Il viaggio della vita è un sentiero di Decisioni – seconda parte
un incontro con Salvatore Jemma
di Morena Fanti
Segue dalla prima parte
Scrivere poesia per raccontarmi? no, non fa per me e considero questo tipo di scrittura davvero poco interessante. Naturalmente sono io che scrivo e, quindi, qualche dato, diciamo di vita vissuta, entra per forza nella scrittura, quello che si chiama il dato biografico intrinseco; ma se la poesia è davvero ciò che “cerca di sottrarsi alla sua condizione” allora il problema è sempre quello: la capacità di trasfigurare ciò che potrebbe essere vitale e interessante per te che scrivi in qualcosa che sappia diventare vitale e interessante per altri, per i tanti altri. È quello che fanno altre espressioni artistiche come ad esempio la musica e, per certi versi, il cinema; è ciò che sapeva fare anche la poesia prima che diventasse una sorta di asettico esperimento utile solo per far vivisezionare la coscienza dal proprio io. Rendere la condizione dell’io dello scrittore specchio nel quale il lettore saprebbe/dovrebbe specchiarsi, questo per me risulta oltre che insopportabile, assolutamente inutile nella nostra contemporaneità. La poesia della coscienza privata che si gratta le proprie rogne in pubblico non mi interessa. Voglio cercare di scrivere poesia attraverso i sentimenti che condividiamo, una poesia che ho definito del “sentimento politico” usando il termine politico secondo la sua più ampia accezione. Direi che il movimento della poesia che oggi mi appare più vitale mi sembra che cerchi di percorrere la strada inversa a quella della semplice introspezione psicoanalitica; la poesia che prediligo deve intercettare un “sentimento di una comunità” e da questo lasciarsi invadere, mescolarsi con esso. Ci sono individualità e coscienze singole che si muovono nella mia poesia, ma direi che non sono sospese nel vuoto pneumatico di una coscienza psicanalitica o di un paesaggio oniricamente evocato da un sonno e poi reso sul lettino del confessore laico di turno; tento di far muovere quelle personae in un luogo che è sia reale che metaforico, così questa poesia diventa un viaggio dell’anima ma anche del corpo (la città e la comunità e le relazioni e la nostra vita, tutto questo può essere quell’”inferno”); inoltre questo viaggio non indica una condizione di sola pena, ma anche una possibilità di conoscenza profonda della realtà o, almeno, il tentativo di fare questo. Così quelle personae esistono perché si individuano in una comunità e in un moto o movimento collettivo.
-
Dopo l’attentato dell’agosto 1980 alla stazione di Bologna, Roversi fondò la Cooperativa culturale Dispacci, segno di un impegno congiunto nel campo della politica, della comunicazione e della poesia. Tu hai partecipato alla fondazione di questa cooperativa e ai suoi lavori. Cosa ha rappresentato questo per chi scriveva poesia e per la cultura bolognese di quegli anni?
Sono arrivato a “Dispacci” quasi un anno dopo la sua fondazione, e ho collaborato con Roversi e gli amici che lì si erano raccolti fino alla sua chiusura; con alcuni di quegli amici sono ancora in contatto e con altri ho condiviso e condivido tuttora alcune intraprese. Cosa ha significato, mi chiedi: scoperta innanzi tutto, per me un’assoluta e totale scoperta; ha significato mettersi in gioco su qualcosa che fino ad allora avevo coltivato segretamente e con poco costrutto. All’inizio non capii subito di cosa si trattava – avevo in testa il modello del poeta che essendo (sentendosi) tale, pensava di avere già tutte le domande e tutte le risposte nelle parole che gli capitava di comporre. Ho avuto modo più di una volta di scrivere di quella genesi; ne riporto qui, se me lo consenti, un piccolo pezzo: “Tra la fine degli anni settanta e i primissimi ottanta la situazione della poesia, almeno in Italia, si stava evolvendo rapidamente. Il salto, considerevole per via di alcune modificazioni, soprattutto della comunicazione, aveva permesso una specie di piccola curvatura nel rapporto tra poesia e lettore, curvatura che, nel suo aspetto più appariscente, si mostrò con il fiorire di manifestazioni pubbliche di lettura, le quali promossero la stessa poesia, per un certo periodo – lo spazio di qualche settimana su quotidiani e settimanali – verso una situazione più aperta e, per i tempi che sarebbero trascorsi, anche più problematica. Per quel momento il rapporto tra le persone e la poesia ebbe una tonalità più da paese anglosassone, ennesima riprova del potere della comunicazione (giornalistica e televisiva), quanto della sua vuotezza nell’esprimere e indurre bisogni di eventi – di crearli. A Bologna questa situazione si era composta anche sull’onda di un evento tragicamente importante, attraverso la serie di manifestazioni che, un anno dopo, ricordavano l’attentato dell’agosto 1980 alla Stazione. La poesia aveva riscoperto, in quell’occasione e per merito di Roberto Roversi, la sua dimensione pubblica, caratterizzata da un atto di adesione politica agli eventi del mondo, piuttosto che dalla privata dimensione del singolo autore. Attorno a quell’esperienza e a quella riscoperta nacque, per volontà dello stesso Roversi, la Cooperativa culturale ‘Dispacci’, come segno non effimero di un impegno verso l’intensificazione della comunicazione tra le persone per mezzo della scrittura”. L’aria era questa e il progetto si concretizzò in una condivisione, anche se problematica, di varie esperienze e scritture. La poesia usciva dai cassetti e dalle casette, e veniva letta e detta e fatta secondo modalità inusuali, almeno per noi, almeno per me. La stesura dei fogli di poesia che si stampavano, come i “Dispacci di poesia” o le trasmissioni di lettura alla radio – per fare due esempi – tutto questo aveva in sé una funzione che andava al di là della mera rappresentazione di sé e del proprio lavoro; c’era un collettivo da condividere e c’era un mondo con cui le nostre scritture cercavano di fare i conti: questa direi è stata la cosa nuova e importante per quel momento e per quelle persone.
-
A volte ci capita di parlare con chi scrive di poesia e succede di scoprire parole dal tono quasi altezzoso e una visione che comprende l’arte e poco altro, come il poeta pensasse a sé come ad un essere staccato dal resto del mondo. Cosa pensi di ciò?
Al di là della mia personale idiosincrasia per determinati atteggiamenti che tu descrivi, atteggiamenti che trovo del tutto fuori luogo ma che spiego con la debolezza psicologica di certe personalità; al di là di questo, dicevo, ho imparato a dividere la persona dalla sua opera, laddove il giudizio sulla sua opera è cosa sempre complessa e non si esaurisce in un “brutto” o “bello”. Certamente un poeta che si pensa irrelato dal mondo in cui vive, che ne teorizza l’isolamento, o è un poeta fortissimo che sa, anche dal proprio isolamento, trarre ciò che deve per fare la poesia che sente, oppure fallisce il proprio compito; ma qui vorrei dire che lo fallisce non perché si sia isolato, ma proprio perché pensa di esserlo non potendolo assolutamente – essendolo solo secondo la propria falsa coscienza. Mi spiego: oggi la condizione di isolamento dal mondo è impossibile, dico che una condizione alla Emily Dickinson non è data, lo vieta la moderna comunicazione la quale ci impone, attraverso i proprî strumenti, un flusso pressoché ininterrotto di messaggi che ci legano a una certa realtà. Chi decide quindi di staccarsi dal mondo, magari per conto proprio o secondo una logica di casta irrelata o di gruppo separato dal mondo, lo pensa ma separato non lo è e non può esserlo, e quindi legge in modo distorto ciò che lo stesso mondo gli invia. Può anche succedere che quel distorcimento di ciò che il mondo fa pervenire possa tramutarsi in buona poesia – è potenzialmente possibile, come prima dicevo – ma direi che in questa società della comunicazione, l’unico modo di non farsi prendere da false illusioni su una certa realtà è quello di stare molto attenti a ciò che ci giunge, di avere molta consapevolezza di dove si è e di cosa si sta facendo e per cosa lo si sta facendo; ogni altro atteggiamento credo che induca ad assorbire quanto ci viene dal mondo in un modo del tutto acritico, contando cioè sul fatto che, sentendo di essere poeti o artisti, si pensa che ciò che arriva lo si saprà certamente depurare e poi innalzare solo in virtù dell’arte posseduta. Ecco, credo che l’errore e il fallimento per certuni che scrivono stia proprio in questa (falsa) situazione.
-
Nel 2006, insieme ad un gruppo di scrittori e poeti, hai contribuito alla nascita della casa
editrice Bohumil, e vi proponete l’ambizioso progetto di specializzarvi in pubblicazioni poetiche e di prosa, con un livello qualitativo alto. E’ un’ulteriore e più completo modo di vivere la scrittura?
Devo dire innanzitutto che anche questa nuova intrapresa, come altre che ho avuto la fortuna di sperimentare, possiede una caratteristica principale, e cioè che è condotta da un gruppo di amici che tra loro si stimano e hanno fiducia. È una piccola operazione culturale, questa di Bohumil, molto curata nei libri che pubblica – si tratta di piccole quantità ma ben distribuite e segnalate – e accurata nelle sue scelte. Certamente la scrittura in questo contesto si vivifica, assume una sua corposità, esce da un certo isolamento e forza – come è giusto che faccia e come purtroppo non si fa quasi più – alla discussione e magari allo scontro, mettendo in relazione pensieri, esistenze e scritture diverse che, molto spesso, rimarrebbero racchiuse nel proprio isolamento. Anche in questo caso conta la lezione di Roversi, la sua disponibilità e apertura ribadita negli anni a mantenere un continuo dialogo verso le scritture più disparate e nascoste.
Salvatore Jemma vive a Bologna, dove è nato nel 1951. Poeta e scrittore, è conosciuto anche per la sua intensa attività culturale. Nei primi anni 80 ha collaborato, come socio, alle iniziative della Cooperativa Culturale Dispacci, tra cui la redazione della rivista ‘Numerozero’ e del foglio di poesia ‘Lo Spartivento’. Con altri ha redatto la rivista di poesia ‘Al Praga Caffè’ ed è stato tra gli animatori del Centro d’Arte Masaorita, curandone anche le pubblicazioni di libri, autoprodotti e in tiratura limitata, di poesia e prosa.
Ha pubblicato le raccolte di poesie: Scene (Dispacci di poesia, 1984), Diciotto poesie (Bologna, 1991), Decisioni – Plenilunio di novembre, 1 – 27 (Quaderni del Masaorita, 1996); Decisioni – Plenilunio di novembre, 1 – 54 (Book Editore, 2001); Decisioni – Plenilunio di novembre (Gallo et Calzati, 2004). Ha pubblicato, inoltre, una raccolta di saggi critici dal titolo Il movimento della poesia (Quaderni del Masaorita, 2004).
È stato tra i curatori delle riviste di poesia contemporanea ‘Gli immediati dintorni’ e ‘Frontiera’. Dal 1999 al 2003, assieme a Roberto Roversi, ha curato la pubblicazione de ‘Il giuoco d’assalto’ e di ‘Fischia il vento’, fogli di riflessione politica.
E’ uscito in aprile 2008 Movimento della poesia, riedizione con aggiunta di due nuovi saggi, dalla casa editrice Bohumil.





Bisogna che faccia ricerche su questo poeta. Purtroppo non lo conosco.
Ci sono cose che non condivido, relativamente alla posizione su cui si poi Jemma.
” la poesia che prediligo deve intercettare un “sentimento di una comunità” e da questo lasciarsi invadere, mescolarsi con esso”: Farsi “intercetta” di un sentimento di comunità, di collettività lo trovo pressochè impossibile, se non assurdo e addirittura non accettabile dal mio punto di vista.Primo perchè non ho assolutamente il diritto di erigere e redigere la mia voce sopra quelle degli altri: non sarei né me né loro, ma una con-fusione e tanto varrebbe non scrivere per niente. Secondo trovo che per sentire gli altri devo per forza partire da ciò che, forse, posso imparare a conoscere meglio, me stesso, e offrire questa percorrenza agli altri, cosa che da sempre è stata fatta, anche in caso di miti e non per affermare che ciò che porto è l’unica strada, come fanno i politici o i demiurghi o i ciarlatani o i falsi pro-feti, ma anzi per ricordarmi che ci sono innumerevoli voci che non posso scordare o trascurare. Trovo che ogni epoca abbia alla fondazione sempre le stesse fobie e le stesse aspettative e cerchi di superarle non tanto e solo con il pane quotidiano fornito da questo o quel forno o confessione, ma anche attraverso una costituzione di idee, che sono per loro natura consanguinee agli ideali, maturati, di solito, in singoli che poi gli hanno trasferiti alla collettività.Mai visto e saputo di una collettività che travasi sé nel singolo se non per imposizione o come percorso storico da cui ognuno cerca tracce.
L’analisi di ciò che è conscio o in-con-scio dovrebbe dare una visuale più ampia di ciò che chiamiamo realtà ma ancora non sappiamo assoluta-mente cosa sia:prova ne è che fino ad oggi sono state formulate solo ipotesi su cui moltissimi, purtroppo, pontificano vacua-mente.
L’isolamento, che uno lo voglia o non lo scelga, viene da sé medesimo poiché sono sempre più convinta che non ci sia che una falsa comprensione dell’altro fondata su una superficiale emissione di sillabe di cui si da per scontato un significato unico e unificante, tra l’altro spesso travisato dall’originale.
Ringraziando,ferni
Sono andata alla ricerca di alcuni testi dell’autore. Li riporto per chi, come me, non lo conosceva.
Salvatore Jemma
da
Decisioni
Plenilunio di novembre
28 – 36
28.
— Quando si prende la strada dalle
torri, verso i viali, a sera
nel traffico più intenso
guardando la linea a passo d’uomo
che macchine, dalla parte alta
all’altra, congiungono nel fondo
e si esce da quella, oltre il ponte;
allora si cammina verso il centro
finché la strada si restringe, al buio
che spira la città; e come
a sera, quando la giornata
è finita, gente dal lavoro
esce di fretta, non si guarda attorno
29.
a dicer ’sipa’ tra Savena e Reno
da Mascarella fino a Castagnoli
dai colli al di là;
così l’italia che da quelli scende —
dice l’amico e — stiamo assieme
dolce città che qui ti volgi
da una strada all’altra sopra
Irnerio, la Porta alle spalle
con Borgo San Pietro sulla destra
dolce città che il vento piega
tra basse colline, sopra la pianura;
così l’autista osserva sull’asfalto
come si solleva (e ne è preso allora
30.
ascolta parlare chi accompagna
per il centro; e dopo Belle Arti
alza il viso si appoggia allo schienale
ancora la rimira se dai lati
avvampa la città, che tutto l’anno
canta nel suo clang e suona sull’asfalto)
il pioppo che piega le radici
sull’asfalto, quello in verde bianco
altissimo, e fulgente questo
verso la pianura, dove luna sale
che perdura, placa, si disperde
tiene — dice ancora — e così noi —
poi, fumando, riprese a camminare
31.
e io con lui (dove la luce prima
della città tenace ricomincia
dalle torri di Kenzo; da quel sito
sul piazzale che macchine ricoprono
in file strette, l’autobus passando
a fianco di quelle, così velocemente
che smuove il lastricato, le fa
tremare o le segna talvolta;
allora si ferma a controllare
l’autista, poi prosegue;
l’oltrepassa la gente, da quel centro
per Stalingrado e, da lì, al ponte
guarda la strada interminatamente
32.
— alta la luna sopra i pioppi
verso la pianura o la Porta — e da
quel punto riprende a camminare;
come chi attraversa quella strada
prima aspetta e non sa cosa fare
allora per un attimo si ferma
—luce chi gli passa accanto —
poi correndo arriva all’altro lato
osserva il rio che scorre sull’asfalto;
così quella città si ferma, aspetta
la città che si ricopre di luce
dopo la Fiera e dopo i viali)
passato il Guasto, fino a Petroni
33.
e, dopo Zamboni, arrivammo
fino a Rizzoli che scintilla;
dice l’amico — ascolta il cuore
che suona, assieme la sua voce
sempre amore accende, o
cantare come Malipiero suona
e fare un ritornello che ripete
osanna e gloria; la città ripeto
quando brilla come lingue di fuoco
si chiude tra le mura, e quella
alza, dalla riva al fiume
ombre silenti dagli occhi di bragia;
parla e negli occhi ha luce
34.
come stella (e brusio di pioppi
sale dalla strada, per Rizzoli
per entroterra, sopra la pianura)
che differentemente luce
la città nel buio, e si stende;
rimira il fiume, le case, le colline
che dei corpi fanno ardente fiamma
o sia risplende, e dice: amore
oh, amore mio verrà sicuro
austero, solitario e fiammante —
dice — ascolta il cuore
oltre le case, dove luna cade
e illumina l’asfalto come
35.
plastica che il fuoco curva
terribile a vedersi quando
brucia quando da lontano vampa
la città di case bellestanze;
o getta fuori voce
un bel canto intonando, tuttanotte
di pioggia battente sulle case;
che si muove, brilla a Ravegnana
nel buio riverbero dell’acqua
quando scorre, e questa riflette
ogni cosa che passa; così quella
discende il fiume, sotto Riva Reno —
dice l’amico, e — ascolta il cuore
36.
il movimento d’ombra scintillante
che dai viali, in piena luce, suona
verso la gobba dei colli o come
macchia scura sopra i pioppi
luce, allinea la pianura
che la scalda, la piega il calore
nel cupo scorrere del Reno
e (spira vento di Bologna
vento che ritorni ancora
o risali con voce più forte
da strada a strada) di quello
accende la città tenace
come splende, luce il pellegrino.
Appaiono in http://www.griseldaonline.it/percorsi/archivio/jemma.htm
insieme con altre scritture.
Che bello! Ho trovato qualcosa che non condivido, ma che rispetto.
Cos’è che mi vede lontana? La seguente considerazione : “La poesia della coscienza privata che si gratta le proprie rogne in pubblico, non mi interessa”. A me interessa. Mi interessa tutto…quando non scade nel lamento fine a se stesso. Mi interessa quando può raggiungere anche un solo lettore. Mi interessa anche quando si fa poesia – come ha fatto Montale – raccontando di un “calzascarpe” dimenticato in albergo (“L’abbiamo rimpianto a lungo”). O quando dedica alla moglie dei versi stupendi ne “Ho sceso dandoti il braccio”. Mi interessa quando- sempre Montale – parla in versi della telefonata arrivata da lontano da parte di chi “riemersa da un’infinità di tempo”, gli domanda della moglie , ignorandone la morte.
Mi interessa perché, come Neruda, credo che si può fare poesia “perfino con le cose più disprezzate dai maestri del buon gusto”. Nel suo “Confesso che ho vissuto”, Neruda scrive: “Il mio punto di partenza deliberato doveva essere quello del bambino che intraprende, succhiandosi il lapis,una composizione obbligatoria, sul sole, la lavagna,l’orologio o la famiglia umana.Nessun tema poteva rimanere fuori dalla mia orbita; dovevo toccare tutto andando e volando…”.
Mi interessano i “Cien sonetos de amor” che, sempre Neruda, dedica alla moglie Matilda della quale , poi, scrive : “Dalla terra, con piedi e mani e occhi e voce, mi ha portato tutte le radici, tutti i fiori, tutti i frutti fraganti della sorte…”.
Mi interessa tutto, dunque. Come, ne sono certa, mi interesserà la Sua poesia , quando avrò il piacere di leggerla.
Cordialmente.
Ecco un altro autore che non conosco, così Vdbd continua ad essere sempre più un luogo dove si slargano gli orizzonti.
Ho letto con interesse le due parti dell’intervista e sapere che c’è un tentativo di fare poesia che cerca di distanziarsi dalle modalità intimiste e introspettive, per diventare voce di una comunità, espressione di una condizione di vita in cui riconoscersi, mi conforta.
Non so se questo sia davvero possibile, certo che porlo come premessa e assunto per la propria scrittura mi appare già una buona partenza.
Della poesia non butto via niente e, come dice Rosalba, mi interessa tutto, ma sento necessario anche un nuovo corso, e non solo stilistico, che sappia raccogliere anche più di una voce solitaria e china su se stessa.