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                                                     un incontro con Salvatore Jemma
di Morena Fanti

      

E’ sempre un viaggio, quello che facciamo crescendo e maturando. Un viaggio con le sue tappe e fermate, alcune molto importanti, che mettono un segno forte e ben visibile sul nostro percorso.
Guardandosi poi, con gli occhi dell’anima e con le parole a noi più interne, è possibile ri-costruire le strade e i passaggi, e ri-trovare noi stessi. Questo è il percorso che ha fatto, e farà nel prosieguo della sua opera, anche Salvatore Jemma nel suo poema Decisioni, di cui è già uscita la prima parte Plenilunio di novembre (Gallo & Calzati editori) e una prima tranche della seconda parte Paesaggio italiano 1-33 (Bohumil edizioni).
Un viaggio ha sempre dei passaggi difficili, delle soste improvvise, ha dei punti in cui ci si deve fermare e guardare il cielo: punti in cui senti che ciò che è qui e ora, non sarà mai più così.
Il viaggio, che in Plenilunio di novembre è una sorta di discesa all’inferno, si svolge in una città che è simbolo e, allo stesso tempo, essenza di fatti e cambiamenti. Nelle ferite della città e dei suoi abitanti, le ferite del Poeta si sublimano e si sommano. Gli occhi si aprono e il cuore sente i cambiamenti, le Decisioni, i punti fermi dell’esistenza e dell’anima, le svolte improvvise e risolute.
Il Poeta si avvicina a ciò che vede e lo scrive per la nostra e la sua consapevolezza, mostrandoci come noi siamo sempre parte integrante della vita che ci contorna e ci disegna.
E’ una poesia che riflette e fa riflettere, questa di Jemma: parole che si formano nella consapevolezza e nello sguardo attento di chi sa che la comprensione del mondo passa sempre attraverso il nostro vissuto, ed è la tappa indispensabile per proseguire il cammino. 

  • Leggendo Plenilunio di novembre, prima parte del tuo poema Decisioni, ho provato la sensazione precisa che il viaggio che tu ci mostri, quel percorso attraverso le vie e i portici della nostra città, sia un viaggio che tutti noi dovremmo fare, aprendo gli occhi sulla realtà che ci circonda e, successivamente, su noi stessi. Leggere il reale, il visibile, attraverso l’invisibile. E’ questo ciò che hai pensato scrivendo? 

Certamente nel Plenilunio di novembre c’è questo aspetto: l’invisibile non è però nulla di trascendentale, non per me almeno, ma è proprio ciò che abbiamo sotto gli occhi sempre e continuamente e che, proprio per questo, si cancella alla nostra vista. C’è inoltre la questione del viaggio, non quello che ognuno dovrebbe fare, poiché non sto indicando qualcosa ma cerco di parlare del viaggio che credo ognuno stia facendo, che ognuno in effetti mi pare compie nei giorni della propria vita; la mia poesia, se posso ardire, vorrebbe richiamare l’attenzione sui giorni che appaiono tutti uguali, perché ugualmente dimenticati e composti di memoria perduta e lasciata andare, ma che contengono la nostra essenza di umanità – ci sono le ripetizioni di cui i nostri giorni sono composti, le parti della nostra esistenza che stanno nel fondo della memoria, le sfumature che compongono la vita e che spesso la decidono. Detto questo, aggiungo pure che la poesia andrebbe letta e giudicata per quello che ognuno sente che è, al di là di qualsiasi considerazione critica, meno che mai se viene dall’autore stesso; è un’avvertenza che pongo sempre, poiché se le intenzioni dell’autore stanno alla base della sua scrittura, non è detto che le stesse stiano poi alla base del lettore che successivamente le leggerà. Ciò che per me è importante, nella (mia) poesia, è che vi sia un aspetto, un sentimento, che accomuni. 

  • Nella postfazione di Roberto Roversi leggo: “Un itinerario dantesco da anni duemila… ma che ha sovrastante, immanente o esplodente, la parola luce. La luce sovrana; quella che ci è assegnata per sorte e che noi speriamo ogni giorno e ogni giorno, disperati, cerchiamo.” E’ questo che cerchi, con la tua poesia? E cosa significa, per te, questa luce

La luce è in realtà molte cose; questo “essere molte cose” fa sì che possa diventare un segnale del mutamento, non solo qualcosa che si insegue; così cerca di essere anche nella mia poesia, con il suo ripetersi e riaffermarsi in più occasioni, riproponendosi appunto quale parola dal significato multiplo a seconda che segnali una situazione, sottolinei un concetto, illumini o nasconda il chiarore o il buio di un luogo; se però devo raccogliere i vari aspetti in un unico denominatore, posso dire che luce è la poesia stessa, la quale mi permette di dire e scrivere, poiché ciò che sta alla fine del disegno complessivo di questa mia scrittura, la luce che seguo e che tento di raggiungere, che vedo e che probabilmente non riuscirò mai a ottenere completamente, tutto questo tende alla scrittura di una buona poesia. Devo però aggiungere che, per quel che mi riguarda, la poesia non si esaurisce in se stessa, non ha come fine la sua semplice bellezza, dalla quale certo non si può comunque prescindere ma sulla quale il giudizio è sempre abbastanza complesso; deve pure contenere in sé sentimenti e valori condivisi di una comunità, deve saperli dire e costruire: se la poesia di un certo tempo è patrimonio di una piccola casta a cosa potrà mai servire? ogni vera espressione artistica è sempre presente, a vari livelli, in tutta la comunità di persone in cui essa viene a costituirsi; per la poesia (almeno per quella italiana), questo aspetto è venuto via via esaurendosi. Ciò che cerco, quindi, con la luce, è anche una possibilità di ricostruire un discorso comune attraverso questa scrittura. 

  • Credo si possa dire che Decisioni sia un’opera che rappresenta la vita nella sua complessità e nei suoi ostacoli e che ci fa sentire come ogni cosa che accada intorno a noi non sia mai disgiunta da noi. Come nasce l’idea di scrivere un’opera così complessa? 

Innanzitutto, se posso giocare con il termine posto dalla tua domanda, descrivere la complessità di una vita è questione davvero molto complessa, e una poesia che si ponga questo compito si carica di una responsabilità non da poco, cosicché il rischio di fallire è molto forte, poiché si può incorrere sia nella noiosa ripetitività che nella nullificazione della poesia stessa, facendone magari una specie di saggio sociologico. Detto questo: il mio intento iniziale è stato quello di svoltare (il titolo allude a questo), cercando di allontanarmi radicalmente da certa scrittura che rimestava continuamente il proprio dire nell’io sperticato e invadente del poeta. Il noi è diventato per me la condizione assolutamente importante e da verificare concretamente attraverso un viaggio composto sulla falsariga di quello dantesco, viaggio di cui parla appunto Roversi, che avesse al centro ciò che personalmente considero oggi la traduzione concretamente plastica di quel noi: il luogo e i luoghi, la città e le sue relazioni, i suoi spazi e le sue ombre e le sue personae, insomma la comunità dove ognuno di noi si individua e senza la quale saremmo nulla. Non mi interessava scrivere delle mie paturnie esistenziali, ma sì della esistenza di una comunità che si muove in un “inferno” e che cerca il barlume verso cui andare, e lo cerca ogni giorno che passa, alzandosi per cominciare la propria giornata e camminando per proseguire tra intenti e cedimenti, tra vie trovate e attraversamenti. Tutta la poesia è impregnata da una certa struttura pre-determinata, con alcuni aggiustamenti che ho apportato nel corso del tempo, ma conservando alcuni punti fermi: il percorso, il numero dei versi per stanze della stessa partizione, il numero di stanze, la tripartizione e altre piccole sottigliezze. Un’ultima cosa, piccola ma per me significativa: ancora prima che iniziassi questo lavoro, si parlava con Roversi – alcuni amici ed io – della poesia contemporanea e delle nostre scritture, e Roversi notava, un po’ lamentandosene, il fatto che in tali scritture mancasse il frenetico e continuo rumore di fondo che nella nostra epoca e dato dal movimento (e rumore, appunto) del traffico. Ecco, direi che da allora quel rumore di fondo ho sempre cercato di renderlo presente nella mia poesia. 

  • Il tuo incontro e la successiva frequentazione e collaborazione con Roberto Roversi sono stati molto importanti per te. Credi che questa vicinanza sia stata più importante per Jemma poeta o per Jemma uomo? 

Direi che faccio un po’ di fatica a distinguere le due posizioni di uomo e di poeta. Mi spiego: sono pensabili ma non sono divisibili, la persona che scrive e quella che vive non sono che due momenti di un unico pensiero e di un unico sentimento – possiamo forse distinguere tra i sentimenti che prova chi scrive da quelli di chi vive? no di certo. Detto questo, posso dire che la vicinanza e l’amicizia con Roversi sono state e sono per me importanti e vitali; da ciò ho ricavato e ricavo, oltre che un’amicizia profonda, una visione del mondo che ha impostato il mio modo di fare e sentire. Posso dire che c’è stato da parte di Roversi la capacità di esercitare un magistero morale alto solo con l’essere ciò che è stato e che ancora è, solo con l’esempio della sua vita e della funzione che ha dato alla propria scrittura: non ha insegnato ma ha indicato, è stato maestro essendo compagno di strada. Il suo esempio si è così tramutato nel “fare” di persone che lo hanno conosciuto e con lui hanno condiviso tratti della sua vita e della sua esperienza. Poi c’è la sua poesia, la sua scrittura letta e riletta, una poesia che si distacca davvero e radicalmente dalla poesia corrente cui il novecento ci ha abituati; anche per questo Roversi ha indicato una strada, oltre che un modo di percorrerla.

  • L’anima si ferma e si guarda, ascolta gli altri e i loro respiri, si avvicina e ci riporta ciò che vede per mezzo dei suoi versi. La poesia può prescindere dall’uomo, secondo il tuo pensiero?

Mai, direi che non può farlo mai e non credo che sia mai riuscita a farlo – perché dovrebbe se è poesia?. La poesia è rivolta all’uomo e cresce solo se riesce a rivolgersigli davvero – tra l’altro, e giocando col doppio senso di questo verbo, la poesia è anche rivolta dell’uomo nel senso che può essere la chiave di volta di un suo rivolgimento; personalmente sono convinto che sia lo strumento che cambia la realtà e quindi ricostruisce il mondo, prefigurando una possibile realtà altra e, se è poesia forte, essendo capace di ricostruirla veramente. Infatti la poesia non è composta di semplici parole messe l’una accanto all’altra, solo per produrre un bel suono o caratterizzare una qualche situazione di particolare fremito di sentimenti privati – tutto questo può esserci ma, come dice Karl Shapiro in un suo libro, “la poesia non può trovarsi in nessun dizionario, è un linguaggio sì, ma in divenire, linguaggio che cerca di sottrarsi alla sua condizione”. L’anima si ferma e ascolta, ed è proprio l’ascoltare che la restituisce alla sua umanità, che la fa uscire da un sogno (o da un incubo) il quale la può solo rinchiude in se stessa, facendone un’ombra condannata all’inconsistenza.

segue…

Salvatore Jemma vive a Bologna, dove è nato nel 1951. Poeta e scrittore, è conosciuto anche per la sua intensa attività culturale. Nei primi anni 80 ha collaborato, come socio, alle iniziative della Cooperativa Culturale Dispacci, tra cui la redazione della rivista ‘Numerozero’ e del foglio di poesia ‘Lo Spartivento’. Con altri ha redatto la rivista di poesia ‘Al Praga Caffè’ ed è stato tra gli animatori del Centro d’Arte Masaorita, curandone anche le pubblicazioni di libri, autoprodotti e in tiratura limitata, di poesia e prosa.
Ha pubblicato le raccolte di poesie: Scene (Dispacci di poesia, 1984), Diciotto poesie (Bologna, 1991), Decisioni – Plenilunio di novembre, 1 – 27 (Quaderni del Masaorita, 1996); Decisioni – Plenilunio di novembre, 1 – 54 (Book Editore, 2001); Decisioni – Plenilunio di novembre (Gallo et Calzati, 2004). Ha pubblicato, inoltre, una raccolta di saggi critici dal titolo Il movimento della poesia (Quaderni del Masaorita, 2004).
È stato tra i curatori delle riviste di poesia contemporanea ‘Gli immediati dintorni’ e ‘Frontiera’. Dal 1999 al 2003, assieme a Roberto Roversi, ha curato la pubblicazione de ‘Il giuoco d’assalto’ e di ‘Fischia il vento’, fogli di riflessione politica.  
E’ uscito in aprile 2008 Movimento della poesia, riedizione con aggiunta di due nuovi saggi, dalla casa editrice Bohumil.

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