Morte di uno zingaro – Francesco De Girolamo

2008 Maggio 20
by francescodegirolamo

Togli pure la mano
dal tuo cuore di cuoio,
nemico sconosciuto:
non ruberò i tuoi miseri sogni.
Oggi voglio rubare
al cielo della notte
la stella più vicina.
La metterò sotto la mia camicia
sporca di rabbia antica
e splenderà dentro di me
come un fiore di fuoco.

Oggi il mio amico flauto
non ha più note
per irretire i ricordi:
le mie scarpe sono vuote
accanto al mio letto
d’erba e sassi.
Una nuvola apre al vento freddo
la finestra della mia stanza.

E voi che camminate, in fila,
fieri, nei vostri abiti puliti,
ditemi: chi di voi
ha mai posseduto
una casa così grande?

16 Responses leave one →
  1. 2008 Maggio 20

    Francesco, c’è una vena di freschezza e luminosità cromatica (seppure solcata da accenni tristi e malinconici), che rende i tuoi testi, leggeri, aperti e contagiosamente accattivaneti e protesi all’altro. Contaminanti.
    Il tema dei “nomadi” è attuale e necessario più che mai oggi, la foto in alto stupefacente significativa e bella. Un saluto Mapi

  2. 2008 Maggio 20
    fernirosso permalink

    per lanciarti la battuta
    ho consumato la pelle di migliaia di tamburi
    il polpastrello è raso
    consumato e-ro(s)so pulsare delle stelle stanche
    di sfilare dentro l’occhio di ogni tua paura.
    E migro tra una riva e l’altra come un sole
    fattosi di giorno in giorno
    tra le piaghe del mio sognare il male.

    Grazie francesco dei tuoi nom(AD)i,ferni.

  3. 2008 Maggio 20
    paolo borzi permalink

    Questa poesia lascia di sasso perchè riesce ad essere secca, spietata ed attuale attraverso 2 elementi che parrebbero in contrasto con una “lirica-comizio” di denuncia: la finezza poetica delle immagini e addirittura una citazione “clichet” dello “ziangaresco poetico” di ogni tempo, anche popolare (il poeta è uno zingaro, il cuore è uno zingaro, il mio soffitto sono le stelle, sempre nomadi, vagabondo che non sono altro etc.).

    La citazione “clichet” diventa “verissima” proprio perchè l’abominio della ferocia umana rende il nomade “vittima cristomorfa”, con richiamo diretto-almeno per me-alla poetica e anche al tragico destino di Pasolini.

    Insomma, l’atrocità della Cronaca riesce a rendere più che mai vera una abusata allegorizzazione letteraria, ed è quasi un miracolo quanto Francesco riesce a fare.

    La “incorporazione della Stella” nel petto, incide un tassello di precizione anche “etnologico religiosa” (portare gli astri dentro il corpo dopo la morte è un “topos” delle culture sciamaniche) che rende vieppiù pregiato questo ulteriore làscito nel caro amico Francesco.

    Sempre Bravo! (e Sempre Nomadi!;-))
    paolo

  4. 2008 Maggio 20
    Francesco De Girolamo permalink

    Grazie, Mapi, Ferni e Paolo… delle vostre bellissime parole. Impossibile rispondere come meriterebbero.
    Vi regalo un piccolo proverbio zingaro, che forse già conoscerete: “Se tutti avessero il pane, chiese e tribunali sarebbero vuoti.”
    Un altro, che mi pare di ricordare, dice più o meno così: “E’ più facile che una mucca faccia un uovo, che un giaurro sorrida a uno zingaro.”
    Grazie del vostro sorriso.
    francesco

  5. 2008 Maggio 20
    antonio meneghello permalink

    Caro Francesco, grazie per questa tua bellissima poesia che ricordo e possiedo. Sai colpire al cuore con il dono della semplicità e immediatezza, raro e prezioso. E’ un tema importante che ora torna alla ribaltà in modo drammatico e tu lo sai presentare con delicatezza e determinazione Endecasillabi e settenari, secondo me, danno un ritmo che sa coniugare suoni e significati e quasi un diminuendo musicale ( otto, sette e sei) incide il geroglifico d’un soffio. La casa è forse davvero quando si è piccoli, e spalancare le porte della vita ci permette di cancellare finalmente scheletri e rottami, e grazie alla tua poesia, incontrare gli “altri”, nell’insostituibile bisogno di conoscere, e condividere, e amare. Con amicizia, Antonio M

  6. 2008 Maggio 20
    Francesco De Girolamo permalink

    Sì, Antonio, purtroppo il tema è tornato di “attualità”. Avrei preferito non dover più riproporre questa mia poesia. Ma, a quanto pare, il razzismo è un ottimo strumento politico di aggregazione sociale, forse l’ultima spiaggia dei disperati, che riescono ad evocare ormai solo le due emozioni più stupide e distruttive di cui sia capace la natura umana: la paura e l’odio. E la cultura dell’identità etnica, fantasma osceno e imbellettato, riprende a fornire vecchi alibi per ogni nuova nefandezza sociale.
    Ma noi la ricacceremo nell’orrore di libri di storia chiusi e polverosi…a suon di endecasillabi e settenari!
    ( Perché Don Chisciotte, si sa, non si arrende mai. )
    Un carissimo saluto.
    francesco

  7. 2008 Maggio 22
    Antonio Fiori permalink

    Costretti dagli eventi, certo, a ritornare su contrapposizioni etnico-tribali; ma la poesia resta nella sua pulita bellezza novecentesca.

    Antonio

  8. 2008 Maggio 22
    Francesco De Girolamo permalink

    Grazie, Antonio, del tuo solidale sguardo, anch’esso diviso tra riflessione civile e contemplazione estetica. Speriamo possano un giorno ricongiungersi in un più vasto Ethos, diffuso e saldo, da riconquistare.
    francesco

  9. 2008 Maggio 22
    Josè Grilli permalink

    La tua dolcezza nel guardare gli altri
    diventa acuta e profonda
    quando scrivi.
    Intrisa di malinconia e limpidezza di immagini
    questa poesia indica il tuo modo
    di amare chi è ai limiti , chi soffre
    chi per casa ha solo il cielo.
    Un caro saluto
    Josè

  10. 2008 Maggio 22
    Fabio Franzin permalink

    caro Francesco, leggo ora, ora che è così drammaticamente attuale, la tua “morte di uno zingaro”, che come ha ben detto chi mi ha preceduto nei commenti, intreccia liricità e poesia civile, asciutta, implacabile. E’ il tipo di poesia che amo, quella cui sento essere sempre più canto di un tempo violento, volgare e senza cuore (l’immagine che accompagna il testo crea una suggestione davvero appropriata e crudele); oggi la casa di tutti è lo sdegno. In quelle scarpe vuote nidifica la rabbia.

    Teniamoci stretti i sogni, finché possiamo…

    Grazie, Francesco. Un abbraccio. Fabio Franzin

  11. 2008 Maggio 22
    Francesco De Girolamo permalink

    Grazie, Josè, della tua pertecipe e sensibile lettura. E’ un gran conforto sentirsi sostenuti per poesie su tematiche, oggi, ahimè, di nuovo così cruciali.
    Un carissimo saluto.
    francesco

  12. 2008 Maggio 22
    Francesco De Girolamo permalink

    Il tuo appassionato intervento, Fabio, mi lascia senza parole per la consonanza assoluta con il mio attuale sentire. Hai pienamente ragione: “Teniamoci stretti i sogni!”
    Sono le nostre armi, ora più che mai.
    Grazie infinite, vero combattente della Poesia.
    Un grande abbraccio.
    francesco

  13. 2008 Maggio 23
    monica permalink

    ….chi di voi ha mai posseduto una casa così grande? (bellissimo)

    già, noi, con i nostri cuori così piccoli….

    Purtroppo è difficile combattere odio e razzismo anche perchè quando culture così diverse si scontrano senza possibilità di dialogo, allora succede il peggio.
    Nella mia città ci sono due campi nomadi che causano non pochi problemi ai cittadini. Come conciliare modi di vivere e rispettare le regole così diversi? Solo con l’amore, ma a volte anche l’amore non basta!

    Monica

  14. 2008 Maggio 23
    Francesco De Girolamo permalink

    Grazie, Monica, della tua sincera e spregiudicata lettura; e delle tue belle parole, sempre graditissime. Io però credo, o almeno continuo a sperare, che l’amore basti… che basti sempre.
    Un caro saluto.
    francesco

  15. 2008 Giugno 13
    francescodegirolamo permalink

    Devo correggere un’inesattezza, che alcuni amici mi hanno fatto notare, in uno dei proverbi che avevo citato nel #4: ho usato il termine “giaurro”, per indicare il “non zingaro”, che viene usato, con il significato di “infedele”, solo dai Rom Islamici. Mentre, in generale, per tutti i popoli “Nomadi”, di ogni religione, il termine usato è “gagé”, che no ha un’accezione dispregiativa. Anche la parola “Zingaro” ha una valenza piuttosto dispregiativa, e dovrebbe essergli preferita “Rom”; ma è talmente diffusa, talmente radicata nella storia e anche nel nostro immaginario di questo popolo, che può persino ancora essere la più emblematica, la più fortemente riconoscibile, la più “evocativa”, credo.
    Per questo motivo l’ho scelta per il titolo del mio testo poetico, ma deve intendersi quasi “tra virgolette”… come se si adoperasse ancora il termine “negro” al posto di “nero”, per indicare un preciso contesto in cui è ancora presente, malgrado tutto, un aspetto del suo originario, terribile, significato.
    francesco

  16. 2008 Agosto 2
    antonia p. permalink

    ti leggo solo ora, caro francesco, e mi rimandi ad emozioni
    forti e ben radicate, in questo cuore di lava. quello a cui stiamo assistendo sembra un’anteprima di film dell’orrore, la spregiudicatezza feroce dell’odio ignoranza tamburellateci di continuo, in un universo che globalizza solo ed esclusivamente potere, annullamento, senza alcuna condivisione degli attimi di altre vite, ancora più significate delle nostre, dalla dura battaglia del sopra/sottovivere.
    leggo oggi di piccole donne che pestano a sangue una coetanea originaria di altri lidi della terra…leggo oggi di donne che, per potersi garantire la traversata all’inferno, vengono stuprate giorni e giorni per garantirsi un posto sulla barca del terrore.
    ricordo oggi, due agosto duemilaotto, bologna che esplode in atomi e frammenti di polpa, sentimenti, sangue, ed ancora solo a ricordarla…. “una nuvola apre al vento freddo il silenzio della mia stanza”
    e le bimbe con le gonne gialle e viola
    in attesa di dentini nuovi
    cresceranno col freddo e nel silenzio dentro
    i loro ancor piccoli corpi?
    no, non lo si può, non lo si deve permettere!
    grazie per averti letto, buona giornata, antonia p.

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