L’eteronimia di Pessoa
Maggio 17, 2008 di emilia8
“Tutta la letteratura consiste in uno sforzo per rendere la vita reale. I bambini sono molto letterari perché dicono in che modo sentono e non in che modo deve sentire colui che sente secondo un’altra persona. Un bambino che ho sentito una volta, volendo dire che era sul punto di piangere, non ha detto “Ho voglia di piangere”, come direbbe un adulto, ma <<Ho voglia di lacrime>>. E questa frase riferisce risolutamente la presenza calda delle lacrime che cadono dalle palpebre coscienti dell’amarezza liquida. Dire! Saper dire! Saper esistere attraverso la voce diretta e l’immagine intellettuale! Tutto questo è quanto vale la vita: il resto sono uomini e donne, amori immaginari e vanità fittizie, sotterfugi della digestione e dell’oblio, persone che si dimenano come animaletti quando si alza una pietra, sotto il grande pietrone astratto del cielo azzurro senza senso”.
Da Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa
Se il Libro di Pessoa ha un centro, questo centro è l’eteronimia, lo sostiene Antonio Tabucchi che è suo ammiratore e traduttore, critico e studioso; e questi spiega bene questa peculiarità:
A differenza degli pseudonimi, gli eteronimi sono personaggi poetici completi che divengono figure autentiche attraverso la loro personale attività artistica, diversa e distinta da quella dell’autore originale. I tre eteronomi più noti, quelli con la maggiore opera poetica sono Álvaro de Campos, Ricardo Reis e Alberto Caeiro.
<<Ebbene: tutti questi autori, -dice Tabucchi - tutte queste opere, tutti questi destini furono “una sola moltitudine”, perché nascevano tutti dall’invenzione dissociata e proliferante di una sola persona, l’anagrafico Fernando Pessoa, oscuro impiegato di una ditta di Lisbona , dove aveva l’incarico di scrivere lettere commerciali in inglese. E quelli che abbiamo citato sono solo i più importanti fra gli scrittori “inventati” da Pessoa: finora i suoi manoscritti hanno rivelato tracce e frammenti di ventiquattro autori (…) un baule pieno di gente” perché ci ha lasciato i suoi molteplici spiriti ben impachettati in fascicoli manoscritti tenuti con lo spago e contrassegnati da firme diverse>>.
“Ebbi sempre, da bambino, la necessità di aumentare il mondo con personalità fittizie, sogni miei rigorosamente costruiti, visionati con chiarezza fotografica, capiti fin dentro le loro anime. Non avevo più di cinque anni, e , bimbo isolato e non desideroso se non di stare così, già mi accompagnavano alcune figure del mio sogno, un capitano Thibeaut, Chevalier de Pas e altri che ho dimenticato […]. Figure chiare e visibili nel mio sogno costante, realtà esattamente umane per me, qualunque fantoccio, poiché irreale, le aveva sciupate. Erano gente”.
“Sono oggi il punto di riunione di una piccola umanità solo mia”.
“Mi sono moltiplicato per sentire,
per sentirmi, ho dovuto sentire tutto,
sono straripato, non ho fatto altro che traboccarmi,
e in ogni angolo della mia anima c’è un altare a un dio differente.
( da “Passaggio delle ore”- Poesie di Álvaro de Campos )
Uno stato di inquietudine, quello di Pessoa, che non è momentaneo, ma la sua modalità di essere e di sentire: non c’è alcuna certezza, nessun barlume che indichi cosa è reale, cosa non è reale, questa è l’unica consapevolezza, non si può sapere se è realtà né il mondo né noi stessi:
Perso
nel labirinto di me stesso, già
non so quale strada mi conduce
da esso alla realtà umana e chiara
( da “Primo Faust” )





sai che è vero? Tabucchi ’somiglia’ un bel pò a Pessoa?
(bellissimo il suo Libro dell’inquietudine).
Che bello sentire il pensiero di Pessoa, così incontenibile da esondare da lui stesso.
Mi riconosco molto in lui.
Molto interessante questo post. Da ripensare e riflettere.
Sì, infatti Tabucchi è profondo conoscitore di Pessoa.
Bello mettere l’attenzione anche sul traduttore, non solo sullo scrittore. Cosa che però non capita spesso con le donne. Restano molto più nell’ombra degli uomini. Ricordo ad esempio la Lussu, già questo è il cognome del marito, eppure si deve a lei la traduzione la diffusione di Nazim Hikmet. L’attenzione si appunta sulla figura dello scrittore, più che sul traduttore. Qui, invece, accade quasi il contrario, oppure il traduttore si accende della luce dello scrittore.
Amo Pessoa, anche se lo sento tragicamente perso, dentro se stesso, con una lucidissima capacità di vedere la propria follia e la propria silenziosa catastrofe, costruita con meticolosa scientificità.La moltitudine di tutti quelli che non hanno volto e sono i vivi, morti in Pessoa.
A proposito di quel che dice Ferni, ho trovato questi versi significativi, che appartengono alla poesia “Il vuoto”:
[...]
Il mio cuore rinunci a ogni cosa
Sarò più ricco in tutto il mio io.
Ogni sospiro, ogni ala che passa
mi sottrae a me stesso. Tutto il cielo
si nutre della mia autocoscienza
e offusca la mia reale sofferenza.
Gisella
Tra le più interessanti menti
Pessoa rimane scolpito in chi lo legge.
Profondità di pensiero mista a follia
che lo rende affascinante.
Tra i pensatori che amo di più.
Bel post, complimenti Emilia
Josè
straordinaria- e perfino commovente- la concezione della letteratura così come viene delineata nel brano qui presentato e tratto da “Il libro dell’inquietudine!
A Lisbona si sente nell’aria, si respira Pessoa. Forse, con un po’ di fortuna, lo si incontra con quel suo cappotto nero e il cappello dalla tesa larga. Ma forse è un’illusione.
Resta però l’eco della sua molteplicità di persone in un solo corpo, la sua ansia di “sentire tutto” per “sentirsi”.
Giorgina
Si ritorna sempre volentieri a Pessoa, in particolare al “Libro dell’inquietudine”, denso, fitto di considerazioni che aprono scenari, di poesia.
E’ vero ciò che dice Giorgina.
Nel bar che lui era solito frequentare
a Lisbona la sua presenza era così forte
che mi pareva averlo a fianco.
Nel libro “Pagine esoteriche” Pessoa
dice che i simboli hanno vita e anima e sono
come noi.
Dunque la statua che lo rappresenta nel bar
di Lisbona, seduto al tavolino emana vita
e nel sederti accanto puoi anche sorridergli
ti risponderà!
Josè
Infatti mi ha sorriso
con occhi dolci e complici
in quel bar di Lisbona.
Giorgina