LA MANIGLIA, di Alessandra Paganardi

2008 Luglio 6

Chissà perché, quando si pensa a qualcosa, se ne ricordano sempre le parti più vistose, possibilmente colorate o attraenti. Immaginatevi un quadro, e ditemi se vi capita mai di degnare di qualche sguardo il chiodo nascosto dietro, piantato lì come una piccola croce. Lo so, non scusatevi: non vi succede mai. E se per caso vi accade, non lo associate mai al suo bel quadro: piuttosto ad una bestemmia tirata nell’appenderlo, quando, per colpa di quel chiodo (ma mai del quadro!) vi siete dati una bella martellata sull’indice o sul medio sinistro – o sul destro, se eventualmente siete mancini. Eppure, se avete potuto ammirare il quadro a quella mostra dove c’erano tante donne profumate e vestite bene, qualche ragazzino irrequieto e molti mercanti d’arte (che, dopo aver fiutato la vostra volontà acquistare, hanno cominciato a trattarvi con riguardi da vero signore), è stato proprio merito di quel modestissimo chiodo, aguzzo, brutto e magari arrugginito. Né colorato, né attraente, né vistoso. Non meritava nessuna attenzione, né tanto meno un briciolo di riconoscenza.
Sarebbe insomma come ricordare, di una bella ragazza, l’attaccatura dei capelli invece della chioma. O l’orlo invisibile di un vestito, o la scatoletta di pelle imbottita che racchiudeva un gioiello prezioso, e che talora, presi dall’emozione del regalo, avete gettato via come un incarto inutile. In altre parole sarebbe come rammentarsi di me, la maniglia esterna di una porta d’ingresso qualsiasi, al settimo piano di un palazzo di periferia: una porta anonima come me, persino più vecchia (io sono morta e rinata già due volte, perché altrettante la padrona di casa aveva smarrito le chiavi e si era lasciata prendere dal panico di rimanere chiusa fuori); ma almeno alta, robusta, individuata. La gente non se ne accorge, ma ricorda volentieri le porte degli appartamenti: sono un po’ gli occhi dei pianerottoli, occhi di sonnambulo sempre chiusi ma in realtà desti, attenti ad ogni rumore sotto le palpebre serrate; ansiosi, vigili, pronti a svegliarsi subito se dalle serrande abbassate sentiamo pronunciare, caldo e familiare, il nostro nome. Sono loro i segnali di fumo che ci dicono quando, distratti, abbiamo sbagliato piano.
Una maniglia, invece, non la nota mai nessuno. Siamo noi a notare tutto. Voi non ci crederete, ma ogni volta che la mia padrona entra ed esce io capisco, dalla sua mano, di che umore è. La mano è uno specchio dell’anima assai più sensibile dello sguardo, del sorriso. Il palmo si appoggia a me, e non c’è scampo. Sento i suoi umori, i suoi tremori, la sua presa che non può mentire. Capisco anche chi quella mano ha stretto, accarezzato, chi ha offeso, o da chi è stata offesa. Capisco, e a volte mi sembra di trovarmi in una posizione persino imbarazzante, se e chi quella mano, in un particolare momento, odia oppure ama.
Certo: capire lo stato d’animo non è soltanto una questione di presa, o di temperatura, o di umidità. Dipende anche dall’ora in cui la persona rincasa. E’ una variabile importante. Di pomeriggio, qualunque sia lo stato emotivo, la mano è sempre frettolosa ma ferma, come se volesse accartocciare l’istante in un pugno. La notte è completamente diversa. Si appoggia a me come a un bastone, vorrebbe dilatarsi, dilatare il tempo. Come se non potesse ancora credere che il giorno sia finito.
Capita spesso che la signora rientri tardi, tardissimo. Mani sempre più lente e molli su di me, come se volessero scaldarmi. Di giorno, ultimamente, non le sentivo quasi mai. E devo dire che raramente ho sentito altre mani su di me: quando accade le riconosco ancor prima che mi tocchino, come un cane identifica il padrone o l’estraneo dai passi sulle scale, dall’aria che si muove, dall’odore. Mi sbaglio di rado. E poi non molti sanno, come invece io so, quanto poco una mano possa somigliare ad un’altra: nella forza, nella storia, nelle linee impercettibili che nessuno vede, ma che su di me diventano nervature di una foglia, anelli circolari di un tronco quotidianamente consumato e vissuto. Finché un’altra mano non li scompiglia, un’altra stretta non mi avverte che qualcuno sta andandosene – e io non so mai quando tornerà.
E’ successo l’ultima volta ieri. Era giorno, l’ho capito dalla stretta frettolosa di quel pugno grande e duro. Conoscevo già la mano, l’avevo sentita qualche volta negli ultimi mesi, ma ieri mi è sembrata strana, diversa. Aveva molta fretta, eppure ha indugiato su di me e poi ha passato e ripassato sul mio dorso d’ottone qualcosa di morbido, come se volesse accarezzarmi. Non mi è parsa una carezza molto gentile, e in ogni caso non ci ero abituata: la signora non l’aveva mai fatto. Poi, contrariamente al solito, non ho sentito il rumore della chiave sotto di me, che normalmente mi piace: mi culla come un carillon senza tristezza, muto. Ho creduto che la padrona andasse a chiudere dall’interno, ma non ho sentito nessuno scatto, neppure lì. Poi stamattina sono arrivati in cento, hanno spalancato la porta senza tanto garbo, ma di nessuno di loro ho avvertito il calore, l’umore. Evidentemente indossavano guanti robusti: ho pensato che fuori facesse particolarmente freddo. Mi sono sentita un po’ strana anch’io, a dire il vero. Ma il peggio è arrivato quando, dopo un trambusto che non vi sto a dire e due o tre sirene che si sentivano anche da quassù, mi hanno sgangherata tutta con un arnese di ferro e mi hanno portata via con le stesse mani di velluto, come un albero morto. Adesso sono qui su un tavolo grande, avvolta in una specie di plastica che non somiglia per niente a una mano, ma neppure a una coperta che riscaldi, né a un riparo. Chissà se morirò ancora e rinascerò diversa, come quando la padrona perdeva le chiavi; ma non ci conto. Anche perché non ne ho più saputo nulla da quando ho avvertito quell’ultimo pugno, grande e un po’ nervoso, su di me: non l’ho sentita rientrare neppure la scorsa notte. Forse fra gli esseri umani si fa così: ogni tanto si appende un altro chiodo al muro, si cambia colore di capelli, guanti, casa, automobile, amici, vita. Mi domando soltanto perché stamattina abbiano fatto tanto chiasso, con tutte quelle persone agitate e quelle sirene. E mi domando perché è capitato proprio a me. Dopotutto ero quasi nuova.

***
Alessandra Paganardi vive e insegna a Milano. Tra le raccolte di poesia: Vedute, Ibiskos Ulivieri, 2008; Tempo reale, Joker 2008; Ospite che verrai, Joker, 2005 (seconda edizione 2007). Ha pubblicato il volume di saggi Lo sguardo dello stupore: lettura di cinque poeti contemporanei, Viennepierre edizioni, 2005; testi letterari e interventi critici su riviste, tra cui “La clessidra”, “Il Monte analogo”, “Alla bottega”, “Odissea”, “Leggendaria”, “Gradiva”, “L’immaginazione”, “Costruzioni psicoanalitiche”, “Il cavallo di Cavalcanti”, e su vari siti web. Altri saggi sono presenti in AA.VV., Atti della Giornata di Studio su Giampiero Neri, a cura di Victoria Surliuga, LietoColle, 2006, e in AA.VV., Sotto la superficie, a cura di Gabriela Fantato, Bocca editore, 2004. Ha vinto vari premi letterari, fra cui il “San Domenichino” 2007 per la poesia e il “Gozzano” 2007 per la narrativa inedita. Interventi critici sul suo lavoro sono usciti su riviste e quotidiani, fra cui “Poesia”, “Letture”, “L’Unità”, “Il secolo d’Italia”, “Polimnia”, “Le voci della luna”, “L’indipendente”, “L’azione”, “Gradiva”, “Annali d’Italianistica”, “MM-Università degli Studi di Milano”. E’ redattrice della rivista di poesia, arte e filosofia La mosca di Milano.

29 Responses leave one →
  1. 2008 Luglio 6

    una bella scrittura e, soprattutto, una fantasia gradevolissima quella di Alessandra Paganardi, della quale mi precipito a leggere le poesie (ce ne saranno su Internet, no?). ciao, Lucetta !

  2. 2008 Luglio 6
    Alivento permalink

    bella scrittura davvero.

  3. 2008 Luglio 6
    fernirosso permalink

    Lettura che affranca lo sguardo sui luoghi che si considerano non signi-ficanti,addirittura nemmeno luoghi, inizialmente si tratta di un o-g-getto, su cui l’occhio indaga facendo ricorso all’orecchio e, attraverso quello allo sguardo profondo per guadagnare rive molto più lontane dell’oggetto stesso.Si intrecciano paesaggi e fili di Arianna, all’interno del labirintico suono di memorie che si ricostruiscono,attimo per attimo. Grazie per la lettura proposta.ferni

  4. 2008 Luglio 6
    alessandrapigliaru permalink

    Lo sguardo degli oggetti è quella visione-altra che sempre ci sfugge. Quando si ha la capacità raffinata e ironica di una scrittura come quella della Paganardi, si apprezza molto di più ciò che il circostante ha da ricordarci. Infondo la carica dei ricordi resta spesso in un tratto di strada o in un particolare che ci ha accompagnato, silenzioso, per lungo tempo. Quando agli oggetti si riesce ad infondere un’anima, di quella visione-altra ci possiamo addirittura consolare. Tutto ciò che ci circonda è in effetti il luogo della relazione col mondo. Grazie ad Alessandra Paganardi che spero di rileggere presto anche tra queste pagine.
    Alessandra*

  5. 2008 Luglio 6
    alessandra paganardi permalink

    Grazie, Lucetta, per questa bellissima cornice anche grafica, e grazie a tutti gli organizzatori del sito! Torno da un fine settimana piovoso sulle Dolomiti, e vorrei discutere con voi dei rapporti fra poesia e prosa, perchè la mia vicenda è stata piutosto singolare. Avevo pronte le bozze per l’ultima raccolta di poesie “Tempo reale”, uscita poi per Joker nel marzo scorso, e ho avvertito con forza come la mia scrittura avesse bisogno di un respiro diverso dal verso. Allora mi sono ri-volta, dico ri-volta perchè era stato il mio primissimo amore letterario, alla narrativa e ho cominciato a scrivere racconti. In effetti in “Tempo reale” ci sono due poemetti e forse non è casuale. Ho immediatamente avvertito il bisogno di comunicare questa nuova ricerca: volevo essere aiutata a capire se mi stavo sbagliando, se era un’incursione in territori non miei, se era pure evasione o magari stanchezza….uno dei mie racconti, “Diario dal deserto”, oltre a darmi la gioia davvero inattesa del premio Gozzano 2007 per l’inedito, è stato pubblicato in vari siti, da Babele a Narrabilando, e su una bellissima rivista cartacea di narrativa, Il cavallo di Cavalcanti. Altri sono sul sito di Attilio Mangano “Intellettuali e storia”. Navigo a vista e mi lascio portare dalla scrittura un po’….dove vuole lei. Al momento sto finendo un racconto che avevo in mente da mesi, mancandomi solo il tempo materiale, e sto lavorando ad altri due. Per me poesia e prosa sono due cose distinte e separate, ci tengo a dirlo, ma credo che uno scrittore possa aver bisogno di nutrirsi di entrambe e di esplorare nella sua ricerca entrambe. La prosa ha ritmi e regole diversi dalla poesia, ma ugualmente difficili da scegliere e da creare. Pamuk nella “Valigia di mio padre” scrive che il mondo può entrare soltanto in un romanzo. Non sono Pamuk e forse non scriverò mai un romanzo, ma nel mio piccolo sentivo e sento che la vita non può sempre entrare intera in un verso, anche se, come nel mio caso, ci si è occupati finora di poesia con grandissimo amore: Mi piacerebbe sentire il vostro parere sul rapporto fra poesia e prosa, su ciò che pensate di questi viaggi che la scrittura ci fa fare….nel frattempo vi ringrazio di cuore. Alessandra Paganardi

  6. 2008 Luglio 6
    Doriana permalink

    Cara Alessandra come te sono partita dalla poesia, 43 anni fa, e da pochi anni, forse due pieni, scrivo in lunghezza ciò che ho da dire, che preme e urge come quando sboccia un fiore di una pianta grassa o un lavandino pieno d’acqua che trabocca…
    eppure parto da quel particolare..magari una maniglia vittima di disattenzione, una porta temuta, chiusa troppo spesso e per troppo tempo. Mi spalanco alla parola, ci gioco, mi confonde e la espongo. Non ha quella forza che trattenevo con due o tre righe ma che ha giaciuto per anni e anni nelle agendine, nei pezzetti di carta…ora gira come me, una che ha voglia di aprire…
    Tu sei avanti, verso il racconto…ti abbraccio
    Doriana

  7. 2008 Luglio 6
    fernirosso permalink

    il tempo della prosa e lo spazio che essa tenta di aprire è molto più di un battito di sistole di cui poesia si nutre,il secondo, potrebbe anche non esistere, in poesia non entra il calcolo dell’utile.Si potrebbe mettere in conto anche il moire o la sparizione, la dissolvenza:ciò che non viene detto c’è comunque in poesia, basta un a capo, una sopsensione mancata là dove la si aspetta. La p-rosa non può farsi sposa del lettore se manca di dargli i passaggi, fargli assaporare la continuità di una specie di rapporto amoroso in cui sentrisi sempre fondamentale.La poesia non viene scritta per chi leggerà, chi leggerà forse si sentirà chi-amato,forse allontanato,ma cercherà in sè una chiave.LA PROSA VORREBBE DARLA, QUELLA CHIAVE SEGRETA. AUGURI,ferni

  8. 2008 Luglio 7
    Vittorio permalink

    Ah! La poesia! ci ho sempre pensato fin da piccolo, Alessandra, e la pensavo come una dea, una fata, un folletto (una folletta) che sta da qualche parte, ben nascosta, scrutando il lavoro degli uomini e vi si precipita con tuffi travolgenti, ma soltanto quando vede che vale la pena:quando sente che qualcono la chiama ( vuol dire che l’ha vista). Come dire? Io che disegno per mangiare, ma anche per non morire, ho anche dovuto scrivere, e quando qualcosa mi è riuscito, la folletta vi si è precipitata. Che fosse disegno, colore, racconto… Che faccia tosta, parlare con tutti voi che dite così bene le cose!
    Io che per spiegarmi devo “farvi un disegno”…
    Alessandra, conoscevo “la maniglia” e mi è molto molto piaciuto. Quando faremo un seminario inconttro di giorni e giorni sul rapporto tra poesia e disegno.
    Vitt

  9. 2008 Luglio 7

    Cara Alessandra e cari tutti, anche per me prosa e poesia sono nati insieme, poi anche l’esercizio critico, essenziale anche quello per chi scrive, sebbene vi sia una differenza fra un esercizio critico di tipo più strettamente professionale, in ambito accademico e non, da un esercizio critico più legato alla riflessione che ogni scrittore fa necessariamente sulla propria scrittura attraverso quella degli altri.
    Venendo a quanto dice Alessandra Paganardi, prosa e poesia hanno certamente modalità diverse sia di scrittura sia di tempo:, la prosa richiede anche un esercizio costante, la poesia può darsi come irruzione improvvisa, carsica nel senso che può essere silente per molto tempo. Detto questo nella mia esperienza personale, avviene che quando un’idea, oppure una situazione, qualcosa di cui sento l’urgenza di scrivere, occupa sempre di più i miei pensieri, basta avere la pazienza di aspettare e accade che sia essa stessa a suggerire quale sia la forma più adatta per incarnarla in una scrittura. Non mi è chiaro il perché prenda una strada piuttosto che un’altra ma so che questo avviene. E’ un processo più intuitivo che razionale o progettuale.
    Non ho mai escluso in partenza alcuna forma, anche se anni fa avrei detto che per quanto attiene la narrativa non sarei andato oltre il racconto e invece ho scritto due romanzi; ma questo non è essenziale, se si ha la pazienza di aspettare; malmeno per me. Franco Romanò

  10. 2008 Luglio 7
    alessandra paganardi permalink

    Grazie a Franco, Vittorio, Fernirosso, Doriana, Alivento, Alessandra, Lucetta per le loro interessanti considerazioni. Spero che lo scambio di esperienze sul fare prosa e poesia prosegua: mi pare una condivisione molto interessante. Anch’io penso che la scrittura debba suggerirci essa stessa le vie, anch’io trovo fondamentale l’esercizio della prosa critica per riflettere su ciò che noi stessi facciamo, oltre che per riflettere sulla scrittura degli altri. Non sono invece molto d’accordo sulla “poesia come irruzione improvvisa”, o meglio occorre intendersi su questo. Non credo assolutamente nello “scrivere di getto”, sia esso in poesia o in prosa. Credo caso mai in una scrittura relativamente veloce, ma dopo una gestazione assai lunga, in entrambi i casi. Certo, ogni testo è un’esperienza a parte; ma capisco cosa intenda Franco parlando d’irruzione, forse si riferisce alla misura compatta del testo poetico, alle sua modalità di “bussare alla mente”…ne riparliamo se volete! un caro saluto, ale

  11. 2008 Luglio 7
    Giorgio permalink

    Mi è sempre piaciuta la definizione che Leopardi dà della poesia, come qualsiasi scritto in prosa o in versi atto a destare l’immaginazione del lettore. Fatte salve tutte le peculiarità a cui tu accenni, Alessandra, dell’una e dell’altra.

    Non sono poche difatti le poesie di prosatori o le prose di poeti: soprattutto queste ultime io ho sempre trovato di estremo interesse. Anche quando sono totalmente prose, le trovo esemplari, fra l’altro, per l’attenzione alla vita delle piccole cose, per offrire squarci di esistenze attraverso un dettaglio, per l’energia infusa nelle parole: e sono cose che con piacere ritrovo in questo tuo brano.

    Perciò: grazie di queste tue incursioni, Alessandra!
    Un abbraccio

  12. 2008 Luglio 7
    Alea permalink

    Lungi dall’essere un mero esercizio stilistico e di genere, chissa’ che questo racconto non sia il primo di una serie, nella quale ritroviamo l’Autrice che soffia di nuovo delicatamente sulle parole di oggetti inanimati spolverandoli un poco della polvere dell’oblio nella quale li lasciamo avvolti e restituendo loro luce, forma e perfino pensiero.
    Como in un effetto relativistico di passaggio da un sistema di riferimento ad un altro, in cui le leggi di natura sono sempre le stesse ma cambiano le osservazioni (sulle traiettorie, le forze apparenti, la vita media ad es.) a seconda del punto di vista in cui ci si trova, Alessandra ci fa scendere dal nostro “sistema” per farci salire a bordo di un altro del tutto inusuale, attraverso il quale vediamo muoversi avanti e indietro noi stessi, con i nostri limiti, le nostre pulsioni, le nostre miserie.
    Tutto questo solo per pochi istanti, giusto il tempo per rendere consapevole il lettore della necessita’ di affacciarsi al mondo che lo circonda da prospettive diverse.

  13. 2008 Luglio 7
    margheritarimi permalink

    Rapporto tra poesia e prosa… penso che la questione dei generi letterari non esiste fuori… niente esiste fuori di noi, la questione interessa chi scrive ed il modo in cui sente le cose, la realtà, scegliendosi poi gli strumenti più idonei.

    Certo la poesia è di un sentire più contratto, forse di un sentire di “meno parole” e più silenzio di più mistero.
    C’è un percepire…un intuire…”qualcosa” di mai raggiungibile da parte del linguaggio, di imprendibile, la sfida e la frustrazione che questo comporta, nel tentativo di avvicinarsi e mai possederlo.
    Penso che per quanto elaborata la poesia appartenga ad un sentire più arcaico e viscerale.
    Certo si possono trovare molti di questi elementi anche negli scritti in prosa, ma se leggo poesia vorrei trovare una “tensione” elevata che per ovvi motivi non può mantenere il racconto o il romanzo che poggia su una base più articolata.
    Se leggo un romanzo magari mi aspetto anche delle parti poetiche.
    Non ho esperienza di scrittura in prosa, ma quando qualche volta ho provato, la mia sensazione era quella di diluirmi in una maggiore “necessità” di comunicazione.mentre con la poesia mi coglie più un senso di insondabilità e di sospensione, di trattenere le parole.

    Grazie per il tuo bel racconto Alessandra, limpida scrittura. conserva la musicalità della poesia
    un saluto ed un augurio
    margheritarimi

  14. 2008 Luglio 8
    alessandra paganardi permalink

    Grazie, Margherita e grazie, Alea. Mi piacerebbe potervi incontrare “davvero” un giorno! Grazie anche a Giorgio, buona la tua citazione di Leopardi….approfitto per augurare a tutti la buonanotte,
    ale

  15. 2008 Luglio 8
    paolo borzi permalink

    Alessandra è un fenomeno che vanto amica; l’ affinità su questa questione me la fa sentire se possibile più vicina, anche se il mio “ambidestrismo” è endemico, da sempre.
    Prosa o poesia (o prosa IN poesia e viceversa) la letteratura deve comunque devastare e a devastare è la poesia; dunque la prosa che sia prosa deve contenerla (allora hai i libri che possono cambiare una vita, cosa che per una lirica è più difficile). Il contrario (che la poesia debba contenere prosa) è già nel fatto che la scriviamo, poichè la dimensione del poetico è-a mio avviso-il non-scrivibile..la via della comunicazione è nella sostanza prosa, anche scrivendo m’ illumino d’immenso.

    Circa questo splendido racconto, esso è sommamente poetico nel contenuto, più che nella “contaminazione formale” dei generi. L’accessorio è Centro, anzi persona…è una delle stigmati del poetico, che capovolge specularmente l’utilitarismo dei comuni orizzonti. I periodi sono brevi ma molto molto “controllati”dalla logica…..humor e pathos delle sequenze, “suspance” sul come va a finire, racconto insomma, proprio un bel racconto, degno d’un Buzzari Dino da Belluno…e anche qui mi trovo (n’antra vorta;-)) empatico.

    Bravissima!
    paolo

  16. 2008 Luglio 8
    ivana ilic' permalink

    CARA ALESSANDRA ,NON SOLO IL TUO RACCONTO MI E’ PIACIUTO MOLTISSIMO MA HA DATO “VITA”ALLA MIA PASSIONE CHE E’ DIPINGERE MANI!!!HO GIA’ FATTO UNA FOTO DELLA MIA MANO SU UNA MANIGLIA PER DIPINGERLA!! LA MANIGLIA CHE PARLA DELLE MANI CHE LA TOCCANO E’ GRANDIOSA!
    UN ABBRACCIO E ….GRAZIE!!!

  17. 2008 Luglio 8
    ivana ilic' permalink

    CIAO PAOLINO MIO,IO SCRIVO QUATTRO RIGHE E TU SAI FARE UN COMMENTO “ROMANZATO”!!! BRAVO! UN ABBRACCIO!

  18. 2008 Luglio 8
    alessandra paganardi permalink

    Cari Paolo e Ivana,
    non mi ritengo certo un “fenomeno”, per citare Paolo: ma accidenti, stimolare qualcuno a dipingere a distanza, per me che non so neppure come si maneggia una tavolozza, più che un fenomeno è un autentico miracolo! E’ pur vero ciò che dice Paolo: spesso è proprio ciò che non ha voce a parlare meglio di tutto il resto. Il marginale, l’oggetto dimenticato in una valigia o nella tasca di una giacca fuori stagione, oppure ciò che sembra dover restare, per destino, eternamente in ombra….ma l’ombra stessa, forse, è una condizione di privilegio da riscoprire. E le mani andrebbero osservate assai più spesso, prima ancora del volto, per capire come una persona davvero si rapporta a noi e agli altri…..anche se nessuno ha il dono d’ essere una maniglia, obbligata per natura ad entrare in contatto con le mani, con i loro umori e odori, prima che con ogni altra parte del corpo! Un affettuoso saluto, sperando di rivedervi presto tutti e due!
    ale

  19. 2008 Luglio 8
    laura permalink

    Cara Dada…(so che ormai siamo in pochi a chiamarti cosi :-) ….) , da “vecchia” amica puoi immaginare che non posso commentare su prosa e poesia ma vorrei dirti con tutto il cuore che il tuo racconto è molto bello e pur non potendo giudicare la qualità della scrittura (che per me rimane sempre bellissima) posso notare la ricchezza del contenuto ….quanta strada mia cara da quell’ormai antica “Ti saluto adolescenza” :-) . Un abbraccio….laura

  20. 2008 Luglio 8
    alessandra paganardi permalink

    Sì, quanta strada! Grazie per questo pensiero, Laura. Dai versi che tu citi sono passati ventinove anni, l’estate che ci siamo conosciute a Milano Marittima, il 1979…meglio non diventare troppo nostalgiche, cioè svenevoli….Buonanotte e a presto! ale

  21. 2008 Luglio 9
    Luca Benassi permalink

    Leggendo questo bellissimo racconto di Alessandra come non pensare a Fredrick Brown, per chi non lo conoscesse l’autore del noto racconto “la sentinella”? Un autore ormai introvabile visto che le raccolte di tutti i suoi racconti “Cosmolinea B1” e “Cosmolinea B2”, edite in Italia da Mondadori nel 1983, sono ormai rarissimi reperti da bancarella. Dunque come non pensare a Brown, allo straniamento dei punti di vista che genera il paradosso, la visione laterale e diversa che sembra una diretta trasposizione letteraria dei teoremi di Heisenberg e Godel, con tutte le conseguenze in termini di visione filosofica di una realtà scientifica falsificabile in quanto intrisa del soggetto interpretante? Dunque una narrazione fatta di punti di visti, intrisa dell’oggetto che osserva (altro paradosso), dove la realtà emerge senza una verità, straniante come una cavia che studia con attenzione il suo sperimentatore. Se la maniglia esprime una sua poetica – e tanto si è parlato nei commenti del rapporto poesia/prosa – a me interessa invece proprio l’emergere di una limitatezza sensoriale e percettiva, solo materica dell’ottone, che proprio nella poetica della sensazione trova il codice per scoprire la realtà che la circonda, senza tuttavia capire le ragioni dell’umano (e l’umano capisce le ragioni dell’ottone?), il senso tragico della morte. E poi: scrittura poetica. Ne siamo sicuri fino in fondo? Non lo so, non c’è forse una nettezza del racconto, una precisione, una puntualità che ci riporta al minimo, a certe pagine di Brown e Dick (per rimanere nella fantascienza coltissima americana), ma ancora meglio al minimalismo perfetto di Carver (altro “ambidestro” americano per dirla con le parole del Borzi), scendendo giù fino a certe memorabili pagine di Cechov? Già, più Cechov che Buzzati, caro Paolo, a meno che per Buzzati non intendevi proprio quella nettezza giornalistica di certi racconti, quella bellezza precisa dei fatti che bucano il magico, che emergono dalle esperienze di cronista di nera dello scrittore di Belluno. Ma in fondo questo racconto di Alessandra non è un piccolo giallo? un minimo noir? In attesa delle vostre risposte, un abbraccio a tutti. Luca Benassi
    benax76@gmail.com

  22. 2008 Luglio 9
    alessandra paganardi permalink

    Caro Luca,
    in effetti sento molto vicini a me sia Buzzati (soprattiutto racconti poco noti, come il memorabile “Sette piani” che Dick. Di Brown non ho effettivamente letto nulla, anche se mi ritrovo pienamente nelle intenzioni di straniamento che descrivi…e poi, sono perfettamente d’accordo, anche l’umano ignora le ragioni della cosiddetta “materia bruta”, ed è proprio questo che volevo dire fra le righe…perchè c’è una componente di matria bruta nel cosiddetto umano, una componente d’irriducibilità all’altro e di opacità che nel nostro grande egocentrismo antropocentrico preferiamo ignorare…preferiamo sentirci non soltanto superiori agli animali e alle cose, ma capaci di comprenderle tutte come in una rassicurante matrioska. Invece, nel mio racconto, se una piccola morale c’è è proprio e soltanto questa: che la maniglia è l’unica ad aver scoperto, dalla propria incomprensibile sensibilità ottonica, l’assassino….gli inquirenti umani si limitano a multilare le cose per interrogarle, per non capire il più delle volte proprio nulla! grazie per questo commento, alla prossima
    ale

  23. 2008 Luglio 10
    francescodegirolamo permalink

    Veramente un bel racconto, che parte da una trovata molto efficace e piuttosto originale, portata avanti da una prosa agile, limpida, scaltra e discreta. Quindi una prova narrativa abilissima, quasi persino virtuosistica, ma per nulla sterile, grazie alla piccola, acuta, disincantata “morale” da cui è garbatamente sottesa.
    Complimenti all’autrice, di cui approfondirò con grande interesse la conoscenza.
    francesco

  24. 2008 Luglio 11
    alessandra paganardi permalink

    Gentile Francesco De Girolamo, grazie per questa visita e per il suo apprezzamento! Ho “curiosato” in rete e letto alcuni suoi testi poetici: mi ha colpito la loro misura classica, ma anche la forte tensione spirituale. Mi riprometto anch’io di approfondire la sua conoscenza come autore. Le sarò grata di ogni suggerimento, che può scrivermi anche via mail (non riporto il mio indirizzo qui per ovvie ragioni di privacy, ma lo posseggono Lucetta Frisa, Luca Benassi, Paolo Borzi, solo per citare il post originario e qualcuno degli ultimissimi). A risentirci e buon fine settimana. Alessandra Paganardi.

  25. 2008 Luglio 11
    lucetta permalink

    carissima Ale,
    sono tornata, enfin, e sono felice dei lusinghieri riscontri-tutti meritatissimi- ottenuti dal tuo singolare racconto.
    Penso di interpretare il pensiero delle altre belle donne e bei uomini(seppure,ainoi, in minoranza, ma dal “tono” qualitativamente alto) invitandoti per un’altra manche…
    Tra tutti gli scrittori che possono tornare in mente leggendo La Maniglia, ti chiedo e vi chiedo: hai/avete letto “Storie di cose “di H.C.Andersen? Eccolo lì il tuo vero papà, a mio personale avviso, e di tutti quelli che con efficacia e leggerezza di stile, e senso della suspense, sanno fare parlare i piccoli oggetti del nostro quotidiano.
    Ieri sera mi è capitato di leggere qualche racconto del bravo,bravissimo -seppur noioso- Saramago e ti assicuro che c’è la storia di una rivoltella che….Ebbene, ecco un altro scrittore che pone oggetti- violenti o meno- al centro della scena.
    Mi raccomando, Ale, cara: continua a scrivere racconti e ad allietarci con loro!
    Grazie per aver accettato il mio invito.E ancora tanti tanti complimenti!
    un abbraccio lucetta

  26. 2008 Luglio 13
    alessandra paganardi permalink

    Carissima Lucetta,
    quale miglior viatico di questo tuo augurio, e di queste tue note? E’ vero, Andersen è uno dei miei maestri….e – a proposito di fiabe con oggetti parlanti – non dimentico mai i bellissimi dialoghi della teiera e della tazza nella “Bella e la bestia”…forse gli oggetti hanno un’anima ben più delle persone. Bisogna trovare il modo di dar loro voce. C’è chi sa farlo certamente assai meglio di me: posso dire soltanto che, da quando mi esprimo in narrativa, ci sto provando ancor più di prima. Se non con una maniglia con un paesaggio, un incrocio, un guanciale, un fiume, un ripassare dalla stessa via…. che non è mai più la stessa. Dove, forse, può ancora parlare la vita. Grazie a tutti di questo bel dialogo. Buonanotte e a presto, ale.

  27. 2008 Luglio 14
    paolo borzi permalink

    Credo che la misura in questa faccenda degli “oggetti parlanti” stia tra una “normalità” allegorizzante-antropomorfizzante e la devastazione “ecopsichica” in cui l’incombenza di oggetti “non mediati-non utilizzati” può portare ad esiti anche clinicamente atroci.

    Insomma, l’ arte starebbe a metà strada tra il mettere fumetti su una carriola che parla con la legna e il farsi totalmente trasportare e fracassare via dalla carriola.

    La filisofia è una mediazione attraverso ipertrofica meditazione di questi rapporti…ma svaporando sugli “oggetti assoluti”, essa si schiera tra i fattori nobilissimamente “anestetici” della civiltà, laddove la poesia e la magia esistenziale (che sono scrittura e vita della stessa faccenda, penso…), creano una mediazione sempre in bilico, furente e rischiosa, ma che pure è il baricentro profondo d’una civiltà che “si tiene” (ovvero che conservi le radici).

    Non a caso tali radici sono spesso testi poetici, con profeti “extra vaganti” che ci vaticinano in mezzo (come il caso di Tiresia per l’ Odissea). Quando il mare parla è Nettuno; quando ulula il Vento è eolo. Tra spirito umano e cose esterne,la “via mediana” trova gli spiriti esterni…roba in fondo anche romantica, nulla di nuovo, anzi, antichissimo…praticamente una “ultra-news” che sorge anche tra certi bellissimi testi che leggiamo tra queste pagine.
    paolo

  28. 2008 Luglio 14
    alessandra paganardi permalink

    Caro Paolo,
    i tuoi commenti sono sempre mosenz’altro definito “concertanti” 8riferendosi alle ottave ariostesche), e la tua narrativa magico – realistica. Quanto la nostra civiltà si tenga, come dici tu, non so. Ho il sospetto che lo faccia sempre meno. Ma credo che a noi che, nel nostro piccolo, scriviamo, spetti il compito di dar voce alle cose, facendosene – eventualmente, se occorre – fracassare. Eolo e Nettuno possono anche tacere (personalmente non credo nella mitopoiesi, lo giudico un codice tramontato, almeno per me); il mare e il vento non tacciono, ma senza scomodare il mito questo ènella natura del nostro rapporto umano con le cose. Ironia più che mito, forse, ma poi in fondo ciascuno parla come ne è capace e non ci sono gerarchie (per fortuna!).
    Un caro saluto di sogni d’oro e alla prossima!
    ale

  29. 2008 Luglio 14
    alessandra paganardi permalink

    SCUSATE, HO INVOLONTARIAMENTE CANCELLATO UN RIGO E ME NE SONO ACCORTA DOPO!!!! QUESTO IL POST CORRETTO:
    Caro Paolo,
    i tuoi commenti sono sempre molto acuti, come le tue ottave (che De Robertis avrebbe senz’altro definito “concertanti” ,riferendosi alle ottave ariostesche), e la tua narrativa magico – realistica. Quanto la nostra civiltà si tenga, come dici tu, non so. Ho il sospetto che lo faccia sempre meno. Ma credo che a noi che, nel nostro piccolo, scriviamo, spetti il compito di dar voce alle cose, facendosene – eventualmente, se occorre – fracassare. Eolo e Nettuno possono anche tacere (personalmente non credo nella mitopoiesi, lo giudico un codice tramontato, almeno per me); il mare e il vento non tacciono, ma senza scomodare il mito questo ènella natura del nostro rapporto umano con le cose. Ironia più che mito, forse, ma poi in fondo ciascuno parla come ne è capace e non ci sono gerarchie (per fortuna!).
    Un caro saluto di sogni d’oro e alla prossima!
    ale

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