La “normalità” è la vera follia


 

un incontro con Alessandro Berselli

di Morena Fanti

 

Normalità e invisibilità: lì si nasconde il gesto improvviso, quello che sorprende e taglia, affetta e nasconde.
Io non sono come voi (pagine 125 – euro 12,00 – Pendragon ), l’ultimo romanzo di Alessandro Berselli, è una storia al limite della follia nascente, che poi si sviluppa e si forma sotto ai nostri occhi mentre leggiamo. Io non sono come voi, è ciò che pensa Paolo Graziani, portiere di un condominio di via Saragozza a Bologna, e diventa quasi un grido di non appartenenza: una dichiarazione d’intenti in un compiacimento che elabora e enfatizza la diversità assecondata con cui il protagonista si guarda e guarda gli altri.
La scrittura di Berselli è graffiante come il coltello, o come qualsiasi altra arma che usi il suo protagonista, e il ritmo è serrato, pur essendo un romanzo di pochi fatti – a parte gli omicidi che avvengono in un’aria rarefatta e incompleta: inevitabili e quasi annunciati ma non temuti.
Frasi brevi – brevissime, spesso di una sola parola – e ben divise.
Punteggiatura secca e pulsante.
Cadenza ripetitiva che diventa quasi ossessiva.
Tra monologhi interiori e frustrazioni accumulate, la vita di Graziani scorre in una pochezza e in un grigiore da bottiglie – troppe – vuote e cd degli anni ’80 e ‘90 in sottofondo: gruppi musicali e cantanti maledetti finiti prematuramente.
La scrittura di Berselli è in soggettivo: un viaggio dentro alla testa del protagonista e nei suoi pensieri di rivalsa verso gli altri che lo sottovalutano e lo deridono, rendendolo sempre più conscio di non essere come noi.
E noi? Noi non siamo come lui. Ma sarà vero?

  • Una vera personalità borderline, questa di Paolo Graziani, e leggendo il tuo romanzo è così che ci si sente: sempre sull’orlo della caduta, sempre in precario equilibrio con la follia. In pratica, come certi personaggi che vediamo al telegiornale?

Se è così che il lettore si sente, allora l’obiettivo è raggiunto. Il concetto di equilibrio precario è un tema che mi è molto caro, così come il senso di pericolo emotivo, o la paura di cadere. In effetti la follia del quotidiano è un po’ il leit motiv che accompagna sempre i miei racconti: l’orrore nascosto nella vita di tutti i giorni, gente apparentemente normale che poi non lo è. Garlasco, Cogne, il delitto di Perugia: siamo tutti potenziali vittime. O carnefici

  • Cinismo e rancore sono i compagni di vita di Graziani. Quando si legge un romanzo si è spesso portati a identificare l’autore con il suo personaggio e anche se noi ci auguriamo che tu non sia proprio come lui, possiamo pensare che ci sia una comunione di sensazioni tra te e Paolo?

Di sensazioni sì, questo è normale che si crei tra chi scrive e la propria voce narrante. La identificazione con il proprio personaggio è fondamentale nel processo di creazione, diversamente non si verrebbe a formare nessuna partecipazione emotiva. Ma altrettanto importante è che anche chi legge aderisca a questo patto: scrittore e lettore votati alla stessa causa, quella del protagonista. Non importa se positivo o negativo: il gioco narrativo è quello che possiamo essere chi vogliamo, non saremo giudicati per questo.

  • Qualcuno ha definito questo tuo romanzo un noir, seppure atipico. So che tu non ami le definizioni di genere, e inoltre io non vedo nulla del noir nella tua opera. Direi piuttosto che il tuo sia un romanzo di introspezione psicologica, di ‘internità’ assurda e malcombinata che sfocia in un mare di follia ancora più assurda. Se tu fossi un tuo lettore cosa penseresti di Berselli scrittore?

La divisione in generi sono attribuzioni di comodo. Servono per posizionare i libri negli scaffali delle FELTRINELLI, chi scrive non è interessato alla discussione se il suo libro sia NOIR o meno. IO NON SONO COME VOI è NOIR nella scenografia, ma non nell’anima. I delitti sono sfondo, non parte centrale dell’opera. Non ero interessato agli aspetti investigativi mentre lo scrivevo, volevo fare l’autopsia al cervello del protagonista, a Paolo Graziani. Raccontare la sua discesa agli inferi, da cittadino apparentemente normale a serial killer

  • Hai un bellissimo sito web (sappi, peraltro, che ti chiederò i danni perché per caricare la homepage e poter entrare ci vuole mezz’ora e con la mia connessione è una tragedia) e ho visto che hai aperto da poco un blog. Con un pizzico di cattiveria – d’altronde anch’io ho diritto ai miei cinque minuti in stile ‘Graziani’ – ti chiedo se l’hai fatto per avere un dialogo ulteriore e più immediato con i tuoi lettori, o se è solo un’operazione meramente pubblicitaria.

Il sito è un mezzo fondamentale per arrivare alla gente. Uno digita il tuo nome su un motore di ricerca e sei subito lì, a disposizione. Ci sono le date, la bibliografia, i recapiti. Non si può prescindere dalla comunicazione. La gente ti scrive, ti chiede cose. E si acquista una visibilità che sarebbe altrimenti possibile. La risposta alla tua domanda è: entrambe. Marketing ma anche rapporti interpersonali. E’ bello dialogare con chi ti legge

  • Ho letto anche alcuni tuoi racconti e in tutti i tuoi scritti ho trovato un’atmosfera cupa e ‘malsana’, come tu stesso hai detto in un’intervista. I tuoi protagonisti finiscono spesso per prendere a martellate la testa di qualcuno, come fosse una rivalsa verso il mondo e le sue incongruenze. La scrittura è anche un modo per esorcizzare il timore di Berselli di essere come loro?

La scrittura è uno spazio fantastico dove lascio decantare la mia anima nera. Ci si pulisce scrivendo, si mettono su carte delle cose che si hanno dentro e ci si purifica l’anima. Si lascia decantare la propria DARK SIDE. E’ catarsi, o esorcismo. E quando inizi non puoi più farne a meno

  • Paolo Graziani uccide, passa da una vittima all’altra – non entro nei particolari per non rivelare tutto a chi non ha ancora letto il romanzo – e la cosa strana è che ogni volta usa modalità differenti, mentre ogni serial killer degno di questo nome, applica comportamenti rituali e uguali per ogni sua vittima. Questa diversità nel modus operandi di Graziani è voluta o è casuale?

Paolo Graziani è un serial killer atipico. E’ un disorganizzato, non ha cognizione di causa, colpisce random sperando di riuscire e risolvere il suo problema, che è AVERE VISIBILITA’, conquistarsi un ruolo nella società che tanto disprezza. Come dice a un cero punto, uno che si rende conto che “se sei incapace di amare, anche l’odio può diventare un sentimento apprezzabile”

  • Tu hai iniziato scrivendo brani umoristici e satirici, poi la tua scrittura è ‘scivolata’ verso protagonisti e storie di cruda follia, di cinismo, rancori, insoddisfazioni. Questo processo di cambiamento è avvenuto per via naturale o è stato il seguito di un’evoluzione desiderata da Alessandro Berselli per seguire le esigenze del mercato?

Il mio umorismo era un umorismo nerissimo, a dire il vero non so se è più folle, cinico e rancoroso quello che scrivo adesso o quello che scrivevo dieci anni fa. Ti risponderei naturale evoluzione, vero è che il NOIR ha spazi di mercato più importanti della satira, quindi un po’ di opportunismo ci sarà pure stato. Ma assolutamente inconsapevole: è che a un certo punto mi sono trovato a scrivere storie di morte e ho scoperto che mi divertivo un sacco

  • Nel 1992 sei stato ospite del Maurizio Costanzo Show, proprio a seguito dell’interesse suscitato dalle tue Lettere al condominio. Com’è stata questa esperienza e cosa ti ha portato?

Non significativa. Difatti non mi ha portato nulla. Costanzo è un trampolino di lancio se lo assecondi, o se fingi di farlo. Io ero troppo giovane e inesperto, e purtroppo non l’ho fatto. Non mi ha più richiamato,

*****
Alessandro Berselli, nato a Bologna, dove ancora vive e lavora, inizia la sua attività come umorista. Le sue Lettere al condominio catturano l’attenzione del Maurizio Costanzo Show nel 1992. Collabora con le riviste “Comix” e “L’Apodittico” e con il sito di satira on line “Giuda”. Dal 2001 inizia un’attività parallela di scrittore noir. Dopo aver pubblicato diversi racconti su varie antologie, nel 2005 pubblica il suo primo romanzo Storie d’amore di morte e di follia (ARPANet). Per il quotidiano “La Repubblica” scrive Commando sette (2007), inserito nella rassegna Bologna 2040. E poi il suo ultimo lavoro “Io non sono come voi” (Pendragon).
I suoi scritti denotano un evidente debito tanto nei confronti della scrittura pulp quanto di un certo tipo di letteratura psicologica dove all’indagine si preferisce l’analisi dei processi mentali, del senso della sconfitta, dell’insoddisfazione del vivere quotidiano. L’universo nel quale Berselli si muove è fatto di persone mediocri, figure border line incapaci di trovare un riscatto e per questo condannate al baratro emotivo.

About these ads

Info su morena fanti

Morena Fanti, dal 2001 pubblica in vari siti web. Ha collaborato al quindicinale La voce dell’Isola e alla rivista culturale Pentelite diretta da Salvo Zappulla. Ha collaborato anche al litblog Viadellebelledonne ed è stata fondatrice della rivista omonima. Suoi racconti sono presenti in varie antologie, tra cui Fobie (Ciesse edizioni, 2011). Ha pubblicato il libro Orfana di mia figlia (editore Il pozzo di giacobbe, 2007).
Questa voce è stata pubblicata in Interviste, Morena Fanti, Narrativa, noir e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

6 risposte a La “normalità” è la vera follia

  1. Blumy scrive:

    questo libro mi intriga assai, mi intrigano le personalità ‘diverse’, le ossessioni, l’incapacità di rapportarsi agli altri per il fatto di sentirsi diversi.
    ma il fatto è che siamo tutti diversi.

  2. sentirsi diversi perchè siamo diversi è un po’ il leitmotiv che ha informato la stesura del romanzo.
    brava blumy che l’hai saputo cogliere.

    alessandro.berselli@yahoo.it
    http://www.alessandroberselli.it

  3. sandrapalombo scrive:

    La scrittura è uno spazio fantastico dove lascio decantare la mia anima nera. Ci si pulisce scrivendo, si mettono su carte delle cose che si hanno dentro e ci si purifica l’anima. Si lascia decantare la propria DARK SIDE. E’ catarsi, o esorcismo. E quando inizi non puoi più farne a meno

    Dentro di noi c’è anche il nero, la difficoltà è scovarlo e metterlo su carta, forse perché abbiamo paura di riconoscere la nostra parte negativa.

    Una domanda, Alessandro, ma tu eri parente di Aldo ?

    Sandra

  4. antonia piredda scrive:

    quando, tempo fa, dicevo che a volte si scrive per guarirsi, come se fossimo le sciamane di noi stesse, intendevo la consapevolezza dell’a-normale dentro, il normale fuori, ed in mezzo noi stessi. in continuo rapporto con le cose, persone, oggetti, desideri, realtà.
    e la realtà che ci si prospetta è davvero un pezzo di vetro ingoiato.
    a volte, la follia sta nel non usare quel lacerante frammento per liberarsi dalla norma, intesa come condizione permanente ed inossidabile a e-venti di trasformazione.
    da bambina, sognavo che i bambini erano i nuovi uomini…
    ti leggerò, alessandro, per ora un saluto, antonia p.

  5. fernirosso scrive:

    personalmente non mi interessa la scrittura per la scrittura e mi interessa allo stesso tempo come ricerca di una,più strade,non importa, in questo caso, l’attinenza con ciò che fa parte delle quotidianità.Altro caso scrivere per strappare qualcosa di dosso alla vita che ci preme e spreme,spesso confondendo le carte,i luoghi le cose come se non dovessimo arrivare mai al tor-solo della me-la.
    E allora gratto gratto giro e rigiro la lama dentro la stessa piega e la piaga si allarga.Il nero si fa, strada facendo, quando non se ne cava niente di quello che si era intuito,che si era già detto, come se non avessimo piedi e forza sufficiente per muoverli uno innalzi all’altro.Le storie di cronaca sembrano proprio rimarcare questo pozzo del confino,questa attitudune al congedo che ci congela,tutti.
    Il sito l’ho visitato e lo rivisiterò con più calma, ho preso nota. Grazie dei suoi…piedi,diventassero mille…forse i piedi basterebbero per avanzare di un passo? Ancora grazie,ferni

  6. ranfonierika scrive:

    Mi piace leggere e scoprire terre nuove da assaporare e da esplorare…grazie, Erika

I commenti sono chiusi.