di Morena Fanti
Conosco Frank Solitario da anni e, calcolando che lui ora ne ha trentuno, la cosa non sembra deporre a mio favore, ma conosco è un termine vago e non biblico e, usato per conoscenze fatte sul web, diventa molto soft e di dubbia verità. Mi ha sempre colpito, di Frank, la sua pungente ironia e il suo disincanto, il sospetto con cui guarda ed esplora la vita e i suoi simili, per quanto di ‘simili’ Frank non ne abbia. La sua scrittura ricalca in tutto la sua mente acuta e il suo essere sempre al limite, come se cercasse di andare oltre ciò che si può vedere, per arrivare all’invisibile, in quel punto dove gli esseri umani diventano ciò che non vorrebbero essere: sgradevoli, poveri, sfigati fino al limite di non ritorno, in vite che di umano non hanno più nulla se non il nome.
Frank Solitario ci porta fino in fondo e ci tiene gli occhi ben aperti mentre ci affoga nel mare della nullità, ossimori di noi stessi e del nostro voler essere sempre di più e possedere il meglio. In una società in cui tutti dobbiamo essere belli, ricchi e perfetti, chi incarta panettoni nel sottoscala è il bersaglio delle nostre frustrazioni, e chi vive nella miseria, oggettiva e morale, diventa per noi il simbolo del nostro valore aggiunto, per fasullo che sia.
Tutto il mondo descritto in queste Storie ai minimi termini (Il Foglio 2006, 10,00 euro) ci mette di fronte a persone e a prospettive che non ci piacciono, ad una vita che è spesso vuota di ogni cosa anche quando sembra piena. E questa, forse, è la cosa peggiore che Frank potesse farci.
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La scrittura senza fronzoli, minima, è indubbiamente una qualità che attira i lettori che non amano la scrittura complessa, che sa di artificiale e di gonfiato, ma non credi che costringendo la scrittura in ambienti così ridotti, lei possa sentirsi soffocare?
Il tipo di scrittura è solo uno strumento, minima o più ricercata, quello che deve rimanere sempre è un proprio stile, l’insieme di cose da dire, storie da raccontare, un proprio modo di vedere il mondo e in ultimo anche il tipo di scrittura. Sto lavorando a cose molto diverse nella scrittura, anche più complesse e legate magari al teatro o al cinema ma credo che lo stile personale rimanga.
- Scrivere racconti sembra più semplice della scrittura di un romanzo, ma la scrittura a breve richiede
anche un’abilità nel chiudere velocemente il discorso pur arrivando al punto in cui si desidera. Perché hai scelto questa dimensione per la tua scrittura?
Al contrario credo che scrivere racconti sia doppiamente difficile; ogni racconto, ogni storia, con un po’ di “mestiere” potrebbe diventare un romanzo, tramite tecniche ben definite e schematizzate, cosiddetti trucchetti. Scrivere duecento racconti è come scrivere duecento romanzi senza allungare il brodo. Il romanzo, tranne Celine, Dostoevskij e pochi altri è come scartare un grande pacco che contiene carta, carta, carta, imballaggi, polistirolo e lo stesso oggetto che potevi mettere in una scatola più piccola.
La sintesi è un dono prezioso, lo diceva già Cartesio e lo confermava Kafka nei suoi racconti brevi e il punk rock in seguito.
- Pensi che arriverai a scrivere qualcosa di più corposo, o non ti senti attratto da ciò?
Credo sarebbe interessante scrivere un non-romanzo, ossia un insieme di racconti separati che inziano e finiscono e sono indipendenti l’uno dall’altro ma legati da un filo conduttore, dai personaggi e forse dallo stesso destino.
- C’è chi insinua che Frank Solitario scriva storie ai minimi termini perché non riesce, o non osa, impegnarsi in opere più complesse. Cosa rispondi?
Rispondo che è una scelta estetica, come detto in precedenza molto molto più difficile. Vuoi mettere trovare l’ispirazione per descrivere cento storie, invece che una allungata all’infinito?
Gli altri scrivono romanzi perché gli viene in mente un’idea sola, anzichenò!
È possibile che i Rolling Stones, i Sonic Youth, i Sex Pistols, i Sonics, abbiano fatto dei pezzi da due minuti perché non volevano impegnarsi in opere più complesse? Che dovevano fare, pezzi da venti minuti come i Genesis reiterando lo stesso tema facendoci due palle così? Oppure un’ora di composizione wagneriana?
- Perché scegli di puntare il dito, e la penna, verso un’umanità che è già tanto derelitta? Non credi che infierire su questi personaggi sia perfino troppo facile?
Qui mi sento di dissentire pesantemente. Verso questi personaggi c’è una grandissima compassione umana, nel senso di patire insieme. Accendere la luce su di loro significa renderli protagonisti contrariamente alla vita di tutti i giorni in cui incontrano l’anonimato.
Dentro c’è dramma, ironia, umanità; chi è il tizio che accetta un lavoro da crocifisso se non il lavoratore precario d’oggi e quindi anche il sottoscritto? Il suo destino tragi-comico lo eleva a protagonista assoluto.
- Il tuo nome che rimane segreto, il tuo presentarti in pubblico mascherato da coniglio, sono tutti segni di un disagio nel mostrarti con il tuo vero essere ai tuoi lettori? Un modo per prendere le distanze dalla tua scrittura , come per rifiutare ogni responsabilità?
Racconto storie, quelle sono importanti. I personaggi, le loro vite. Non sopporto gran parte della letteratura odierna perché è una scrittura egocentrica, anche chi ipocritamente non lo ammette dicendo la frase “scrivo per me stesso”, scrive per la vanagloria di vedere il proprio nome su una copertina e per poterlo raccontare ad amici e parenti. Sennò perché il 90% dell’editoria attuale è a pagamento?
Il mascherarsi è legato alle stesse storie che racconto, spesso surreali e la scelta dello pseudonimo, quindi di un personaggio di fantasia. Sarebbe un controsenso presentarsi con la camicetta a quadri e le timberland prendendosi tristemente sul serio. E il mascherarsi la “messa in scena” mi ha sempre affascinato, il teatro oppure i conigli di David Lynch, protagonisti di una folle soap-opera, o David Bowie, l’Animal Collective, fa parte di un ulteriore stimolo alla pigra fantasia del lettore-spettatore.
- Tu frequenti il web e hai anche hai un blog, cosa pensi di questo mondo di mezzo, in cui nessuno esiste se non per la proiezione che dà di se stesso agli altri? E come ti trovi dentro lo schermo?
Devo dire che il web mi ha un po’ annoiato, è effimero. Credo che la sua principale utilità sia quella strettamente pratica e lavorativa, mentre per i rapporti umani mi rivolgerei sempre al mondo là fuori, anche se non è granché, forse.
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Sarei tentata di chiederti se stai scrivendo qualcosa di nuovo, ma temo che tu mi risponda e non so se farlo davvero. Ci provo: stai lavorando ad un nuovo libro?
Si, una raccolta di racconti già pronta di cui sono molto soddisfatto, dove esploro e sperimento molto, sempre mantenendo una leggibilità. Non bisogna mai dimenticarsi del lettore e soprattutto di rispettarlo con la scorrevolezza e piacevolezza.
Poi un romanzo non-romanzo a capitoli indipendenti ma collegati, ma mi chiedo, ce n’è bisogno con le migliaia di libri che circolano? Il 95% dell’editoria ha tirature inferiori alle 200 copie…
*Frank Solitario nasce a 30 anni, uomo bianco ma non troppo, razza indoeuropea.
Ama le donne, ma sempre a dosi contenute e sempre e solo la sera.
Lavora nei sotterranei di un alimentari, scarica prosciutti e imballa panettoni nella fase più prolifica della sua ispirazione narrativa.
Brevi, brevissime le esperienze in ruoli di responsabilità, incapace di resistere a dire quello che pensa: “Porco” a un porco, “Isterica” all’isterica, “Zoppo” allo zoppo. Ma Frank è stato maestro di tennis, semiotico, giornalista, rappresentante di opere d’arte, tifa la Roma, ama il Boemo, legge Ellroy-Bukowski-Kafka-Dostoevskij-Calvino, custodisce il culto di Lynch ai limiti della liturgia, ma fa la spesa, omofobo con una latente omosessualità, sessista, maschilista, è lo scrittore di sinistra più amato dal pubblico di destra, presa singolarmente ama l’umanità, sempre che si mantenga a distanza di sicurezza.
Frank non è nessuno. Il blog di Frank

Molto bella questa segnalazione. Frank mi fa pensare a un “contastorie” di oggi, di strada. Senz’altro da approfondire. Di lui affascinano molte cose: la passione per Lynch, Kafka ecc. Il discorso della “brevità” o essenzialità è molto interessante, se ne sente l’esigenza. Può diventare però una corsa all’immaginifico, al flash, allo slogan?
Grazie Paola. Frank ha una bellissima scrittura perché sa vedere le cose e perché non ha timore delle parole. Inoltre credo che la sua forza derivi anche dal non ‘scriversi addosso’ come fanno in tanti, in un compiacimento egoistico che si ferma alla superficie delle cose.
Approfitto per dire che presto posterò un suo racconto, tratto proprio da questo libro. Sarà una bella lettura.
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Saluti ai conigli e a Hank (il più grande poeta minore con una gamba sola).
interessante questo a me sconosciuto Frank Solitario. Sottoscrivo al 99% tutto quello che dice sulla brevità, la differenza fra racconto e romanzo, o meglio i pregi del primo rispetto al secondo.
L’1% che mi vede distante è la presentazione e il vestirsi da coniglio.
ho già visto la copertina del libro,non ricordo dove purtroppo, e ho letto qualcosa del testo pubblicato. Ha mosso in me qualcosa che aveva a che vedere con i brividi, non solo con il disincanto.Ringrazio per la proposizione,ferni
@ pani
ho invitato frank a unirsi a noi. spero interverrà e ci racconterà qualcosa sul costume da coniglio.
forse fa parte del personaggio, oppure è un modo per affrontare meglio la presenza del pubblico. chissà?
Ecco ,ora ho ricordato! L’ho avuto questo libro in promozione da…Aletti? Mi pare proprio di si.Ecco perchè lo avevo letto, l’ho ricevuto via posta.ferni
Ecco un personaggio diverso, nel senso positivo del termine che suscita curiosità. Presentarsi mascherato non sarà un atteggiamento per attirare l’attenzione e quindi un modo narcisistico di presentarsi quasi a dire che lui non è come gli altri? Non lo so, ma la domanda me la sono posta.
Se fosse così sarebbe in netto contrasto con le storie che scrive dove chi non è perché non ha, è protagonista.
Sono pienamente d’accordo sul ragionamento relativo ai racconti. Di romanzi “artificiosi” ce n’è a valanghe, di racconti brevi validi pochissimi perché è molto più difficile rendere in poche righe una storia o uno spaccato di essa.
Morena con questa intervista ci hai regalato una sorpresa.
Sandra
Trovo geniale il vestirsi da coniglio, di una coerenza impagabile. E anche un buon espediente per non mostrare rossori o vestiti gualciti.
Il resto è confortante. Che qualcuno la pensi così, intendo.
Confortante sì.
Ecco, se io dovessi presentarmi in pubblico non lo farei vestito da coniglio. Manderei un altro al posto mio. Come dice Sandra Palombo il vestirsi così può sembrare qualcosa di eccentrico, un espediente per catturare l’attenzione. Invece sono solo i racconti che devono parlare.
I travestimenti comunicano. A volte è più veritiera una maschera della “persona” che si è costretti a portare.
Leggere le proprie cose in pubblico può essere un ‘impresa difficile, a meno di ricorrere a una “convenzione”, come il vestito da coniglio per Frank: qualcosa che ripari e nello stesso tempo, esponga.
Quasi sempre il linguaggio artistico per partire e arrivare a destinazione ha bisogno di mediazioni.
Recentemente dopo aver letto in rete, alcuni scritti molto belli di un artista, ho pensato a come possa essere limitato anche questo stesso mezzo che stiamo usando.
Credo che Frank intendesse il contrario del mettersi in mostra e che la sua intenzione fosse quella di minimizzare il soggetto che trasferisce il racconto dallo scrittore all’ascoltatore. In genere un autore che legge riesce ad essere egocentrico, a portare l’attenzione su di sé attraverso le parole. Si guardano le sue espressioni facciali, la sua bocca mentre parla, la postura, la gestualità, di che colore sono i calzini, le maniche della camicia, quanto è spettinato…
Di un travestimento da coniglio, dopo il primo stupore, non hai che da ascoltare le parole.
Sì Donatella, concordo. Il gesto di Frank rovescia la prospettiva e restituisce autonomia al testo. Credo che troppa presenzialità, stanchi sia gli autori che i lettori.
Mi è capitato di leggere di recente un piacevole raccontino: l’autore veniva ridicolizzato da un gatto-spettatore. Ma alla fine tutto si metabolizzava, senza cambiare nulla.
spero che l’autore intervenga presto a raccontare qualcosa di sé. Non voglio dire nulla. Attendo Frank
Salve a tutti, giungo alfine a dirimere qualche intricata questione suscitata dalla prelibatissima e succosa spremuta di narrativa sottoforma di pepata intervista sapientemente strutturata dalla nostra esimia morenita (ohibò fui insolitamente logorroico!);
andrò seguendo un ordine insolitamente crono-razionale
PaolaRenzetti #1: mi piace da morire “cantastorie”. Sono sempre storie alla fine, comunque. La brevità non è niente senza la struttura di una storia da raccontare e cerco di dirlo anche in uno dei miei racconti inediti di prossima pubblicazione.
L’epigramma e l’aforisma o l’haiku, se vogliamo, sono tutt’altro che moderni e abbastanza narcisistici (basti pensare a Oscar Wilde). Lì non c’è la forma narrativa, c’è una tentazione allo slogan che affascina, ma anche mi irrita, in quanto presuppone una suprema saggezza di chi lo proferisce.
Ho avuto una serie di blocchi da quando scrivo, sempre dovuti a degli shock: I Racconti di Kafka, Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, Strade perdute, Mulholland Drive e Inland Empire.
Sempre per lo stesso motivo: mi sembrava di fare roba inutile al confronto. Poi per (s)fortuna mi riprendo sempre.
ragazzi, abbiate fede, torno tra un paio di ore nella prossima pausa del mio attuale lavoro dal quale mi dileguo di tanto in tanto
aloha bellimbusti e pupacchiotte, torno subito!
Pani#1: il coniglio credo sia una scelta esteticamente coerente alla scelta di uno pseudonimo surreale e al contenuto del libro.
In parte credo sia assurdo prendersi sul serio, troppi scrivono per vedere stampato, non il proprio libro, ma il proprio nome corredato da una (spesso tristissima) fotografia.
Quindi surreale, ironia, coerenza estetica.
State tranquilli, se fossi un medico che presenta la cura per i tumori, non mi vestirei da coniglio alla consegna del premio Nobel.
Che io non mi prenda sul serio non significa che io non prenda sul serio la (mia) scrittura. Stare in bilico tra surreale e ridicolo è difficile, spero mi riesca.
Eppoi il costume da coniglio è troppo caldo, necessiterebbe di prese d’aria, ormai lo userò solo per le presentazioni oltre i 2.000 metri.
Sandra Palombi #1
Credo che il narcisismo (letteralmente dal mito di narciso) sia il vedere la propria immagine riflessa.
Io in realtà metto in scena l’essere nessuno, potenzialmente chiunque potrebbe spacciarsi per me (di quei 37 che mi conoscono al mondo) dentro a quel coniglio.
E’ anche un pretesto per discutere di argomenti interessanti e lo stiamo facendo, in questo vestirmi da coniglio è stato utile.
Comunque in realtà sono narcisista; farei vedere la mia faccia e mostrerei il mio nome solo dalle 100.000 copie in su.
Adesso c’è poco di cui vantarsi.
fernirosso e Donatella righi #1:
beh, Wow!
@ tutti:
mi è capitato tante volte di trovare una non rispondenza tra lo scrittore e l’uomo. Trovare bellissime parole, un bel modo di porsi, una traccia di sensibilità più o meno conclamata, oppure ironia e arguzia, nei testi ‘pubblici’ e poi deludenti frasi in privato.
Con Frank non mi è capitato.
Credo si possa intuire anche dai suoi interventi in questo post.
E credo che questo sia sintomo di ‘verità’ della persona che non deve (dovrebbe) essere mai disgiunta dallo scrittore che è (se lo è).
Comunico che domani uscirà su VDBD un racconto di Frank tratto dal libro Storie ai minimi termini, con una breve (ma non tanto) divagazione mia.
Frank Solitario, pensavo che la mia esca su Hank (Henry Chinaski, l’alter ego di Bukowski) funzionasse. Dunque, o non hai riconosciuto l’esca e hai pensato: “Boh, chissà che vuol dire ‘sto tipo… lasciamo perdere…” oppure… boh.
Siccome penso che tu per un terzo sia una trasfigurazione di Bukowski (della provincia italiana, come lo fu nel suo cantare e vivere Vasco Rossi, finchè i guai della vita spericolata non vennero davvero, e divenne poi, Vasco, d’una profondità più dolce e riflessiva) allora ti avevo citato, di Buk, il suo meraviglioso romanzo “Donne” (si capirà che sono un fanatico di Buk, del suo scrivere, della sua umanissima vita, della sua autoironia?).
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Su romanzi e racconti, brevemente: Borges, che di racconti un po’ se ne intendeva, non faceva che riaffermare, in mille modi, il suo amore per Don Chisciotte, un romanzo dunque. E’ solo una questione di respiro, penso, e di tempi. Una faccenda soggettiva, come il tempo (quello fatto di secondi, ore, e millenni perfino) e il respiro, che si ha, quest’ultimo, in una corsa di cento o mille metri o in una maratona. A me piacciono le maratone, il mezzo fondo, i cento metri, e non li paragono qualitativamente tra di loro. E poi ci sono secondi che mi sembrano anni, e anni che… ecc.
Sul travestimento, c’è una splendida riflessione, nel film di Battiato “Niente è come sembra”, dove uno dei personaggi parla, ricordo con imprecisione, del travestimento come una forma dapprima di osservazione dell’altro, dell’effetto spettacolare, ma poi (l’insegnamento più grande, penso) come enfasi che la maschera dà a sè stessi, una grande possibilità di comprensione di sè stessi. Gulp!
Buona fortuna,
Gaetano
@ Morena
Grazie per la proposta interessante e stimolante.
Su autore e opera, vecchia questione. Come anche sull’età dell’autore.
Nella mia piccola esperienza ho avuto (e forse ancora ho, nonostante il mio mettermi in guardia sui miei stessi pregiudizi) pregiudizi su entrambi gli aspetti. E cioè: guardo l’età dello scrittore, oppure, quando un autore non è più giovane, lo sguardo è attirato dall’età in cui l’autore ha scritto una determinata sua opera. Penso che l’età non c’entri. Altrimenti Rimbaud sarebbe inspiegabile. Penso che l’opera agisca al di fuori di quel che consideriamo “tempo lineare”, e al di fuori della soggettività.
E inoltre, ho incontrato autori deludenti umanamente, rispetto alle loro opere, e viceversa. Ma ciò non dovrebbe condizionarci, altrimenti non potremmo mai leggere Celine o Hamsun, che hanno scritto opere sublimi, nonostante come uomini siano stati delle carogne, in quanto entrambi collaborazionisti delll’occupazione nazista dei loro paesi (Francia e Norvegia). L’Opera agisce forse in un cielo che non è limitato nè dal soggetto nè dal cosiddetto tempo.
Ritorno a Borges, con queste parole:
“Non giudicare l’albero dai sui frutti nè l’uomo dalle sue opere; essi possono essere peggiori o migliori di quelli.” (Da “Frammenti di un vangelo apocrifo”).
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Grazie ancora Morena. Un abbraccio,
Gaetano
@ Gaetano
grazie. Come sempre le tue argomentazioni sono precise e puntuali nell’affrontare il tema.
Mi riferivo in special modo agli scrittori che ho ‘conosciuto’ sul web. E mi riferisco ad un modo di proporsi che non ritrovo poi (salvo qualche eccezione) quando la conoscenza si approfondisce. Un modo di essere ‘scrittore’ che non ha riscontro nell’essere ‘uomo’.
un abbraccio a te
Complimenti vivissimi.
Ottima intervista e ottimo personggio ‘sto Frank.
Tutta fibra naturale.
profonde, contrite ed atterrite scuse all’esimio Subhaga Gaetano Failla
purtroppo non lasciai cadere il suo commento, vi fu un impedimento tecnico dato da imperizia, ossia: nel fare scroll down della pagina web, ho zompato il tuo asciutto e citazionista commento
si, di bukowski ho letto tutto e potrei parlarne per ore, tuttavia mi sento molto distante da lui (forse fatta eccezione di Storie di ordinaria follia)
la sua scrittura ha senso solo se rapportata alla sua vita(un altro è Celine); anche se a volte scivola nel surreale, è quasi sempre iperrealismo autobiografico
quindi lo amo e lo odio; lo amo perché è unico e lo odio perché ha generato una pletora di bukowskiani che pensa che fare scrittura sia parlare dei cavoli propri farcendo il tutto di parolacce, ippodromi (anche se non ci sono mai stati), lattine di birra ciucciate e descrizione compiaciuta della propria maledizione
una vera piaga tutti questi figli di papà che giocano a fare i maledetti
se avrai voglia di leggere il libro penso potrai trovarci tracce di tutto e di niente (Carver e Bukowski, Calvino e Kafka, ovviamente non con paragone annesso) e alla lunga rinvenire una riconoscibilità e unicità del mio stile di scrittura (che non presuppone anche qualità)
per Mox: beh, wow (!) anche a te