
Il poeta Mahmoud Darwish è morto, il 9 agosto 2008.
Poeta epico-civile della resistenza palestinese, considerato il “poeta nazionale della Palestina” ha raccontato la storia della propria terra attraverso il filtro delle sofferenze vissute in prima persona, delle proprie ferite derivanti dall’esilio e dall’osservazione delle ferite del proprio popolo.
Nato il 13 marzo 1941 ad Al Birweh, in Galilea, allora sotto mandato britannico e oggi nel nord di Israele. Durante la guerra arabo-israeliana del 1948, questo villaggio fu raso al suolo e i suoi abitanti furono costretti all’esilio. La famiglia Darwish fuggì in Libano dove rimase per un anno, prima di tornare clandestinamente in Israele, nella località di Deir al Assada. Mahmoud studiò nelle scuole arabo-israeliane (in arabo e ebraico) e andò a vivere ad Haifa. Nel 1960, a 19 anni, pubblica la sua prima raccolta di poesie, Uccelli senza ali. Un anno più tardi aderisce al Partito comunista d’Israele. Dopo un lungo periodo di restrizioni, all’inizio degli anni Settanta sceglie l’esilio, prima a Mosca, poi al Cairo. Nel 1973, a Beirut, dirige il mensile Questioni palestinesi e lavora come caporedattore nel Centro di ricerca palestinese dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina), cui aderisce mentre l’organizzazione è in guerra con Israele. Se ne va dall’Olp nel 1993 per protestare contro gli accordi di Oslo che, secondo lui, non daranno una “pace giusta” ai palestinesi. Ma nel 1995 torna a Ramallah, in Cisgiordania, dopo l’avvento dell’Autorità palestinese. Nel maggio 1996 viene autorizzato a entrare in Israele, per la prima volta dopo l’esilio, per partecipare ai funerali dello scrittore arabo-israeliano Emile Habibi.
In questi ultimi anni ha vissuto tra Ramallah e Amman. Molti e prestigiosi sono i riconoscimenti ottenuti. Dall’ex Urss fu insignito del Premio Lenin, la Francia lo ha nominato cavaliere delle Arti e delle Lettere, e all’Aja ha avuto il prestigioso premio Prince Claus per la «sua opera impressionante».
Darwish era gia’ stato operato due volte al cuore, nel 1984 e nel 1998. Dopo la seconda operazione aveva scritto un poema intitolato ‘Morte, io ti ho sconfitta’. Aveva subito una nuova operazione al cuore
-mercoledi’- in Texas, Stati Uniti e respirava con l’ossigeno a causa di complicanze.
Negli Stati Uniti è deceduto. La Morte l’ha sconfitta: non con il corpo ma con la poesia.
Fabiano Alborghetti
Polvere da sparo
Potete legarmi mani e piedi
Togliermi il quaderno e le sigarette
Riempirmi la bocca di terra:
La poesia e’ sangue del mio cuore vivo
sale del mio pane, luce nei miei occhi.
Sara’ scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro,
la cantero’ nella cella della mia prigione,
al bagno,
nella stalla,
sotto la sferza,
tra I ceppi
nello spasimo delle catene.
Ho dentro di me un milione d’usignoli
Per cantare la mia canzone di lotta.
Carta d’identità
Scrivi : sono un arabo;
la mia carta porta il numero cinquantamila.
Ho otto bambini,
e il nono nascerà dopo l’estate.
Ti dispiace forse ?
Scrivi : sono un arabo;
impiegato con i compagni della miseria in una cava,
ho otto bambini
per i quali dalla roccia
ricavo il pane,
i vestiti ed il quaderno.
Non chiedo la carità alle vostre porte
né mi umilio davanti alle piastrelle dei gradini.
Ti dispiace forse ?
Scrivi : sono un arabo; un nome senza titolo
e resto paziente in una terra
dove tutto vive con impulso di furia.
Le mie radici si sono ancorate qua,
prima del nascere del tempo
prima dell’apertura delle ere
anteriormente ai cipressi, agli uliveti
ed al crescere dell’erba.
Mio padre …viene dalla stirpe dell’aratro,
non è un figlio di signori privilegiati,
mio nonno pure era un contadino
né ben cresciuto, né ben nato !
Mi insegnava l’orgoglio del sole
prima di insegnarmi la lettura dei libri.
La mia casa è la guardiola di un custode
fatta di rame e di canna.
Sei soddisfatto della mia posizione ?
Ho un nome senza titolo !
Scrivi : sono un arabo;
dai capelli color carbone
e dagli occhi bruni.
La mia descrizione:
un akal [3] sulla kufiyya copre il mio capo;
e il palmo della mano duro come la roccia,
graffia chi lo oserebbe toccare.
Il mio indirizzo è :
un villaggio disarmato … dimenticato
dalle vie senza nomi.
Scrivi : sono un arabo;
avete rubato la vigna dei miei nonni
e la terra che coltivavo
insieme ai miei figli.
Senza lasciare a noi nulla
né ai nostri nipoti …
se non queste rocce.
E’ forse vero che il vostro stato
prenderà anche queste …
come si mormorava ?
Allora !
scrivilo in cima alla prima pagina :
“non odio la gente
né aggredisco alcuno,
ma se divento affamato
la carne dell’ usurpatore sarà il mio cibo.
Attenzione !
Guardativi
dalla mia collera
e dalla mia fame !
Si tratta di un uomo
Incatenarono la sua bocca
legarono le sue mani
alla roccia della morte
e dissero : “ sei un assassino “.
Gli tolsero il cibo, gli abiti, le bandiere
lo gettarono nella cella dei morti
e dissero : “ sei un ladro “.
Lo rifiutarono in tutti i porti
portarono via la sua piccola amata
e dissero : “ sei un profugo “.
O tu, dagli occhi e le mani sanguinanti !
la notte è effimera,
né la camera dell’arresto
né gli anelli delle catene
sono permanenti.
Nerone è morto, ma Roma no,
lotta persino con gli occhi !
e i chicchi di una spiga morente
riempiranno la valle di grano.








