Requiem dell’intanto

2008 Maggio 8
by ideavagante

Seduto su un muretto a secco,
latra notti arpionate da rostri
senza voce
il ricordo di te,
ombrato di rimorsiamore di
giorni in chiaroscuro di quarzi rutili.
Coazione a ripetere,
la vigliaccheria del non esserci
risale
dal pozzo
in fondo alla casa
da dove a eco
i tuoi passi
risuonano d’onice e diamanti.

Ora un perdono inginocchiato al cielo
lacrima emozioni
a perdere
nel grembomadre delle colline.

 Il tuo odio abbraccia il mio amore per questa terra che sa di nevi e zampognari senza bussola, mentre sempre meno sabbia canta dentro la clessidra di ore zoppicate al ritmo di Notturni opachi. Ti offro oggi questa danza piagata di abbandoni mentre un po’ t’invidio il Padre che accanto a te ancora mi sorride attraverso il tuo clemente sguardo di madre. A volte la pietà del danneggiato può sfigurare l’atto del carnefice che, ripiegato a feto, bestemmia l’incompiuto di quel viaggio, indietro avanti nel tunnel lungo di una perdita, che si fa alta marea a ingrossare l’anima dove più non luce arcobaleno oggi, né mai.

Oggi
solo opale di luna
goccia
da questo ennesimo lutto
in fieri.
Ha già il passo oltre l’ombra,
la Morte,
e muove le braccia in cerca.
Dipana gli ultimi fili della sua tela 
ebbra del grigio ebbro,
ma – io lo so -
presto arriverà da voi
e vi racconterà di torrioni e torricini
muti del nostro ieri.
Tra un brandy e un frammento d’anima
si consumerà la vostra attesa di me,
che seguo il feretro dei mesi 
rotolanti a mare
insieme ai vent’anni,
quando.

Ecco, ora è arrivata, senza un congedo. Siete ormai tutti lì a parlare di me, di noi quaggiù, strozzati da un ricordo che si fa cappio mentre le Ombre s’incarnano in luce d’opaco di là dal ponte, felici di giardini semprefioriti in cui non credo.

*Ancora grazie a Fabio per la sua foto artistica.

20 Responses leave one →
  1. 2008 Maggio 8
    fernirosso permalink

    non so come dire ma, mi pare che in questa scrittura, pur carica di pathos, ci sia una esagerazione della pen(n)a che crea florilegi là dove, forse, dovrebbero esserci scarne rigature, dolenti aperture in quella frantumazione del sé che non ha, a disposizione ancora, l’ago per tentare di congiungere i lembi, di carne, non di tessuto connettivo letterario.Trovo che la prima parte sia meno “p(r)osa”della finale costruzione. Ecco, per la scrittura, che certamente è un segno costruito e costituito da un gesto di volontà, dovrebbe però non concedersi lo svago quando è frutto di un incendio, doloso, come questo, che strappa la polpa dell’essere stesso, rischia, amio parere, di risultare non vera. Grazie della proposta,ferni.

  2. 2008 Maggio 8
    ideavagante permalink

    Mi spiace che il testo dia impressione di iperbole della pen(n)a: evidentemente l’intanto non è rappresentabile in maniera convincente a causa della simultaneità di scrittura ed evento.

  3. 2008 Maggio 9
    fernirosso permalink

    non devi dispiacerti di ciò che risulta una mia personale lettura.Ogni uno ha un suo percorso. Se tu l’hai sentito così, così dovevi portarlo. Il resto, le mie parole o quelle di altri, sono solo passi accanto ai tuoi,ma non sostituibili. Ognuno ha un percorso da fare e da portare a termine, con tutti i viaggi che il movimento richiede. Grazie ancora per il tuo lavoro e per il dialogo,ferni.

  4. 2008 Maggio 9

    leggendo sulla Morte non riesco a non ricordare le memorie e le presenze ad Essa a rincondurre,
    roberto

  5. 2008 Maggio 9
    ideavagante permalink

    No, non mi dispiaccio delle tue parole, ferni, ma del fatto che il testo possa sembrare retorico o puro esercizio letterario. Ho tentato di fotografare con le parole non solo la morte, ma anche l’intanto. Cerco di essere più precisa. L’ho cominciato a scrivere pensando all’anniversario di morte di mia madre; mentre lo scrivevo ho appreso che una carissima amica, che conoscevo da 36 anni, stava morendo. Questo evento è entrato nel testo fino alla soluzione finale, avvenuta. Forse il sentimento di perdita, l’emozione, erano troppo freschi, non so, ma certamente questa scrittura non voleva essere retorica. Se questo continuasse a essere l’effetto di lettura, prego le redattrici di voler cortesemente rimuovere il testo. Grazie, Roberto, della lettura e a tutti dell’attenzione

    Teresa

  6. 2008 Maggio 9
    fernirosso permalink

    non faccio testo, né io né nessun altro:SOLO TU SEI SOVRANA, soprattutto alla luce di quanto hai affermato. Dunque solo a te spetta una decisione, a nessun altro/a. Un abbraccio, ferni.

  7. 2008 Maggio 9
    ideavagante permalink

    Permettimi di dissentire: nessuno può essere giudice attendibile dei propri testi. Lo credo e sostengo da sempre, ferni. Ciao

    Teresa

  8. 2008 Maggio 9
    fernirosso permalink

    Allora ti pongo queste domande :- Tu per chi scrivi?-
    Oppure:- Tu perchè scrivi?- Risposto a questi quesiti ancora un’altra riflessione: se tu che sei l’autrice non sai essere ferrea con te stessa e lucida fino quando avrai bisogno di…maestri? Credo che la difficoltà dello scrivere sia proprio questa: il controllo da esigere a se stessi su se stessi, poi , vengono gli altri, ma la storia è piena di incapacità di comprensione di autori che hanno dovuto attendere a volte anni per essere letti dagli altri. Poi, ovviamente, ognuno è sovrano: come già fai tu nell’affermare quanto hai detto giusto qui sopra.

  9. 2008 Maggio 9
    antonellapizzo permalink

    se posso permettermi io la leggerei come poesia, la porterei a capo ogni tanto per lasciarla respirare e per consentire al lettore di riprendere fiato. ci leggo così un’ottima poesia. provare per credere! :-) ciao antonella

  10. 2008 Maggio 9
    fernirosso permalink

    penso proprio che Antonella abbia visto bene. Riversarla in poesia forse conferirebbe al testo la possibilità di tra-valicare ambiti che alla prosa non sono sempre consentiti. Si, forse questa è la strada.

  11. 2008 Maggio 9
    ideavagante permalink

    Al di là delle motivazioni e dei lettori ipotetici che ognuno, anche irrazionalmente, prevede, io (e, credimi, non sono la sola a pensarla così) ritengo, ferni, che nessuno possa giudicare attendibilmente un proprio testo. Sia perché la scrittura è, per sua natura, infedele, subdola, traditrice (e prova ne è che più si legge ciò che si scrive più si trovano pecche), sia perché la pagina è uno specchio, è una discesa negli inferi e sarebbe un miracolo giudicarsi imparzialmente lungo questo impervio tragitto. Accetto di buon grado il consiglio di Antonella, che ringrazio, e provo a tradurla in poesia. Mi ero consegnata alla prosa proprio per evitare le seduzioni di slittamenti che mi potevano allontanare dal magma incandescente che stavo cercando di rappresentare, ma evidentemente Erato era in agguato.

    Ciao

    Teresa

  12. 2008 Maggio 9
    fernirosso permalink

    Sarà che personalmente amo di più i testi degli altri che i miei, di cui non sono mai soddisfatta, nei quali vedo sempre ciò che manca e non ciò che c’è, in cui non trovo ciò che andavo cercando, per lo meno non lo trovo intero. A volte capita che debbano passare mesi prima che , rileggendo un testo, mi sfiori l’idea di non averlo scritto io e quindi continui a leggerlo. Succede che trovi, a distanza di tempo, in pezzi che avevo messo in attesa, quello che avevo rincorso in altri e così riprendo quelli abbandonati al posto di precedenti, che diventano a loro volta quelli messi in un angolo, al buio. Poi, tutto va, lontano da chi ha scritto, attraverso l’altro, che legge, il testo viene riscritto e dunque non appartiene a chi lo ha scritto ma a quello che in sé, leggendolo, ne riscrive la partitura. Il giudizio? L’altro ti consente di staccartene per un tratto breve, ma solo tu sai il tragitto e se era quello che volevi. Ciao Teresa e grazie per questi scambi, li trovo sempre costruttivi.ferni

  13. 2008 Maggio 9
    fernirosso permalink

    ora vive intera e non abbisogna di niente altro se non del silenzio in cui in noi, di noi, maturi preziosa. Grazie Teresa, l’ho riletta in questo momento.

  14. 2008 Maggio 9
    ideavagante permalink

    D’accordissimo con te, ferni, sul processo della lettura: per vari anni mi sono occupata di questa problematica e condivido appieno che tra chi scrive e chi legge si gioca una partita a scacchi incredibile. Ogni atto di lettura è una riscrittura, specie se il lettore è avvertito e consapevole. Grazie a te e a voi tutti della partecipazione al testo

    Teresa

    p.s. ho tradotto, quello che per me è possibile, in versi. Qui si dovrebbe aprire un discorso sui generi letterari, sarebbe proprio il caso. Chissà se domani… che ne dite?

  15. 2008 Maggio 9
    fernirosso permalink

    magari, sarebbe davvero un bel percorso. Se decidi di farlo, sono con te. Grazie, ferni.

  16. 2008 Maggio 9
    juliette1804 permalink

    E’ vero che ognuno deve mettere da solo un primo filtro su quello che scrive, però, è anche vero che ognuno ha il suo stile e le sue caratteristiche, per es. , io tendo a mettere pochi aggettivi, un po’ per natura, un po’ per scelta ed anche negli altri mi piace una scrittura essenziale… a volte mi rendo conto che sono moderata negli aggettivi, ma esagero nella punteggiatura, per es. , rileggendo un testo, spesso ho l’impressione di aver messo troppe virgole ed allora magari provo a leggerlo a voce alta, per vedere se erano tutte necessarie oppure no… forse, se ognuno sa almeno quali sono i suoi “difetti” o comunque le cose dove stilisticamente può scivolare, riesce, già da solo a fare una prima revisione del proprio testo… poi, si può sempre affidare per una seconda lettura a 3-4 amiche fidate, di quelle con cui ha da tempo un rapporto di collaborazione, e a cui chiedere di essere sincere, nel valutare ciò che gli si invia…
    Cristina

  17. 2008 Maggio 10
    ideavagante permalink

    Il dibattito apertosi a partire dal primo commento di lettura di ferni si è rivelato molto interessante, soprattutto dal punto di vista della riflessione teorica. Cerco di spersonalizzarmi al massimo (per quel che ognuno può a confronto con un proprio testo) e cerco di ripercorrere le tappe che conducono al risultato finale: alla traduzione in versi del testo in prosa.
    - L’effetto di lettura avuto da ferni è stato quello di una scrittura inclinante alla retorica.
    In genere, spesso erroneamente, si guarda con un certo sospetto alla retorica, specie se utilizzata in testi che mirano a rappresentare eventi luttuosi e/o di perdita. Infatti io, da autrice e da soggetto che ha vissuto l’esperienza rappresentata testualmente, mi sono immediatamente preoccupata di tale effetto, perché non era di certo il mio scopo quello di rendere ampollose le emozioni di lutto e, soprattutto, ho cercato di compiere un cammino a ritroso nel mio laboratorio personale per risalire alle circostanze e al tempo della scrittura. Ho inizialmente ritenuto che la causa fosse da ravvisarsi nella contemporaneità dell’atto della scrittura con l’evento di perdita, quindi con l’incandescenza naturale di certi sentimenti, ma… la cosa non mi stava per tante ragioni, anche se sembrava l’unica spiegazione possibile.
    - Il successivo intervento di Antonella, e soprattutto la sua ipotesi della possibilità di convertire il testo in versi, mi hanno spinto ad operare nella direzione suggerita.
    Rileggendo il testo ho notato, come del resto ha sottolineato anche ferni nel suo commento successivo, che tutto risultava più immediato e per niente ridondante, pur non essendo stato eliminato nulla della versione originale. A questo punto mi è stato tutto chiaro. Il problema era relativo al GENERE da me scelto e agli imperativi propri di ogni genere letterario.
    In maniera esplicita: la prosa è, per sua costituzione, referenziale al massimo e mal tollera slittamenti retorici, se non adeguatamente contestualizzati e idonei alla sua natura (non sto qui a ricordare la celeberrima distinzione jakobsoniana tra linguaggio metaforico e linguaggio metonimico e le relative pertinenze). La poesia invece ESIGE il velame metaforico, lo sfumato, anche l’iperbole in certi casi, come insegna il Grande Maestro della lirica italiana. Quindi, trasformando il testo in poetico è ovvio che tutto sia risultato convincente. Quei risultati retorici DOVEVANO starci, mentre risultavano inappropriati in un testo in prosa. Per cui io, che avevo voluto evitare la scrittura lirica, convinta che fosse preferibile quella in prosa per rendere la simultaneità di scrittura ed evento, sono stata tradita dall’inclinazione spontanea presa dalla scrittura stessa, che da sola ha scelto il genere letterario.

    Mi scuso se sono stata prolissa e se mi sono soffermata sulla mia soggettività testuale, ma mi sono sentita quasi in obbligo di rendervi partecipi di queste conclusioni, che ritengo utili a chi si confronta con questa splendida infedele, la scrittura.

  18. 2008 Maggio 10
    juliette1804 permalink

    Sì, indubbiamente è anche un problema di genere letterario, in un testo in prosa, certe scelte che in poesia sono accettabili, risultano “pesanti”… comunque avevi due strade, cambiare genere oppure lavorare per sottrazione ed eliminare dal testo quello che poteva essere significativo nella tua percezione, ma ridondante dal punto di vista stilistico per il lettore che ha un punto esterno su certi avvenimenti e quindi più distaccato rispetto al tuo… la retorica spesso è il frutto di un forte coinvolgimento emotivo che porta a caricare il testo di tutto quello che può servire ad esprimere le emozioni dell’autore: aggettivi (a volte un po’ altisonanti), metafore, incisi, etc.
    per eliminare il di più bisognerebbe porsi in qualche modo fuori e non dentro alle circostanze che lo hanno fatto nascere, come se uno dovessi raccontare non un lutto proprio, ma quello che ha vissuto un’altra persona…
    Cristina

  19. 2008 Maggio 10
    ideavagante permalink

    Sì, avrei potuto anche operare chirurgicamente, ma… non sempre ci si sente in grado, juliette. Per quanto attiene al porsi al di fuori, no, non credo che si possa mai diventare algidi cronisti di una perdita privata, ma cercare il più possibile di filtrare, filtrare, filtrare l’evento per raggiungere quell’universalità propria dei grandi testi letterari, questo sì. E il tempo può soccorrere senz’altro.
    Ciao

    Teresa

  20. 2008 Maggio 10
    juliette1804 permalink

    Proprio per questo è difficile fare l’editing di un testo e secondo me va sempre fatto in collaborazione con l’autore, senza nessuna forma di imposizione nei suoi confronti, perché, a prescindere da regole generali, che possono servire per migliorare un testo, ogni autore sa qual era il suo punto di partenza e cosa voleva esprimere.
    Cristina

Leave a Reply

Note: You can use basic XHTML in your comments. Your email address will never be published.

Subscribe to this comment feed via RSS