La vita come sguardo attraverso. Blue di Derek Jarman-di Gregorio Sorgonà
Un film sulla cecità, sulla morte, sulla vita infine sull’amore. L’unica immagine è quella di un quadrato blu. Noi non vediamo altro che ciò che immaginiamo, “guidati” in questo dalla voce fuori campo. Al principio, ad esempio, immaginiamo l’io narrante in un bar e attraverso il suo racconto la nostra visione si sposta su ciò che egli vede, in questo caso prima la Bosnia martoriata dalla guerra, poi un ciclista. Infine l’androne di un ospedale e la diagnosi di una cecità progressiva. La scomparsa della vista e quella della vita sono sinonimi e Jarman sarebbe morto l’anno successivo di Aids. Tuttavia la scomparsa della vita e della vista non è in Jarman un modo per arrendersi alla morte. Il regista inglese provoca. Provoca chi guarda il film e l’idea stessa di cinema. E provoca una società repressiva, perchè anche blu è un film politico, profondamente politico, dove è il corpo a essere diventato territorio di lotta.
Non c’è direzione dello sguardo secondo immagini. Lo spettatore può anche aspettare in continua attesa che qualcosa accada sullo sfondo, ma ciò che accade non è sullo sfondo ma negli sguardi differenti rivolti al film: noi siamo il movimento, la dinamica di questa opera è intimamente interattiva. Lo sfondo blu, come la cecità, elimina il riferimento alla visione retinica. Il tentativo è quello di affrontare questa cecità, di resistere allo sfondo che avanza, attraverso la liberazione dello sguardo e degli sguardi: “Il blu trascende la geografia solenne dei limiti umani”. Alla fine della vita e della vista, l’uomo realizza la perdita dei diaframmi e tenta di vedere con i propri occhi. Ma ciò che sconta è la difficoltà, diremmo l’impossibilità di vedere senza quei diaframmi: sconta l’impossibilità di individuare una via di fuga assoluta che liberi il corpo dai suoi stessi organi. Da una parte vi è così la polarità ripetitiva della morte. Il blu ossessivo è anche segno di una pestilenza, di una immunodeficienza progressiva e occultata dai media del tempo che bruciava vite su vite. In questo caso lo sfondo blu appare come il mondo alla fine del mondo di chi sta per morire e sanguina una bellezza colore del cobalto. La malattia, in questa polarità, è un canto ripetuto, straziante: è nemica della vita, ripete un unico verso. La morte non improvvisa, lentamente allarga la propria polarità a quella della sofferenza. Le immagini dei profughi bosniaci e quelle della degenza del malato – entrambi forme di un dolore collettivo e di un dolore intimo – sono le più vive tra quelle riprodotte in questa cecità. Il dolore unisce gli uomini e parla delle loro differenze. Così umano, si fa beffe degli Dei, li irride. Nel film Jarman a questo punto recita: “Il Gautama Buddha dice di allontanarsi dalla malattia, ma a lui non hanno mai fatto una flebo”. La pretesa divina di costruire visi a propria immagine e somiglianza viene irrisa dal dolore che restituisce visi differenti e, attraverso questa diversità, sostanzia l’arte di senso. Non esistono dolori identici, essi sono analoghi, per questo il territorio bombardato della Bosnia rimanda al corpo bombardato del malato di Aids. Il dolore è narrazione e la malattia non è impotenza.
Jarman vuole fare del proprio corpo una possibilità, una via di fuga. La rappresentazione di questa resistenza è sempre nel rapporto tra lo sfondo e le parole. Queste si stagliano sopra il blu in rapidi flash e al tempo stesso vi affogano dentro. Eppure noi le vediamo per come le vogliamo vedere. Qui si realizza un’altra provocazione di Jarman, direi socio-religiosa, che rimette in questione il culto cristiano dell’immagine: “prega di essere liberato dall’immagine”. La perdita dell’immagine è una provocazione proprio perchè non è abbandono alla cecità: per resistere con la vita alla morte, Jarman chiede di perdere l’immagine per ritrovare gli sguardi, per liberarli. La cinepresa non ha più il ruolo del pulpito, appunto l’interazione è il passaggio decisivo per affermare non solo la libertà dell’artista, ma anche quella dello “spettatore”. Un disperato desiderio di vita si oppone in ogni millesimo del film alla ripetizione, alla coazione tradotta sul corpo. Ma il desiderio trapassa nella nostalgia e non vince la morte.. La prigione del corpo – “la mia pelle è una camicia di Nesso” – cerca l’evasione trovandola solo in un sogno d’Oriente. Tuttavia la sconfitta non rende insensato il tentativo, così che il film termina con la richiesta di un bacio e l’accresciuta consapevolezza della caducità della vita. “Ad H..B. e a tutti coloro che sono stati davvero amanti”, con questo epitaffio si conclude il girato. Ciò che resta è uno spazio blu, una tela. Forse un sudario, forse un territorio inesplorato.
Gregorio Sorgonà
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L’articolo e altri commenti allo stesso sono visibili nel sito in cui Gregorio Sorgonà scrive come ideatore insieme con ChiaraOscura,già nostra ospite. Si Riportano ancora una volta il link del sito e dell’articolo in oggetto.
http://controreazioni.wordpress.com il sito
http://controreazioni.wordpress.com/2008/06/15/derek-jarman-blu/#comment-90 l’articolo





una recensione di grande pathos,in cui si incrementa la tensione emotiva del film,pelle-pellicola di Jarman che,cercando l’altro,l’assente-pre-sente sente se stesso,altro non è possibile in entrambi i sensi di movimento:gli spettatori verso di lui (o la sua pelle in-visibile) e lui verso di loro (sanguinando il cobalto del d’io o del dio che è in noi,tutti,nessuno escluso)Stare dentro quel cielo,che non guardiamo mai ma che sta di guardia (guardare deriva dalla stessa radice:stare in guardi o di guardia),e scoprire che ne siamo immersi,anche se dovremmo dire sommersi,dovrebbe stritolarci,quella massa che supera ogni nostra capacità di respirarlo.Ecco il miracolo e il grande mistero che ci rende celesti,e non riusciamo a capirlo,se pur lo viviamo e ci accomuna in una semplicità
s-travolgente.Dolore e dolo del dolore,poichè implica la convinzione che esiste una fine.Invece credo (uso proprio il verbo credere,anche se dovrei dire immagino, poichè non possiedo alcuna verità o consapevolezza di verità) che sia nascere (ricordo il percorso proposto da M.Zambrano) e dunque mutare (in tutta la sua consistenza di senso) ciò che ci è dato di vivere,sempre,in un continuo ospizio, in un ventre di liquida leggerissima sostanza che sa farsi persino roccia,fiore,pianeta,stella,parola:la cosa più dura di cui ci nutriamo,che ci scambiamo invece di quel bacio-bolo nutriente,inventato dalla madre, dimenticando il sen(s)o profondo del vivere.Grazie Gregorio,ferni.
Provo a rileggermi con un mese di distanza. Ritrovo la sensazione del blu, la ritrovo fisicamente adesso che ho lasciato Roma per qualche mese e sono ritornato in Calabria, a contatto con il mio mare, che è un blu venato di zaffiro. Nell’immergermi – un’immersione che la prima volta sembra quasi un abluzione – ritrovo quel senso di immedesimazione mistica che provai guardando Blue. La ritrovo con una differenza, tuttavia. La pura “tattilità” dello splendore liquido, purtroppo violentato, che mi accoglio sullo Ionio, è appunto mistica coerente con sè stessa. Il blue di Jarman è mistica di nuovo conio, ha un insopprimibile carattere riflessivo. Per questa ragione accompagna non limitandosi ad accarezzare la pelle. Accarezza il pensiero, lo genera in un circuito che non si chiude e che continua ad interrogarmi. Jarman mi aiuta a riflettere sui dati essenziali della nostra esistenza – il dolore, la guerra, l’amore – e a farlo in un nuovo tempo, un tempo che sta rimettendo in discussione l’idea stessa di tempo come svolgimento lineare e progressivo. Rivedo in questo film una forma di poesia scabra, forse l’unica possibile, costruita secondo forme essenziali e al tempo stesso guardo al presente, che sembra vivere la crisi – non ancora compresa a fondo – delle illusioni ideologiche, decisamente poco scabre quanto semmai volgari, con cui ci hanno riempito la testa fino alla saturazione. In questa distanza tra ciò che è scabro e ciò che è volgare, Blue non si limita a confortarmi ma mi motiva. Non è certo un documento di propaganda. Politico, questo film, lo è nel senso più profondo del termine. E’ un invito a discutere e rimettersi in discussione. Di fronte alle fragili, un tempo adamantine, certezze degli ultimi vent’anni di idiozia occidentale, il Blu(e) è un oasi che cambia di forma. All’epoca di Jarman certo oasi disperata, quasi una riserva. Oggi una possibilità, tra le altre, per ripartire e sfondare il velo delle ideologie e del potere. A presto, grazie Ferni e grazie alla vostra rivista per l’ospitalità.
Gregorio.
questo è un film che voglio vedere ad ogni costo; lo cercherò in videoteca, ci sono temi che mi appassionano, che fanno parte di me, dal colore blu al dolore esistenziale che ci sarebbe comunque anche senza la cecità fisica.
bella, sentita recensione.
Blumy
p.s. non avevo ancora visto il filmato: mi ha fatto piangere.
anche questo è un commento ricco dal punto di vista emotivo,rosso,non solo blu.Alla fine avremo tutti gli altri colori delle passioni,immersi in quel grande oceano che è la vita,che non smette mai di battere la riva. Grazie dell’ottimo lavoro proposto e della ulteriore riflessione.Spero di riaverti qui,è davvero interessante ogni percorso che offri poichè lo vivi con grande passione,ferni