Manichini in forma d’umani
Sul libro di Gero Mannella, Non gettate cadaveri dal finestrino, Coniglio Editore, 2006
“Gentile Gaetano,
le scrivo in un empito di stupore figlio della serendipità web. Cerco su Google un mio vecchio racconto su un pupazzo e per assonanza incontro il suo Sasso polvere stella. Mi piace il pezzo, non la conoscevo; e allora la cerco.”
Così mi scriveva Gero Mannella, la prima volta. Il mio stupore, perché di nuovo di stupore si tratta, è lo scoprire adesso che l’e-mail è stata spedita quattro mesi fa. In così poco tempo abbiamo condiviso, seppure solo attraverso uno schermo, passioni letterarie, nostre scritture e nostre vite; insomma, siamo diventati amici.
La scrittura di Gero Mannella è sorprendente. Il suo libro Non gettate cadaveri dal finestrino (Coniglio, 2006) raccoglie cinque racconti umoristici che giocano con il genere noir. Non ridevo così tanto da una ventina d’anni, dai tempi di Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams.
L’ispettore Gaudino Liberovici di Mannella cerca di sgusciare indenne dall’intrico di significati paradossali che avvolge ognuna delle cinque storie. Liberovici ha i tic dell’ispettore Clouseau e del tenente Drebin di Una pallottola spuntata, si muove inciampando indifferentemente nei fatti della vita come Groucho Marx, come in un film dei Monty Python. Ma la scrittura è un’altra cosa. Liberovici sprofonda in una giungla ostile di parole, in un tentativo affannoso, vano di cercare nelle parole un significato salvifico. Liberovici e gli altri personaggi di Mannella, in tale sforzo inutile, divengono “manichini in forma d’umani” (cito una frase di Gero a me inviata). Ci ritroviamo con essi nel mondo parallelo – uno dei nostri mondi paralleli – del film Being John Malkovich, ci sorprendiamo a ridere, similmente a certe risate crudeli di Mark Leyner, di fronte alle vicende di pupazzi smarriti, ma essi, i pupazzi, come nell’immobilità espressiva di Buster Keaton, non ridono. L’uomo, quando sa di essere una cosa comica, non ride. (Antonio Porchia, Voci).
La scrittura di Gero Mannella è lussureggiante, funambolica, surreale e ferocemente realistica. Il mimetismo della parola ci conduce su falsi sentieri. Ci addentriamo in un lessico raffinatissimo e vitale (oggi irrigidito in registri giornalistico-televisivi), dove chi cerca di dare un senso alle parole si ritrova stupito (ancora lo stupore) a contemplare meravigliose parole dissennate, in consonanza con uno dei numi tutelari di questo libro (insieme a Queneau, Campanile, Gadda, ecc.), quel Daniil Charms – scrittore, fanciullo e martire – che ci unisce.
Questo il sito di Gero Mannella: www.geromannella.com







Non mi resta che cercare notizie sul sito di Gero Mannella.
parli di un libri vitale e raffinato e noir (mio superato ex tabù, pensa).
A proposito di mails che tardano mesi, spero non sia il caso nostro, perché ti ho scritto con una scelta di testi dall’antolgia ultima.Se preferisci un singolo inedito tant mieux.
Un caro saluto di
Maria Pia Q.
Cara Maria Pia,
scusami, ma non riesco a capire a cosa ti riferisci, nè a chi stai rivolgendo il tuo commento (se a Morena o a me, in quanto questa recensione è stata scritta da me). E l’e-mail di quattro mesi fa, di cui parlo all’inizio – una delle cose a cui, forse, fai riferimento – non è arrivata dopo quattro mesi, ma subito… Citavo il mio primo contatto avvenuto con Gero. Per il resto boh… davvero non capisco. Fammi sapere per favore. Un abbraccio,
Gaetano
Nessun problema, Gaetano. Maria Pia si riferisce a me, a una mail che mi ha scritto. Tutto sotto controllo
Intanto ti ringrazio per la tua recensione e attendo nei commenti Gero Mannella. Non ho letto il suo libro ma ho visitato il suo sito e ho trovato pagine molto interessanti.
Grazie Morena del chiarimento. Gero Mannella immagino che possa intervenire domani. Per ora ricordo anch’io agli altri lettori il suo sito, davvero “sfizioso”. Tanti abbracci,
Gaetano
Non conosco Gero Mannella, ma ho letto , tempo fa, il delizioso racconto di Gaetano, Sasso polvere stella, che mi ha lasciato un senso di dolcezza addosso. Anche se non faccio parte di VDBD (ma, chissà … ) , gli faccio i migliori auguri per la sua entrata in VDBD.
Ciao Gero, ci sei ancora?
abbiamo fatto un sacco di cose carine…ma tu niente. Il bimbo? sta bene? Su Letteratitudine ci sei mancato, soprattutto quando nel post dell’arte dove ci siamo confrontati con il volo di Klein e un’opera degli anni novanta di Ashley Bickerton: una felice performance che ha nominato come Sensibile il personaggio Abraxas (vedi Santana) del racconto di Enrico Gregori. Contavo sulla tua sensibile presenza. Questi sono tempi di “coniugazione” più che contaminazione, occorre dare vita a forme nuove a linguaggi che però partano sempre dal pensiero e non dall’effetto. Sono felice di vederti qui, ma ti aspetto anche su letteratitudine; hai seguito l’operazione (nuovissima) de’ Le aziende (in)visibili? da 5 Wu ming a 100 Minghetti! (forte)
Bacioni, di cuore. Miriam ravasio
Ancora per gero.
A proposito di manichini, ho letto un racconto simpatico, che mi ha ricordato il tuo, su Le sette dite di Dalila e Achille degli UBV. Informati! dovresti conoscerli e poi è gente della tua età. Il loro progetto Undergound Book Village potrebbe interessarti!
Scusate, un saluto alle padrone di casa,
Miriam ravasio
PS. Tu hai letto molto Bolano, vero?
Ringrazio Blumy per gli auguri e la cara amica di Letteratitudine, Miriam, per i suoi commenti in attesa di Gero.
Il titolo corretto del libro riportato da Miriam è: “Le sette vite di Dalila e Achille” (e non “dite”). Preciso inoltre, per Maria Pia, che Gero Mannella non scrive racconti di genere noir, ma “gioca” intorno a tale genere, esprimendosi con un registro umoristico sorprendente e raffinatissimo. Ma su ciò dirà meglio Gero.
Ciao a tutti
un abbraccio in particolare a Gaetano, che non ringrazierò mai abbastanza per la divulgazione del mio verbo (ed anche di parecchi sostantivi), ed alla Miriam dai mille progetti transartistici. Mi spiace Miriam, per l’assenza su Letteratitudine, il mio intercorso letterario è currently frozen. Mi sto dando al cinema. I miei cadaveri galleggiano sul fiume dell’oblio grazie al solo bagnino Gaetano che prova con slancio a rianimarli (ma ormai son fradici, appena li molla andranno infallantemente a fondo). Quanto a gravità vorrei invece rimarcare il senso di leggerezza che spira dalla prosa del Failla (dal Sasso polvere stella in su) che mi impressionò a suo tempo, e che può avere un contraltare sublunare solo nei biscotti Weight Watchers.
Sulle mie cose. Mi interessa(-va) il rapporto tra linguaggio e cose, in particolare i vuoti di senso. Ed il gioco con le parole e gli accadimenti, scevro dal parossismo talvolta sterile degli oulipienne. Il mio focus era lo spiazzamento, lo straniamento, dovuto magari ad uno scarto semantico. E l’abrasione dei cristalli che s’affastellano sulla vulgata comune che poi si traspone in letteratura. Ed il recupero di una lingua orpellata che salvasse il mondo.
Tutto questo fino a quando ho cambiato shampoo.
Baci
Ringrazio Gero della visita e delle notizie sul suo shampoo.
Un commento in vero stile Mannella
Grazie a Gaetano per averlo proposto.
sono stata a fare un giro nel suo sito e mi è piaciuta molto la presentazione che offre di sé. L’ho riportata qui per indurre altri a fargli visita. Grazie della presentazione,ferni
Il suo sito: http://www.geromannella.com/surreale/bio1.htm
Gero Mannella nasce all’ombra della reggia di Caserta nei raggianti anni ‘60. Negli anni ‘70 si sposta al sole.
Grafomane sin dalla più tenera età, nel 1972 usa il pennino per stanare una paio di termiti da una tavola sinottica.
Nei primi anni ‘80 si applica alla scrittura con una macchina da scrivere Olivetti Lettera 32. In realtà l’Olivetti non aveva tutte quelle lettere, anzi mancava anche di alcune vocali, al punto che per esprimerle egli era costretto a fare un giro vizioso di consonanti. Quegli equilibrismi lo accostano all’Oulipo, ai lipogrammi e tautogrammi di Perec, e più in generale all’osteoporosi.
Attratto dal gioco con le parole, dall’iperbole, dal non-sense, dalla fumisterie, dai cortocircuiti mentali, dagli incendi conseguenti, ma anche dagli estintori a norma, il suo universo narrativo si cinge di nuove parole, quali tranzenueterfeggalenbreuchtielingottenuchmannendorf, da pronunciarsi come fosse un monosillabo.
Nel 1997 è finalista al Premio Calvino col romanzo Ferendedalus, che parla di un disegnatore di identikit di ispirazione cubista in perenne conflitto col suo committente questurino, il quale non lo paga perché sostiene che i suoi identikit non servono a catturare una minchia. Alla fine però s’addiviene ad un compromesso. Il disegnatore si converte al figurativo purchè gli identikit siano nature morte con frutta di stagione.
Durante la serata della premiazione il Mannella siede in seconda fila, proprio dietro la buonanima di Norberto Bobbio, e per tutta la serata rimane soggiogato dai suoi enormi padiglioni auricolari.
@ Gaetano.
grazie per la correzione DITE-VITE, è che dovrei cambiare gli occhiali…e da tempo…ma ancora mi ostino…
Un caro saluto, Miriam