TINA MODOTTI – CALLE
La scrittura di Gabriella Gianfelici è sorprendente.
Il nostro è un tempo in cui sembra riuscire a farsi ascoltare solo l’arroganza di chi strilla più forte degli altri, e a farsi notare solo chi ricorre al sensazionalismo spicciolo e trito. Esiste, e vende anche bene, una “letteratura-spazzatura”: riflesso della televisione-spazzatura e specchio della misoginia patriarcale che, trasversale da oriente a occidente, combatte una guerra di confine sul corpo delle donne.
In questo contesto, imbattersi nelle pagine di Gabriella Gianfelici è un felice shock. Infatti, con l’efficace definizione di Christiana de Caldas Brito, “Parole semplici e sentimenti forti, ecco il segreto della poesia di Gabriella Gianfelici”: non a caso, in Essere lo spazio vuoto fra due righe, Gianfelici riconosce nella madre, che leggeva Leopardi da un consunto volumetto rilegato di rosso, l’inizio di una venue à l’écriture irrinunciabile.
Al centro del lavoro della poeta stanno relazioni di amore e di amicizia declinate al femminile. Si tratti delle sorelle Ancesti di Sèmpoli, di Cecilia, della piccola Fosca o delle streghe torturate e uccise nell’antica Certaldo, questi ritratti dipinti a tinte delicate si imprimono senza scampo negli occhi e nel cuore di chi legge, con il loro raccontare la differenza: “Ho scritto idealmente sul corpo, sfogliandolo come una pagina bianca”[1].
Gabriella non è un’intellettuale da torre d’avorio. Nella vita si è tuffata e spesa a piene mani, curiosa e senza risparmio: “Prima si vive. La teoria viene sempre dopo, e anche lo scrivere arriva dopo”. La sua scrittura riflette l’impegno politico e la militanza per i diritti delle donne, perché fra compagne “ci donavamo la vita senza confini”[3].
La necessità dell’ascolto, l’imperativo del ricordo, il dovere di rimuovere le ingiustizie sociali: a tenere insieme le pagine della scrittrice romana è quest’etica laica, molto vicina (nei valori fondanti come nelle tecniche narrative) a quella di Grace Paley. Gianfelici, al pari della scrittrice e poeta americana, ricerca accuratamente le parole e il fraseggio, producendo un effetto “parlato” a bassa voce che è sia desiderio di allargare quanto più possibile il campo della comunicazione, sia desiderio di essenzialità e cosciente netto rifiuto dello sfoggio erudito: sceglie di scrivere “semplicemente, come semplicemente si mangia un pezzo di pane e formaggio”[4].
Chi cerca letteratura d’evasione, o un’autrice dall’ego ipertrofico, difficilmente acquisterà un volume di Gabriella Gianfelici. Vi si incontrano infatti tutti i tabù della cultura imperante: morte, mancanza, malattia, vecchiaia… insomma la vita vera, non i surrogati asettici e patinati dei rotocalchi. Vi si incontra il dolore, non sfuggito ma accettato e rivalutato come mezzo per riappropriarsi di sé:
Il dolore mi ha dato la forza
di non dormire
una notte dopo l’altra
ma di scrivere nell’insonnia:
sulla vita. [5]
Si incontra nelle pagine di Gianfelici l’implacabile volontà di testimoniare anche per chi non ha voce, e al contempo l’urgenza di farsi ponte fra le diversità, come caratteristica peculiare di chi scrive poesia:
Non so pensare
alla tua fame
al tuo tetto di fango.
Sto spremendo il mio benessere.
…
Quanto ancora saremo lontane?
E perché? [6]
Vi si incontra il ritorno alla natura violentata e sofferente, ma imprescindibile: ne L’angolo della vita (essere questo silenzio) ricorrono come simboli salvifici l’onda, la spiga matura di grano, la neve, come in La notte innocente l’albero, il vento, la notte. Vi si incontrano silenzi pensosi, e spazi vuoti, perché “cara vita mia/ sei come la vita di tutti”[7].
Vi si incontra, soprattutto, una tensione verso il prossimo che è una costante della pratica politica al femminile.
Così scrive di una mendicante Rom:
E tu
accovacciata a terra
con un seno allatti tuo figlio
e una mano tendi alla mia pietà .
Esisterà mai un luogo
dove non si dovrà chiedere
di esistere?
Dove la tua mano accarezzerà
solo il tuo bambino
e io potrò parlarti.
Parlarti e non trovare
nei tuoi occhi
miseria, delusione, tristezza…[8]
Termino di scrivere questa breve riflessione (ripresa e interrotta mille volte dalla vita) proprio mentre il ministro Maroni propone di “censire” tutti i Rom, bambini compresi, schedando le impronte digitali.
È responsabilità di chi è poeta imparare la verità dai senza potere, sosteneva Grace Paley, e ripetere al mondo che non c’è pace senza giustizia. Gabriella Gianfelici non si sottrae a questa responsabilità. E personalmente gliene sono molto grata.
Aglaia Viviani
Castelfiorentino, luglio 2008
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[1]G. GIANFELICI, “Essere lo spazio vuoto tra due righe”, Siena, Pascal, 2008, p. 17.
[2] Ibidem, p. 50.
[3] Ibidem, p. 19.
[4] Ibidem, p. 21.
[5] G. GIANFELICI, L’angolo della vita (essere questo silenzio), Siena, Pascal, 2006, p. 33.
[6] G. GIANFELICI, La notte innocente, Siena, Pascal, 2005, p. 42.
[7] Ibidem, p. 75.
[8] Ibidem, p. 27.









