testi senza testimone-fernanda ferraresso

di fernirosso

z.beksinski

Io

sono uno s(pro)fondo.
E sono un punto. Uno, dentro un punto che si è trasformato in lontananza.

Mi sono mossa un passo alla volta, un piede dopo l’altro e sono arrivata al fiume.
Ho lasciato i miei vestiti sulla riva. Le scarpe, il cappello.
Mi sono buttata.
Il caso, la maledetta fortuna ha voluto che ci fosse qualcuno sull’altra riva, nera di notte, da non vederci che i suoni. Qualcuno mi ha vista e mi ha portata via. Via da quella porta verso l’oltre.
Volevo il vento oltre questa vita. Oltre tutto: volevo un altra me stessa.
Volevo starmene distesa con queste mie ossa al passaggio del vento, facendo silenzio. Io stessa silenzio. Io stesa, assoluta. Il vento su di me: terra ormai, santa, in questo campo dove ho seppellito i miei tre figli. Uno per uno sono già dentro di me. Per questo volevo raggiungermi. Volevo raggiungere il dove, il quando, il sempre.


me ne stavo come un fagotto marchiato
dagli escrementi assediato come un fortilizio
pronto a crollare.
In quel lezzo qualcosa della morte sfaceva
i fili del corpo, la favola incancreniva.
Non c’erano bozzoli
le farfalle erano larve
che già dalle carni
non più mie la propria producevano.
Abbandonate a quello dell’inizio
l’ abito: uno stare teneramente orribile
la croce, fissione di una vita ai chiodi di altre
irriducibile forza di un amore fatto di terra e riproduzioni.
…..
…..
fino a non sentire più
tanta è l’assuefazione del vivo che s-muore sul morto.
……
……
Ora fisso un chiodo. Non ho memoria d’altro.
Sento.

Tutto il dolore del mondo in quel chiodo.
Mi penetra la carne. Mentre sono ancora.
Mentre tu sei.  Chi? Un uomo? Io sono l’attimo doloso.
Scabra si fa la parola.
Svuota le bocche come fossero orinatoi.
…..
Neri i corvi col becco
rosso immerso nel sangue.
…..
Dalla tua fronte scavano la memoria
le pulci, la lama sul costato cerca
le vie, apre la geografia dei dettati.

Tra-dire. Un
lungo suo-no, un lunghissimo fiato.
….
Si avvolge nero dentro il sangue.
La morte si fa: tua.
Sorella più prossima di una sposa.
Non puoi penetrarla senza che in lei si scardini
la luce di questo
mondo legato
alle cinghie divelte dei muscoli e tu senza quei veli
sceso in terra senza che altri vedano
forse riaffiori nell’ora di un altare
tra memorie che si spengono dentro
la cavità dell’orbita incrociando, piano, il tuo sguardo perduto.

Qui, dentro qui
questa città di pietre smosse
dove mi trascorrono le vie e gli archi
le età del mio tempo
mi tremano addosso tutte le mani qua
e là viventi ancora, intrappolate
tra l’intonaco e la fuga, smessa da poco dentro altra pietra.
Qui, ment(r)e mi raduno, chiamo i cicli della gioia e
si intervallano in veloce susseguenza l’improvviso
dolore che transita
la vita e la provvisoria sua sostanza.

….
Il mio popolo di turbine.
Roccia diffusa e-
rosa.
Solitari.
Brillanti.
Paradisi inclinati.
Incrinati rossi inferni permutanti.
Questo mio sangue.
Popolo della terra
In mille grotte faglie grida.
Uccelli lampi
Luci del mare che abbaglia.
Là dove tutto nasce.

13 Responses to “testi senza testimone-fernanda ferraresso”

  1. l’immagine è azzeccata. il testo è come un lungo e doloroso monologo, direi un monologo teatrale. un percorso angosciante ma alla fine si giunge “là, dove tutto nasce” ciao antonella

  2. mi pare di leggere una sorta di comunione nella morte con Cristo. c’è una passione dolorosa, un immergersi senza pelle nei meandri più tortuosi e abissali della vita che finisce in mezzo al fango, ad un inferno che niente concede all’anima ed al cuore. bisogna viverle, sentirle , certe cose, per scriverle.

  3. c’è anche Cristo, come scrive Blumy, e altro, prima, tutto un macro-microcosmo doloroso, una tua incredibile capacità identificativa e metamorfica con gli esseri umani e non, piccoli e grandi, e l’enorme sofferenza della vita, il desiderio di essere e non essere insieme, l’essere costretta e il voler vivere fino in fondo…resto attratta ed abbacinata, nel leggerti! fai paura, certo, ma la vita prevale, alla fine:-)
    marina

  4. m’investo degli altri
    me fatta spugna insaziabile
    di altre vite
    che colgo, sento
    anche quando il rumore mi diventa
    insopportabile.
    più che mai
    la loro sofferenza è la mia.
    ed io?
    rischio di perdermi
    o mi ri/trovo? nella vita, mi ritrovo.

    grazie ferni, come sempre,antonia.

  5. in questa sera già buia in mezzo ai monti, ho visto, fino ad ora, 5 stelle cadenti,ne dedico una a ciascuna di voi, una la tengo per me. Bacio,ferni infreddolita.

  6. grazie per le stelle, ferni…da qui purtroppo non si possono vedere, c’è troppo inquinamento luminoso:-(
    mi rifarò in montagna, dopo il 18
    baci
    marina

  7. mi hai tolto il fiato. Capita spesso che, leggendoti, legga me stessa nelle tue parole e “senta” i tuoi percorsi, comuni e vicini al mio sentire, che lo senta talmente forte da rimanerne stordita.

    grazie, ferni, ancora una volta.

    dmk

  8. un poemetto esistenziale, la nudità dell’attraversamento ‘in-contro e dentro’ la vita, senza vestiti, senza scarpe e senza cappello. Un ‘fagotto’ tutto dentro. Un viaggio testimoniale e primordiale all’origine della cre(azione).
    Un bacio Mapi

  9. Visionarietà che si scontra e incontra col senso di stupore attonito (thauma).
    Disseminazione e decostruzione, ancora una volta. E c’è sempre la cifra della trasformazione (e della rinascita attaraverso la fertilità), ma anche del riflesso e della scelta di sè invece che del simulacro come doppio. Mi piacciono molto i tuoi mondi di mezzo.
    Io sono l’attimo doloso, poi, mi ha creato un tumulto.
    Un abbraccio.
    Alessandra*

  10. è un testo, questo, composto di più parti e visioni.Ci sono memorie lontanissime ma non per questo meno violente e ci sono ricordi vicinissimi temporalmente.Tutte queste sono visioni e hanno un corpo dentro il mio, anzi,sono il mio corpo. All’inizio ne volevo fare un testo per un corto.Infatti l’ho passato ad un mio ex allievo, laureatosi in regia cinematografica e che ora lavora in giro per il mondo,che mi aveva chiesto di fornirgli una base per una sceneggiatura. Ci stiamo lavorando,perchè il testo per un film deve tenere conto di tutte le inquadrature e i passaggi,quindi è di fatto una riscrittura.Grazie a voi tutte.ferni

  11. immagini fortemente plastiche, che bucano…
    un saluto
    Gisella

  12. Scusami Gisella,rispondo straordinariamente tardi.Grazie per l’attributo che doni a queste visioni, la plasticità, tra l’altro di cose “morte” o che hanno a che fare con la morte: la scrittura e la storia bloccata dentro quei segni di uno scalpello che non esiste material-mente. La scultura ha rincorso nella riproduzione della forma la vita ma poi ha dovuto ricercarne l’es-senza cercando di catturarla dentro la materia dei blocchi che usava,fossero di pietra o di metallo o di altro ancora. Oggi anche la scultura si muove per evocazioni, più che per dichiarazioni. Non pensi? Grazie,ferni

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