I dieci giorni della sosta al Cavo passano veloci, almeno per l’equipaggio, che si fermerebbe volentieri un’altra settimana. Ma lo scrittore è irremovibile: si deve partire perché così impone la tabella di marcia che si è programmato.
Per indole, detesta il pressapochismo, l’approssimazione, la modifica di decisioni prese con calma e razionalità a tavolino. Anche Tigy è d’accordo, occorre salpare, anche se quel paesino delizioso occupa già un cantuccio del suo cuore. La vigilia della partenza accettano un invito che non possono proprio rifiutare come gli altri, per non apparire decisamente scortesi: un pranzo a Villa Hammeler-Mazza, dove ritroveranno Marinetti e la sua famiglia, anche loro in procinto di lasciare l’Elba. Quando varcano il cancello, li accoglie il tripudio rosarancio degli oleandri che si mescola a quello scarlatto delle begonie e al profumo dei carrubi e dei gelsomini in fiore. L’abitazione, costruita sulle rovine di una fastosa villa romana del primo secolo, si trova sul promontorio più alto del paese, Capo Castello, tra la deliziosa Caletta delle Alghe a levante e la più selvaggia spiaggia del Frugoso, a ponente: di fronte, l’azzurro del Canale e il profilo frastagliato della costa toscana. Georges e Tigy restano incantati, in assorta contemplazione per qualche minuto. Li scuote il chiasso di tre bambine, Ala, Vittoria e Luce, le figlie del “guerriero futurista”, che salutano festosamente gli ospiti e li accompagnano dai padroni di casa: grande accoglienza da parte della signora Mazza e del marito, che presentano loro gli altri ospiti, Giuseppe Pietri, maestro di operette con la moglie Giovanna Saladino, e il prefetto Franco Marinotti. Tigy si sente sollevata quando arrivano Filippo Tommaso e Benny, che già conosce per la cena a base di cacciucco sull’Araldo e un paio di passeggiate sul lungomare. Il pranzo, tutto a base di pesce e crostacei, è gustosissimo e cordiale. Italiano e francese si intrecciano, in onore degli ospiti. Si parla di tutto: dalla vita di mare al futurismo, a Maigret e alla nuova svolta che Simenon, col suo commissario, ha dato al giallo, dove il compito principale dell’investigatore non è soltanto scovare un assassino, ma far luce sui percorsi oscuri che portano a delinquere, svelare una vicenda umana, insomma, dove il dramma non appartiene soltanto alla vittima ma anche al suo carnefice. Si conversa anche di musica, in particolare di operetta, per onorare la presenza del maestro Pietri: il compositore elbano ha ormai una fama che supera i confini nazionali e tutti sono interessati ai suoi lavori.
Una sorpresa attende gli ospiti a fine pranzo: un concertino delle più famose arie de “L’acqua cheta” e di “Addio, giovinezza” sono suonate da alcuni musicanti del paese, opportunamente istruiti dai padroni di casa di prepararsi all’ingresso in sala da pranzo, a fine pasto, con la maggiore discrezione possibile, proprio per rendere più efficace l’effetto sorpresa.
In questo sono aiutati dalle bambine, elettrizzate dal compito di introdurli e presentarli a dovere: nome e cognome di ciascuno, strumento musicale e motivo suonato. L’iniziativa ha grande successo.
Ala, Vittoria e Luce sono all’altezza della situazione, si preparano da almeno una settimana all’evento. Però, in cambio, hanno preteso un loro piccolo teatrino: Benny e la padrona di casa non ce l’hanno fatta a dire di noi…Proprio l’anno prima, d’estate, la paurosa caduta di Ala dal dirupo sottostante la villa aveva fatto temere il peggio. Soltanto grazie ai rovi e ai cespugli, non si era sfracellata sugli scogli ma il viso era rovinosamente ferito e soltanto le mani d’artista di Benny, riaccostando i lembi di pelle strappata e fasciandola, avevano impedito che rimanesse sfregiata. L’urlo della bambina era stato sentito da tutto Capo Castello e tutti erano accorsi. Marinetti, che si trovava in continente, era arrivato alle due di notte con una lancia messa a disposizione dal prefetto, portando con sé il più noto chirurgo plastico torinese e maledicendo la scelta di un luogo così isolato per la vacanza delle sue bambine. In quell’occasione, lui, il guerrafondaio, il “macho” per eccellenza della cultura italiana, si era mostrato un padre tenerissimo: “Sembri un gattino caduto nel latte” aveva sussurrato alla figlia quando aveva riaperto gli occhi tra il groviglio delle bende. Per fortuna tutto era andato per il meglio e del chirurgo non c’era stato bisogno.
Ora, a un anno di distanza, il ricordo è ancora vivo e se Ala chiede, difficilmente si dice di no. Così, dopo i musicanti, i commensali devono sorbirsi la recita delle bambine: un balletto cantato, indossando costumi su cui pazientemente, con l’aiuto determinante della domestica, hanno cucito bacche, fragoline e fiori trovati in giardino. Alla fine dell’esibizione, con un lancio che pretende d’essere artistico ma si rivela solo maldestro, la frutta tirata in aria finisce sugli abiti chiari dei presenti, regalando macchie qua e là, come una manciata di coriandoli a carnevale. Un po’ di sconcerto, poi risa e applausi da parte di quasi tutti. Georges e Tigy si divertono e battono le mani più degli altri: hanno abiti sportivi, com’è loro usanza, e non risultano danneggiati dal lancio incauto. Decisamente arrabbiati contro le figlie e la loro imprevidenza sono invece i genitori delle bambine, che le rimproverano aspramente e promettono punizioni esemplari.
Il ritorno sull’Araldo dei Simenon, dopo i saluti di rito e la gradevole passeggiata sul lungomare illuminato dal sole e profumato di tamerici in fiore, è accompagnato da un sospiro di sollievo.
Si preparano a lasciare l’Elba, l’isola a forma di pesce che li ha accolti così cordialmente. Ci ritorneranno mai? Chissà!
Salpano di buon mattino: l’equipaggio è indaffarato a caricare provviste, acqua dolce, frutta e verdura, polli e conigli vivi, ma la coppia intuisce il groppo in gola di quegli uomini che lasciano la loro gente, il loro paese per mesi. E infatti sul molo spunta qualche fazzoletto che asciuga furtivo una lacrima di mamma o di fidanzata e poi viene sventolato a lungo, finché l’Araldo non è più che un puntino all’orizzonte.
Per una decina di giorni, tutto fila liscio: l’equipaggio è di buon umore perché il vento è quello giusto e la goletta scivola che è una bellezza sull’acqua di smeriglio, le vele tese, il corteo di schiuma ai lati dello scafo.
Si è deciso di puntare verso la Sicilia, senza scali, che vuol dire percorrere buona parte della lunghezza dello stivale italiano. Sul ponte i rumori e gli odori ricordano più la campagna che l’alto mare, a causa degli animali destinati all’immolazione quotidiana; a questi si aggiungono mucchi di legumi e di frutta, salsicce e conserve di tutti i tipi. Insomma, è un bel quadretto di prosperità e abbondanza. Al sorgere del sole non manca il chicchirichì di un bianchissimo gallo… come se si fosse in pieno paesaggio rurale, campi di grano o colline di viti e d’olivi, un piccolo podere, la casa contadina con l’aia davanti dove razzolano anatre e polli e il campanile della chiesa di paese sullo sfondo.
Invece il gallo annuncia lo spettacolo giornaliero, grandioso e snobbato, dell’inizio d’un nuovo giorno a un equipaggio sonnacchioso e come esausto di tanta bellezza. E proprio lui, la creatura più sensibile di tutte, rischia di finire in pentola entro la giornata, se il cuoco, già con lo spicchio d’aglio in mano ha deciso così!
Dopo la sveglia campagnola, che c’è di meglio di un tuffo nell’acqua senza fondo, così fredda e tonica da svegliare proprio bene, fugando i rimasugli del sonno e promettendo dolci ore di ozio, a fare quello che si preferisce, senza nemmeno l’ingombro di un abito!?
E’ uno dei riti più appaganti per Georges e la stessa Tigy, inizialmente recalcitrante. L’impatto con quell’acqua trasparente e infinita nella sua profondità, la breve nuotata per scaldarsi a ridosso della goletta, e poi l’abbraccio salato di due corpi che si cercano per allegria, gioco, desiderio e affetto, è lo sperimentato viatico di una buona e serena giornata.
Sul ponte, quando si cammina, può capitare di tanto in tanto di inciampare in qualcosa che grugnisce: è un marinaio che dorme in un angolo, sbracato, con la bocca e le mutande aperte. Più in là, un altro, quasi sempre il bel mozzo scontroso, si gratta i calli con il temperino. Un terzo ancora, scavalcando il bompresso, soddisfa con naturalezza le sue urgenze fisiologiche senza bisogno di water e di sciacquone. Che poesia! Che romanticismo!
In quella decade beata, col vento in poppa e l’umore alle stelle, lo scrittore si rituffa nei suoi classici greci e latini: Odisseo e Enea nelle loro peregrinazioni mediterranee gli assomigliano, come lui, anch’essi sono nelle mani di Eolo e di Poseidone.
Con questa differenza, che loro avevano una meta, se anche distratti dal miraggio del sentimento, dell’eros dell’avventura scelta o subita; lui, invece, pur attratto irresistibilmente delle stesse sirene, viaggia per il gusto di viaggiare, di capire l’anima di quel mare e della sua gente.
Ora si trovano al largo di Napoli: si scorgono in lontananza migliaia di minuscole case in fondo al golfo e là, proprio al suo posto, come nella più classica delle cartoline, il Vesuvio col suo pennacchio di fumo d’ordinanza.
Ma il vento, dopo essersi comportato bene per giorni e giorni, adesso, esausto, cessa di soffiare del tutto e, quando riprende, soffia in direzione opposta a quella necessaria. A bordo, il nervosismo si taglia a fette. Per cento volte Simenon abbandona Omero o Aristofane per guardare la manica a vento sotto l’albero e notare una qualche variazione promettente. Altrettanto fanno i marinai. Quando i loro sguardi s’incrociano è tutto un sospiro e qualche volta una bestemmia. Non c’è altro da fare che bordeggiare, se ne vanno fin quasi in Sardegna, per poi tornare indietro con la speranza di procedere un po’. Tutto per vedere davanti il Vesuvio che prima era dietro!! Quando arriva un refolo di vento si è pronti a approfittarne…intanto ci si consola con gustosi manicaretti. Il cuoco sta giusto preparando un coniglio per affidarlo alla pentola, quando lo scrittore esclama, arricciando il naso:
-Puzza questo coniglio!-
-No, davvero! Non puzza il mio coniglio!
-Eppure non può essere che lui a puzzare così…
Poi la sgraditissima sorpresa: ad avere quell’odore tremendo sono le botti d’acqua dolce! La provvista è avariata e …la meta lontana. A meno di non essere particolarmente fortunati, con un vento miracoloso che cominci a soffiare nella direzione giusta, occorrono ancora tre o quattro giorni per raggiungere la Sicilia. E nel vecchio barile ormeggiato sul ponte restano soltanto una cinquantina di litri d’acqua potabile!
I marinai buttano a mare il contenuto inservibile e fetente di dieci botti …poi è tutto un controllo reciproco per evitare di sprecare anche una sola goccia del prezioso liquido; e il mozzo che, per lavarsi le mani, ha esagerato, rischia quasi il linciaggio. E vietato lavarsi! E vietato farsi la barba! Per i denti, Simenon usa alcune bottiglie d’acqua di Vichy che ha portato con sé. Per il resto, occorre accontentarsi dell’acqua di mare, che viene adoperata anche per mettere a bagno e bollire i legumi, col risultato che fagioli e ceci si rifiutano di cuocere e risultano disgustosi anche a palati poco schizzinosi. In quest’atmosfera di tensione alle stelle, Angelino tenta la conciliazione:
- Domani avremo maestrale…- ma nessuno gli crede e il maestrale latita bellamente non solo l’indomani ma anche i giorni successivi. Non si vede nemmeno passare una nave all’orizzonte: l’Araldo è solo, abbandonato. Tigy cerca di reagire all’ansia e alla noia dedicandosi al disegno, alla pittura di piccoli quadri, a annotare anche lei fugaci impressioni di viaggio, a comporre poesie, a scattare foto. Georges è inavvicinabile: ce l’ha col mercante che gli ha venduto botti non adeguatamente spalmate di paraffina; ce l’ha con i marinai che non conoscono il loro mestiere e promettono venti che non arrivano; ce l’ha col Vesuvio, sempre lì davanti come un’ossessione, mentre quello che vorrebbe vedere è Stromboli, perché questo indicherebbe che non sono ancora inchiodati nello stesso punto di quel mare che pare melassa. Le Istruzioni nautiche che consulta continuamente dicono che il vulcano è visibile a cento miglia, che il suo pennacchio rosso è inconfondibile e illumina il cerchio di mare circostante. Passano altri tre giorni, ma di Stromboli nessuna traccia…La sera successiva una luce indica che sono passati già oltre, in che modo è un mistero. Ma il vento ancora tace e le correnti sono contrarie: c’è veramente il rischio di tornare al Vesuvio. Allora Simenon, fuori di sé, pur essendo notte, fa preparare il canottino a motore che gli serve per la pesca. Occorrono quasi due ore prima che il motore parta, ma, quando finalmente succede, si mette davanti all’Araldo e lo prende a rimorchio…un aquilone che pretende di trascinare una mongolfiera…La goletta si muove, ma di un nodo soltanto: a Messina metteranno piede una settimana più tardi, dopo aver sospirato per tutto il tempo di poter mangiare finalmente quelle cassate che hanno la fama d’essere i più buoni gelati del mondo.
E infatti, appena arrivati nella città siciliana, ormai così impazienti di poter mettere i piedi a terra, da non essere in grado di sopportare nemmeno un minuto di più la goletta, le restrizioni nell’uso dell’acqua, la convivenza reciproca; si precipitano fuori dell’Araldo: il nostromo e i suoi uomini sono incaricati di fare aggiustare le botti e riempirle, il capitano di sbrigare tutte le pratiche burocratiche per una permanenza di qualche giorno almeno, i Simenon progettano d’andarsene in giro per l’intera giornata. Prima, però, tutti insieme si apprestano al rito tanto agognato: mangiare cassata. Per i loro palati sottoposti alla tortura dell’acqua salata e del minimo indispensabile d’acqua dolce, l’armonia tra gelato, canditi e pan di Spagna è sublime. Non smetterebbero più di mangiarne, a costo di sentirsi male.
Poi si salutano. Georges e Tigy si godono la città e un po’ d’intimità, dopo tanta vita in comune con altre persone. Passeggiano per la mano, come una coppia qualunque, riempiendosi gli occhi del paesaggio, della gente, dei rumori e della confusione d’una vera città, dopo tanto mare, solitudine, piccole isole e piccoli paesi. Sembra strano camminare sull’asfalto, non dover assecondare il rollìo d’uno scafo: è una sensazione piacevole di sicurezza, di forza.
- Che emozione aver attraversato lo stretto…ci si sente in un altro mondo- osserva la ragazza- ma… com’è il racconto mitologico di Scilla e Cariddi!? Raccontamelo per bene, so solo che erano due mostri…Ieri eri troppo concentrato a guardare i pescatori di pesce spada…e non mi hai dato soddisfazione!-
- Ho letto che le leggende sullo stretto sono nate dal fatto che questo tratto di mare è turbolento perché attraversato da correnti piuttosto forti, di segno opposto che formano vortici pericolosi per le piccole imbarcazioni Allora la fantasia degli antichi ha immaginato che ci fossero due mostri ai lati opposti dello stretto…Ne parla Omero, ne parla Virgilio…
- Chi era Cariddi? Racconta!- Tigy è affascinata dal mito e pende dalle labbra di Georges, che è un grande affabulatore, se è di buon umore. Ora passeggiano insieme, da soli, finalmente e lei si sente stranamente leggera e felice.
- In origine Cariddi era una donna, figlia di Poseidone, il mare, e di Gea, la terra. Aveva una voracità insaziabile e un giorno, per soddisfare la sua fame perenne, rubò a Eracle i buoi di Gerione e se li mangiò. Allora Zeus la fulminò facendola cadere in mare e trasformandola in un mostro capace di inghiottire le navi di passaggio. Omero ne parlò per primo dicendo che ingoiava tre volte al giorno un’immensa quantità d’acqua per poi sputarla ma trattenendo tutti gli esseri viventi che vi trovava…
- Che fantasia meravigliosa, Georges, questi antichi…E Scilla invece!?
- Scilla invece era una bellissima ninfa, che viveva presso l’attuale città di Reggio Calabria. Amava passeggiare sulla spiaggia e fare il bagno nelle acque limpide del Mar Tirreno. Una sera, in quei luoghi, incontrò un pescatore di nome Glauco che, vedendola, si innamorò pazzamente di lei, tanto da respingere la stessa Circe. La maga allora, furiosa, si vendicò trasformandola in un mostro orribile con sei teste di cani rabbiosi e ringhianti.. Così Scilla, per non farsi vedere, si nascose in un antro presso lo stretto, là dove la costa calabrese si protende verso quella siciliana. Dal suo desolato nascondiglio, Scilla seminava terrore tra i naviganti che imprudentemente le passavano vicino….
- E le Sirene c’entrano qualcosa con Scilla e Cariddi e la Sicilia!?
-.C’entrano nel senso che quando Odisseo si congeda da Circe, la prima raccomandazione della maga è quella di sottrarsi con tutti i mezzi al canto ammaliante delle Sirene, che avrebbe incontrato prima dei due mostri dello stretto. E’ allora che lui, -ricordi?- si fa legare all’albero maestro della nave dai suoi marinai a cui aveva fatto otturare le orecchie con la cera, perché non udissero l’irresistibile richiamo…Lui, invece, non vuole sottrarsi a questa sfida e ascolta… Resiste solo grazie agli stretti nodi che lo avvincono all’albero, che sono più forti di lui…
- Ma questo canto secondo te era solo un’attrazione sessuale!?
- Mah, forse no, forse era più un’attrazione intellettuale: le Sirene forse promettevano una conoscenza senza limiti, senza vincoli, più attraente dello stesso sesso, per Odisseo almeno…
- Anche Fata Morgana ha a che fare con questi posti!?- insiste Tigy, ora che si sono seduti su una panchina dei giardini e l’ultimo sprazzo di rosso aranciato sta per cedere il passo alle ombre della sera
- Tesoro mio, sai già tutto, perché me lo chiedi!?
- Per sentirti parlare…solo a me!- e si stringe di più a lui, aspirando forte il suo odore buono di colonia, di tabacco, di uomo forte e sicuro
- Negli antichi romanzi cavallereschi, Fata Morgana è la sorella di re Artù –ricordi, no, il famoso triangolo Artù, Ginevra, Lancillotto!?- e l’allieva di Mago Merlino. Il mito la vuole maga potentissima e brava a stupire i siciliani col suo far apparire immagini illusorie sulla superficie del mare. La leggenda racconta che nelle giornate di cielo sereno, la Fata si affaccia sulle acque dello Stretto di Messina e fa rimbalzare tre sassi sul mare azzurro, dando magicamente forma a figure di palazzi e foreste…La realtà è molto meno fascinosa: le strane forme sono dovute a un fenomeno visivo che si verifica…un’illusione ottica, insomma, determinata da variazioni di temperatura negli strati bassi dell’atmosfera, quelli più a contatto col mare, soprattutto nelle prime ore del mattino…Allora, quando il cielo è terso, per la diversa densità dell’aria, dalla sponda è possibile vedere le immagini riflesse e moltiplicate della città costiera sul lo specchio del mare …Mi chiedo perché questo mito nordico qui…forse si spiega con la presenza normanna…
- Georges, ma insomma questa è proprio terra di mito e di storia….greci , fenici, romani, arabi, normanni, angioini aragonesi…
- Ehi, dolce Tigy, ti sei documentata bene…
- Certo, non voglio mica essere la moglie ignorante dello scrittore colto e famoso…
- Sì, questa è terra di mito e di storia…e di mafia…purtroppo. Chissà se ne sentiremo parlare, se ce ne accorgeremo in qualche modo…I più famosi gangsters americani vengono da qui…Ma ora godiamoci la vista sullo stretto e la pace della sera e di questa città…Lo sai che il maremoto del 1908 l’ha quasi distrutta!?
-Povera Messina…
Si avviano lentamente verso l’Araldo, accompagnati da una luna quasi piena, meno algida e distaccata del solito. Trovano l’equipaggio intero col mal di pancia, data la gran scorpacciata di cassate che Angelino e company hanno fatto…anche loro si sentono un po’ ripieni ma niente di più. La notte messinese trascorre sostanzialmente tranquilla.
La mattina dopo si fa vela per Siracusa.

L’episodio relativo al pranzo a casa Hammeler-Mazza, di cui non si parla nel “diario di bordo”, l’ho dedotto da un’intervista a Ala Marinetti apparso sulla Stampa diversi anni fa, dove si racconta anche la rovinosa caduta di cui fu vittima.
Gisella
cara gisy, scusami, ti leggo dopo, qui si soffoca…abbraccio, api.
si avverte profumo del “mio” mediterraneo.. “luogo” che adoro..
CHE MAGNIFICO SPETTACOLO! Mi riempie ancora gli occhi, il naso, le orecchie il cuore…Che meraviglia quel viaggio in una Sicilia infuocata d’agosto. Ferni
@api, non ti scusare, aspetta il maestrale fresco per leggerlo, è lungo lo so…
@sì, Roberto, forse è la nostra vera identità geografica e culturale
@ferni, io aspetto ancora di conooscerla, la coltivo nel cuore
grazie dell’attenzione, un abbraccio
Gisella
gisy, l’ho letto! clemente il vento che oggi rinfresca e mi ha portato da te…con odore di mare, dove? a casa mia!
il marenostrum, che lambisce con nomi diversi l’isoletta che calpesto. ho tirato su i piedi, l’altezza non è granchè ed ho scorto, in lontananza, un’altra isola, mai vista,solo sognata e scopro che le isole non hanno confini o meglio, ogni loro
linea e rientranza s’incastrano una all’altra, come in un puzzle…poi la storia può variare, ma ci incontra lo stesso, se lo si vuole. grazie ancora, attendo, settembrina, il proseguo..baci, api.
Grazie, davvero, api…la prossima tappa sarà Siracusa, poi Malta…C’è ancora da viaggiare, la crociera non finisce qui!!
ricambio baci+Gisella
cara gisi, sciamo e ti mando una grande abbraccio..i tuoi viaggi sono stati splendidi, potrò leggerti ancora, forse.
antonia.