Esce il numero 50, anno XIII (Giugno 2008) della rivista trimestrale Atelier

2008 Giugno 25

 

L’editoriale di Giovanni Tuzet

CHE NE SANNO I POETI?

Spesso i poeti hanno l’aria di chi sa certe cose, magari non molte ma importanti. Spesso i lettori si affidano a loro come a fari d’esperienza o astucci di pensieri preziosi. Ma davvero la poesia ha un ruolo o un compito conoscitivo? Che ne sanno i poeti del mondo che rappresentano e della vita? Fate questa prova. Leggete una poesia e chiedetevi cosa vi insegni. Avete imparato qualcosa dai suoi versi? Se no, è una poesia da buttare? Se sì, che conoscenza vi ha trasmesso? Chiedetevi che genere di teatro ha dischiuso. Non di rado si parla della poesia come forma di conoscenza, ma di rado c’è chiarezza su cosa si intenda; quindi non è facile capire quando sul punto ci sia un accordo o disaccordo. Chiediamocelo apertamente allora. In che senso la poesia potrebbe costituire una forma di conoscenza? In che senso potrebbe assolvere a un compito conoscitivo? Da quali poeti si può apprendere qualcosa? Alcuni incarnano più di altri un’istanza conoscitiva? Le risposte sono varie. Si va dalle istanze realiste per cui la poesia contribuisce alla conoscenza di un periodo storico, alle istanze umaniste secondo cui permette la conoscenza di certe verità “umane”, alle istanze metafisiche secondo cui permette una speciale conoscenza di tipo spirituale. Ma ovviamente la conoscenza di uno spaccato storico non ha gli stessi caratteri della conoscenza dei sentimenti umani o della conoscenza trascendentale o ancora spirituale. Dunque va chiarito che la domanda è da porre innanzitutto in termini critici. Se lo è, in che senso la poesia è una forma di conoscenza? Se no, perché non lo è o non può esserlo? E cosa ci sarebbe di importante nel riconoscerlo? Per rispondere a questa selva di interrogativi abbiamo raccolto contributi di filosofi, critici, poeti. Li abbiamo selezionati secondo la loro qualità, la ricchezza di contenuti e la pertinenza rispetto al tema proposto. Infine li abbiamo divisi in quattro sezioni. Nella prima, di taglio filosofico, è compiuta un’analisi severa della domanda posta. Prima di saltare alle risposte, è bene accanirsi sulla domanda. Carlucci distingue due funzioni conoscitive della poesia; Guarda si chiede se poesia e conoscenza abbiano una relazione ontologica; Frixione distingue gli aspetti semantici e pragmatici di un testo poetico; Palmigiano intende la poesia e la relativa conoscenza come acquisizione di abilità; Tuzet distingue varie forme di conoscenza chiedendosi a quale di esse possa contribuire la poesia. Nella seconda sezione, il discorso si apre a una prospettiva storica e a una riflessione non disgiunta dalla tradizione e dal contesto in cui siamo collocati. Ladolfi si interroga sulla poesia nell’età globalizzata, nel suo legame con la storia, con le situazioni in cui operano autori e pubblico, in un’opera comune e in un dialogo continuo fra varie discipline; Casadei, compiuto un excursus storico, si chiede se la chiave della poesia come conoscenza stia nei motivi interni della sua genesi; Ferrari si concentra invece sulla poesia nell’epoca della simultaneità e intende la conoscenza poetica come capacità di visione; Ponso si interroga infine sulla moderna separazione della poesia dall’esperienza e riflette sul simbolo e il rito come luoghi di conoscenza. Nella terza sezione prevale il profilo critico su autori determinati. Masetti rilegge Sereni alla luce del suo progetto di recensione e interpretazione della realtà; Lauretano dispiega l’apice paradossale della conoscenza in Caproni, quale conoscenza dell’inconoscibile; Ritrovato risale a Dante e rileva la modernità di quella figura assetata di conoscenza che è Ulisse. Nella quarta sezione parlano i poeti in prima persona, nell’agone delle rispettive poetiche ed esperienze, facendo valere le ragioni delle proprie scelte, difficoltà, insoddisfazioni o speranze. Nota e Fantuzzi fanno appello alla poesia come conoscenza di uno spaccato storico o di vicende umane che abbiano un senso non solo per chi scrive; Sannelli nega radicalmente che la poesia possa costituire una forma significativa di conoscenza, asserendo che quasi tutta la conoscenza che viene dalla lettura di un nuovo poeta si riduce al nome del poeta; per Febbraro la conoscenza che dà la poesia è legata alla piacevolezza degli incontri fra parole, ma anche alle verità umane che essa conduce; per Fratus è preziosa la conoscenza microscopica della vita che la poesia ci dischiude, laddove per Guglielmin la poesia conosce una vertigine e pensa l’infondato, mentre per Fichera è la conoscenza di un nodo, della vivente contraddizione ma anche di un’acqua organica; infine per Testa è un’istanza di giustizia. Che bilancio trarre? C’è chi alla domanda posta in principio risponde positivamente (ed è la maggioranza) e chi risponde negativamente (negando cioè che la poesia abbia un ruolo o un compito conoscitivo). C’è chi fa delle analisi e distingue, c’è chi prende la domanda in blocco. Ci sono idee più convincenti, altre meno. E ci sono temi ulteriori che sbocciano o fluiscono da quello proposto. Al che non sta a noi ponderare questa detonazione gnoseologica, anche perché il discorso non si chiude qui. I materiali raccolti e di qualità eccedevano le pagine qui disponibili: i contributi pubblicati ora non sono che una parte del dibattito innescato su poesia e conoscenza e nei prossimi numeri di «Atelier» daremo spazio a quei contributi che già scalpitano e ad altri che eventualmente verranno. Mi si lasci concludere con una nota: se i poeti sanno molto, è bene abbeverarsi alle loro fonti; se sanno poco e niente, è meglio saperlo che illudersi.

Giovanni Tuzet

7 Responses leave one →
  1. 2008 Giugno 25
    Antonio Fiori permalink

    Turoldo (la poesia come diagnosi dei dolori del mondo) , Bisutti (la poesia che salva la vita), Gadamer (la comune ricerca di poesia e filosofia: “bisogna che i filosofi imparino a leggere i poeti”), Bigongiari (la poesia come scienza che trova alimento nello stupore), Adonis (la poesia come occasione ecumenica e possibilità di conoscenza, addirittura shock conoscitivo).

    Antonio

  2. 2008 Giugno 25
    fernirosso permalink

    parto dal pre-supposto, e sottolineo supposto, come ogni altro solo può fare, che ciascuno vede o sente o percepisce o impara, dalla vita o dalla poesia o dalla filosofia o dalla genetica o dalla meccanica quantistica e non , dalla tettonica a zolle o dalla teoria delle stringhe…solo ciò che è in grado di sentire vedere percepire in quel preciso momento, sia che sia storico o sia individuale (ma ogni momento è storico). TUTTO è un moto individuale in cui si cerca di innestare com-prensioni del singolo e singolari, per il fatto stesso che sia quel momento, quel caso e non altri a far scaturire per colui che ha “gua(r)dato” e poi detto, scritto, ciò che ha percepito. Tutta la disquisizione che si propone qui sopra dovrebbe far parte dello stesso programma in cui si colloca la poesia, cioè si dovrebbero ora prendere altre discipline e ridiscutere, mettere in “crisi”, dunque tagliare con la critica ciò che si è es-posto sulla base della singolare singolarità dei singoli con-vocati a dire sulla poesia e le sue abilità, capacità,necessità. TEMPO PERSO? In fondo si, ma non abbiamo altro da fare, fino alla morte ed è questo che scombussola e muove i passi teme-rari dell’uomo, in ogni tempo, non avendo saputo prima e non sapendo ora alcunchè su ciò che lo riguarda da vicino…ma nemmeno da lontano. Penso che la poesia sappia questo e su queste incapacità dell’uomo si muova, cercando addirittura dis-per-a(c)ta-mente, il filo su cui muovere, dentro la contingenza, una “rea-altra”, il mito di cui si nutre ancora l’uomo. ferni

  3. 2008 Giugno 25
    paolarenzetti permalink

    L’impressione è che ci sia di tutto e di più, come è giusto che sia nelle opinioni, anche in quelle fondate. Ma allora anche l’ultima di Tuzet…che vuol dire un poeta che sa molto o non sa…e chi lo dice?
    Ieri mi è capitato di sentire a proposito degli artisti in generale la seguente affermazione: ” Un bravo artista si distingue da chi lo è di meno, dal suo spirito critico”.
    Sembra un bel ginepraio.

  4. 2008 Giugno 26
    margheritarimi permalink

    Non entro nel merito.
    Mi chiedo solo il perché di tutte queste domande… forse un tentativo di definire… categorzzare… razionalizzare possedere qualcosa che ci sfugge come la poesia…un modo per inseguirla
    margheritarimi

  5. 2008 Giugno 26

    Condivido l’opinione di Margherita. Quanto è definibile o incastonabile il significato del poetare? Esiste un senso oggettivo per uno dei misteri del pensare e del comunicare, dello scoprire e dell’offrire?
    …Allora continuiamo ad inseguirlo…perchè, penso, che questo sia il vero nostro compito: cercare e non afferare, continuare a correre e nella corsa carpire sfumature, odori, percezioni, trame, sapori.
    Erika

  6. 2008 Giugno 26
    Antonio Fiori permalink

    Se la scrittura letteraria, e quella poetica in particolare, ha una originaria spiegazione e funzione terapeutica, è innegabile anche una sua possibilità conoscitiva, quantomeno di ausilio autoanalitico, sia per l’autore che per il lettore (sulle ragioni della lettura, su quel che cerca realmente il lettore nel testo letterario, si è espresso in modo molto convincente il critico Massimo Onofri, proprio nel senso suddetto).

    Antonio

  7. 2008 Giugno 28
    Antonio pibiri permalink

    Yolanda Insana lo affermò disarmata e disarmante in una intervista-documento sulla scomparsa Amelia Rosselli :”La poesia non arriva a nessuna verità, ma la insegue…”

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