l’incauto amante non c’è scampo: una coltellata alla gola gli recide di netto la giugulare; un grido soffocato, qualche passo barcollante e si accascia a terra ai piedi di un muro, morendo dissanguato in pochi minuti, gli occhi sbarrati, la bocca spalancata, la veste scarlatta, da immacolata che era. Accorrono gli occidentali in visita e qualche arabo, si chiama il poliziotto che, come avvezzo a simili incidenti, senza quasi proferire parola, arresta l’assassino e si occupa di chiamare qualcuno che porti via il cadavere. Poco dopo un piccolo cavallo arabo che trascina una specie di carretta entra nella viuzza e raccoglie il corpo senza vita. La vita continua con i suoi ritmi consueti
A una finestra, i visitatori scorgono una ragazza molto giovane e uno di loro chiede l’età: subito lei non capisce, poi, quando lo fa, si mette a ridere. Non lo sa e scuote la testa. Perché gli arabi non sono così sprovveduti da tenere il conto degli anni che passano: quando nasce la peluria, si ha l’età per amare; quando i capelli diventano bianchi, si ha quella della saggezza, quando poi cadono i denti…
Simenon, rientrando sull’Araldo, scorge, attorno a quello, persone che dormono sopra mucchi di sabbia e di ghiaia; altri che nel cuore della notte bagnano i loro cavalli o i loro asini, come fosse la cosa più naturale del mondo; forse, a un paio di chilometri, qualche tenda fatta di stracci custodisce il sonno di beduini venuti dal sud con asini e cammelli, per assistere allo spettacolo del giorno: …hanno osservato passare il bey in bianco, i principi in redingote nera e i francesi in grande uniforme. Sono contenti, tanto più contenti perché nella folla hanno rubato qualche portafoglio. E uno di questi giorni ripartiranno verso sud senza nemmeno sapere se la Tunisia è un protettorato, una colonia o un impero e senza dubitare che migliaia di persone si prendono la testa a due mani domandandosi se potrà o no esportare il vino, se occorre sradicare le vigne, se il grano sarà ammesso in Francia o se occorrerà bruciarlo, se…Queste storie, come la questione di sapere se ci sarà o no una Costituzione e quale ne sarà la forma, è buona per i giovani arabi con gli occhiali che sono andati a studiare sul continente e hanno preso sul serio quel che hanno appreso. Hanno fondato dei giornali! Che dico? Scrivono persino articoli d’economia politica proprio come se, da qualche parte, al giorno d’oggi, esistesse un’ economia e una politica.
A qualche chilometro da Tunisi, ancora lungo la costa, si distende al sole africano un villaggio ricco di fascino orientale, il cui nome è Sidibou-Said. Sopra il promontorio roccioso che s’affaccia sul mare, sorgono palazzi i cui proprietari, di solito caid, vivono circondati di fasto e di mistero.
Simenon ne percorre le quiete stradine e, temendo di non riuscire a esprimere la “straniera dignità” del luogo, giunto su una collina dominante un verde pendio che va a finire sulla riva del mare, inquadra con la sua macchina fotografica il paesaggio circostante per conservarne qualche immagine. Qualcuno gli tocca la spalla educatamente e gli dice: -Proibito! Difesa nazionale!-
Lo scrittore sorpreso dall’inatteso divieto, riesce a balbettare soltanto un: -Ah! bene…Ah! bene…- L’uomo, un italiano incaricato del rispetto della difesa nazionale francese, a propria volta dimostrando di non volergliene, gli augura la buona serata…
Un paio di giorni più tardi, mentre l’Araldo è ormeggiato nel porto di Biserta, Simenon scorge, poco oltre, in un lago salato, del naviglio da guerra: il suo proposito di potersi muovere almeno col canotto si rivela perciò impossibile da mettere in pratica; viene a sapere infatti che sottoterra si costruiscono cose formidabili, serbatoi a nafta e non so che cosa, che saranno al riparo dalle bombe d’aerei e da tutti i pericoli della vicina. Logicamente è vietato a chiunque avvicinarsi, a parte gli addetti ai lavori. Che sono poi operai italiani o maltesi.
Prima di lasciare l’Africa, ha modo di accrescere le sue conoscenze, venendo a sapere che un villaggio arabo tra Tunisi e Gabes, ricco di palme, d’ulivi, di case bianche al sole, di una moschea, di un mare che dire bello è poco, di spiagge dalla sabbia dorata, di palazzi in stile orientale con annessi deliziosi giardini, il cui nome è Hammamet, è la Mecca della pederastia: qui convengono signori, alcuni dal nome illustre, di tutte le parti del mondo, dalla Norvegia all’Australia, che, con la maggiore discrezione possibile, quasi uniti da giuramento religioso, si danno appuntamento in quest’angolo della Terra, per essere finalmente se stessi, avvolti nella comoda gondoura araba che conferisce maestosità a chi la indossa.
Di solito passeggiano nei cortili ombreggiati, come filosofi greci con i loro discepoli; talvolta invece si fanno scorgere mentre osservano di nascosto l’uscita dei soldati dalle caserme.
Vive a Hammamet anche un’anziana lady inglese, molto distinta, con la sua segretaria. Ora, è accaduto che questa si sia innamorata del segretario di un signore scandinavo e si sia appartata, una notte, per fare con lui…l’amore! Qualcosa cioè di assolutamente inusuale tra un uomo e una donna a Hammamet! E’ accaduto due anni fa e l’offesa non è ancora stata dimenticata!
A parte le riflessioni sulla bizzarra natura umana, un racconto in particolare monopolizza l’attenzione di Simenon durante la navigazione tra l’Africa e la Sardegna, cui sono diretti. L’ha sentito da un pilota, un tranquillo padre di famiglia, onesto e attendibile, che guidava l’Araldo all’interno di uno dei porti africani dove avevano fatto sosta in quei giorni; riguardava un collega del pilota, che lo scrittore aveva frequentato per il medesimo motivo e che l’aveva colpito per la sua taciturna serietà. Dal pilota aveva saputo che si chiamava Untel e era un ex capitano bretone di lungo corso, che per vent’anni aveva lavorato per Bordes, una compagnia francese che possedeva novantanove velieri (il centesimo, per convenzione appartiene allo stato). Questi velieri di tre, quattro e cinque alberi, si spingevano, oltre Capo Horn, verso i porti del Cile e del Pacifico, affrontando tempeste e onde inimmaginabili nel Mediterraneo: viaggi avventurosi e rischiosi, che duravano anni e durante i quali, non di rado, gli equipaggi si assottigliavano.
Ebbene, una volta uno di questi velieri fece naufragio e su un canotto, alla deriva nell’oceano, senza acqua e cibo, si ritrovarono in sei. Tra mare e cielo, alla mercé di una natura non certo provvidenziale, disperati per la sete, si bevvero le loro urine, a parte uno che volle bere acqua di mare e morì in capo a tre giorni. Rimanevano in cinque: quattro francesi e l’inglese…
E allora successe qualcosa che ha dell’incredibile, per chi non si è mai trovato in simili frangenti: Untel e i suoi compagni recisero un’arteria dello straniero e si bevvero il suo sangue…
(il pilota e Simenon, a questo punto del racconto, si erano scolati ciascuno un bicchiere di cognac)
Furono ritrovati agonizzanti in fondo al canotto, dopo ventun giorni di deriva. Da allora il bretone alternava giorni di normalità, quasi d’allegria, a altri, di mutismo quasi impenetrabile in cui non riusciva a non battere i denti…I colleghi conoscevano la natura del suo male e lo lasciavano in pace a tentare di metabolizzare per l’ennesima volta, e probabilmente invano anche questa, la tremenda esperienza.







Complimenti per il tuo blog…perché non mi inserisci tra i tuoi amici e mi linki?? Te ne sarò grata
grazie!!!
Grazie, il blog è collettivo, non solo mio…passo la tua richiesta alla redazione, grazie dell’apprezzamento
Gisella
E allora successe qualcosa che ha dell’incredibile, per chi non si è mai trovato in simili frangenti: Untel e i suoi compagni recisero un’arteria dello straniero e si bevvero il suo sangue…
cosa accaduta svariate volte,nella realtà.
Un bel testo,grazie per i viaggi che ci proponi, è un po’ come esserci.ferni
Grazie, Ferni! Sì, piuttosto impressionante l’esperienza di Until…
un caro saluto
Gisella
Il lavoro procede spedito! Bene. Avanti. Un abbraccio Sandra
Sandra, è finito. La prossima è l’ultima puntata. Grazie della pazienza. Un abbraccio Gisella
Aspetto, con pazienza, l’ultimo allora
Ciao! Sandra