Celestina, Martina, Mar di Celestina – rimandi di favole di Antonella Pizzo – Erminia Daeder – Alivento

2008 Luglio 7
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by antonellapizzo

Scrivo poesie senza essere poeta, recensioni senza essere critico, romanzi senza essere scrittore, sceneggiature senza essere sceneggiatrice, commedie senza essere commediografa. Prima o poi mi metterò nei guai, ognuno dovrebbe fare il proprio mestiere ed essere quello che E’. Così mi sono scritta una favoletta senza essere… favolosa :-)

La bambina che voleva fare il cielo di Antonella Pizzo

Celestina era una bambina graziosa, aveva un nasino piccolo, degli occhi grandi, azzurri e trasparenti come due laghi di montagna, lunghi capelli biondi pettinati a treccia, labbra rosa. I suoi genitori erano molto orgogliosi di lei e l’amavano tanto. Celestina aveva tutto quello che una bambina poteva desiderare al mondo, aveva l’amore, abitava in una casa grande ed accogliente, aveva cibo e giocattoli a sufficienza. Aveva tutto, però non era felice perché voleva una cosa impossibile: voleva fare il cielo.
- Celestina vieni a giocare con noi, facciamo un girotondo – le dicevano le maestre ed i compagni di scuola, ma lei si rifiutava di giocare, e, cocciuta, rispondeva che no, che non ci stava, che non voleva giocare e che voleva fare solo una cosa, la solita: voleva fare il cielo.
Così chiama oggi e chiama domani, rifiuta oggi e rifiuta domani, finì che non la invitarono più a giocare e lei rimase senza amici. Era sempre sola e sempre triste. Passava i giorni a guardare il cielo e sognare di essere azzurra, guardava le nuvole e sognava di essere bianca, guardava le stelle e sognava d’essere d’oro, guardava la luna e sognava d’essere d’argento. Un giorno, che si annoiava più del solito, approfittando dell’assenza della mamma e del papà, che faceva il pittore, scese in cantina a cercare fra le vecchie cose qualcosa che la potesse distrarre, e cerca cerca trovò i colori del padre. Aprì i tubetti.
- Oh, che meraviglia! – esclamò Celestina – quando li vide; c’era il giallo, il blu, l’azzurro, il bianco, il rosso, l’argento, l’oro. Tutti i colori del cielo.
- Il mio sogno oggi si avvererà, ho trovato quello che mi serve per fare il cielo.
Si tolse l’abitino con i volants, prese un pennello e cominciò a dipingersi il corpo.
Dipinse un quarto del suo corpo di blu, poi con l’oro disegnò le stelle, con l’argento disegnò la luna. E così fece il cielo di notte.
Il secondo quarto lo dipinse d’azzurro, col rosso sfumato di giallo disegnò il sole.
E così fece il cielo di giorno.
Il penultimo quarto lo dipinse di nuvole.
E fece il cielo annuvolato.
E, finalmente, l’ultimo quarto lo dipinse di rosso.
E fece il cielo di sera quando buon tempo si spera.
Salì in camera e si guardò allo specchio, si vide bellissima, lei ora era il cielo.
Felice uscì in strada a cercare i compagni e farsi ammirare, ma non trovò nessuno, erano tutti andati al parco a fare il girotondo.
Quando il cielo la vide chiese al sole con voce tonante :
- Chi è questa piccola impertinente che mi vuole rubare il lavoro?
- E’ Celestina – rispose il sole – una bambina che vuole fare il cielo.
- Ma il cielo sono io! – urlò parecchio indispettito il cielo, e tanto urlò fino a che tuonò, e dopo che tuonò si riempì di nuvole nere fino a che cominciò a piovere furiosamente.
Celestina cercò di ripararsi sotto un albero, però l’albero non stava fermo perché il vento furioso lo scuoteva e le foglie ad una ad una cadevano sulla strada, allora cercò riparo dentro la scuola, ma il portone era chiuso, lei bussò ma nessuno aprì. Erano andati tutti a fare il girotondo al parco. Ad uno ad uno i colori del cielo che aveva dipinto sul suo corpo si sciolsero e Celestina non fu più cielo, fu solo una bambina bagnata, spettinata e impasticciata di colori.
- La pioggia ha sciolto il mio cielo! – affermò, poi alzò gli occhi e guardò il vero cielo e si accorse che il cielo era sempre azzurro e che solo le nuvole erano sparite, il sole non si era sciolto ed era ancora splendente e addirittura le sorrideva. I suoi colori si erano sciolti, ma non quelli del cielo vero! Il cielo vero parlò:
- Che questo ti serva da insegnamento, ognuno col proprio mestiere, ognuno con la propria natura, che le bambine facciano il loro mestiere, che è quello di fare le bambine, e il cielo faccia il proprio, che è quello di fare il cielo. Ora vai a casa, indossa i tuoi abiti e corri al parco, dove sono i tuoi colori, quelli del girotondo.

****

ma lo sai, mi ha fatto venire in mente una cosa che ho scritto anni fa. Erminia
La rete tra i balconi di Erminia Daeder

Non era nata con due bocche, Martina, ma una mattina si svegliò e nello specchio, accanto alla sua, ne apparve una nuova.
Grande, aperta in un sorriso da pagliaccio e con un buon sapore di caramella.
Martina pensò di pulire meglio lo specchio, ma quella restava.
Pensò di stare ancora nel letto e chiusa in uno dei suoi sogni.
Non riusciva a mandarla via, tranne quando si allontanava dallo specchio.
Tutto il giorno sul balcone, con le gambe infilate nella ringhiera, Martina si domandava cosa le fosse successo. Perché bastasse guardarsi riflessa per vederla comparire.
Mentre stendeva la sua rete tra i balconi del condominio, si diceva smetterò di vedermi nello specchio.
Ogni giorno Martina allungava la rete partendo dall’ultimo piano, il quinto, il suo.
Era arrivata sino al primo e si sentiva quasi pronta per fare il gran balzo. Che in testa Martina aveva sempre avuto questa voglia. Rimbalzare da un piano all’altro, saltando come sull’elastico del materasso per darsi una spinta fortissima e salire più in alto che poteva.
Poi scoprì che la sua seconda bocca tornava ad allargarle il viso tutte le volte che la portavano all’asilo, quando scuoteva la testa e stringeva il colletto del grembiule sino all’ultimo bottone.
Decise che si sarebbe seduta ad un banco di distanza dagli altri bambini.
Se si avvicinano di più la scopriranno, si diceva. Nessuno poteva sederle accanto.
Nei primi giorni qualche bimba sfacciata provò ad avvicinarsi. La bocca da pagliaccio subito ringalluzzita fece cucù e si mise a parlare con la nuova vicina.
Martina s’era girata dall’altra parte che non voleva sentire.
Cinciallegravano alle sue spalle, la sua seconda bocca e la bimba paffuta e sbrodolata sul grembiule.
La curiosità così fu più forte: sbirciò, con la coda dell’occhio vide gessetti colorati e tamburelli voltare in aria, formare un’onda a campana sul soffitto, poi precipitare sui banchi in una coda guizzante di riso soffocato.
A Martina l’onda parve come quelle che si versavano nel cielo con uno scoppio filante di mille ali d’uccelli.
Sono migratori, diceva suo padre quando la riaccompagnava a casa.
Martina pensava allora che anche le luci dell’ultimo giorno di ogni anno, che tuonava di fosforescenze la notte, fossero luci migranti.
E da allora aveva cominciato a tessere la sua rete tra i balconi, per saltare nel centro del cielo e guardare da vicino ciò che ci arrivava.
Quando tutti correvano in cortile a giocare, girava tra i banchi e prendeva in mano i fogli colorati. Ognuno le spiegava che c’era un papà con i muscoli sulle braccia, anche sul collo, fiori al posto delle mani delle mamme, cagnolini appesi ai rami degli alberi, stelle gialle grandi accanto a case più piccole di un ditale.
Martina stringeva i pugni nelle tasche, girava gli occhi di scatto verso l’altra sua bocca e le gridava: “Oh, adesso sta’ zitta!”.
Così si chinava per terra, si stringeva tutta sotto il banco e forzava la porta di quelle case.
Ora che c’era dentro poteva finalmente toccarsi e sentire che aveva di nuovo una bocca sola.
Per la gioia strisciava il pavimento di tutti i tubetti dei colori che teneva nelle tasche.
Per la gioia spesso non riusciva a trattenersi.
Quando la suora tornava in classe con gli altri bambini, la tirava via a forza di là sotto, con mani lievi e sottovoce: “Ti sei bagnata, vieni via, adesso andiamo a cambiarci”.
Alle volte scendeva in cortile, Martina.
La paura di farsi vedere la spingeva su un campetto d’erba gelata, dove si abbandonava con la schiena sulla terra. Ne prendeva una manciata, le piaceva il suo sapore nella bocca. Le piaceva sentirne i granelli di pietra da masticare, mentre un succo avariato colava in ramoscelli nella gola.
La sua seconda bocca, rossa di ciliegie, soffiava alle farfalle.
Seduta sola nel suo banco, a distanza di uno dagli altri, Martina non voleva giocare con nessuno.
Allora la suora con la pancia larga prendeva il cordoncino intorno alla sua vita e lo passava intorno a quella di Martina.
Legata a lei, le correva dietro, batteva le mani, batteva come un coperchio spinto dal vapore sulla pentola anche il suo cuore.
Adesso la vedranno, adesso la vedranno, adesso la vedranno.
Le gambe bloccate, un improvviso rigagnolo caldo fin dentro le scarpe.
Un giorno all’asilo arrivò un fotografo e ogni bambino corse, schierato giù nel cortile, al centro la suora, tutti ma senza Martina.
Martina dov’è, Martina sta in classe, Martina sta strappando i disegni e rovesciando i banchi.
Martina scappa, grida, s’arrende.
E sa che ora che tutti l’hanno vista, quella bocca, non ha più segreti.
Nemmeno uno, nemmeno l’altro, il più bello.
Aspetta che scenda l’ora più chiara, tiepida delle piastrelle del balcone e graffiata dalle rondini. Scioglie la sua rete sino a quando il nero s’infila dentro l’ultimo anello e lo inghiotte.
Poi un altro giorno quella foto è tra le mani della suora e Martina si guarda: ha le guance rotonde, gli occhi che balzano allegri, un caschetto nero.
E una bocca sola.

 

Questo post prosegue il gioco di rimandi per favole tra Antonella PizzoErminia Daeder e me. Anch’io conosco una favola. La favola di una bimba piccolissima. Si chiamava Mar di Celestina.

Alivento

Mar di Celestina di Alivento

Era una bimba alta un metro e un quadretto. Di cioccolato. Un faccino da pulcino, un fiocco rosa in testa, tra i ricci di marzapane. Più che una bimba sembrava una bambolina da tenere sul comò, per guardarla ogni tanto, pettinarle il capelli, prenderla in braccio e sciogliersi di tenerezza. Quando abbracciava metteva le braccia paffute attorno al collo. Rosea. Ti carezzava il viso con mani minuscole carezzevoli di neve. La pelle un petalo di gelsomino. Aveva un vestito color di melanzana, che le stava d’incanto, s’apriva a ventaglio sotto il petto svasando onde morbide di trine fino all’orlo e tra i merletti sbucavano due gambette buffe da mangiarsele di baci.

Oltre che bella Mar di Celestina era anche brava, giocava volentieri e le piaceva giocare con tutti, inventava giochi nuovi, così nuovi che scrocchiavano di nuovo come scarpe nuove, la carta regalo da scartare, un falda di finocchio. I bimbi giocavano volentieri con lei. Erano felici anche solo di starle vicino. E lei inventava ogni giorno un gioco nuovo: la piuma chiocciola, il bruco bolla, la nuvola pecora, il pino martino erano solo alcune delle sue fantastiche invenzioni. Instancabile ed entusiasta desiderava che tutti andassero d’accordo e giocassero con rispetto delle cose, delle persone, dei fiori, degli animali e delle regole del gioco.

Quando Mar di Celestina e suoi amici giocavano le risa dei bimbi echeggiavano per le strade del paese e il paese sorrideva, ma non è che si vedesse proprio un sorriso, è che tutto sembrava bello e pulito come un giorno di vento leggero, come primavera, come un respiro che allarga i polmoni, come il sereno che arriva dopo la pioggia.

Poi pian piano le cose cambiarono. I bimbi si stancarono delle invenzioni di Mar di Celestina, forse volevano tornare ai vecchi giochi, forse volevano inventarne loro di nuovi, fatto sta che l’invidia aveva avvelenato i loro cuori, avevano perduto anche la voglia di giocare.

La piuma chiocciola appassì, il bruco bolla seccò, il pino si fece panchetta, la nuvola belando svaporò. I compagni di gioco si rinchiusero nelle loro case, si annoiavano, ma non riuscivano più neanche a giocare, quando ci provavano si finiva sempre per litigare. Senza i bambini che ridevano e scherzavano per le strade, il paese si fece grigio e triste. Il sole dall’alto vide tutto questo e si rabbuiò. Ed appena il sole si oscurò scese sul paese un buio nero, un buio così pesto che non si vedeva ad un palmo dal proprio naso.

Matrona Confusione appollaiata da secoli sulla poltrona vedendo che Buio Pesto aveva invaso ogni spazio alzò le ali e le scrollò: “Ora” disse “ è il mio turno. Scendo e regno”.

Buio e Confusione si insediarono nel paese. Sporchi, grassi e gradassi, lo misero a sacco e pasticcio.

Anche gli adulti ormai non sapevano più che fare, quando pescavano non sapevano che pesci pigliare, quando uscivano si scontravano, lavorando friggevano l’aria, ognuno correva di qua e di là senza conclusione. Tra loro non riuscivano più neanche a parlare, per comunicare gridavano sempre, aumentando la confusione.

Ogni porta di casa al paese si chiuse, ogni buco finestra s’intasò, ogni pertugio apertura si serrò. La stretta di chiusura aumentò a dismisura.

In questo caos intricato Buio la faceva da padrone, mangiò e mangiò e s’ingrassò fino a debordare verso i prati, i boschi, i campi, il fiume, alla fine colmò tutta la valle.

Una tragedia. Anche le piante ed i fiori morirono. E Mar di Celestina, chiusa in casa a piangere su questa rovina, divenne così triste che si mise a scrivere poesie.

Ne scriveva di tutti i colori: gialle, rosse, azzurre, le soffiava nel vuoto come bolle, le teneva sospese a mezz’aria, le mischiava tra loro e dipingeva la parete del muro.

Scrivendo poesie non pensava, e non pensava di scrivere poesie, ma scrivendo le lacrime seccarono e la tristezza si fece compassione.

In questa confusione almeno una persona era felice. Lei. L’ineffabile Strega Gallina sguazzava nera nella melma nera di una pozzanghera nera in cortile. Sbatteva le ali senza volare, solo goffi balzi dalla pozzanghera alla staccionata del cancello di casa Celestina. E starnazzava ovviamente, perché così facendo credeva di dominare la confusione. Con la testa piegata, tendendo l’occhio destro, spiava dalla finestra Mar di Celestina per scoprire cosa stesse scrivendo, ma Mar di Celestina, almeno questo, a qualunque prezzo non l’avrebbe permesso. E nascondeva le poesie strette strette in uno spazio bugigattolo segreto. La Strega Gallina allora girava la testa dall’altro lato, piegava il collo, guardava con l’occhio fisso sinistro e poi saltava.

Questo stato di cose non poteva durare, ne andava della sopravvivenza del paese, se ne rese conto anche il conte Abelardo Picansasso dal suo castello in cima alla collina. Stanco di brancolare, il conte decise d’intervenire, mandò al paese la pattuglia speciale dei Succhiabuio, istruiti a dovere affinché, usando le torce elettriche, non guardassero in faccia nessuno.

I Succhiabuio si misero all’opera e con macchine, raspe, spazzole e ramazze ripulirono ogni incavo e angolino.

Al paese tornò a splendere un sole blando, lontano, tiepidino, ma, anche se poco, ai paesani, dopo anni d’oscurità, già bastava. I compagni di gioco di Mar di Celestina uscirono fuori con la bocca spalancata, affamati di luce e di giochi. Ridevano, correvano, tornarono a giocare, ma ben presto s’accorsero che Mar di Celestina non era tra loro. Preoccupati andarono a cercarla.

Arrivarono alla sua casa e bussarono, ma nessuno rispondeva. Bussarono ancora. Silenzio. Poi sentirono che qualcuno a passi lenti s’avvicinava, la porta s’aprì, nel riquadro dello stipite comparvero due vecchietti curvi e stanchi. Erano i signori Celestina, i genitori di Mar di Celestina, invecchiati di cent’anni. Dissero ai ragazzi: “Ci dispiace, non sappiamo dove sia andata la nostra bambina” Raccontarono solo che scriveva e scriveva e ad un certo punto non l’avevano più vista. Era sparita come inghiottita dal buio.

I ragazzi la cercarono in ogni angolo della casa, del giardino, del paese ma niente, nessuna traccia di Mar di Celestina.

Loro non sapevano che Mar di Celestina s’era nascosta nel bugigattolo. Aveva chiuso la porta e s’era addormentata. Tra le braccia un fascio di fogli. Sui fogli tutte le poesie.

Quando finalmente capirono genitori ed amici corsero al nascondiglio e dietro la porta chiamarono a gran voce: “Mar di Celestina apri! Esci! E’ tutto finito, vieni fuori” Ma dal bugigattolo neanche un alito. Mar di Celestina dormiva, neanche li sentiva.

A spallate i ragazzi più robusti buttarono giù la porta e ansimanti entrarono nello stanzino. Dentro un deserto di vuoto. Nessuna traccia d’anima viva, né dei fogli, né della bambina. Al loro posto sul pavimento vetro in frantumi in una pozza d’argento.

8 Responses leave one →
  1. 2008 Luglio 7
    fernirosso permalink

    sono tutte e tre bellissime favole,vado matta per le favole, infatti spesso aggiungo dei dettagli ,da favola, nei miei scritti: a surrealtà,delle favole e dei sogni, mi pare abbia una misura più chiara della vita e delle cose che meritano di essere trattenute in noi. Grazie per questo trio di voci. Perchè non pensi antonella di fare una raccolta e pubblicarla, magari per Natale e devolvere tutto ai bambini di …quelli che necessitano di aiuto. Bacio,ferni

  2. 2008 Luglio 7
    antonella permalink

    pensi che riusciremmo a scrivere una raccolta di favole e che poi riusciremmo anche a pubblicarla e dopo venderla in modo da poter devolvere i “lauti guadagni” ai bambini poveri? carissima ferni, cos’è? una favola? :-)

  3. 2008 Luglio 7
    Alivento permalink

    oh bella il trio è pure qui! un vero trio da favola

  4. 2008 Luglio 7

    fa vo lo so :-)

  5. 2008 Luglio 8
    erminia daeder permalink

    Come sto bene qui tra le mie amiche Favoliste! :)
    E… se qualcuno/a ampliasse con nuova scrittura il giro di Favola?

  6. 2008 Luglio 8
    alessandrapigliaru permalink

    Anche a me piacciono le favole. E le vostre sono tutte e tre bellissime. Me le salvo, non si sa mai che mi capiti di raccontarle a qualche nipotina :)

    Alessandra

  7. 2008 Luglio 8
    fernirosso permalink

    Invece la favole esistono anche dentro ai libri che si stampano e vanno venduti per Natale.Adesso ti do gli estremi di chi l’ha fatto, lo scorso Natale.

    favolario illustrato-edito IL PONTE DEL SALE-
    hanno collaborato scrittori e illustratori per i villaggi SOS
    venduto a dieci euro è andato a ruba.
    Anche io ne ho comprati per regalarli poichè i testi delle favole raccolte erano bellissimi.Ciao Ant(r)onella,ferni rossa…rosa viola lilla e tanti altri colori.

    e ti mando questa breve breve

    …eppure ero già così lontana
    sopra un rotolone di paglia contadina
    stavo a guardare l’azzurro insieme a Tasca
    il mio cane che gironzola di palo in frasca.
    Sono venute tutte le formiche una coda di allodole e
    una girandola di colibrì
    Ho imparato questa settimana i loro nomi così lontani
    dalle cose che si accontentano d’essere ospitate
    dentro gli occhi o tra le mani
    a volte anche nei polmoni.
    Ricordo una volta che stavo come adesso
    sopra i covoni a sognare a bocca aperta
    come oggi guardavo le nuvole passare. Si infilavano
    di corsa dentro i sentieri delle forme e si cambiavano d’abito e l’essere.
    Stavo contando quanti fossero i conigli quando una vespa sconsiderata
    voleva pungermi nel fiore della lingua.
    Le mie rosse papille che ridevano dei sogni
    si sono fatte un segno per scacciare l’indemoniata.
    Una x come un ricamo per dire a quella che non aveva un nome
    e dunque non la potevo ospitare nella mia lingua.
    http://img383.imageshack.us/img383/4620/x1pphu2k6hcg6ozc5f2uj36jf2.jpg

  8. 2008 Luglio 8
    Alivento permalink

    Io ho letto la mia favola ad un bimbo, che l’ha ascoltata attentissimo, alla fine mi ha chiesto ” e la bambina dov’era finita?”
    E’ la prima favola che scrivo e, senza nemmeno volerlo, sono riuscita a scrivere una fine senza fine.

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