CAMILLE CLAUDEL-di Maria Grazia La Rosa
Vita di una scultrice fra arte, morte e follia.

josephine sacabo
“Una fronte superba e occhi magnifici, di un blu così profondo e così raro che si può trovare soltanto nei romanzi” …
Così scrive Paul Claudel, il celebre poeta e diplomatico, a proposito della sorella Camille.
Camille Claudel era nata l’8 dicembre 1864, alle ore 5.00 a Villeneuve-sur-Fère, un piccolo villaggio nella regione della Champagne. Il padre, Louis Prosper, era il Direttore dell’Ufficio delle Imposte; la madre, Louise Cerveaux, una donna infelice, di rigidi principi morali e molto legata alle convenzioni, incapace di manifestazioni di affettività. In particolare non accettò mai Camille, che fin da bambina manifestò aspirazioni ed attitudini inconcepibili per sua madre. Dopo Camille, che era la seconda figlia (il primo figlio morì 15 giorni dopo la nascita), nacquero Louise, che rimase sempre accanto alla madre e diventerà una tranquilla moglie e madre e, a distanza di due anni, Paul, con il quale Camille ebbe sempre un legame intimo e complesso.
Camille, bambina ed adolescente, era fantasiosa, volitiva, orgogliosa e scoprì molto presto la sua vocazione per la scultura. Già a 13 anni comincia a modellare le sue prime figure in argilla. Non seguendo un iter di apprendimento regolare si rivolge istintivamente a soggetti viventi, saltando i lunghi esercizi di copia di nature morte imposti dalle Accademie; la scultura coinvolge lei e l’intera famiglia: non avendo ricevuto lezioni affronta audacemente i soggetti mobili e, a turno, tutti sono costretti a posare per lei. Da ragazza Camille legge molto, attingendo alla biblioteca del padre e, per i suoi tempi, accumula, con la sregolata attività dell’adolescenza e dell’isolamento, una cultura eccezionale.
Nel 1879, quando Camille aveva 15 anni, il padre chiese un giudizio sulle opere che la figlia creava già da qualche anno allo scultore Alfred Boucher, che fu talmente impressionato dal talento della ragazza da proporsi come suo insegnante.
Camille lottò per convincere il padre a trasferirsi a Parigi, fulcro della vita culturale ed artistica, molto più promettente rispetto alla provincia francese, dove non poteva esserci nessun avvenire per un artista. Il padre, che non si oppose mai alle sue aspirazioni, finì per assecondarla e nel 1881 i Claudel si trasferirono a Parigi dove Camille seguì le lezioni di modellato di Alfred Boucher all’Académie Colarossi ed affittò un atelier con tre amiche inglesi.
Boucher, scultore di buon livello, le seguiva nei loro progressi. Tre anni dopo lo scultore dovette lasciare momentaneamente le sue allieve per un soggiorno-premio in Italia e chiese ad Auguste Rodin, ancora poco conosciuto, di sostituirlo nell’insegnamento, raccomandandogli in particolar modo Camille. Rodin riconobbe subito lo straordinario talento di Camille, che aveva ventiquattro anni meno di lui e nel 1883 la volle nel suo atelier, con le mansioni di modella e di sbozzatrice.
Aveva solo 19 anni, una bellezza prepotente ed un fascino assoluto che riuscì a sconvolgere la vita di Rodin che aveva 43 anni ed un legame stabile con Rose Beuret, donna rozza e semianalfabeta che gli aveva dato un figlio, ma che non aveva sposato. Camille era una delle più promettenti allieve del Maestro e riuscì a conquistare un posto speciale nella vita di Rodin, diventando la sua amante e vivendo con lui anni di passione e di lavoro comune, aiutandosi ed ispirandosi a vicenda nel creare alcuni fra i più grandi capolavori scultorei di tutti i tempi.
La comunanza di motivi e di linguaggio di Auguste e Camille è evidente, lavorano insieme in un continuo scambio di esperienze, al punto che diventa difficile distinguere il ruolo di ciascuno dei due nella realizzazione di determinate opere per le quali si potrebbe forse arrivare a parlare di “sculture a quattro mani”. Nell’atelier tutto si decideva insieme e Rodin lasciava spesso che Camille modellasse mani e piedi delle sue opere.
Rodin affittò per loro due una dimora in rovina, una villa con un giardino selvatico dove avevano già abitato George Sand ed Alfred de Musset al tempo della loro storia d’amore.
La famiglia Claudel finse d’ignorare per lungo tempo che Camille amava Rodin e che conviveva con lui; una situazione, per quei tempi, scandalosa per una ragazza di “buona famiglia”.
Intanto Rodin diventò sempre più celebre tanto che nel 1887 ottenne la Legion d’onore, la massima onorificenza francese. Camille, nel frattempo, scolpì i suoi capolavori ed insieme a Rodin frequentò i grandi pittori Impressionisti. Per qualche tempo la sua fu una storia d’amore felice.
Durante la relazione Camille rimase incinta, ma interruppe la gravidanza. Quanto questo aborto influenzò emotivamente la loro storia non si sa. Fatto sta che, quando Camille aveva quasi trent’anni, la relazione con Rodin cominciò a franare. Molte sono state le ipotesi sulle cause di questa crisi, ma non esiste documentazione che racconti perché Camille e Rodin si lasciarono. Camille credeva in una possibile, definitiva unione con Rodin, forse anche per liberarsi completamente da quei sotterfugi ed ipocrisie che aveva dovuto subire nel corso degli anni per l’illegalità di quell’amore, ma Rodin, pur amandola e sostenendola nella sua vocazione, nel 1892 rifiutò di sposarla. I legami artistici e sentimentali tra loro due si allentarono, ma non s’interruppero definitivamente, tanto che lui l’aiutò in varie occasioni.
Ma la rottura fu inevitabile. Camille e Auguste si rividero all’inaugurazione di una mostra, tornarono di quando in quando a scriversi ma non entrarono più l’uno nello studio dell’altra e viceversa. Nel 1893 Camille ruppe definitivamente i rapporti con Rodin, affittò uno studio-abitazione e realizzò per conto suo alcune sculture assai importanti.
Con la rottura con Rodin il forte temperamento di Camille cedette. Aveva voluto seguire la sua vocazione d’artista, aveva amato fuori dagli schemi prestabiliti ed ora, a trent’anni, tutto crollava. Aveva sfidato convenzioni e pregiudizi ma si ritrovava sola, delusa, non abbastanza stimata e considerata, come avrebbe voluto essere in rapporto al suo genio.
Dopo Rodin, Camille incontrò il giovane compositore Claude Debussy. Non si sa se il loro fu un rapporto d’amore o d’amicizia, comunque Debussy, ancora sconosciuto, restò profondamente impressionato dalla scultrice. Dopo due anni non si frequentarono più. Probabilmente perché Camille non riusciva ad abbandonarsi al rapporto sentendosi, in fondo, ancora legata a Rodin.
Camille viveva sola in una piccola casa, numerose erano le difficoltà finanziarie. Essere scultori comportava spese ingenti per i materiali e Camille non riusciva a sostenerle, si trovava in difficoltà economiche e doveva ricorrere all’aiuto del padre e del fratello. Un profondo rancore verso Rodin le invase il cuore e la mente. Cominciò a soffrire di ossessioni. Pensava che Rodin volesse impossessarsi delle sue opere e ne distrusse alcune; immaginava anche che Rodin la facesse spiare dai suoi assistenti per rubarle le idee e che volesse ucciderla. Non era vero, ma tutto ciò era chiaramente il segnale di una grave forma di depressione con manie di persecuzione.
Ormai costretta a vivere in ristrettezze economiche, andava sempre più isolandosi e compì vere e proprie stravaganze. Si chiuse nel suo atelier, si isolò e visse in povertà tra gatti, ragnatele e marmi. Completò le sue opere e le distrusse a colpi di martello. Vere e proprie “esecuzioni”, come lei stessa le definì. Nel 1911 lo stato di salute di Camille si aggravò; viveva in isolamento quasi totale, in condizioni d’indigenza, nel disordine e nell’abbandono.
Alle difficoltà e alle ossessioni si aggiungono gli odi familiari, a Villeneuve è persona non gradita, sua madre la subissa di rimproveri e la condanna, la sorella Louise è poco incline all’indulgenza, il fratello Paul è lontano dall’Europa e, dopo la conversione, si trova a condannarla come peccatrice. Solo il vecchio padre, di nascosto, le manda del denaro.
Il 3 marzo 1913 il padre morì. Uomo colto ed illuminato, aveva sempre cercato di aiutarla, appoggiando ed approvando la sua aspirazione alla scultura.
La follia di Camille fu l’argomento di una riunione di famiglia, cui parteciparono anche il marito della sorella, magistrato, ed il fratello Paul che, in quanto diplomatico di carriera, riteneva Camille troppo ingombrante anche per lui che pure le voleva bene e decisero di condannarla ad essere cancellata dalla vita sociale. Il 10 marzo 1913, per volontà dei familiari e soprattutto della madre che firmò la carta per farla interdire, venne internata nell’Ospedale psichiatrico di Ville-Evrard e poi, allo scoppio della prima guerra mondiale, fu trasferita a Montdevergues, vicino ad Avignone.
Nei primi anni d’internamento la madre fece vietare ogni visita alla figlia. “Tenetevela, ve ne supplico… ha tutti i vizi, non voglio rivederla, ci ha fatto troppo male”. Così scriveva la madre al Direttore del Manicomio senza riuscire a perdonarle le sue scelte anticonformiste. Camille sembra dimenticata da tutti: la madre e la sorella non le faranno mai visita, il fratello Paul solo due volte in trent’anni d’internamento. Le sue condizioni sono alterne, passa da fasi in cui è preda, secondo i rapporti medici, di manie di persecuzione, a momenti di maggiore serenità. In manicomio non era violenta né aggressiva; col passare degli anni diventò sempre più tranquilla e chiedeva insistentemente di tornare a casa.
Nel 1917 morì Auguste Rodin, all’età di 77 anni. Nel 1925 gli stessi medici proposero un tentativo di riavvicinamento alla famiglia, consigliando di farla rientrare a casa. Ma questa soluzione non fu mai presa in considerazione dai familiari. Camille, come testimonia una sua lettera, rifiutò anche le sollecitazioni che le venivano rivolte di riprendere la scultura. Resterà rinchiusa, sentendosi una prigioniera ed alternando lucidità e follia. Nel 1942 le condizioni fisiche ed intellettuali di Camille registrarono un progressivo indebolimento e il 19 ottobre 1943, all’età di 79 anni e dopo trent’anni d’internamento, morì. Nessuno, nemmeno il fratello, partecipò al suo funerale.Successivamente l’Ufficio Cimiteri comunicò alla famiglia Claudel che il terreno dove era stata sepolta Camille Claudel era stato requisito per “necessità di servizio” e che la sua tomba, sormontata da una croce recante le cifre “1943 – n. 392”, non esisteva più.Così la ricordò suo fratello Paul, riassumendo l’amara vicenda della sua vita: “Mia sorella Camille aveva una bellezza straordinaria ed inoltre un’energia, un’immaginazione, una volontà del tutto eccezionali. E tutti questi doni superbi non sono serviti a nulla; dopo una vita estremamente dolorosa, è pervenuta al fallimento completo.”
* * *
E’ penoso, lacerante, portare in sé un sicario nella figura del proprio fratello e del proprio amore-amante-maestro. Eppure è questo che accadde a Camille. Viva in se stessa e nella ricetta farmacologica della sua veglia, viva nella plasticità del dolore che trasferisce nei miti, che studia quasi con ferocia, sottoponendosi a duri lavori di ripresa scultorea dei modelli. Cammille si autodistrugge, sia fisicamente, dall’aborto del figlio di Rodin, fino alla pazzia lucidissima e feroce che vive per più di trent’anni, e che, attraverso i colpi di martello, infligge ai suoi lavori. Li lede così drasticamente da non permetterne più la visione. Non si godrà mai più del suo fare, del suo legare le tessere di un mosaico d’amore che pagò con la vita.
Maria Grazia La Rosa, oltre alla presentazione di Camille sopra riportata, tenta anche una lettura astrologica dell’artista; per chi la volesse leggere lascio il sito internet.
http://www.convivioastrologico.it/collaboratori/mg_larosa/camille_claudel.htm







adoro le biografie di donne importanti !
La storia di Camille è davvero tristissima, soprattutto se si pensa che a infliggerle il dolore più lacerante e distruttivo sono stati i suoi parenti e Rodin stesso che non ebbe la capacità di sostenerla, ma la usò e poi si allontanò definitivamente da lei. Il fratello, più di ogni altro, lo ritengo responsabile di quella scelta senza altro ripensamento da parte di Camille. Ciao Blumy, un abbraccio,ferni.
Anche a me piacciono le biografie, però, è vero che due artisti, quando si mettono insieme, possono aiutarsi, ma possono anche distruggersi a vicenda… negli uomini, a volte, scatta un senso di superiorità rispetto alla propria compagna che ritengono prima “bravina”, ma ancora in via di formazione e poi, quando lei diventa più grande e matura e rivendica una sua autonomia, finiscono spesso per negare i suoi meriti o per ridimensionarli… per fortuna non va sempre così, ma, a volte, purtroppo capita e bisogna avere molta fiducia in se stesse (e dei familiari più comprensivi di quelli di Camille) per non lasciarsi distruggere da chi fino a poco tempo prima diceva di amarti…
Scusate la digressione e grazie per aver postato questo articolo.
Cristina
anzi, grazie, per le riflessioni che porti e che condivido. Certo che all’epoca di Camille, non deve essere stato facile. Solo suo padre (come capitò anche a Frida, in altro tempo) aveva visto nella volontà della figlia la forza necessaria per sormontare le difficoltà di fare la scultrice. Non era, allora, una cosa comune come oggi. Le donne facevano le modelle, al più le pittrici o le scrittrici, ma scultrici, e di quelle dimensioni! Era davvero difficile trovarne. Camille lavora a studio per Rodin e trova per quelle forme rigide una plastica dissolvenza da con-ferire, una trasposizione di appartenenza al tutto, alla cosmogonia di cui siamo argonauti in caccia e preda cacciata. La sua straordinaria capacità di leggere la materia e l’essenza del movimento in blocco di fusione è davvero una emozione che muove oltre la visione di una scultura, la fa viva, vibrante. Peccato allestiscano mostre per Rodin, ma per lei solo piccole memorie, e, di solito, legate a lui.
che malinconia, ferni. uno sfolgorante tempra di donna, un’esplosione di genio artistico condannate poi da una società benpensante e ottusa, e prima ancora da chi l’aveva ammirata e amata. E una riflessione amara: ancora oggi vediamo che i talenti artistici non sono sostenuti come una società che si dice evoluta dovrebbe…
grazie per questa memoria, ferni
annamaria
Già, ancora oggi c’è una grande difficoltà per la donna che si esprime in ogni settore dell’arte. Sembra che sia più facile, in realtà una donna resta confinata all’interno di re-cinti da regole che sembrano mantenere l’arcaicità di tutti i secoli precedenti il nostro. Mi pare, insomma, che, oltre alle belle parole, resti poco, come tu dici, che realmente sostenga il lavoro e accompagni, non solo per la giornata di una dimostrazione di bravura, la fatica svolta in giorni, mesi, anni. Se ci guardiamo intorno, è solo per volontà personale che tutto ciò che viene portato a larghe mani dalle donne continua a persistere. Grazie annamaria, ferni
bel post, su di un artista vera e persona che ha pagato drammaticamente il talento e l’anticonformismo
leggendo “L’ARTE” di rodin, reverdito editore in trento, si comprende, seppure in forma velata e allusiva, quanto il maestro debba all’allieva amante ma forse solo DONNA dalla creatività affascinante..
ferni è vero… allestiscono mostre per Rodin, ma per lei solo piccole memorie, e, di solito, legate a lui
la mostra L’ARTE DELLE DONNE. Dal Rinascimento al Surrealismo tenuta a Milano accoglie il famoso ritratto che la giovane allieva eseguì dell’amante, e un bronzo raffigurante La Valse.
La guida disse qualcosa che mi colpì molto “Grande scultrice, potente artigiana, infaticabile lavoratrice, era la sola donna dell’atelier di Rodin che potesse tagliare il suo marmo – compito da uomini”.
Forse quei tempi sono passati.. ma penso che sia ancora difficile per un’artista esprimersi a tutto tondo e poi conosco artiste tormentate (a causa di parenti “stretti”)
elina
…su “stretti” è scappato un sorriso..in realtà era una parentesi..amara
il sorriso è per questo bel post grazie
elina
Già è propio come dici: a lei Rodin aveva dato il permesso di usare lo studio come fosse lui stesso, le riconosceva una straordinaria capacità di leggere la materia da sbozzare, ci vedeva la forma prima ancora di tirarla fuori. Grande artista davvero e senza finzioni.Ha portato fino in fondo le sue convinzioni, anche a scapito della sua vita. Lui, no, molto legato all’apparire, alla fama e alla vetrina, ha scelto questo al posto della relazione con Camille. Ciao elina, grazie della tua lettura,ferni.