
tomek setowski
Navigando per le rotte della rete capita di avvistare terre mai viste e capita, a volte, di raccogliere storie che ti restano impresse come quelle sentite nell’infanzia. Una bella storia, che riguarda le parole e la loro raccolta è questa.
“Gli aiyunda, abitanti della città di Ondyagu, nell’ovest, sono famosi per questo rituale: tutti i giorni, all’alba, il primo che si sveglia e raggiunge la piazza nel centro di Ondyagu (sulla quale si affacciano tutti gli edifici circostanti, i templi e i palazzi del governo) pronuncia una parola.
Poi, la persona più vicina a colui che ha parlato ripete la parola e ne aggiunge un’altra.
Poi, qualcun altro ripete ciò che è stato detto aggiungendo un’altra parola, e così via per le strade e le case, dai bambini ai vecchi, dagli uomini alle donne, dagli amici ai nemici, da un capo all’altro della città, per tutto il giorno la catena di parole attraversa Ondyagu, ripetuta di bocca in bocca, ogni volta più lunga.
Arrivato il tramonto, la persona cui tocca aggiungere l’ultima parola si dirige verso la piazza. Lì ad attenderla c’è il Gran Archivista della città che scrive su un grosso libro ciò che il “messaggero” gli detta. In calce allo scritto viene apposta la data.
Nei secoli, questa usanza degli aiyunda ha dato origine a migliaia di volumi e ciò che in essi è scritto, per un caso o un grandissimo miracolo, è di incomparabile bellezza, sonorità e significato. Da quei libri provengono le prime versioni della Poesía Llorando, della Balada del Hombre de Plata, dell’Agua que había Muerto e dei Cantos del Bien Dudar, che hanno strappato fiumi di lacrime a Karesh il Feroce in persona…
Saggi e studiosi di tutto il mondo si recano fino a Ondyagu per leggere i famosi scritti e, unanimemente, coprono di lodi la città e gli abitanti, come se fossero un solo individuo, un solo poeta dal talento incalcolabile.”






Interessante. Un’allegoria della stratificazione del sapere e della scrittura, che ha le sue origini nell’oralità, nel tramandare di voce in voce, di generazione in generazione la conoscenza.
Fantasmagoriche queste immagini che ci proponi, sempre sorprendenti.
setowski è un grande visionario surrealista, uno che sogna sempre e riesce a travalicare le ere, le fosse dissepolte dei misteri dello scorrere del tempo nello spazio di un dì-pinto dentro l’occh’io. Grazie della lettura Donatella, anch’io ho molto apprezzato questo racconto, semplice ma ricco.ferni
ma che meraviglia! Mi ricorda anche certe nostre giornate… in cui le parole si
accavalano
rincorrono
affastellano
avviluppano…
e bellissima anche l’immagine. Sor-prendente è la parola giusta.
Che belle metafore fa nascere il sogno e la scrittura dell’inconscio collettivo, che è poi universale..mi ha fatto pensare come nei russi, nella loro sur realtà, nascano meglio immagini e figure di tutto questo liquido natale..e che persino un poeta dell’infanzia come Gianni Rodari, che li conosceva tutti, ne inventò strabilianti giochi..
ma anche nei sudamericani..e latini, non si scherza -
Immagine stupenda e consolante! Un saluto,
Maria Pia Q.
le parole ec(c)o le p a r o l e si
acca vallano a cavallo di un
vòlano sul piede di un volàno
e piano ad agio corrono fine e sottili rin-novate acque del rio
cor-rente dell’anima af-fa-stellata a-lata inviluppata
traccia del ca’vallo del sogno, un segno di carro, una ruota del cardine in cui segno
ciò che in-seguo segnando in me l’est-remo del mio andare
per mare e per terra nell’unico verso
nel cosmo.
parole nate e stretta-mente animate dai sogni in fa-beh-molle che morena ha immesso nel mio o(re)cchio. Baci a tutte.E’ davvero bello ag-giungere ad una parola alt(r)a a lato del percorso il lato della gioia.ferni
Cara Ferni
magico e alato questo tuo racconto.
Sai essere
sorprendente e unica
in ogni tua espressione.
L’immagine è surreale e bellissima.
Un caro saluto
Josè
Non è mio Josè, il racconto l’ ho trovato in rete,ma senza nome dell’autore, come infatti anticipo nella breve presentazione.Non aveva nemmeno un titolo, cosa che gli ho trovato leggendolo. Forse l’autore, o l’autrice, intendeva così rimarcare il senso dello scritto e cioè che ognuno, giorno dopo giorno, avrebbe dovuto o potuto aggiungere qualcosa a quel raccolto dell’ES ri-dotto in parole. Un abbraccio, lieta che anche tu abbia aggiunto al libro la tua voce.ferni
Intendevo cara
il post
Ho letto tutto ciò che hai scritto
e ho capito che il racconto lo avevi trovato
in rete.
Un abbraccio
josè
Sai, Josè, spero che chi l’ha scritto si affacci in questa via e ci racconti qualcosa di questo suo percorso in cui, in modo magistrale e semplice, riesce ad ospitare noi tutti e quelli ancora dopo di noi che, in qualche modo, prenderanno parte alla ri-ri-ri-ri-composizione dello scritto. Grazie, carissima.ferni.
Curioso e interessante Ferni, Sandra
…il potere delle parole, il loro valore….bella storia, ricca di stimoli di riflessione
Grazie, Ferni
Gisella
post e immagine affascinanti.
bene, sono davvero felice che sia interessato e piaciuto a tutte, fino ad ora. Grazie a Sandra e a Dominica:rapidissime frecce nella via. Un bacio a M.Gisella che dice quanto anch’io ho detto a me stessa leggendo questo testo. Un abbraccio a tutte, ferni.
tra borges e calvino…
è una storia bellissima, ferni, ma non dici in quale dove si trovano Ondyagu e i suoi abitanti (sembrerebbe america latina).
certo è che mi hai dato l’input per una nuova ricerca. grazie.
il dove è dovunque, ovunque ci sia un uomo capace di coltivare e tessere lettere per crearne letture, che magari matureranno in frutti e si faranno a loro volta terre: di lettere o di letterature.Il dove è tutta la terra:intima e profonda che scorre nel continuo navigare.Ciao Blumy in viaggio verso l’est-a-si del segno sognato.ferni
E’ vero Giacomo, ora che mi fai riflettere c’è dell’uno (Le città invisibili ma anche Palomar o Ti con zero) e dell’altro. Di Borges ho amato la capacità di costruire luoghi e persone vive dentro la sua lucente cecità e la straordinaria acutissima parola incuneata tra più realtà.
Questa è la magia…il sapore della meravigliosa storia del Verbo..senza fine!!!!
Grazie della scoperta,Erika
perché non ricordare Sheherazade? Tutte le grandi tradizioni orali come le grandi leggende, i miti, ci parlano di questa assenza di tempo e presenza della parola umana che col suo filo ininterrotto sa condurci verso…
Non esiste l’autore, solo una voce unica e i paesi-fantastici- sono tutti uguali.
Gazie, Ferni, per questa proposta bellissima
oh donna delle vele!
lucetta
Davvero bella trovata ferni, mi fa immaginare un gioco da bambini e forse anche un diario dove nelle parole che man mano si aggiungono si costruisce la storia e gli umori di una giornata…di una città.
l’idea di una scrittura che corre da un posto all’atro…di bocca in bocca…
margheritarimi
Dipende da come si ascoltano le PAR(ab)OLE. Certo che è come ascoltare un suono senza fine… senza fine… come dici tu, Erika.
Ed é vero, Lucetta,ci sarebbe da non dimenticare che il racconto avviene, sempre,nella notte della conoscenza e il racconto, anzi i mille racconti (dove mille è un numero che indica la molteplicità innumerevole) non fanno che tentare di salvarci la vita, mentre questa scorre, in noi e oltre, verso tutti gli altri che la popolano, risultando, alla fine, noi, i suoi racconti, in una dialogia davvero fantastica, quale solo i bambini, che in fondo noi siamo, anche se lo dimentichiamo credendoci adulti, come ricorda margheritarimi,sanno fare, mettendosi insieme in schiera, non schieramenti, né ideologici né politici o religiosi…non sono cose da BAMBINI, solo da uomini che hanno dimenticato la sostanza del luogo e la terra dell’essere….re per un giorno, un unico giorno,sempre. Grazie tutte voi, ferni.
es_or_dire-dire_____color_ando_?
si potrebbe..
Penso di si. Le parole hanno colori e calore, sono dure o tenere, morbide o iraconde, sono tana o sono lama, sono pastelli o pestelli, acqua o fuoco..le paro..le parole, nate dentro l’uncino di un…AMO..o forse è ciò che resta di ad…amo? Ciao Roberto,ferni.