Un amore dell’Ottocento: Ludovico Di Breme e Carlotta Marchionni
CARLOTTA MARCHIONNI IN UN RITRATTO DEL PITTORE FIORENTINO GIUSEPPE BEZZUOLI
La storia d’amore tra lo scrittore Ludovico Di Breme e l’attrice Carlotta Marchionni presenta tutte le caratteristiche dell’amore “romantico”: passione, contrasti, lontananza e, in conclusione, morte di uno dei due innamorati, ancora relativamente giovane, a causa della tisi.
La prima testimonianza del rapporto che lega Ludovico Di Breme (Torino 1780 – 1820) e Carlotta Marchionni (Firenze 1796 – Torino 1861) si trova in una lettera del 19 dicembre 1815, indirizzata a Filippo Chiotti, segretario presso il ministero dell’Interno del Regno d’Italia.
In questa lettera Ludovico Di Breme chiede a Chiotti di “proteggere” dai rigori della censura la compagnia teatrale di cui fa parte Carlotta, scrivendo: “La protezione ch’Ella può accordare a quest’artisti è tale che niun’altri ne farà altrettanto costì; e prima di tutto essi sperano trovare nelle revisioni della politica censura tutte quelle facilitazioni che oramai si trovano dappertutto in Italia. Le più belle produzioni, se vengono escluse, non lasciano più luogo a recitar altro che sguaiataggini e buffonerie. Per ultimo la prego di non palesare costì a niuno il vivo interessamento che prendo a questa Creatura. A Milano è cosa pubblica e non mi fa ombra di torto; ma nel paese della bigotteria e dell’impostura basterebbe ciò a rovinare il protettore e i protetti.”[1]
Ludovico Di Breme era stato ordinato sacerdote nel 1806, ma aveva un cuore “amante” che gli rendeva difficile rispettare gli obblighi della sua condizione.
Come ha lasciato scritto lo storico svizzero Sismondi, amico di Madame de Staël e collaboratore della rivista Il Conciliatore : “L’état de prêtre ne lui convenait pas… aucun homme n’avait un coeur plus amant, aucun homme n’avait plus besoin de toutes les affections de famille.” [2]
Dopo una storia d’amore controversa con la contessa Anna Serbelloni, moglie del conte Luigi Porro (morta nel 1813),[3] Ludovico Di Breme si era innamorato di Carlotta Marchionni e il loro rapporto era durato per cinque anni, scivolando nell’ultimo periodo dall’amore verso l’amicizia, a causa del peggioramento delle condizioni di salute dello scrittore, ma anche a causa della sua decisione di tornare a Torino, dopo la chiusura della rivista “Il Conciliatore”, ma soprattutto dopo la morte del fratello, per essere vicino al padre e ai nipoti.
“Io credo che i continui sacrifici ch’egli fa del suo tempo” scrive Ermes Visconti in una lettera del 25 novembre, indirizzata ad Alessandro Manzoni “nell’assistere il padre, e nel consolare i nipoti; la risoluzione volontaria di seguire la famiglia a Torino, non ostante che suo padre gli avesse proposto un assegno s’ei voleva vivere a Milano od anche a Parigi; insomma gli atti di dèvoument abbiano contribuito non poco a calmargli la fantasia e il cuore. In somma, il nostro amico si mostra ogni dì più degno della stima intima di tutti quelli che lo conoscono e sanno apprezzarlo. Questa volta non sono frasi, né dediche, sono fatti.”[4]
La fonte principale per ricostruire la storia d’amore tra lo scrittore torinese Ludovico Di Breme e l’attrice Carlotta Marchionni, sono le lettere di Silvio Pellico, amico di Ludovico, ma anche di Carlotta, che il Pellico ammira per la sua capacità di dare un anima ed uno spessore ai personaggi che interpreta sul palcoscenico.[5]
In teatro Carlotta è stata, infatti, l’apprezzata interprete di Francesca nella Francesca da Rimini di Silvio Pellico, ma ha anche interpretato la parte della protagonista nelle due tragedie di Ludovico Di Breme: Ida ed Ernestina, oggi perdute.[6]
In una lettera scherzosa del 3 febbraio 1816, indirizzata proprio a Carlotta, il Pellico scrive: “Sono le sei della mattina e voi, bella Carlottina, siete lì sotto le lenzuola, addormentata e forse in sogni piacevolissimi, che vi trasportano al fianco di Lodovico – e non vedete me poveretto che, in ginocchioni sulla sponda del vostro letticino, piango amaramente i miei peccati, e vi scongiuro di darmi l’assoluzione.
L’abbandono in cui vidi per qualche tempo il vostro amante, mi fece formare un giudizio temerario, e proferire una bestemmia contro il vostro angelico cuore. (…) Ma torniamo alla mia confessione. Ho ancora un peccato sulla coscienza, ed è che invece di subito pentirmi d’avervi scritto delle insolenze, ne ho anzi avuto un gran piacere, quando ho veduto che in grazia di quelle voi ripigliavate la corrispondenza col povero Lodovico, e gli rendevate la pace e la salute.
Ah! le mie preghiere, quantunque foste addormentata, si sono insinuate al vostro bell’occhio sinistro, e sono discese pian pianino giù nel cuore. (…)
Mille baci ardenti sulla vostra mano, vi attestino la mia riconoscenza, la mia amicizia, la mia adorazione – Chiudo la bocca, per non dire di più, e scappo in fretta dal vostro letto per saltar qui a Milano nel mio, dove termino di scrivervi, ma non già di pensare a voi.”[7]
Quattro anni dopo, in una lettera del 12 luglio 1820, Silvio Pellico scrive al fratello Luigi che Carlotta: “E’ un’anima infinitamente poetica ed esaltabile dall’ambizione e dal sentimento del bello. – Ciò che ora me le fa rendere poi tutta la mia amicizia sì è l’afflizione in cui la viva per Lodovico, del quale – non so tel dissi altre volte – ella fu innamoratissima quattr’anni sono. Ella aveva ben capito tutto ciò che valeano l’ingegno e il cuore di Lodovico e serba per lui una specie di culto, come le sole anime grandi possono sentire per le anime grandi.”[8]
Un paio di settimane prima, in una lettera del 7 giugno 1820, inviata da Torino, lo scrittore aveva confidato a Teresa Marchionni, cugina di Carlotta, di essere preoccupato per la gravità delle condizioni di Ludovico: “L’affanno in cui mi teneva la situazione di Lodovico, è molto scemato da che l’ho veduto. – V’è sempre pericolo, ma non imminente: gli sbocchi di sangue si sono fermati grazie alla immensa quantità che il Chirurgo gliene ha cavato. – Egli è pieno di coraggio, e sorprende per la forza d’ingegno che conserva in tanto abbattimento di vigore fisico. – Parla con tenerezza di tutti i suoi amici, e m’ha pregato di mandare un suo saluto alla signora Carlotta. – Ella ammabile Gegina, glielo porga. – Tremo di abbandonarmi troppo alla speranza riguardo al mio amico. Il medico mi dice che un nuovo sbocco di sangue può riuscire fatale.” [9]
Il 26 agosto 1820, dieci giorni dopo la sua morte, Silvio Pellico, scrive al fratello Luigi in tono triste, ma appassionato, rivelando quanto era stato forte il suo legame con Ludovico Di Breme che, dopo la partenza di Ugo Foscolo per l’esilio, aveva rappresentato per lui un punto di riferimento affettivo e letterario: “Noi abbiamo perduto un cuore eccellente che ci amava molto e l’Italia pure l’ha perduto. Questo vile paese non ha conosciuto Ludovico, non lo poteva conoscere: e mi duole che sia esistita una pianta così egregia in un deserto.”[10]
(Cristina Contilli)
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Note
[1] L. DI BREME, Lettere, a cura di P. CAMPORESI, Torino, Einaudi, 1966, pp. 312-313.
[2] DI BREME, Lettere, cit., p. VIII.
[3] Alla contessa Porro è dedicato il romanzo gotico incompito Il romitorio di Sant’Ida, il cui manoscritto è stato ritrovato nel 1961 da Piero Camporesi che ne ha anche curato l’edizione (L. Di Breme, Il romitorio di Sant’Ida, inedito a cura di P. CAMPORESI, Bologna, Commissione per i testi di lingua, 1962).
[4] DI BREME, Lettere, cit. , p. 598.
[5] Sul rapporto tra Silvio Pellico e Carlotta Marchionni V. S. GERACI, Carlotta Marchionni in effigie, in Teatro e storia n.25/2005.
[6] DI BREME, Lettere, cit. , p. 317.
[7] S. PELLICO, Lettere milanesi (1815-1821), a cura di M. SCOTTI, Torino, Loescher-Chiantore, 1963, pp. 410-411.
[8] S. PELLICO, Lettere milanesi, cit. , p. 222.
[9] S. PELLICO, Lettere d’amore, Edizione critica a cura di C. CONTILLI, introduzione di C. CONTILLI, postfazione di Mariateresa Biasion Martinelli, Torino, Edizioni Carta e penna, 2007.
[10] S. PELLICO, Lettere milanesi, cit. , pp. 226-227.






entrare nella cor-rispondenza altrui mi sembra sempre più un illecito, parteciparne con emozione e con una rilettura personale e silenziosa l’unica cosa che mi concedo e solo perchè ricordo questa vecchissima affermazione:- non c’è cosa che in noi non rifiorisca-
Grazie per il lavoro di ricerca e per le tante tracce bibliografiche lasciate.ferni
Io credo che le lettere se sono arrivate fino a noi è perché qualcuno ha deciso per varie ragioni (personali o di interesse storico) di conservarle, altrimenti, due innamorati che non vogliono lasciare tracce di ciò che hanno scritto, ritenendo troppo intime le loro lettere, per essere lette dagli altri, di solito, distruggono la loro corrispondenza, come fecero Alfieri e la contessa D’Albany… io scrivo comunque biografie di personaggi vissuti tra ‘700 ed ‘800, quindi, entro molto nelle vite degli altri, però, cerco sempre di farlo in modo attento e partecipe, proprio per un senso di “corretezza” e di affetto nei confronti dei personaggi storici, di cui mi occupo.
Cristina
quanto ho scritto non intendeva togliere nulla al tuo lavoro, né recriminare su alcuna delle letture che ne tracci. Ci sono però, oggi, molti, pronti a fare di una relazione solo una cartacea ri-produzione delle proprie “letture” senza assolutamente risparmiare l’intimità, per altro non difendibile, di coloro che ne restano letti post mortem. Non credo che molti scrivano per dareai posteri la propria posta, credo conservino le tracce di un rapporto con l’altro con l’affetto e la dedizione che la memoria in loro continua a rifiorire, a volte persino a ferire.Ciao Cristina e ancora grazie per il percorso che ti-ci proponi.ferni
Ho capito… certo la corrispondenza ha sempre un carattere privato e delicato, però, io mi occupo di persone morte da quasi due secoli, su cui ormai credo ci sia il necessario distacco… mi sembrerebbe più rischioso, se uno facesse la stessa operazione con autori ancora viventi o morti di recente, un po’, come accadde nell’800, quando, dopo la morte di Foscolo, cominciarono a tirare fuori tutti i suoi testi inediti, dalle opere giovanili alle lettere e molte persone che erano state corrispondenti di Foscolo e che erano ancora in vita, si trovarono a doversi “giustificare” per ciò che avevano scritto 10 o 20 anni prima… dopo 200 anni le persone coinvolte ormai non ci sono più e quindi non si rischia di ferire la sensibilità di nessuno, si ha inoltre molto più materiale a disposizione, conservato in archivi e biblioteche e si può tentare una ricostruzione seria della vita e dei sentimenti di personaggi, ormai abbastanza lontani nel tempo.
Cristina
mi domando come mai all’uomo piaccia così tanto lo sc-avo e poi, quando deve ri-leggere in se stesso le stesse note non calzino più e si dimentichi che la storia è quasi la stessa e noi tutti abbiamo negli altri gli stessi parenti….ognuno è, in fondo, l’essere dei secoli, mai una creatura tanto recente.Che ne dici? Grazie per questo dialogo…
ma se qualcuno lo prendesse e lo torcesse pr farne filo per altre matasse? Un abbraccio,ferni
Azzardo un’ipotesi: trattandosi di personaggi lontani nel tempo ci si può immergere in un’altra epoca, diversa dalla nostra… d’altra parte, quando di lettere ne leggi non una o due, ma qualche centinaio, per ragioni di studio e di ricerca, la distanza temporale in un certo senso si annulla e scatta anche un sentimento di solidarietà e di partecipazione, se leggi che qualcuno soffre per un amore contrastato, per il tradimento di un amico oppure che è felice per un amore ricambiato, per il successo letterario, per aver rivisto i familiari dopo tanti anni di carcere, etc. ti senti solidale ed anche vicina al personaggio o ai personaggi di cui ti occupi… se poi scrivi una biografia scegli sempre più o meno consapevolmente un punto di vista, che può essere quello del protagonista, ma anche quello di qualcuno che è stato importante per lui (una donna, un amico, un nemico, e così via). Io lo vedo come una sorta di viaggio di andata e ritorno nel tempo, che fai da solo, quando scrivi e che poi fai con altri, quando cominci a far girare il testo, prima tra gli amici e poi in modo più ampio con la pubblicazione vera e propria…
Cristina
Il narrare di personaggi e fatti di altro secolo, attraverso questa ricerca di tracce molto intime,come le lettere di una storia d’amore, forse li fa sentire più vivi e più vicini.
Complimenti per la tua pubblicazione Cristina
e benvenuta ancora
un saluto
margheritarimi
Grazie a te, effettivamente, io faccio un po’ di “gossip dell’800″ come mi dice, a volte, scherzando un’ex collega di dottorato, però, mi affeziono anche ai personaggi, di cui mi occupo e poi, prima di scrivere qualcosa, cerco sempre di documentarmi in modo scrupoloso.
Cristina
Il lavoro di reperimento e curatela di carteggi, come questo che propone Cristina, sono importantissimi per la ricostruzione storica e il parallelo lavoro di ricerca è sempre meticoloso. Sono dei tasselli storici fondamentali. Li paragono, ma solo per importanza, allo studio, sempre più interessante, che si fa delle biblioteche private degli eruditi e dei filosofi (penso in particolare al Settecento). Attraverso lo studio dei cataloghi per esempio si ricostruiscono mappe intere e inattese, per certi versi, di biografie notevoli. Fino a qualche anno fa credevo ingenuamente che gli autori sconosciuti fossero rimasti tali per una ragione legittima…dico ingenuamente perchè spesso è proprio compito del lavoro scientifico dimostrare il contrario.
Buon lavoro a Cristina dunque e di nuovo benvenuta.
Alessandra
Io faccio un lavoro di riscoperta, che, però, ha un fondamento un po’ “sovversivo”: uso, infatti, non il nostro punto di vista, ma quello dei contemporanei… nel senso che la nostra percezione di conosciuto / sconosciuto spesso non corrisponde a quella dei contemporanei, quindi, è interessante, in prima istanza, capire quali erano gli autori letti ed apprezzati nell’800 (o anche nei secoli precedenti, io mi occupo dell’800, ma lo stesso criterio si potrebbe applicare anche ad altri periodi storici) e per quali ragioni, poi, una volta studiata la percezione dei contemporanei, io cerco di documentarmi sulla vita e sulle opere di questi autori… due es. per concretizzare: noi, oggi, se pensiamo ad un grande poeta della prima metà dell’800, facilmente pensiamo a Leopardi, i contemporanei probabilmente avrebbero pensato a Berchet o a Pellico ed un altro es. ancora più simpatico è quello della Monaca di Monza di Giovanni Rosini, un romanzo storico, pubblicato nel 1829, che ha avuto fino agli anni ‘50 dell’800 più ristampe e più traduzioni de I promessi sposi di Manzoni…
Cristina
quest’ultima tua osservazione, Cristina, è preziosa per capire la vivezza con cui si presentano i tuoi storici personaggi, e per fornire a noi contemporanei (o che dovremmo essere tali, ma lo siamo? voglio dire, lo siamo coscientemente?) la chiave di lettura dei tuoi pezzi
marina
cristina non ho mai amato in modo particolare il nostro ‘800 (leopardi a parte ma lui è uno dei rari creativi che buca il tempo e lo spazio!) ma sto iniziando mio malgrado ad averne frequentazione..e ottimo spunto per questa mia esigenza!
Grazie a tutti e due per il commento… è vero che la poesia patriottica dell’800 è abbastanza retorica e lontana dalla nostra sensibilità, però la poesia autobiografica ed intimista dell’epoca non è poi così lontana da noi… per di più, credo che, a volte, abbiamo dell’800 un’idea un po’ da antologia scolastica: Foscolo, Leopardi, Manzoni in mezzo ad una nebulosa di autori minori, a cui fatichiamo a dare una connotazione più precisa…
Cristina