“Senti Berti… ci sono Spender e Dylan Thomas. Che si fa?”
Luigi Berti ritratto da Ottone Rosai
In un vecchio numero de “Lo Scoglio”, quadrimestrale di elbanità (intesa come vita e vicende dell’isola d’Elba) ho trovato un articolo assai curioso che si ricollega a quello pubblicato da Gisella Catuogno nel nostro blog “Luigi Berti e le sue squame” di Manrico Murzi.
Mentre Murzi nel suo testo illustra il percorso poetico del Berti presentando alcune poesie e individuando temi e stili, in questo intitolato “ La febbre negli occhi”*, lo scrittore Giorgio Soavi racconta, invece, un episodio accaduto nel lontano 1947 che ebbe come protagonisti i poeti Luigi Berti, Stephen Spender e Dylan Thomas.
A sua volta, Soavi lo aveva appreso da Eugenio Montale al quale si era rivolto per chiedere lumi sul traduttore e poeta Berti che aveva conosciuto per lavoro e che gli era parso un po’ troppo taciturno.
E’ divertente e ve lo ripropongo in breve:
Durante una visita a Firenze, Stephen Spender e Dylan Thomas si recarono, senza preavviso, a casa di Luigi Berti che aveva tradotto in italiano le loro opere. La moglie del Berti se li trovò alla porta di casa e trafelata corse nello studio del marito:
“ Senti Berti, ho l’affanno, perché di là ci sono Spender e Dylan Thomas che vogliono salutarti. Che si fa?”
A lui venne l’idea di fingersi malato e come scrive Soavi:
“… si cacciò nel letto con le coperte tirate fin sotto gli occhi. I suoi occhi erano febbricitanti di nascita, spagnoli,neri e lucidi: una rabbia o un imprevisto potevano renderli ancora più minacciosi.
Il traduttore si concentrò, attese il proprio destino e quando i due geni della letteratura inglese furono nella stanza, videro sbucare, dalla penombra di quel letto, un volto gocciolante, sfibrato dal male, che forse delirava e li guardava con degli occhi pieni di una febbre talmente galoppante da far risplendere le sue gote mal rasate, o quel poco che insieme agli occhi sporgeva dalle lenzuola.
Stephen Spender e Dylan Thomas si accomodarono in silenzio ai bordi del letto. Erano commossi. Poi gli dissero: amico, siamo qui per renderti omaggio. L’uomo non fiatava. Guarirai presto. Cercarono tra le pieghe del lenzuolo, senza trovarle, le sue fortissime mani per fargli coraggio. Quindi: possiamo fumare? Potremmo- rettificò Thomas che era pazzo del vino italiano- bere un bicchiere in tuo onore? Venne servito il vino mentre il traduttore, a occhi sbarrati, li guardava, muto ma impaziente che se ne andassero. Nessun suono o vocale usciva dalla sua bocca. Riempirono la stanza di fumo e di risate e ogni tanto scuotevano quel grosso colpo sepolto e quella testa ricciuta che apriva la bocca solo per rantolare.
Lasciarono a malincuore la casa. Erano rimasti così sorpresi da quel silenzio che, prima di andarsene, gli scrissero un biglietto che diceva: abbi cura di te, figliolo. Vedrai che presto starai bene. Torneremo. Abbiamo una voglia pazza di fare una bella chiacchierata con te. Seguivano due firme. Due firme famose. Al traduttore, quando se ne furono finalmente andati, luccicarono gli occhi dalla commozione.”
Soavi narra ancora che verso sera Berti uscì con la moglie per fare due passi sul Lungarno e incontrò due stranieri vestiti di bianco che guardavano estasiati il fiume.
La mattina seguente poi dovendo uscire a sbrigare alcune commissioni ma avendo paura di incontrarli, telefonò a Montale che lo rassicurò: i due erano andati a Settignano, da Berenson.
“ Due giorni dopo, mentre il traduttore stava lavorando una lunga scampanellata lo mise in allarme. Per non sbagliare si cacciò a letto e quando i due inglesi entrarono quasi di corsa nella camera una visione scoraggiante li raggelò. Il loro traduttore italiano era talmente peggiorato che una febbre galoppante girava e insidiava la fronte, le tempie e faceva tremare tutto il corpo di quell’uomo teso nello sforzo di guarire.
Si capiva benissimo che ce la metteva tutta per guarire: ma da quella gola, per il momento, non usciva che un rantolo o un sibilo. Il poeta Spender doveva andare a Roma, mentre Dylan Thomas sarebbe andato sull’isola d’Elba; in cuor loro, si rammaricarono di non aver potuto comunicare con il loro traduttore”.
Per la cronaca poi Berti, poeta e narratore oltre che traduttore, isolano di Rio Marina dove era nato il 17 novembre 1904, frequentò Thomas Dylan ma questa è un’altra vicenda.
* La Febbre negli occhi di Giorgio Soavi in lo scoglio ” inverno “85″ – IV trimestre-anno III pp 7e 8






delizioso, sandra…
un saluto
un aneddoto gustosissimo, molto significativo e così ben raccontato:-)
ciao
marina
e anche molto divertente
@ Ciao Giacomo! E’ spassoso e secondo me l’atteggiamento di Berti è indice di insicurezza e dignità allo stesso tempo. Cercherò i suoi scritti.
@Marina è Soavi che l’ha raccontato bene. L’ho riassunto perché troppo lungo e perché non ho ancora capito se legalmente si possa riportare un articolo pubblicato senza il consenso dell’autore..
@ Antonella : gli isolani si distinguono sempre….:-)
Sandra
Brava Sandra
brillante nelle scelte dei post
che immagino tu scelga con ironia.
Questo racconto è veramente spiritoso
e divertente.
Un caro saluto
Josè
Gustosissimo, Sandra…certo che Berti doveva essere, come si dice un po’ “orso”…comunque i suoi testi sono bellissimi, specie le poesie
ciao
Gisella
mi ha catturato fin dalle prime righe. divertente e allegro questo tuo racconto Sandra. ho immaginato la scena nei dettagli, una straordinaria ripresa da film. Mapi
@ Ciao José , contenta ti sia piaciuto.
@ Gisella sono d’accordo, penso che il Berti sia da valorizzare e da promuovere.
@ Mapi. In effetti si presta a una scena da film.
Buon WE!
Sandra
che bello questo strappo al velo che vorrebbe sempre tutto a regola, in bianco e nero. Questo ha un tratto coloratissimo di vita. Grazie Sandra, ferni
Divertente ma poco verosimile. Però fa ridere. Soavi lo ha confezionato bene.
Passo e saluto le belle donne Ferni e Anna, ma non so se sia poco verosimile conoscendo la razza
Mi informerò. Ciao!!
Sandra
DYLAN THOMAS A RIO MARINA
Quando Dylan Thomas sbarca a Rio Marina il 20/07/1947, con la famiglia, nipote e cognata, è già un poeta molto apprezzato, l’incarnazione vivente di un mito per i giovani di una generazione. Anticonformista, perennemente senza un penny, è dotato di una straordinaria e impetuosa vitalità espressiva le cui radici affondano nella tradizione celtica del Galles, e di Swansea, sua città natale. Una città di mare, quindi, che “striscia e si stende lungo l’arco di una grande e splendida spiaggia, dove ragazzi perdigiorno e ragazzi di Sandfield e vecchi di chissà dove cercavano fra la sabbia, bighellonavano, sguazzavano, guardavano le navi che rientravano o le navi che se ne andavano verso il mistero e l’India, la magia e la Cina”. Una città di provincia con le sue miniere di carbone, col porto e le attività ad esso connesse, teatro di un’infanzia intrisa di giochi calati nello scenario naturale, or costruendo piste sulla sabbia, castelli e fortini, or vagheggiando imprese su cui egli fantasticava insieme ai suoi coetanei nel rifugio segreto immerso nel sottobosco.
Rio Marina rappresenta la tappa conclusiva del suo soggiorno italiano. Compromeso duramente nella salute dall’abuso di alcol, grazie ad un Travelling Scholarship Fund della Società degli Autori ottenuto per interessamento di Edit Sitwell, egli può finalmente partire per una lunga vacanza in Italia con l’intento di recuperare forze e ispirazione. Dopo aver visitato alcune città d’arte egli approda a Firenze e, dietro consiglio di J.L. Sweeney, telefona a Luigi Berti affinché pubblichi la traduzione italiana di alcune sue poesie su “Inventario”, rivista fondata dal riese che vantava una redazione americana diretta dall’amico Renato Poggioli.
Attraverso il Berti il poeta gallese entra in contatto con alcuni autorevoli rappresentanti della cultura fiorentina, tra cui Mario Luzi, Eugenio Montale, Alessandro Parronchi, Piero Bigongiari, Ottone Rosai e altri. Lo invitano a cena ma lui sprofonda nella poltrona completamente ubriaco. Racconta il Luzi: “Del resto egli sentiva e ricambiava come poteva la simpatia e la naturalezza che lo circondavano e lo si vide quando in casa di Alessandro Parronchi, nell’allegria festosa della brigata, si sciolse d’un tratto e si animò: dette allora una lettura di Milton e di Shakespeare d’una melodìa insieme fine, ampia, profonda, straordinariamente vigorosa, che lasciò a tutti un’impressione forte come d’una scoperta nuova di quegli antichi testi e del loro lettore”.
Mentre la moglie e la cognata si divertono a fare le turiste per le vie di Firenze, Dylan staziona alle “Giubbe Rosse” vuotando l’un dopo l’altro bicchieri di birra. Nel frattempo prende domicilio a Villa del Beccaro, a Mosciano, sopra le colline di Scandicci. Scrive ai genitori: “Le domeniche una famiglia di Firenze viene a passare la giornata da noi con due ragazzetti, il padre (Luigi Berti n.d.r.) dirige una rivista trimestrale, e ha tradotto un gran numero delle mie poesie. Ma l’ostacolo della lingua impedisce a Llewelyn e ai suoi ragazzi di trovarsi realmente bene insieme”.
E’ in quegli incontri che Dylan e Luigi fraternizzano, che matura l’intenzione di trascorrere l’ultimo periodo di vacanza all’Isola d’Elba. In una lettera all’amico T.W. Earp dell’11 luglio egli scrive: “Ho chiesto al professore notizie sull’Isola d’ Elba, ove pensavamo di andare, e ha detto -era il primo commento che gli sentivo fare- ‘Plenty di fish-dog’ (Piena di pescicani n.d.r.). Traduce Henry James e Virginia Woolf”.
Il clima infernale della campagna toscana sfianca il nostro poeta e la prospettiva di partire per Rio Marina gli dà grande sollievo.
La prima cartolina che Dylan Thomas spedisce il 26/07/1947 a Bill e Helen McAlpine da Rio Marina reca il seguente testo: “Un messaggio dall’Albergo Elba, RIO MARINA, ISOLA d’ELBA, ITALIA. Fortunato Napoleone! Questa è un’isola bellissima: e Rio Marina il più strano villaggio che vi esista: vi abitano soltanto pescatori e minatori: pochi turisti: nessuno dei quali straniero. Severo all’estremo. Qualcosa di simile a una Caherciveen latina. Avvisi “Proibite le risse” in tutti i bar. Cognac dell’Elba 3 penny. Narturalmente nessun orario. Bagni meravigliosi…”. L’albergo di cui si fa menzione è quello di Giovanni Chiesa, all’epoca con le stanze da bagno appena ristrutturate ma mancanti dell’allacciamento dell’acqua. In “Double drink story”, autobiografia di Caitlin Thomas, ella ricorda questo particolare, la gentilezza dei gestori e la buona cucina casalinga. Rammenta altresì le viuzze che bisognava percorrere per accedere al mare e le schiene scorticate dei suoi cari sotto il sole sferzante di quel luglio eccezionale.
Augusto Livi fornisce questa testimonianza: “Così, quest’anno, nel villaggio di case erte e di scale di pietra, anche i cani piccoli e rossicci si fermavano agli angoli delle salite quando passava il poeta Dylan Thomas con la sua testa di Bacco e i suoi panni a due tinte, verdi i calzoni e rosa la camicia”. E ancora: “…l’aria bassa e l’aria alta, quella del porto e quella delle miniere, dove Dylan Thomas, passando sulle creste con un berretto bianco e la camicia lunga fuori dai pantaloni sembrava un arcivescovo”.
Un personaggio siffatto non poteva certo passare inosservato a Rio Marina. Nonostante l’ostacolo della lingua egli riusciva a comunicare con tutti e le solenni sbronze suscitavano nei suoi confronti un clima di simpatia e ilarità. Elvio Chiesa in più di un’occasione mi ha raccontato di averlo riportato in albergo ubriaco.
Solo il privilegio dell’età può far ricordare la Rio Marina del dopoguerra, le strade, le case, la storia di una comunità che è andata via via crescendo: e con essa gli odori, i visi e la forza d’innumerevoli braccia sacrificate alla miniera. I più giovani possono avvalersi di vecchie fotografie che testimoniano di grossi cumuli di minerale pronti per essere faticosamente caricati sui bastimenti da operai con le schiene bruciate dal sole.
Nella lettera a Margaret Taylor del 3 agosto egli si lamenta per il troppo caldo e scrive: “…Anziani e riarsi minatori, cinquant’anni nel fuoco, ringhiano contro il caldo mentre trascinano nudi, sui moli scheletrici, gli arrugginiti vagoncini”. E ancora: “….amo quest’isola e vorrei non vederla in una delle stagioni infernali”.
E’ in quei giorni che Dylan Thoams attende a ‘In Country Sleep’, una tra le più belle poesie che egli abbia mai scritto. Ed ha ragione Luigi Berti -nella commemorazione che fa dell’amico scomparso apparsa sul ‘Corriere elbano’ del 7/01/1947- a dire che il poeta gallese “avesse stabilito rapporti d’amicizia e simpatia con gli abitanti dell’intero paese di Rio Marina -ove aveva trovato gente che in quanto a bere vino gli dava dei punti- ma forse tutto avveniva perché nell’ambiente delle miniere e dei minatori Dylan molto ritrovava del suo Galles (la gente antica e rude, ma sincera; i paesaggi selvatici ed aspri, le vie strette e a scala, il via-vai degli asini e delle capre), tutta l’atmosfera di un paese massiccio che a momenti appare come un vero pianeta a se stante, sconvolto come sempre dalle cave e dalle mine, dalle nuove escavazioni e dalle nuove strade che queste comportano. A Rio, infatti, Dylan già lavorava a quel radiodramma sulla vita dei minatori del Galles…..ma in certi caratteri par di ravvisare Pierino, anarchico e l’uomo più forte dell’Elba che quando diceva basta era basta in terra e in mare; il Chiros, con la maglia da cambusiere greco che portava quell’agosto del 1947, dietro il banco del suo caffè”.
Dylan era e si proclamava socialista. Di un socialismo inteso nell’accezione tolstojana, una sorta di cristianesimo primitivo, dove l’attenzione si rivolge agli umili, ai minatori delle miniere di ferro, ai pescatori, ai contadini. E’ ad essi che egli guarda, quasi per un bisogno insopprimibile di esprimersi e quindi di prendere posizione, guidato da un’alta concezione del valore della dignità umana. Al suo arrivo a New York nel 1950 le autorità statunitensi, al corrente delle sue propensioni politiche, gli crearono da subito difficoltà perché egli aveva firmato la petizione di Stoccolma ed era stato a Praga per un congresso letterario. Pur tuttavia la fama del ‘fine dicitore’ prevalse e venne acclamato e conteso ovunque, finché cadde in coma dopo aver trangugiato diciotto whisky. Morì il 9 novembre 1953, a soli trentanove anni, senza aver più ripreso conoscenza.
Certo la poesia di Dylan Thomas non è semplice. Abbisogna di una chiave di lettura e il senso prende forma dopo aver percorso sentieri tortuosi, labirintici. Poggia su una creaturalità metamorfica che dà origine a immagini che continuamente si contraddicono, immagini cozzanti a cui applica, nel rispetto dei limiti formali che si è imposto, il minimo di controllo critico, con l’effetto di produrre una ‘deflagrazione semantica’ che libera e rivela -e in ciò risiede il suo più alto significato- la percezione di un sentimento.
Ed è il sentimento -il puro sentimento- ciò che avevano colto quella ventina di persone (marinai, pescatori, cavatori, donne e bambini) riunite sotto una pergola la sera del 07/08/1947 per onorare il poeta alla vigilia della partenza. Senza nozioni d’inglese o di metrica. Lasciandosi trasportare unicamente dalla voce modulta di Dylan che prende mille sfumature, seguendone il ritmo, cogliendone il timbro, le profondità, lasciando affiorare calde incontenibili lacrime che “luccicano” scrive il Berti “come le squame dell’oligisto nella cava”. E’ questa la magìa della poesia! Dylan la scolpiva lentamente, sottoponendo i versi ad inusitate pressioni, restituendone la natura magmatica e minerale, orchestrando sapientemente metafore, dove le associazioni mentali si trasformano in onde elettriche cariche di tensione visionaria, concentrate sul rapporto ‘vita-morte’, sul simbolismo biblico che caratterizza molte sue liriche, dove la parola acquista una propria gravità, necessità, verità.
Non deve sorprendere la commozione degli astanti, perché quella sera essi hanno assistito ad una visione, una dolce musica, una preghiera: ed hanno compreso!
Dylan Thomas ha amato molto Rio Marina. Non solo per il buon vino che egli beveva nei bar, quanto perché gli restituiva un’atmosfera più congeniale, familiare. Ecco perché a Firenze in fondo si annoiava. Gli interessava solo d’incontrare qualcuno con cui fosse possibile bere un bicchiere, stare in mezzo a gente autentica che non fosse necessariamente intellettuale, lontano dai formalismi e dalle frasi di circostanza. Aveva bisogno d’intimità e a Rio l’ha trovata. Coi suoi spazi e il suo mare, la sua natura e i suoi silenzi. Anche qui come a Swansea i bambini giocavano sulla spiaggia a chi tirava sassi più lontano magari oltre il pontile, anche qui qualche volta suonava la banda. Ma quel che più conta è che in questo paese di minatori egli ha trascorso momenti felici. E a noi piace ritrarlo così, lui che non sapeva nuotare, intento a leggere nell’acqua tra due scogli -fosse a Cala Seregola od Ortano poco importa- col mozzicone di sigaretta che gli pendeva dalle labbra e i gabbiani che gli svolazzavano sopra.
Rio Marina ha ospitato uno dei più grandi poeti della letteratura mondiale e molti ignorano l’importanza di questo avvenimento. Sarebbe opportuno che il Comune gli dedicasse almeno una targa a testimonianza del suo soggiorno nel nostro amato paese: una presenza così significativa non deve venire trascurata. E’ una questione di cultrura che arricchisce di nuove pagine la nostra storia, una perla opaca recuperata nella memoria a cui bisogna restituire, con un gesto d’affetto, l’antico candido splendore.
massimo trombi
P:S: A distanza di anni la targa è stata posta. Era ora!
Bellissimo questo intervento! Alcuni avvenimenti li conoscevo, altri no. ( A cala Seregola e a Ortano ho passato intere estati con mia figlia piccola).
Sei elbano o solo studioso di Berti? Tra poco uscirà un libro che parlerà di L. Berti, ma non ho letto la bozza. Ne ho solo notizia.
E’ tanto che dovrei fare un’intervista a una persona che ha conosciuto sia Berti che Thomas. Il tuo commento mi sprona a lavorare….. Prima o dopo la farò.
Grazie.
Sandra
Qui sopra, Berti risponde alla richiesta di informazioni di Thomas su una vacanza all’Elba con l’espressione “Plenty di fish-dog”. Si tratta di una buffa traduzione letterale, improvvisata su due piedi, dall’americanista elbano il quale, evidentemente, aveva dimenticato che pescecane si dice shark. La frase che segue, “traduce James e la Woolf” va quindi presa come un commento sarcastico.
Grazie Mario per il tuo intervento. Se hai notizie riguardo a Berti o al passaggio di Dylan all’Elba le pubblicherei volentieri. Poco è stato scritto ed è conosciuto. Sandra