La poesia dopo la fine della poesia, di Aldo Nove
LA POESIA IN ITALIA
Se nel resto del mondo la poesia è vivace e ben definita, in questo momento in Italia essa langue ed è piuttosto difficile inserirla in una serie di parametri rigidi e riconoscibili. Non dimentichiamoci che la poesia è sempre qualcos’altro da quello che è. In questo scarto si crea il suo essere anomalia linguistica. Ecco forse perché la poesia non vende: uno ogni tanto legge anche per divertirsi, ma l’intensità linguistica crea impegno. Questo non significa che la poesia non sia anche immediatamente consumabile, ma è sicuramente meno convenzionale, rimane un’esperienza che resta tale per pochi.
Se uno non desidera vendere diecimila copie, può tranquillamente fare il poeta. Se avete fatto caso alle classifiche letterarie italiane, c’è la narrativa italiana, la narrativa straniera, la saggistica e poi c’è “Varie”, la voce con le diverse sottospecie, ed è lì che ogni tanto qualche “giovane poeta” tipo Leopardi, Montale, Dante riesce ad affermarsi con “I Miti Mondadori”, l’unica collana di poesia che riesce a vendere più di diecimila copie in Italia.
In Inghilterra esiste una trasmissione dove giovani poeti si esibiscono dal vivo, lo spettacolo è quindi costituito da pure parole sceneggiate, messe cioè in scena attraverso la recitazione. Anche in Francia c’è grande attenzione verso la poesia contemporanea, c’è una critica militante molto attenta, alla poesia è dedicato un notevole spazio anche sui giornali. In Italia tutto questo non c’è: manca una critica che sia in grado di dare delle direttive a questo grosso fermento letterario. Un mio carissimo amico mi faceva notare che in tutto il lustro che va dal 1990 al 1995 sul “Corriere della Sera” era apparso un unico articolo riguardante la poesia italiana contemporanea. Si trattava di una recensione che aveva fatto Renato Barilli al Gruppo ‘93, quindi in ben cinque anni su di un quotidiano così importante si è parlato un’unica volta del panorama poetico italiano. La poesia funziona sul piano degli spazi editoriali per piccole mafie piuttosto comiche, in quanto incapaci di avere qualunque effetto sul mondo che non sia autocelebrativo. Ci sono dei gruppuscoli di potere sparsi in tutta Italia facenti capo a critici o a poeti, ciascuno dei quali tende a occupare spazi visibili all’interno del proprio microsistema.
E’ interessante il fenomeno di analfabetismo di ritorno massmediatico riguardante le poesie che normalmente arrivano in redazione. Mi sono trovato di fronte a parametri che si possono avere solo se si è bambini. Quando io facevo le medie pensavo: “Se uno fa l’università è bravo. Una volta laureato, è Dottore.” Peccato che le cose non stiano così. L’arcinoto slogan inneggiante le tre “i” (inglese, internet, impresa) di una celebre campagna elettorale è assolutamente micidiale, in quanto la funzionalità della cultura nei confronti del lavoro è nulla. Fa rabbia, perché se ti sei laureato in filosofia negli anni ‘90 e tuo cugino ha fatto sin dalla maggiore età il magazziniere, tu hai una laurea assurda e impossibile da piazzare sul mercato, mentre lui – nel frattempo – si è comprato la casa. La grande diffusione nell’ambito della poesia deriva anche dal fatto che c’è un livello di scolarizzazione molto alto, ma si tratta di una cultura finalizzata al lavoro di bassa lega, priva di valori di riferimento. E’ quindi assolutamente legittimo che una persona magari laureata scriva cose orrende.
Come può accadere una cosa di questo genere? Ciò avviene nella totale assenza di riferimenti, si tratta di un tipo di atteggiamento che si pone nei confronti della poesia in modo assolutamente rigido, monocorde, prendendo a modello la nostra tradizione lirica. Secondo la convenzione comune la poesia è innanzitutto il luogo del sublime, il luogo elevato, alto, dove sono i sentimenti più nobili a esprimersi, proprio come ci viene abitualmente insegnato a scuola. Tutto il grande processo, tutto il difficoltoso travaglio che dopo la seconda guerra mondiale c’è stato in Europa per liberarsi dalla concezione idealistica della poesia – che è quella che andava per la maggiore durante la prima metà del ‘900 – a scuola solitamente viene tralasciato. Secondo l’immaginario comune, differentemente dal Giappone o dall’Inghilterra, la poesia è la “cosa” alta e sublime. Questa altezza si esprime in primo luogo attraverso un piano linguistico aulico, una direzione lessicale-semantica totalmente convenzionale.
Chi non studia la poesia come fenomeno che si estende nel tempo e non si blocca a Leopardi, tende a identificarla inevitabilmente con parametri di questo tipo. Fatto è che questi parametri sono assolutamente comuni. Non potrebbe mai accadere che un componimento che copia il modello stilnovistico possa venire considerato oggi poesia, sebbene sia esistita – ed esista tuttora – in diversi sperimentatori l’idea di scrivere in prosa con il linguaggio della scuola siciliana oppure dalle caratteristiche dantesche. E’ abbastanza comune pensare che la poesia sia partecipare a un luogo alto anche in senso linguistico, e perché esso sia tale ci si deve asservire a un modello alto, e quindi – tramite uno stereotipo – scrivere alla Leopardi.
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LA POESIA ALL’ANGOLO
Noi tutti sappiamo che la maggior parte delle riviste femminili o giovanili italiane ha il temuto angolo della poesia. Proprio in questo ambito l’intensità, la bellezza, la forza della poesia si misura su una cosa che non esiste pura in letteratura: l’espressione dell’interiorità, dei sentimenti.
Paradossalmente in qualche modo la cosa più bella, più forte che un uomo possa dire – ti amo – in campo poetico fa pena, perché non è espressiva di nulla. Mi sono trovato spessissimo di fronte a casi di questo genere, in una sorta di corrispettivo immediato tra intensità/profondità del sentimento e la conseguente legittimazione del testo che ne deriva. Mi ricordo che c’era questa signora siciliana di 65 anni che telefonava in redazione tutti i giorni perché le sue poesie erano belle e dovevano essere pubblicate. Lei era vedova e orfana – curioso perché a 65 anni è abbastanza probabile essere orfani – e ci stava veramente male, ne soffriva. I testi erano però bruttissimi, ed è molto imbarazzante per chi ha a che fare con queste cose, perché non c’è nessun ambito in cui si stabilisca questa corrispondenza immediata, che è veramente drammatica. Dunque una bruttura portata a identificare lo sfogo lirico, lo sfogo umano, lo sfogo esistenziale con un oggetto letterario derivante e collegato a questo, non può che creare cortocircuiti di questo tipo: “Mamma da quando sei morta/La mia vita è diventata tutta storta”. E’ terribile perché comunque capisci che c’è una persona che sta male, le sono successe delle cose orrende, però anche intuitivamente è chiaro che questa non è poesia, o perlomeno secondo certi criteri potrebbe essere poesia comica, ma non lo è negli intenti.
Poesia popolare e poesia colta sono ambienti che raramente in Italia si incontrano perché il dibattito interno alla poesia è tra scuole e correnti che si confrontano con tradizioni che a loro volta si confrontano con altre scuole e altre correnti dove – infine – l’oggetto della discussione è innanzitutto linguistico-letterario, storico e sociale. Il pubblico della poesia, o per meglio dire i due pubblici della poesia: quello attivo e quello passivo (anche se i due ruoli si intercambiano), è costituito da persone interne a questi dibattiti letterari, e da persone esterne. Le persone esterne sono solitamente del tutto inconsapevoli di quello che succede nei meandri di questi piccoli settori, mentre le altre ne fanno direttamente parte: sono gli stessi poeti che si leggono e si promuovono. I luoghi d’incontro tra queste due realtà sono stati pochi, ma sono esistiti.
[Da Aldo Nove, La poesia dopo la fine della poesia. Tradizione letteraria e happening, Baci Perugina e rap. - Seminario tenuto alla scuola Holden nel dicembre 2000 ]






altezza e s-profondo, il terzo il quarto magari anche il sesto occhio:e-matite colorante sigillante lo sgorbio del non scio. Questo è l’assurdo su cui s’inchina poesia, come fosse al sole in cui estirpare lapropria stirpe di cada-veri.
Trovo reale la lettura riguardante il valore di una laurea relativamente ad un mercato del lavoro o un mercato generale in cui piazzare indifferente-mente uomini, saperi(?), manualità e manivalanze o monovalenze culturali. Tutto crea quello spessore che smussa la voragine dell’ignoranza che comunque persiste, oggi uguale aieri, relativamente all’unica domanda che resta inevasa: chi è l’uomo?Dove va e da dove pro-viene?
Grazie,ferni
il discorso di Aldo Nove, come tutti gli schiaffi in faccia meritati, è vero, spaventosamente vero. Parla in prima persona un poeta (Antonello Satta Centanin, alias Aldo Nove) che non amo ma che getta uno sguardo impietoso e lancia il suo J’accuse verso quella miriade di persone che non legge, anche se è colta e, soprattutto , che non legge poesia. Non sono pochi i poeti, non è vero. Sono molti . Sono tanti. Non tutti bravi, d’accordo. Rimane il dato di fatto, il solito trito consueto amaro dato di fatto che la poesia è sempre molto ma molto meno importante di una partita di calcio.
L’autoreferenzialità della poesia è purtroppo il suo limite, quel ci leggiamo, ci complimentiamo o ci critichiamo tra noi “addetti ai lavori”… d’altra parte quanti postano su internet poesie e quanti romanzi storici o testi di saggistica?
Io scrivo recensioni per una rivista on line ed ho dato la disponibilità a recensire sia libri di saggistica sia di poesia, in media in quasi un anno di collaborazione ho recensito 1 libro di saggistica per ogni 15 libri di poesia…
E queste sono le cose su cui purtroppo non si può non riflettere, ma vediamo anche cos’è cambiato dal 2000, anno di questo intervento…
è arrivato internet che ha rimescolato le carte, avvicinando alto e basso, poeti affermati e persone alla prima raccolta che buttano tutti in rete i propri testi, per aumentare il numero dei potenziali lettori, ma c’è anche una maggior possibilità di conoscere scrittori di altre città, di altre regioni, senza doversi spostare fisicamente, mentre 8 anni fa (sembra poco, ma, in tempo tecnologici come i nostri, è molto) per una poeta che viveva in una piccola città e che tentava di scrivere dei versi i punti di riferimento spesso erano i grandi poeti del passato, quelli da antologia scolastica e i poeti contemporanei, pubblicati dalle grandi case ed. e perciò facilmente reperibili in libreria, perciò, c’era di più il rischio di imitare il passato e di conoscere poco e male i contemporanei… oggi con internet c’è più dispersione, ma anche la possibilità di leggere molti più testi di poeti contemporanei…
chi ha cominciato a scrivere quindici anni fa la sente questa differenza e davvero il 2000 a questo punto sembra lontano..
Cristina
Mah, forse il fatto fondamntale è che si legge troppo poco (e anche i laureati e anche gli addetti ai lavori e anche i libri di poesia).
Quindi …
vi lascio questo link
http://www.la7.it/intrattenimento/dettaglio.asp?prop=markette&video=8931
prendo appunti: “il linguaggio è l’opposto del misticismo” -
Leggersi tra poeti è già tanto. Do per scontato che i poeti autentici si leggano reciprocamente. Spesso si donano i libri o se li scambiano (così in parte si spiegano le esigue vendite: i libri buoni circolano tra i lettori buoni, in un virtuoso crossbooking). Per il resto, diagnosi, esiti e prognosi sulla poesia non saranno mai né del tutto infausti, né del tutto fausti.
Antonio
Concordo con Antonio Fiori. Molto equilibrato il commento, che potrebbe davvero rispecchiare una certa realtà. Le considerazioni sulla presunta fine della poesia lasciano sempre molte perplessità. Si potrebbe parlare di fine solo in un assoluto decadimento culturale. Riguardo ai linguaggi, credo che siano molti e diversificati, come è naturale che sia. Dipende dai retroterra culturali di ciascuno, dalle convenzioni e dai mutamenti di ogni tempo.
Antonella@ Interessante la citazione e stimolante. Se si parla di misticismo in senso deteriore, sicuramente si, il linguaggio può essere l’opposto. Ma se si intende “mistico” in senso religioso, di rapporto con Dio e con la sua presenza, credo che il linguaggio possa dire la sua, almeno per introdurre, per condurre verso…
ho preso l’appunto perchè questa affermazione mi convince poco, penso di essere d’accordo con te, la parola, il linguaggio è il ponte
“Se nel resto del mondo la poesia è vivace e ben definita, in questo momento in Italia essa langue ed è piuttosto difficile inserirla in una serie di parametri rigidi e riconoscibili.”
Se ho capito bene, già nella premessa a questo articolo, forse vi è un tentativo di ricercare la poesia …con il ragionamento, per approdare a categorie ”definizioni”e limiti che la poesia penso non abbia per sua natura.
La buona poesia da una incontenibile tentazione a leggerla. le categorie sono sovrastrutture ? ma quando e perchè necessitano?…forse per una classificazione “nosografico-scientifica”
In poesia si può dire tutto, se poesia rimane.
Per il resto… dobbiamo dircelo la poesia non si impara ad essa appartiene a quella tensione verso qualcosa che sfugge…quel desiderio di cui non potremo mai possedere l’oggetto.