Fiaccola e Rinuncia di Antonio Pibiri

2008 Luglio 7
by margheritarimi

tre voci femminili provenienti da piccoli spazi angusti
sullo sfondo,come nicchie di Dachau, in una penombra artificiale
ma disposte in modo tale che se volessero potrebbero
convergere verso un immaginario, virtuale
centroscena, avanzato rispetto ad esse: una fiaccola.

VOCE 1 (Tatto):

“che nessuno muova quest’acqua morta
che mi stinge i fianchi, non una piuma
di falco pellegrino, un idrometra
pattinante leggera come pioggia leggera,
minaccia alla cementaria inerzia.
al riparo dalla luna (guardia maligna)
lei sortisce le maree, ma non qui,
qui sullo sfondo”.

Voce 2 (Udito):

“mantecata di corpi in sorde stanze,
li sento, mio malgrado,
profusi in turpi foni a folate…
squittenti.
pizzicato d’archi in pianissimo assorda,
molesta come squasso di imprevisti,
un formidabile cecchino dal cielo
assorda.
taci Pierrot querulo!
pure tu pantomima, ombre cinesi.
anche il sole, la sua parabola fa rumore.
ed il corpo, organismo incessante:
i gong cardiaci, le zampogne del fiato
dentro il dobaci, stomaco indecente.
ed uno starnuto fa crollare il velo
sudore che brilla la fronte”.

VOCE 3 (Vista):

“ gli stanchi pozzi ignorano le mattine
il miele che dorme sottobrina, gli aromi
ingessati come foresta di spettri.
l’ozioso alternarsi di estremi
soccorsi da mezzetinte sparse per la piana.
le vocali illuse di Rimbaud.
occhi troppo stretti nel mascherone
del vivere.
il rosso solo è nella testa: mancate ovulazioni”.

Le tre precedenti figure, riunite ora nel centroscena, in un ordine
vocale sparso,scandiscono le strofe, simili ad un fugato a tre voci.

VOCI 1,2,3 (La Fiaccola):

“bramare talmente l’estività:
un innalzarsi di reami d’oro
nel volo turbato degli uccelli,
barbarici cori di guerra.
e snodarsi in vene toniche
sangue che sostava
ad insensato capolinea.

nei boschi, in riva alla sabbia
ectotermica creatura, freddi i visceri,
aspetta soltanto un attimo elevato di sole
dove gettare le membra a lingotti, fonderle,
per un ritorno patrio, senza ripensamenti.

questo sarebbe durato per ricordare quel tanto
che è nascimento, con ardore desiderato
come vuole erompere dall’oceano
un isola vulcanica, modificando
le geografie terracque.

VOCE 4 (Neutra) in disparte:

“dalle sedie intorno ai tavoli, mentre
consumi ancora tumido la colazione,
le conversazioni equine fin dal mattino
sono la banderuola che ruota, ingrassata a vento,
intorno ad un asse fittizio.
ma la scossa galvanica che percorre,
senza preannuncio alcuno, è vergogna e sgomento.
e forse, nato due volte, sei ridesto
(per poco si intende) da chissà quale
più antica rinuncia…
e sfiaccoli nel tempio
di un battito di

ciglio”.

FINE

Nato a Sassari nel 1968, Antonio Pibiri risiede ad Alghero.
Dopo la Maturità sviluppa attenzione verso la scrittura creativa e la musica d’arte, formandosi da autodidatta.
La prima pubblicazione, la raccolta poetica “Di Quinta in Quinta”, risale al Settembre del 2007 per i tipi della Magnum Editore di Sassari.

16 Responses leave one →
  1. 2008 Luglio 7
    Antonio Fiori permalink

    I sensi non ci bastano, non appagano il desiderio di conoscenza? Così tanta fiducia nella brama della fiaccola?
    Alla fine il disincanto di una voce neutra, ragionante e preveggente.

    C’è un grande lavoro sulla parola (’estività’, ‘ectotermica creatura’, ‘cementaria inerzia’, ‘dolbaci’, ’sottobrina’), l’omaggio alla musica (’pizzicato d’archi in pianissimo’), la necessità di relazionarsi con la tradizione (’le vocali illuse di Rimbaud’). E la ricerca di una impegnativa unità del dire.

    Antonio

  2. 2008 Luglio 7
    Antonio pibiri permalink

    Se i sensi si votano ad una chiusura risentita e non sono più funzionanti come una docile arpa eolica, ed il corpo è rimosso (Plotino aveva vergogna di possedere un corpo) non credo che si possa essere predisposti ad accogliere qualsivoglia realtà o verità sul mondo della vita.
    Cesari Viviani non ha dubbi ad es. nell’affermare che nelle relazioni umane la materialità e la corporeità contano più del concetto corrente di “Spirito”. Ma le cose credo sono sempre più complesse e sfumate di quel che sembrano.

  3. 2008 Luglio 7
    margheritarimi permalink

    un pezzo che andrebbe letto in scena.
    immagino uno spazio quasi vuoto… dove poter cogliere gli effetti dell’immobilità e del movimento…lo stordimento di voci che si inseguono e si attraversano… si intrecciano e si disgregano e ancora suoni in sfalsamento. da corpi … echi di mistero.
    Grazie Antonio di avermi dato la possibilità di postare questo tuo pezzo linea di confine tra poesia e teatro
    un carissimo abbraccio.
    margheritarimi

  4. 2008 Luglio 8

    mi ha sempre affascinato leggere poesia per il teatro, proprio perchè restituisce alle voci di dentro uno spazio scenico mentale, che riempendosi di sfumature, gesti, mutevolezza, esplode diretta e senza filtri nello stomaco e nel petto.

    “bramare talmente l’estività:
    un innalzarsi di reami d’oro
    nel volo turbato degli uccelli,
    barbarici cori di guerra.
    e snodarsi in vene toniche
    sangue che sostava
    ad insensato capolinea.

    nei boschi, in riva alla sabbia”

    una poesia magmatica ed effusiva, che si apre varchi e snodi di forte impatto emotivo. Mapi

  5. 2008 Luglio 8
    Antonio pibiri permalink

    Certo, Margherita, è vero che il testo si presta ad una “messa in scena”, ma anche la mente è un teatro, invisibile, e che teatro, ed il linguaggio ha in se la capacità di reppresentare( Sciarrino docet). Anch’io penso ad una scatola teatrale semi-vuota e a voci (mi viene in mente la ninfa Eco della mitologia classica che si riduce appunto a mera voce che torna a se stessa).
    Il testo dovrebbere essere colto nella sua interezza, scandito in due o tre parti. Nella prima prevale un atteggiamento verso la sensibilità del mondo e di se stessi
    di chiusura e insofferenza.Tutti i recettori non fanno altro che respingere, rigettare e chiudere il passo alle stimolazioni tattili, acustiche e visive. La seconda parte invece è un sorgere come di mille soli, vitalistico e panico, un accettazione della vita nella sua totalità. La chiusa invece una patetica caduta nella realta purgatoriale e prosaica, una terra di mezzo, forse un limbo.Si potrebbe azzardare anche una lettura “clinica”: la bipolarità, lo slittamento da una fase depressiva ad un’esaltazione maniacale…
    Ma la parte del testo che a me più interessa è quella non detta, non scritta, la cesura, il passaggio fra i due poli estremi, il luogo dove a volte scattano le inesplicabili molle, un mistero ci conduce per mano verso altre modalità, impensabili direzioni.
    Ringrazio la tua sensibilità e quella di Antonio Fiori, per esservi soffermati sul mio scritto.

  6. 2008 Luglio 8
    Antonio pibiri permalink

    La ringrazio Maria Pina per la sua lettura. I vostri commenti mi danno la possibilità di un confronto e di ripensare alla scrittura: motivazioni, direzioni, forma, contenuti ecc.
    Preciso che questo testo nasce in piena libertà come un unico getto immaginativo, e senza un progetto di rappresentazione o pura “esecuzione vocale”.
    Gli elementi scenografici non erano probabilmente indicazioni di scena, ma anch’esse dinamiche psicologiche, come l’intero scritto.A posteriori ho pensato che avrebbe potuto prender corpo nella voce e forse nel gesto.

  7. 2008 Luglio 9
    Salvatrice Spanò permalink

    Uno scritto che ci offre una gamma incredibile di emozioni e di immagini che sgorgano a fiotti generosi e continui.
    Un alternarsi di flussi energetici…Come scosse di corrente elettrica alternata…A volte e’ appena percettibile il brulichìo incessante della vita che,però, resta sommessa, come fremiti sottopelle (L’inizio), e poi esplode al culmine di immagini di un convulso,accentuato, vitalismo.
    Il finale,ancora scosso e allucinato,come un “sognare agitato”, sopisce ogni emozione e l’incantesimo svilisce nel solito mattino…
    “…E sfiaccoli nel tempio di un battito di ciglio”
    Poesia altamente recitativa, si, ma il teatro è interiore. Il palcoscenico è l’anima del poeta.Di una silenziosità che tocca corde profonde.
    Complimenti. stai crescendo! Grande come sempre.
    Salvatrice Spano’

  8. 2008 Luglio 9
    Antonio pibiri permalink

    Ti ringrazio per la lettura Salvatrice, so che non è un testo facile facile, anche se la sua genesi non è stata affatto lambiccata. Mi piace come hai fatto tu, che ti occupi di arti figurative, pensarlo anche in termini energetici : afflusso e deflusso, mi verrebbe da dire riguardo alla prima parte di un flusso che si auto-castra e un vero e proprio gayser per la seconda.
    Grazie ancora.

  9. 2008 Luglio 9

    io l’ho apprezzata molto, e trovo reso in modo intenso e con immagini che colpiscono l’alternarsi che definirei “ambiguo e torturante” delle voci che si alternano tra vitalismo e “cementaria inerzia”

  10. 2008 Luglio 9
    Antonio pibiri permalink

    Una volta uno psicoanalista italiano, di cui non ricordo il nome, alla domanda su una possibile via di mezzo fra depressione ed euforia rispose: “Sì, magari la”nebbiolina”di Cologno Monzese sarebbe l’ideale”.
    Ti ringrazio Dominica per esserti intrattenuta con questo “ambiguo”(anche per me) testo.

  11. 2008 Luglio 9
    fernirosso permalink

    c’è un bel libro, che consiglio, di Saramago,dal titolo Cecità.Lì accade che,una specie di “contagio” che si propaga alla velocità della luce(?),induca gli uomini a ritrovarsi in una luce bianca, l’unica che vedono(?!).Non dico altro perchè bisogna cadere nel contagio per poter toccare le cose.
    In qualche modo me ne ha riportato alcuni momenti.grazie,ferni

  12. 2008 Luglio 9
    Antonio pibiri permalink

    ti ringrazio per la segnalazione, non ho letto ancora niente di Saramago (sarà un mago? scherzo…),inizierò allora da questo libro.Un contagio che accorda unanime la facoltà di vedere il disvelamento? la realtà delle cose? forse è meglio che legga il libro con calma per capire di cosa si tratta.
    Di nuovo.

  13. 2008 Luglio 9
    fernirosso permalink

    si, meglio leggerlo il libro perchè lo svelamento avviene dapprima attraverso il velare che, attraverso questa cecità,conduce alla comprensione (da sotto la luce,come un latte che nutre e ci rigenera per completa immersione, in qualche modo facendo morire lentamente quel vecchio noi) di ciò che ci abita e abitiamo.ciao ferni

  14. 2008 Luglio 9
    Antonio pibiri permalink

    Mi piace “quel vecchio noi”, mi torna in mente “L’io singolare plurale.”E così che lo intendi?

  15. 2008 Luglio 9
    fernirosso permalink

    si, esattamente la prima persona singolarmente plurale e vice-versa la persona collettiva singolar-mente:
    n o i-i o n (ione, la particella carica positiva e negativa,che dici, gli atomi conoscono da sempre la filosofia orientale yin e yang?)

  16. 2008 Luglio 9
    Antonio pibiri permalink

    Non saprei, ma questa formula (noi-ion) che ha dentro di se un dinamismo speculare e che vedo per la prima volta
    mi sorprende così espressa, di certo non la dimenticherò, anzi me la voglio annotare, perchè non è una “trovata”grafica ma esprime in 6 lettere dei concetti che vanno dalla filosofia del principe indiano dei Sakya alle riflessioni più attuali.
    Grazie Fernirosso.

Leave a Reply

Note: You can use basic XHTML in your comments. Your email address will never be published.

Subscribe to this comment feed via RSS