
jerry uelsmann
Betta P.
No, va tutto bene, davvero. Sì, davvero. Ma non riesco a parlare con voce più alta. Me lo rimproverano tutti ma proprio non ci riesco. Ho questa mia voce, ecco, ce l’ho così. Vorrei ritirarmi qualche giorno. Sì, in quel monastero in collina. Ho già appuntamento con le suore, mi aspettano. Sì, un po’ di calma. Di silenzio. E’ quello che voglio. Non so se me la merito, ma la voglio. Con papà tutto bene. Tutto bene davvero. Qui, invece, non va niente bene. Sento le voci che scendono giù dai tubi delle pareti. Sono molte, si confondono, mi confondono, si mescolano al rumore dell’acqua. Quasi non la sento, l’acqua. Sento queste dannate voci che parlottano di me. Una tortura. Dicono che sono una disgraziata, con gli occhi da rana, il corpo troppo magro, la voce troppo sottile, le gambe storte, io mi vergogno, vorrei solo che tacessero, e anch’io. Muta per sempre. E anche sorda. È possibile? In fondo, la mia bocca, cosa si muove a fare? Per dire cosa? Le mie orecchie non sentirebbero più le voci. Magari il silenzio. Già, il Paradiso.
(sento le voci)
Fausto G.
Sì, dottore, lo so, quello che ho fatto non è bello. Ma non è colpa mia, questa mania di parlarsi, tutta questa gente che non fa che tenere quel coso attaccato all’orecchio mentre cammina o sta sull’autobus o va al bar e parla solo con quel coso…Io già non posso sopportare il campanello della porta e del telefono di casa, mi interrompe il flusso, quel bell’incantesimo che ho dentro di me dove posso ascoltare le voci dei miei genitori morti e tutte le voci della mia infanzia. Fausto, è pronto! - gridava mia madre - quella sì che era una bella voce, mentre io stavo giocando o facevo i compiti E poi la sentivo anche cantare Mi chiamano Mimì o Un bel dì vedremo… E anche mio padre, poverino, che quando mi sgridava non alzava mai la voce e poi la voce del mio cane, diversa da quella di tutti i cani della terra. E invece - driiin - il telefono rompeva l’incantesimo. Mi arrabbiavo moltissimo. A casa mia adesso me lo sono fatto staccare. E questa gente perduta dentro quel coso, che non si accorge di nessuno, se vive o se muore. Lo so che glielo hanno detto, dottore, ho cominciato a saltare addosso alla gente e a strappare loro di mano il coso, a sbatterlo per terra. Ma non mi pento. Stavolta, le giuro, la colpa non è stata mia. Me ne stavo tranquillo su una panchina ad ascoltare le voci di mia mamma, di mio papà, del mio cane e quelle voci che hanno solo la campagna e il mare, che ha il vento, ad esempio, o la pioggia o gli uccelli. Stavo lì tranquillo sulla panchina dei giardini pubblici, alle 2 del pomeriggio, mi pare, quando uno si è seduto vicino a me e fin qui niente di male. Ma poi il coso ha cominciato a squillare e lui ha risposto con la voce sempre più alta, sempre più alta. Basta! Gliel’ho strappato di mano quel maledetto, gliel’ho spaccato sulla testa. Sì, è finito all’ospedale, ma se lo meritava, se lo meritava. Sarei pronto a rifarlo.
(il coso)
Ada R.
Posso recitarle una poesia, dottore? Si intitola: Gli uccelli del Paradiso. È bella, così bella!
Gli uccelli del paradiso sono sordi.
Gli uccelli del paradiso sono muti.
Nel cuscino, mordi.
Sul pavimento, sputi.
Ma l’aria manca
e io sono stanca
sono sparita.
restano ossa
di Ada, mossa
creatura
dalla lunga vita
dalla testa dura…
Gli uccelli del paradiso sono sordi.
Con la terra non ti accordi.
Gli uccelli del paradiso sono muti.
Mondo, il più bello fra i rifiuti.
Ada l’eterna, per la vita e per la morte
(gli uccelli del paradiso)
Giulia B.
Era una pianura tutta di numeri. Lei riesce a capirmi?Non era un sogno, non era un sogno, mi creda. Era una pianura tutta fatta di numeri, numeri rosso, oro, argento, messi su grandi scudi, e gli scudi sparpagliati fino a fondo valle. Mi sembra fossero scudi ma non ricordo con precisione. Erano piantati su bronzo, su acciaio, a volte enormi, a volte piccoli. Erano tutti numeri. Non ricordo quali. A LORO, ai BUONI, servivano, per poterci salvare, per salvarci uno per uno, ci mettevano un numero in bocca, uno a testa, e noi a correre lontano da quei dannati che ammazzavano e bruciavano tutto.
(quelli che salvano)
Carlo T.
Domani uscirò dal manicomio giudiziario. Non mi drogo più, ho smesso di bere. So già come andrà. Starò con mia madre, analfabeta, che mi caccerà di casa. Bivaccherò sulle scale. Girerò per le strade di Begato. Chiederò l’elemosina al mattino per una brioche e a pranzo per un panino. Spenderò tutta la pensione d’invalidità. Scoperò un travestito o una puttana. Tornerò a spacciare e a raccontare barzellette stupide.
Poi, una notte di giugno, - mi sembra già di vedermi - dopo aver pagato tutti i debiti, dopo aver smesso di bucarmi, di ubriacarmi, di rubare, dopo essere diventato un paziente tranquillo che assume regolarmente i suoi farmaci antideliranti, ormai rappacificato con mia madre, metterò la testa sul guanciale, girerò la schiena e morirò nel sonno come chi non ha più niente da dire.
(più niente da dire)
Francesco L.
Io possiedo la visione cristallina delle cose. Io sì, tu no.
Sono un illuminato ma ti concedo di stare con me.
Non è questione di essere Buddha. Quelle sono sciocchezze.
Io sono io e ho questa visione cristallina.
So di essere il solo ad averla.
Se te ne parlo, non sono sicuro che capirai.
Beh, la prossima volta proverò a parlartene.
Ciao.
(la visione cristallina)
Giacomo D.
E allora, cosa mi chiedi? Che vuoi sapere chi sono e vuoi vedere la mia carta d’identità ? Stronzate. Ecco la mia vera foto. Sono io, quello: il giovane biondo col maglione scuro alzato sulla testa. Jimmie Dean. Io sono Jimmie Dean. Guardami bene! Ma non hai occhi? Io sono Jimmie e non c’è altro da dire. Certo, non mi vedi la faccia, nella foto, ce l’ho coperta dal maglione. Perché vorresti che me la tenga sempre nuda in modo che tutti la rovinino con i loro occhi stronzi? Come adesso, chi credi di vedere, tu, psichiatra di merda? Un povero vecchio che ti farfuglia davanti, uno strambo con un cespo di capelli bianchi? Ma, povero scemo, tu non mi vedi realmente, io sono lì, vero e vivo. Che cosa dici? Jimmie Dean era un attore americano? Certo, sono io. È morto giovane in un incidente d’auto? Beh, anch’io sono morto, caro dottore, da giovane. Ma io, qui, in questa foto dove, senza nessun dubbio, sono Jimmie Dean. Io sono vivo. Per sempre.
(Jimmie Dean)
Tiziana R.
Cosa vuole da me, dottore? Quanta strada si è fatto per vedere un’assassina ! Perché, non le ha mai viste? Le vede queste unghie,si? Sono belle e lunghe qui vogliono tagliarmele. Se lo fanno, lo rifaccio. Gliele ficco negli occhi, gli strappo la bella pelle delle guance, le pianto dentro ai coglioni e li faccio sanguinare e poi….Altro che forbici. Ma dove siamo? A noi il buon Dio ha dato tutto, non abbiamo bisogno di nulla. Lui non beveva direttamente dalla fontana senza bisogno di bicchiere? E poi servono anche a pulirsi il culo. Con le mani puoi strozzare chiunque, ci vuole solo un po’ di forza, d’impegno. Da bambina acchiappavo le lucertole. Che forza avevano quelle maledette! Come si ribellavano alla morte! Eppure io ci riuscivo a spezzarle la schiena. Mi sono lasciata crescere queste unghie solo per difendermi. Me le sono sempre dipinte di rosso perché c’è gente che ha paura del sangue, il sangue dipinto sulle unghie. Ah ah! Il sangue di Rudy non era dipinto, era vero! E ora vogliono ridurmi a un angioletto che suona il piffero come sopra la capanna del presepio. A chi mi vuole tagliare le unghie io taglio tutto, senza coltello, rasoio e altre cose chirurgiche di voi medici froci. Insomma, mi dice perché è venuto a cercarmi fino a qui?
(le mie unghie)
Filippo D.
Già, se mi inginocchio per strada, con le mani e gli occhi alzati al cielo, mi guardate preoccupati, mi ordinate di tirarmi su e, se non obbedisco, chiamate il 118. Ma, quando mi inginocchio in chiesa, con le mani e gli occhi alzati al cielo, sono un fervido credente, proprio come voi. Perché?
(perché?)



ogni brano, oltre a mettere in evidenza delle patologie tormentate o tormentose, scaturite, sembra, da un flusso di informazioni anomale, aggressive e oltre il limite di sopportazione (proprio poco fa, tornata dalla pace dei colli a casa mia, avevo sentito un rumore terrificante prodotta da un ragazzo che usava il pungiball.L’avrei strangolato perchè metteva in vibrazione tutta la stanza e anche se mi spostavo lo sentivo come una vibrazione violenta e antipatica, sempre più insopportabile sui piedi e sulla pancia, oltre che nella testa. Ci sono livelli di guardia ma ci sono tante cose moleste che andrebbero praticate in altri luoghi, non obbligando gli altri a condividere per forza. Le voci? Qui c’è l’inferno dei rumori: la città è qualcosa di insopportabile ormai, e …noi con lei. Le fobie, le manie, le ossessioni sono, credo, il termometro di una temperatura ormai febbrile che causa spesso, troppo spesso degenerazioni delle relazioni tra individui. Grazie, ferni
testimonianze terribili. della follia in senso lato, della schizofrenia, di altre patologie della mente. Anch’io ho un amico (avevo … ) che dipingeva, era un ragazzo affettuoso, sensibile, educato. Quando non è al bar a bere birra e a parlare verso l’alto, da solo, ho paura che abbia combinato qualcosa e lo tengano segregato … Sono passati almeno trent’anni da quando Marco è impazzito.
P. è sotto sedazione e non so se senta ancora le voci. O. sta in Olanda da tanti anni, molti uomini vogliono violentarla e lei ne sente le voci aggressive dentro le orecchie e soffre tanto da aver tentato il suicidio.
Ultimamente la schizofrenia si sta diffondendo molto (oppure non si nasconde più) e c’è un’altra ragazza, che conosco di vista che cammina da sola, parla e ride. Non so niente di lei.
Grazie a te, cara Ferni. Si, il nostro modo di vivere fa aumentare le patologie(di ogni tipo). Tutto è doloroso sia per noi”normali” obbligati ad ascoltare le voci esterne che ci fanno impazzire… , sia per chi subisce la patologia dell’ascolto delle proprie interne.
Approfitto di questo spazio per una precisazione, immaginando che qualcuno me la chieda.
Le voci alle quali abbiamo dato un nome inventato,ovviamente, appartengono ai pazienti di Marco. A volte è bastato uno spunto (reale) per farci scrivere questi monologhi, oppure abbiamo completato, in un certo senso,i loro. Ma molto ancora ci sarebbe da dire su questo lavoro à deux.
un abbraccio
lucetta
Grazie, cara Bloomy della tua testimonianza appassionata. I casi di disagio psichico si moltiplicano giorno per giorno. Dovrebbe parlartene Marco che vive in mezzo a queste persone buona parte del suo tempo.E lui è ancora una persona che sa soffrire e si emoziona e se ne occupa veramente.Insomma, c’è gente sempre più disperata, che nega gli orrori della realtà, sempre più malata che non regge,non ce la fa più. I suoi, che appartengono a un servizio pubblico di una zona periferica, sono poveri a volte poverissimi.
Ma non dico altro. Scrivere di loro è come non dimenticarli.
ti abbraccio
lucetta
fai bene a ricordare queste “voci” in questo modo, l’unico capace di dare “forma” a realtà e esperienze forse incomunicabili o meglio non pienamente comunicabili.
L’ invasione psicotica delle voci in tutta la loro arcaicità la loro delirante dispersione e rottura con la realtà.
Percepire dentro queste voci tutta l’angoscia dei malati, forse anche tutto il coraggio e l’impotenza degli psichiatri.
Grazie Lucetta
“Era una pianura tutta di numeri
Non era un sogno
non era un sogno
Era una pianura tutta fatta di numeri”
Bravi! Io non so se riuscirei a scrivere a quattro mani, due cuori e due menti… Certo è che il vostro lavoro è davvero armonioso, vi perdete uno nell’altro in una sintonia che fa bene alla scrittura. Un caro abbraccio, Lucianna
unire, con sapiente equilibrio, la compenetrazione della “follia” nelle sue componenti emotive e riccamente produttive con l’approccio scientifico e umano. Ne scaturisce un’opera di grande spessore cognitivo e, al tempo stesso, di rara intensità poetica.
Bravi, Lucetta e Marco, spero di risentirvi/rivedervi presto, attendendo con vivo interesse la pubblicazione in volume.
Un sincero abbraccio.
mirko
E’ proprio così, cara Dominica,abbiamo scelto di parlare del dolore degli invisibili, degli emarginati, di chi non ha la parola.
A volte, però, ci sono situazioni e discorsi veramente ridicoli, grotteschi. Abbiamo tenuto conto anche di quelli (anche per dare un po’ di tregua al lettore). In fondo la vita è un teatro tragicomico e tutti vi recitiamo una parte: i “matti” , però, molto meno, non avendo quel necessario “distacco” che consente-a noi cosiddetti normali- più o meno di… vivere.E loro entrano in un altro mondo divergente. Dove, però, soffrono ancora, ma in un altro modo.
un abbraccio e un grazie di cuore per la visita
lucetta
Margherita: hai messo il dito sulla piaga accennando all’impotenza degli psichiatri!
Ne sa qualcosa Marco, ovviamente.
Noi intendevamo anche riportare sulla pagina nell’intreccio “verità-finzione”- anche l’oralità di questi pazienti : monologhi da cui si deduce il dramma profondamente umano, a volte con spunti di comicità(per chi li ascolta o legge).
Grazie, cara, dell’interessamento
lucetta
Lucianna cara: si, mescoliamo le nostre idee e le nostre scritture, sempre sorvegliandoci a vicenda, spolpandoci fino all’osso. Abbiamo caro il fine: il risultato, l’opera. Lavoriamo insieme dando il meglio di sé(almeno così ci illudiamo). Scriviamo un libro in coppia quando il tema ha la stessa forza per tutti e due. Quando non possiamo farne a meno.Quante discussioni! La più esigente, e rompiballe sono io, comunque.
Grazie per l’interessamento che ci gratifica
e un abbraccio
lucetta
caro Mirko: sempre così bravo e gentilissimo! Ci fa molto piacere che tu abbia sottolineato l’aspetto poetico del nostro lavoro( qui presentato solo in minima parte, dato che si compone di 108 pagine).
Chissà quando diventerà un volume pubblicato e tangibile!
Forse il tuo Augurio toccherà il cuore degli dei…
GRAZIE!
ps. devo ancora leggere le tue (quasi nuove) poesie e lo farò presto
un abbraccio
lucetta
Cara Lucetta
quando leggo i vostri scritti
sento un profondo senso d’impotenza
e un velo di malinconia.
Riesco ad immaginare le sensazioni di Marco
Vorrei poter dare a voi che vivete a stretto
contatto con queste voci, la forza, il coraggio,
la gioia in quantità immensa.
Un caro saluto
Josè
Tenera José, grazie per le tue così sentite espressioni.
Comunque, vorrei dirti che io personalmente non vivo a stretto contatto con queste persone. Io le vivo di “diporto”. Il loro destino mi tocca nel profondo ma l’esperienza diretta ce l’ha solo Marco. Lui mi parla dei suoi pazienti e ognuno rappresenta un caso a sé e io….ci entro dentro come se li conoscessi, come fossero parte di me. E infatti fanno parte un po’ di noi tutti.
Cos’ riesco a immedesimarmi e a scriverne. In questo libro, in particolare, in prima persona.
un abbraccio affettuoso
lucetta
eppure chi non ha voce fa auscultare la propria solo a chi vuol farlo..
Roberto: è il problema dell’ascolto.
Siamo sempre in meno ad “auscultarci”uno con l’altro.
Viviamo in un mondo psicotico e autistico.
E’ la tragica realtà.
Grazie della visita, caro Roberto
lucetta