z.beksinski
…
Io
sono uno s(pro)fondo.
E sono un punto. Uno, dentro un punto che si è trasformato in lontananza.
Mi sono mossa un passo alla volta, un piede dopo l’altro e sono arrivata al fiume.
Ho lasciato i miei vestiti sulla riva. Le scarpe, il cappello.
Mi sono buttata.
Il caso, la maledetta fortuna ha voluto che ci fosse qualcuno sull’altra riva, nera di notte, da non vederci che i suoni. Qualcuno mi ha vista e mi ha portata via. Via da quella porta verso l’oltre.
Volevo il vento oltre questa vita. Oltre tutto: volevo un altra me stessa.
Volevo starmene distesa con queste mie ossa al passaggio del vento, facendo silenzio. Io stessa silenzio. Io stesa, assoluta. Il vento su di me: terra ormai, santa, in questo campo dove ho seppellito i miei tre figli. Uno per uno sono già dentro di me. Per questo volevo raggiungermi. Volevo raggiungere il dove, il quando, il sempre.
…
…
me ne stavo come un fagotto marchiato
dagli escrementi assediato come un fortilizio
pronto a crollare.
In quel lezzo qualcosa della morte sfaceva
i fili del corpo, la favola incancreniva.
Non c’erano bozzoli
le farfalle erano larve
che già dalle carni
non più mie la propria producevano.
Abbandonate a quello dell’inizio
l’ abito: uno stare teneramente orribile
la croce, fissione di una vita ai chiodi di altre
irriducibile forza di un amore fatto di terra e riproduzioni.
…..
…..
fino a non sentire più
tanta è l’assuefazione del vivo che s-muore sul morto.
……
……
Ora fisso un chiodo. Non ho memoria d’altro.
Sento.
…
Tutto il dolore del mondo in quel chiodo.
Mi penetra la carne. Mentre sono ancora.
Mentre tu sei. Chi? Un uomo? Io sono l’attimo doloso.
Scabra si fa la parola.
Svuota le bocche come fossero orinatoi.
…..
Neri i corvi col becco
rosso immerso nel sangue.
…..
Dalla tua fronte scavano la memoria
le pulci, la lama sul costato cerca
le vie, apre la geografia dei dettati.
…
Tra-dire. Un
lungo suo-no, un lunghissimo fiato.
….
Si avvolge nero dentro il sangue.
La morte si fa: tua.
Sorella più prossima di una sposa.
Non puoi penetrarla senza che in lei si scardini
la luce di questo
mondo legato
alle cinghie divelte dei muscoli e tu senza quei veli
sceso in terra senza che altri vedano
forse riaffiori nell’ora di un altare
tra memorie che si spengono dentro
la cavità dell’orbita incrociando, piano, il tuo sguardo perduto.
…
Qui, dentro qui
questa città di pietre smosse
dove mi trascorrono le vie e gli archi
le età del mio tempo
mi tremano addosso tutte le mani qua
e là viventi ancora, intrappolate
tra l’intonaco e la fuga, smessa da poco dentro altra pietra.
Qui, ment(r)e mi raduno, chiamo i cicli della gioia e
si intervallano in veloce susseguenza l’improvviso
dolore che transita
la vita e la provvisoria sua sostanza.
….
Il mio popolo di turbine.
Roccia diffusa e-
rosa.
Solitari.
Brillanti.
Paradisi inclinati.
Incrinati rossi inferni permutanti.
Questo mio sangue.
Popolo della terra
In mille grotte faglie grida.
Uccelli lampi
Luci del mare che abbaglia.
Là dove tutto nasce.









