
Roberto Matrazzo – Compenetrazione
Furto d’anima
Auguste Rodin e Camille Claudel
Lettera di Auguste Rodin al direttore del manicomio di Montdevergues
Parigi, 30 dicembre 1913
Egregio signor direttore,
la vostra lettera del novembre scorso, che con offensiva indiscrezione mi interroga sulla natura dei miei rapporti con la signorina Camille Claudel, mi ha profondamente indignato.
Voi sapete, esimio dottore, a chi vi rivolgete? Io sono Auguste Rodin. Ogni minuto del mio tempo è prezioso per l’arte francese e non posso certo sprecarlo per beghe di quart’ordine. So bene che voi, da alienista scrupoloso e uomo sensibile quale mi siete stato descritto, fate semplicemente il vostro dovere, ma i miei rapporti occasionali con quella sventurata non vi consentono questi toni da interrogatorio. Alla vostra inqualificabile domanda, lesiva del mio onore e del mio nome, «se io mi sono mai comportato in modo autoritario o violento nei confronti della malata», posso solo rispondervi: MAI.
La signorina Claudel è stata una delle mie allieve più ricche di talento, ma un’ambizione eccessiva l’ha logorata, portandola a distruggere, per follia e per orgoglio, i modelli di opere già notevoli a cui stava lavorando – una testa di Medusa, un gruppo di Ninfe, un Satiro, una Sirena. Io l’avevo esortata a non fermarsi, a seguire la sua ispirazione notte e giorno: se questa è violenza, me ne ritengo responsabile. Ma certo non è mia la colpa se la sua pazzia ha trasformato un atelier pieno di statue in un cimitero di pezzi di creta. Che Dio abbia pietà della sua anima! Mi hanno raccontato che durante l’ultima crisi, si era barricata in casa e con una scopa irta di chiodi aveva minacciato chiunque le si avvicinasse, nel delirio che fossero emissari del diavolo.
Come avete potuto perfettamente comprendere, io, nella mia posizione sociale, sono imbarazzato da questi plateali furori: se Camille Claudel fosse stata più prudente e, come tutti gli altri miei allievi, avesse seguito i consigli che mi compiacevo di darle, limitandosi a modellare piccole sculture e a non coltivare pericolose ambizioni, forse avrebbe salvato la sua ragione. Spero solo che le cure a cui sarà sottoposta possano un giorno guarirla, benché provi, al riguardo, un certo scetticismo: non credo che la forsennata Camille tornerà mai più una donna normale, una cittadina francese, e tantomeno un’artista.
Sì, lavorare in modo accanito il marmo, per molte ore al giorno, come ordinavo ai miei allievi, può affaticare lo spirito al punto da renderlo più vulnerabile. Ma chi non sa stare all’altezza dei miei progetti, è bene che non si avvicini neppure al mio concetto di opera. Non sono un medico della mente ma un genio della materia.
Non escludo, come voi ipotizzate, che Camille Claudel si fosse innamorata di me. Quello che escludo in modo assoluto è che l’amore fosse ricambiato e che il nostro rapporto sia stato qualcosa di più coinvolgente di una banale relazione sessuale (fra le molte che la malata stringeva a suo tempo con un cospicuo numero di amanti).
E veniamo al punto più sgradevole e increscioso della vostra lettera. Cito testualmente: «Camille Claudel accusa voi, Auguste Rodin, di aver firmato con il vostro nome alcune delle sculture a cui solo lei aveva posto mano».
A una simile ridicola accusa non posso che rispondere con la luce della verità: È TUTTO FALSO. Io non ho mai costretto la signorina Claudel a scolpire le mani e i piedi delle mie statue, – questo è e sarà sempre SOLO UN SUO DELIRIO.
Tutte le sculture firmate Rodin sono state create da me: non sono ancora così rimbecillito da affidare le mie opere a mestieranti, se non per qualche rifinitura inessenziale, e mi stupisco che voi, da neurologo di fama, possiate prestare fede a queste allucinazioni. Non sarà la prima volta che, nella vostra lunga carriera, avete a che fare con un’isterica che getta fango sul nome di un uomo di genio.
Vi perdono, direttore, solo perché siete un uomo onesto e buono, e obbedite scrupolosamente alla vostra coscienza: ma non lasciatevi ingannare da lei. La realtà è molto semplice: Camille Claudel era furiosamente gelosa del mio genio e a causa di questa gelosia è impazzita. Se per me la Natura è un mirabile equilibrio di pieni e di vuoti, per lei – lo ripeto – è solo quel cumulo di sculture spezzate in cui l’hanno trovata, pazza, con lo scalpello in mano. Convincetevi che è questa e questa sola la verità e vedrete che molti nodi verranno al pettine.
Non ho altro da aggiungere. Vi porgo, con l’occasione, i miei più distinti saluti, ma vi intimo di non disturbarmi più per simili sciocchezze. Domani devo inaugurare un monumento ai Champs Elisées e ho bisogno di tutta la mia concentrazione.
RODIN
***
Lettera di Camille Claudel al fratello Paul
Montdevergues, 25 novembre 1917
Paul,
ho saputo che Rodin è morto. Morto e sepolto. Ieri, i funerali di stato. Qualcuno me l’ha detto, qualcuno mi ha mostrato anche il giornale a grandi titoli. Subito mi sono chiesta: «Dove mi trovo?». L’ho domandato a tutti quegli uomini armati, senza occhi, mascherati di bianco, che girano ininterrottamente per questi bianchi, lunghissimi corridoi. «A Montdevergues – m’hanno risposto. «Che cos’è?». «Un manicomio».
Sono al manicomio, dunque. Perchè? Che cosa ho fatto? Sono pazza? Attacchi di furore – terribili, così mi riferiscono: volevo uccidere, uccidermi. Mi hanno picchiata a sangue, bagnata dalla testa ai piedi con docce gelate. Di tutto questo, ora, ho solo un vago ricordo.
So che c’è stata violenza: violenza contro violenza. Forse ero in quello stato perché non potevo scolpire? O sono loro che non volevano darmi i miei strumenti che li avrebbero annientati? Uniti al braccio, all’occhio e al cuore possono creare come distruggere – del nulla fare materia, e della materia nulla.
Ma io (questo lo ricordo) so che volevo uccidere LUI, solo lui che sapeva mettere l’anima nel marmo dopo averla strappata agli altri – soprattutto A ME. Perché era freddo, molto più freddo di quella materia arida e dura. Così le opere apparivano vive, e lui… pieno d’amore: come tutti i démoni padroni dell’apparenza, che non sono nulla – altro che vampiri, falsificatori, assassini.
Un demone che si nutre dell’arte e dell’energia degli altri – solo più fragili, più umani – che sposa moribonde in punto di morte per lavarsi la coscienza, che come un Faraone edifica la propria storia e il proprio nome sul sangue dei suoi schiavi. Nessuno può sopravvivergli: si muore, o si impazzisce.
A pezzi dovevo farlo, a pezzi, in granelli di polvere. Solo riducendolo in polvere, potevo farlo tornare da dove era venuto, dimostrargli che siamo nulla tutti, i grandi maestri come l’ultimo degli allievi: siamo tutti granelli di granelli di una grande opera sconosciuta. Solo Perseo può fare giustizia, Perseo luminoso che taglia la testa al mostro, la sua, la mia testa – grovigli di malvagia pietra.
Ma ora è morto, lui che mi ha sottratto a me stessa firmando le mie opere col suo odioso nome, lui che mi ha tradita in mille modi e dopo i suoi tradimenti dovevo starmene lì, buona e calma, svuotata e sorridente, felice di essere la sua vittima, la sua morta-viva; figlia violentata dal padre, moglie violentata dal marito che le nasconde i suoi figli, se li porta via, non ne riconosce la maternità.
Ho avuto il torto di ribellarmi, il torto di restare, dopo questo assassinio, comunque viva, a gridargli che volevo indietro il mio nome, i miei figli, il mio onore, la mia dignità, il mio posto di artista nel mondo. Uno come lui odia le donne vive, con carne e anima, e inganna gli altri perché chi vede le sue sculture, emozionato, pensa sempre: «Quest’uomo grande quanto ha saputo amare»!
Quelle statue, le MIE statue, trasmettono ancora vita amore e energia perché le ho fatte io, SONO MIE, io sono loro. Ero viva prima e sono viva ancora adesso mentre lui è immobile, rigido – un cadavere.
Dove sono tutti quegli schiavi che hanno lavorato con lui, con me? Chiamateli tutti a testimoniare chi, di noi due, può chiamarsi veramente RODIN: io o lui.
Chiamate pure la signora Judith Cladel: a quale titolo quella melliflua signora che di mestiere fa la critica dei suoi/miei lavori e si fa chiamare col mio cognome, mutilandolo di una vocale, crede di capire Rodin? Solo perché è stata la sua amante? Ma chi è veramente l’amante di Rodin? Quante sono state? Quante Camille hanno tentato, senza riuscirci, di scimmiottarmi?
Ma ora basta con tutto questo. Pettegolezzi da donnicciole. Io sono un’artista. L’artista non ha sesso, o è tanto maschio quanto femmina e non gliene importa di nulla, ma conosce bene il dolore e la furia più di ogni altro.
Ora non più. Sono stanca, vecchia, malata. Non più l’Aurore, né la Jeune Guerrière, neppure la Pensée di un Penseur che non pensa più – ma solo La Vieille Heaulmière.
Fratello, non so scrivere come voi, in bella calligrafia, la nostra lingua. Non so pregare come voi il dio dei bigotti né i signori del potere temporale. A modo mio, ho testimoniato la fede – che è solo un fatto d’energia: c’è chi lo fa urlando di passione e furore, chi biascicando a mezza voce un melenso rosario.
Sono guarita. Sono libera. Quindi, fatemi uscire di qui. Voglio vedere il cielo, la luce. Non abbiate paura di me. Non sporcherò la vostra vita esemplare, né i vostri versi così malinconicamente “cattolici”. Sono calma, ora. E’ l’ultima volta che vi parlo di me, ve lo prometto, l’ultima volta. Sarò sempre muta come una statua di sale – di quelle che non ho mai saputo neppure immaginare – muta e calma. Fatemi uscire. Aprite questa Porta dell’Inferno, invece di entrare in una chiesa a confessarvi per non averlo fatto.
Aprite questa porta. Fatemi respirare.
CAMILLE RODIN
***
Nota.
Sorella del noto poeta Paul Claudel, Camille scolpisce fin dall’infanzia. Divenuta allieva e amante di Auguste Rodin, realizza, negli anni della maturità, alcuni capolavori che saranno attribuiti a Rodin. Periodici episodi di follia la portano a distruggere le sue stesse opere e dopo un’ultima crisi, in cui si vede perseguitata dal «nemico» Rodin, è internata nel manicomio di Montdevergues. Quattro anni dopo, settantasettenne, Auguste Rodin muore a Parigi, celebrato come il più grande scultore del suo tempo. Chiusa in manicomio e completamente sconosciuta, Camille gli sopravviverà di ventisei anni e si spegnerà nel 1943, dopo trent’anni di internamento.
Avvertenza.
La lettera apocrifa di Auguste Rodin è scritta da Marco Ercolani, quella di Camille Claudel da Lucetta Frisa.
***
Baudelaire aveva inventato nel XIX secolo la critica come racconto di una esperienza estetica e conoscitiva. Aveva cercato in un certo senso, di opporre (o di offrire) al segreto dell’opera il segreto della sua opera perché in questo quella potesse rispecchiarsi. Lucetta Frisa e Marco Ercolani hanno tentato più volte un’altra via. Ci hanno proposto una serie di tentativi apocrifi in cui artisti e scrittori, in un momento particolare della loro vita, si offrono al nostro sguardo non solo con ciò che hanno detto, ma anche con ciò che avrebbero potuto dire di sé, della loro opera e del mondo. È una sorta di ingresso a una zona impervia, lo spazio del non detto e del non visto, che affiora alla superficie dei quadri dei pittori che analizzano, nella trama delle parole degli scrittori che fanno parlare di nuovo, nel loro stile, nell’artificio dell’apocrifo […]
Il lettore viene chiamato ad una indagine che è una vera e propria sfida. Legge delle pagine autentiche; legge delle pagine apocrife che hanno il timbro delle pagine autentiche che ha appena finito di leggere; legge, nel conflitto che si apre tra l’autentico e l’apocrifo, la traccia di una verità più profonda che si nasconde nell’ombra. Quando ha fatto questo percorso, quando ha raccolto questi indizi e queste prove, deve trovare un filo che lo porti dentro il senso di questa sua esperienza di lettura, dentro quell’ombra che ha intravisto. Scoprirà allora, forse, che i libri che abbiamo letto, i quadri che abbiamo guardato, sono diventati frammenti della nostra stessa vita: indistinguibili da essa. Scopre che questa è la posta in gioco. Questa è la posta che Ercolani e Frisa hanno messo sul tavolo proponendo il loro gioco.
[Dalla postfazione al libro, di Franco Rella]






mi inchino davanti a tanta bravura.
Ma … se è vero, come è , o parrebbe essere vero che Camille Claudel perse il lume della ragione, vien fuori, dal carteggio tra i due amanti, la figura di una donna che ha amato e che ha dato tutta se stessa (‘temo’ che sia stata anche una notevole artista) e che ha ricevuto in cambio umiliazioni, violenze fisiche e psichiche (quest’ultime soprattutto in ospedale) da parte di uomini prepotenti e prevaricatori, superbi , millantatori (è un mio sospetto …) e aridi d’anim0 come Auguste Rodin.
non so, ma la figura di Rodin, così impetuosa e arrogante non riesco a crederla del tutto. Camille non avrebbe potuto innamorarsi di un uomo così palesemente “vuoto” , assolutamente non geniale. Chi si vede e si dice genio, tale non è, mai, a mio modo di vedere e gli altri lo percepiscono.Camille, credo, non lo avrebbe avvicinato. Rodin lo penso un uomo di non molte parole, abile a scolpire e a fondere, capace di veder il talento negli allievi.Si, è stato vile quando ha rifiutato di riconoscere suo figlio, il suo e di Camille lasciandola sola durante il momento dell’aborto. Certamente le persone cambiano e forse anche questo è accaduto, in questa storia, forse Camille, dapprima una ragazzina facilmente infatuabile dalla maestria di un anziano scultore, ha visto poi l’uomo intero, la sua grevità e le sue miserie e non ha saputo più separare la visione dell’uno dall’altro. O forse é Camille che, lungo le strade del mito ha intrapreso quelle dell’abbandono di questo mondo, Rodin è stato solo una foglia secca che ha fatto da esca al fuoco che era solo di Camille. Grazie del vostro percorso e grazie per la lettura del Prof.Franco Rella, mio insegnante alla facoltà di architettura (bellissimo incontrarlo e conoscerlo)ferni
Io ho la sensazione che lui volesse tenerla per sempre nel ruolo di “allieva”, in una posizione cioé di inferiorità, e, quando lei ha rivendicato la sua autonomia ed ha voluto essere riconosciuta come un’artista, pari a lui, l’ha lasciata da sola artisticamente e sentimentalmente… è un fatto che può accadere tra due artisti, certo, di solito, le conseguenze non sono così drammatiche, ognuno si lecca le ferite e si crea un nuovo giro di collaborazioni o magari si mette a fare qualcosa di diverso da quello che faceva prima, pur rimanendo in un settore simile, come se Camille avesse smesso di fare sculture e si fosse trasformata in una pittrice… magari si sarebbe salvata, sottraendosi al confronto con lui.
Cristina
una lettura affascinante, che mi ha portato nei meandri di due anime…il vero, il falso, chi potrà mai sapere fino in fondo, ma certamente queste due lettere apocrife catturano l’interesse ed aprono squarci nella storia: chi lo desidera potrà poi approfondire
marina
Bellissime lettere, Marco e Lucetta…proprio ieri mi è capitato su una rivista di leggere di Camille Claudel, rifiutata dalla madre a cui era da poco morto il figlio maschio, in quanto femmina, e poi rifiutata anche dall’amante. Penso fosse una grandissima artista e una creatura che ha sofferto molto, per colpe soprattutto altrui
Grazie, un abbraccio
Gisella
mi sembra una bella e interessante prova di sinergia a tre persone ben distinte peraltro per una coppia della storia delle idee dense di fascino ambiguo e misterioso..
Cosa nasconde il velo della storia e della cronaca ? Affascinante e difficoltoso è immedesimarsi nei protagonisti. Leggendo le loro opere ( scritte o scolpite) e le loro biografie la nostra mente inquieta immagina. Dirvi bravi è poco. La scrittura prende, le voci e le anime di Camille e Paul escono dai vostri testi fresche e vive.
Sandra
Complimentarvi con voi
mi sembra poco
siete un vulcano in piena
un vortice che travolge
Josè
Tormentato rapporto tra persone e con l’arte che questa operazione di immedesimazione ha reso compiutamente. In particolare con la lettera di Camille, si delinea il personaggio e la sua turbolenta personalità, ma anche la claustrofobica sensazione di oppressione del manicomio.
Il vero e la ricostruzione si confondono in un’unica voce.
L’opera che si confonde con la vita, la vita con l’opera. E ancora: l’incertezza dell’attribuzione come l’incertezza della paternità, l’apocrifo praticato quale borgesiano esercizio letterario, la critica d’arte proposta attraverso la metaletteratura…
Complimenti a Marco Ercolani e Lucetta Frisa
Antonio
Bloomy cara,
il tuo timore è certezza. Purtroppo per lei,Camille Claudel era una grandissima artista.La migliore delle allieve di Rodin. Un rapporto tra allieva e Maestro, tra padre e figlia che si è trasformato in amore appassionato. E, come in tutte le storie psicoanalitiche tradizionali, lei ha “divorato”-artisticamente,intendo- il Padre-Maestro. Che non si è lasciato divorare, anzi, l’ha fatto lui con lei.
Ma Camille non ha retto. Forse la sua mente aveva già problemi prima di conoscere Rodin, chissà. Sulla sua paranoia, gli altri hanno avuto buon gioco. Restano i suoi capolavori.e da quelli….ripartire (oltre che dalla sua biografia).
ti abbraccio e ringrazio della visita, sempre puntuale
lucetta
D’accordo,Ferni, che ringrazio prima di tutto della visita.
Certo che Camille non si è innamorata di un uomo vuoto e non geniale. Tutto il contrario. Rodin doveva essere tremendamente affascinante. Con la forza del suo genio. …Solo che abbiamo voluto sottolineare-nella lettera immaginaria indirizzata al direttore del manicomio- la sua assoluta vanità e la sua volontaria o involontaria cecità verso Camille. Supponendo questo non troppo lontano dalla verità.
Infatti le premesse del nostro lavoro si basa sulla verosimiglianza, su quanto potenzialmente avrebbe potuto essere, in quanto già presente, seppure in stato latente, nella biografia (almeno da quella nota).Poi, almeno per il tipo di lavoro che facciamo, l’interpretazione ha il suo spazio.
Ancora grazie
lucetta
Cristina, sono d’accordo con te. Ipotesi più che plausibile, realistica.
Questo testo-come gli altri del nostro libro- continua a generare commenti e discussioni.
Questo ci piace molto .
Grazie dell’attenzione
lucetta
Perfetto, cara Marina.
Non aggiungerei una virgola al tuo commento ineccepibile. E’ così.
Mi piacerebbe sottoporre a te-come agli altri visitatori/visitatrici del nostro blog, altre coppie di lettere immaginarie di questo libro.
In seguito, forse.
Grazie e grazie
lucetta
Sandra cara, era questo che ci eravamo prefissi: fare ritornare alla luce le voci e le anime di questi personaggi , farli balzare fuori dalla pagina e…commuovere il lettore.
Grazie per la tua sensibilità così espressa
lucetta
Cosa rispondere ai commenti così acuti di Donatella e di Antonio?
Il falso e il vero, e il verosimile che può far camminare l’immaginazione, ma anche l’amore per queste creature di sangue e poi di carta…
La vita che si confonde con l’opera e viceversa e il lavoro”borghesiano” che ci ha occupato, lo confesso, nella stesura dell’intero libro, un anno intero della nostra vita.
GRAZIE per l’apprezzamento e la lettura penetrante
lucetta
E anche un grande ringraziamento a M. Gisella che ha sottolineato la vita dolorosa e infelice della grande Camille.
Ho avuto la fortuna di ammirare le sue opere non solo in Francia, ma qualche anno fa a Reggio Emilia, a Palazzo Magnani: opere singole o in comune con Rodin.
Una danza d’amore terribile, un’energia che solo una grande arte e un grande amore -insieme! è capace di trasmettere!
E un ringraziamento particolare a José che sempre ci segue e ci dice cose troppo lusinghiere! ( e il nostro narcisismo….beh, fa un balzo).
lucetta
caro Roberto,
hai notato come le tue Compenetrazioni hanno illuminato la nostra grigia copertina?
Non avevo ragione?
Ancora Grazie da me e Marco
lucetta