LA SCATOLA NERA- fernanda ferraresso
M.N.Zemplinski
Gli “aerei” hanno una scatola a bordo, la scatola nera, destinata a raccogliere tutte le informazioni sul viaggio. In caso di sciagura è quella scatola l’eredità lasciata, è quella che viene cercata per sapere ciò che è stato “il passato”, il RIMOSSO.
Sono partita da qui, dall’idea di con-te-nitore e mi sono chiesta cosa ci fosse dentro il buio di un corpo, di tutti i corpi con cui ci incontriamo, scontriamo. Cosa resta, nel corpo, alla fine del viaggio, che sia eredità per chiunque se ne imbatta. Ricordo la mummia tra le Alpi, Otzi: hanno cercato tra le sue viscere i resti dell’ultimo pasto e hanno detto di cosa soffriva, dove provava dolore, se aveva lottato. Eppure, dietro a tutto questo scientifico racconto c’è qualcosa che evade, che oltrepassa la barriera del silenzio e si mostra in tutta la sua forza, la sua profondità arcaica e primordiale che, con quella mummia, abbiamo in comune.
E’ il luogo che raccoglie tutte le memorie del viaggio.
Il corpo terrestre e aereo è esso stesso viaggiatore e percorso, frammento composto da infiniti altri pezzi di memoria in forma di segni percepiti da ogni senso: vista, tatto, udito, gusto, olfatto.
Il nero: il corpo della sin-tesi, tutto di ciò che ancora oggi è segreto o ignorato,frammento che non appartiene alla conoscenza, ma è parte viva della memoria, una forza che genera altri corpi, forme, visioni, sogni.
La memoria delle opere di Kounnelis, che impongono il silenzio all’abitudine e chiamano tutti al riconoscimento di ciò che profondo è dentro ogni uomo, mi hanno portato a scegliere il nero come evocazione dell’interno, di tutto ciò che sta dentro e oltre un elemento oscurante. Il carbone, il buio di una stanza, persino il silenzio come un fittissimo buio, oscuro quanto un corpo immobile, nella fissità della morte.
Karl Sebek, un poeta surrealista ceco che ha vissuto la maggior parte della sua vita in manicomio, prima come infermiere poi come paziente, fuori da ogni regola letteraria mi ha suggerito di cercare là dove nessuno guarda, nella riga di nero dell’inchiostro che schizza pesci e alberi, china la testa al sole, spegne la luce dei manicomi sociali in cui tutto è sempre e solo mercato, persino l’arte, venduta a prezzo di consumo.
Cercare nel nero più profondo del pensiero, della memoria, della pazzia e della morte, cercare ciò che segna ed è radice di ogni viaggio, all’interno dell’uomo-mondo, della moltitudine dei mondi di ogni uomo e rac-cogliere: raccogliere i pezzi di qualcuno, le parole i pensieri abbandonati per strada, tracce di quei pasti che consumiamo in solitudine, sempre, anche quando siamo centinaia, una folla di SOLI. Guardare i gesti che comunemente pro-nunziamo nell’aria, prima di ogni parola, un passo dopo l’altro, un braccio alzato e l’altro steso, i gesti di chi scrive con lo sciame della propria follia, il moto del sangue che suscita nella tela emotiva movimenti verso l’altrove, la lucida ferrea presenza di chi taglia e ricuce i lembi di una ferita che sarà di nuovo aperta, perchè questo è l’arte e l’artista: entrambi formano i lembi di un taglio chirurgico e uno strappo che nessuno riuscirebbe a fare senza morire, senza poter rinascere ogni volta.
Ogni scatola, su questo corpo segnato in terra, tanto quanto è ogni uomo, un vivo mortale, vuole essere un gesto all’interno dei percorsi dell’arte riconosciutasi persona, la stessa in milioni di copie ciascuna con una sua traccia e tutti della stessa appartenenza al nero. Ognuno di quelli che raccoglie la scatola compie un gesto che è arte, l’ultimo tassello dell’es-senza dell’arte.
Portarla con sé e in sé sotto forma di ascolto o visione , mettersi in stretta relazione con essa, rende l’opera finalmente compiuta.
E, vorrei costruirla, la scatola, con materiali di estrema reperibilità:
cartoncino nero, piegato e ripiegato secondo le geometrie euclidee ricorda i percorsi teorici di tutte le discipline scientifiche alla luce delle quali il mistero ancora non si è scomposto.
Cartoncino bianco, il libro dei percorsi in frammenti, proprio perchè tra l’una e l’altra scrittura lo spazio resta disponibile per altre vie da riflettere in sé, perchè nulla è stato veramente scritto, solo appena accennato
Cd: la formulazione tecnologica corrente, il nuovo foglio in cui a-lato si scrive il messaggio musicale attraverso un’onda di luce che è il suono dentro la musica in noi, lo spazio a n dimensioni, l’inafferrabile “nota”.







Ho una sorta di rifiuto, ferni, verso molti dei pittori contemporanei, di cui non riesco ad apprezzare l’arte. E’ anche vero che non mi sono sporta più di tanto a ‘leggerli’ nel loro messaggio, a conoscerli meglio. Kounellis , ahimè, lo conosco soltanto di nome. Altri li rifiuto.
Ma se, in una domenica dolce d’ottobre, silenziosa e lenta come i giorni d’estate, vado ad imbattermi in un articolo come il tuo che non parla dell’arte contemporanea se non di rimando e parla soprattutto del segreto che sta in noi, del mistero che siamo, dei nostri viaggi all’interno e all’esterno di noi stessi, del nostro buio e della nostra luce, della nostra intelligenza e della nostra follia; be’ allora, ferni, non posso che dirti grazie e grazie ancora, per quest’articolo bellissimo che mi riporta ancora a pensare.
Buona domenica, bella !
Bellissimo questo testo, ferni. Il pensiero di chi siamo e di cosa stipiamo in questo nostro contenitore è una visione su cui riflettere. Vorrei che per qualcuno si potesse avere questa scatola nera da conservare e da aprire per cercare nel nero suggerito da Karl Sebek.
Complimenti per l’immagine, che cattura subito.
Dà veramente l’idea che l’artista possa aver costruito con forbici e cartone leggero per imballaggi, quella sua città dove un improbabile dirigibile-pesce si innalza nel cielo.
Nero e bianco…e ombra. L’inizio si lega così, alla “scatola nera” finale, che ciascuno di noi potrebbe costruirsi.
Da quella scatola nera, dal lavorìo in gran parte inconsapevole, nasce lo slancio per “dirigersi” e volare.
Quella scatola poi sarebbe da distruggere, per non restarne imprigionati.
Cara Ferni, ci porti sempre su itinerari affascinanti…
guardare lucidamente nel nero, e ripescare da questa visione un lembo, una traccia, un’orma, anche il più pallido fumo, afferrarlo prima che scompaia e cucirlo in qualche modo, con la penna o il pennello o la tastiera…ci sto provando da qualche giorno, mi basterebbe costruire una scatoletta piccina piccina…ma devo aspettare, ora non mi riesce.
tu sì, con queste parole hai mostrato la scatola e il nero dentro, nero vivo, formicolante
marina
Bellissimo testo, Ferni, mi trova in un clima a me familiare, per tantissime ragioni.
Da te continuo ad imparare comunque ad attivarmi.
Nel nostro palincefalo risiede la nostra memoria antica. Il nostro buio più profondo che è sempre presente, basta sollecitarlo, evocarlo, mettere in moto l’infinita catena analogica che sostiene la nostra immaginazione, forse la nostra anima. Solo dal buio che contiene l’estremo della luce possiamo trovare e non trovare quello che cerchiamo o crediamo di cercare.
Certi pittori, certe immagini stimolano sistemi filosofici…
ti abbraccio
lucetta
dimenticavo di specificare(ma di certo si è capito che il palincefalo è la nostra “scatola nera”…
a presto rileggerti
lucetta
per Blumy
ci sono così tanti artisti e i percorsi …sempre quelli,alla fin fine, che non è possibile tu non riesca ad incontrare qualcuno che gira alla tua stessa velocità. Grazie per la lettura che mi rendi.
per Morena
ti ringrazio, in effetti mi capita di chiedermi, come molti altri fanno, a cosa serve questo nostro accumulo se poi, una volta spento l’interruttore non restasse traccia di nulla.Tempo dell’individuo per individuare cosa? Monolocale il mondo?
per Paola Renzetti
mi è piaciuta la lettura che hai incrociato tra immagine e testo, non nato da quell’immagine,nemmeno da quell’artista,come si legge dentro,ma che, come tu osservi, ha qualcosa nelle sue peregrinazioni che smuove in noi memorie lontanissime.
Per Marina
credo che condividiamo molto di più di quanto non ci sembri. Sento sempre, nelle tue parole, la traccia di ciò di cui anche io mi nutro.grazie Marina,di certo stai già nel cuore della luce,là dove è più profondo e immenso il nero.
per Lucetta
non so che dire, ti ringrazio per quanto affermi, sono davvero lieta se riesco a innescare anche solo un minimo movimento,significa non vivere solo per me.Mi hai fatto un grandissimo dono.
Di nuovo ringrazio tutte per la lettura,cioè di quella parte di voi messa in comunione: una ricchezza di cui ci si sente inespropiabili.ferni
Affascinante immagine
testo interessante e corposo.
Mi piace l’idea di scrutare nel profondo
alla ricerca di noi.
Cara Ferni la mia scatola non la voglio
“nera” la preferisco “blu”!
Un abbraccio
Josè
sai cosa penso, cara ferni, dopo questa lettura?che questo testo mi pare ti rappresenti, almeno per come ho imparato a conoscerti… se dovessi usare un termine, userei “fibrillante”, per come sei colma di connessioni, in movimento…:-))
per Josè
anche il blu in fondo non è che la modalità con cui ci appare la sostanza in cui siamo immersi…poco più in là è profondo buio.Che dici?Grazie Josè per la condivisione.
Per Domaccia
fibrillante? forse ciò che tu vedi del mio nero ha con sé anche qualcosa di te e dunque nell’essere che tu vedi di me capita ciò che io vedo quando guardo te:filtra qualcosa o qualcosa va in fibrillazione. Connessioni? Sì, cerco quelle che la vita ci innesca.Grazie Dominica,ferni