Dei “Diari Intimi” di Charles Baudelaire
Fondamentali per entrare pienamente nel cuore della poetica baudelairiana sono i Diari. Da essi viene fuori la personalità sostanzialmente dicotomica dell’autore. Se nella sua vita ha combattuto sulle barricate incitando gli insorti e perfino chiedendo la morte per il patrigno, militare fautore dell’ordine e della disciplina, nei suoi Diari egli mostra un’altra sua faccia: quella del dandy raffinato e reazionario, talvolta cinico nei confronti dei sentimenti amorosi, quasi crudele nella catalogazione delle tipologie femminili. In una di queste pagine egli consiglia a chi vuole intraprendere la carriera letteraria di stare lontano da tre tipi di donna: quella onesta, quella pedante e quella che esercita attività artistiche.Ma questi precetti sono da egli stesso disattesi giacché le donne della sua vita sono Marie Daubrun, un’attrice, Jeanne Duval, modesta comparsa in un piccolo teatro parigino e sua mantenuta, e Madame Sabatier, frequentatrice dei salotti intellettuali di Parigi. Ed ecco alcune annotazioni di Baudelaire: “La stupidità è sempre la conservazione della bellezza, allontana le rughe, è cosmetico divino che preserva i nostri idoli(le donne) dai morsi che il pensiero tiene in serbo per noi, brutti sapienti che siamo”; “C’è un po’ di carità nell’amore di un uomo per una donna stupida, come c’è un po’ di pederastia nell’amore dello stesso uomo per una donna intelligente”. In queste due note c’è sicuramente una valutazione a dir poco ingenerosa nei confronti delle donne. In altri passi troviamo un atteggiamento in qualche modo derisorio e sprezzante nei confronti del sentimento d’amore: “Quest’orrore della solitudine,il bisogno di dimenticare il proprio io nella carne esteriore, l’uomo lo chiama nobilmente bisogno d’amore”; “L’intesa in amore è il risultato di un equivoco”; e ancora più graffiante e irriverente:”Voltaire scherza su quell’anima immortale che ha dimorato per nove mesi fra escrementi e orine. Voltaire, come tutti i pigri, odiava il mistero. Almeno avrebbe potuto indovinare in tale localizzazione una malizia o una satira della Provvidenza contro l’Amore e, nel modo di generare, un segno del peccato originale. Infatti non possiamo fare all’amore che con organi escremenziali. Non potendo sopprimere l’amore, la Chiesa ha voluto almeno disinfettarlo, e ha istituito il matrimonio”.
Ma, da altre pagine dei Diari, non è difficile rilevare la contrapposizione di molte affermazioni di Baudelaire: “Finora dei miei ricordi non ho goduto che da solo; bisogna goderne in due”; e ancora: “O Signore, dammi la forza e il coraggio di contemplare senza disgusto il mio corpo e il mio cuore”.
Il poeta dolente e terribile, pervaso dal senso dell’orrore nei confronti del peccato e al contempo attratto da esso coincide con l’uomo che ha bisogno di scavare in se stesso per mettere a nudo i propri vizi e guardare in faccia lo strazio della sua anima condannata alla necessità di una perpetua suddivisione di sé. In una lettera al notaio Ancelle, sotto la cui tutela il poeta era passato dopo aver dilapidato il patrimonio paterno, egli scrive:”C’è bisogno di dirlo a voi che come gli altri non l’avete indovinato, che in questo libro atroce( si riferisce alle Fleurs du mal, n.d.r. ) ho messo tutto il mio cuore, tutta la mia tenerezza, tutta la mia religione, tutto il mio odio? E’ vero che potrei scrivere il contrario, che potrei giurare che è un libro di arte pura, di destrezza, ma mentirei spudoratamente”.
In realtà Baudelaire non scrisse mai i “Diari intimi”, non almeno come progetto di diario, essi furono invece pubblicati postumi raccogliendo degli appunti che egli aveva lasciato. Si trattava di tre gruppi di note di cui uno era costituito da un elenco di conti e promemoria. Degli altri due, uno era contrassegnato dal titolo “Fusée” (Razzi) e l’altro dal titolo “Mon coeur mis à nude” (Il mio cuore messo a nudo) ed entrambi erano il progetto di due libri. I titoli erano manoscritti dal loro autore su parecchi fogli e si rifacevano alla lettura di alcuni scritti di Poe che egli aveva tradotto. Da questi frammenti, che sono pagine di dolore e di rancore, grido e confessione di un uomo solo, accerchiato, ferito, emerge l’angoscia che sta dietro alla perfezione delle sue poesie.






Oltre l’artista. Sono sicuramente importanti questi diari per conoscere l’autore. Il fatto che siani note non elaborate per la pubblicazione aprono alla visione dell’uomo. Sandra
bellissimo post.
Probabilmente Baudelaire aveva una personalità complessa e contraddittoria che emerge dai diari, dove l’elaborazione letteraria è minore e prevale l’immediatezza delle riflessioni e delle esperienze… poi non era l’unico scrittore dell’800 che sconsigliava di scegliere donne sciocche o intellettuali, c’era chi sosteneva che una persona con una sensibilità complessa come uno scrittore non poteva, infatti, avere una relazione duratura con una donna di scarsa sensibilità ed un po’ “sempliciotta”, perchè incapace di comprenderlo, e c’era chi, invece, pensava che una donna scrittrice o sarebbe diventata una rivale o avrebbe finito per raccontare nelle proprie opere tutto quello che viveva nel rapporto d’amore, rendendolo da privato pubblico…
Cristina
l’anno prossimo, partendo dalla “memoria”, come elemento fondante, ho intenzione di utilizzare anche “il diario” come strumento di memoria, individuale, che però, a volte, individua anche ambienti storici e politici…, e quello storico, inteso come memoria epica, ad esempio penso al viaggio di Ulisse, e penso anche a Penelope, che sfila e ritesse una trama sull’ordito dei giorni a memoria anch’essa di una ricerca dentro sé, quindi come un diario, ma non solo individuale, singolare credo sia corretto dire. tanto quanto la relazione tra un BAUDELAIRE_ulisse e la scrittura (pubblica e privata-penelope, o la donna-semplice o la scrittrice).Questo sarebbe un buon materiale di studio.Ti ringrazio,ferni
Non mancavano in Baudelaire irriverenza e gusto della provocazione, della contraddizione consapevole.
Vorrei citare le ultime due strofe del suo
Inno alla Bellezza
…
Venga tu dal cielo o dall’inferno, che importa, o Beltà, mostro enorme, pauroso, ingenuo; se il tuo occhio, e sorriso, se il tuo piede, aprono per me la porta d’un Infinito adorato che non ho conosciuto?
Da Satana o da Dio, che importa? Angelo o Sirena, che importa se tu – fata dagli occhi vellutati, profumo, luce, mia unica regina – fai l’universo meno orribile e questi istanti meno gravi?
Un caro saluto e grazie ad Anna Maria
Antonio
Ritorna
una personalità complessa e contraddittoria, senza dubbio, quella di Baudelaire. Dandy raffinato e invaso dallo spleen che non risparmia un certo mondo che disprezza a parole e nel quale pure si mescola, fu poeta maledetto e autore dei versi bellissimi che conosciamo.
Quanto a me, che mi sento talvolta ridicolo come un profeta, so che non troverò mai in me la carità d’un medico. Perduto in questo mondaccio, urtato dalle gomitate delle folle, sono come un uomo spossato, che veda dietro a sé negli anni profondi solo delusione e amarezza, e, davanti, solo una tempesta che nulla racchiuda di nuovo, né insegnamento né dolore. La sera in cui quest’uomo ha rubato al destino qualche ora di piacere, cullato nella sua digestione, dimentico, – per quanto è possibile, – del passato, contento del presente e rassegnato all’avvenire, inebriato del suo sangue freddo e del suo dandysmo, orgoglioso di non raggiungere la bassezza di coloro che passano, dice a se stesso, contemplando il fumo del sigaro: che m’importa dove vadano queste coscienze?
dai Diari
Bisognerebbe cambiare la definizione, ormai divenuta una
stereotipata etichetta, per questo dono smisurato della letteratura mondiale di tutti i tempi: “Poeta benedetto”.
Uomo insicurissimo e, per certi versi, contradditorio; ma artista di superba grandezza. Il suo perfezionismo, la sua ricerca estenuante di una sincerità non filtrata, di una bellezza mai edulcorata, la sua intransigenza con le proprie debolezze mai noscoste, la sua forsennata maestria formale conquistata con angelica noncuranza, la sua incapacità di accettare ogni forma di ipocrisia… Chi ancora cerca la strada della vera poesia, io credo, possa, proprio nei suoi versi, nelle sue pagine di prosa, persino nella triste luce dei ritratti del suo viso, trovare le più inestimabili risposte.
Grazie.
francesco
“Contraddittorio”…
Si dice che almeno un refuso per ogni testo, porti fortuna. Quando il vecchio Einaudi leggeva un nuovo libro della sua Casa Editrice, in uscita, mancante di almeno due o tre refusi, lo faceva ristampare, mettendone lui qualcuno, altrimenti il libro non gli sembrava “vero”.
francesco
grazie Francesco. vedrò di mettere qualche refuso nei miei libri visto che portano fortuna….
Monica
qualcuno mi sa dire in quale parte parla dell’ uomo che no si deve innamorare di tre tipi di donne??