“LUIGI BERTI E LE SUE SQUAME” di Manrico Murzi


  Il canto di Luigi Berti naviga ai limiti. È un bastimento stracarico che per poco non oltrepassa la marca. Bravo marinaio, il capitano ha rispettato la linea di galleggiamento. Eppure segue rotte clandestine, quasi non abbia il patentino o le polizze fossero fuori regola; vaga lontano dall’ordine dato ai prodotti artistico-letterari dagli storici della nostra letteratura recente e dal giudizio e gusto dei critici d’oggi. Così rischia il titolo di estravagante, in senso petrarchesco, e lo rischia persino chi se ne occupi, pur finendo nella buona compagnia di Salvatore Quasimodo.

In effetti il Berti (1904-1964) è pressappoco uno sconosciuto. Basti recarsi in un negozio di libri o in una biblioteca pubblica e chiedere qualcuna delle sue opere di narrativa o di critica, oppure una sola delle sue cinque raccolte poetiche: Lettera ai castelli d’agave (1953), Elegia Elbana (1955), Le torri dei giorni (1960, I fiori del malessere (1961) e Calignarmata, postuma del 1965: neppure questa risulta schedata in alcuna biblioteca universitaria, nonostante porti la prefazione del poeta siciliano, premio Nobel, che l’ha curata. Si è che per parlare di Luigi Berti poeta, occorre cominciare con l’indicazione in apparenza restrittiva di elbano, aggiungendovi quella ancor più restrittiva di Rio Marina.

Sul bagnasciuga degli scogli elbani sta abbarbicato e cresce numeroso un fiore carnoso, l’actinia equina, detta volgarmente pomodoro di mare. Sacchetto goffo, durante la bassa marea si chiude paziente in attesa del va’ e vieni dell’acqua. Ma quando l’alta marea lo ricopre, l’escrescenza di velluto tenace, rosso carico, sembra, per i tanti specchietti di cui è fatta l’onda, spaziare in carole di ampio raggio.

Ecco, il Berti aderisce alla qualità di questa creatura del mare. Fu questa l’impressione che ne ebbi, anche quando a una cantonata della mia Marina di Marciana, dopo avermi presentato a Dylan Thomas, fece un lungo discorso da esperto sulle carbonaie: qualcosa che si vedeva nella sua isola e internamente lo faceva ballare. Il gallese di terre lontane e di lontani echi (in seguito mi fu compagno per un’indimenticabile mattanza a Favignana) aveva chiesto il perché di certe fumate poco sotto il Capanne.

Il Berti non lascia lo scoglio, sbarchi pure in un porto del Marocco, ho navigato fino ai grandi porti di pietra, fino alle rive del mondo abitato, si sposti con i suoi interessi culturali al di là dell’Atlantico (fondò con Renato Poggioli Inventario traghettando in Italia gli autori più in vista della letteratura anglo-americana), operi con l’intelletto a Firenze o a Milano.

È di continuo a Rio Marina, nella polvere di ferro arrostito, con i rumori dell’Elba di una volta: lo scoppio di una mina, il via vai degli asini condotti da donne e bambini, il tuffo di un’ancora e il fracasso della catena di una nave in arrivo, lo scroscio del minerale dentro alle stive, il battito di mazza e punta nella valle. Nell’aria risuonano le argomentazioni un po’ anarchiche degli operai, la chiacchiera al muretto di marittimi e pescatori. E il paesaggio dei monti dirupati in commosso sommovimento e della terra come da un terremoto ferita, con salti di vigna, pezzi di macchia, e lo specchio del mare che ha misteri sospesi nella spuma. Il suo linguaggio di poeta è stato quello umido di mortella e di mare della sua gente, quello che si scriveva con il calamaio e che la televisione non aveva ancora scalfito: la parlata di Rio, lo stesso tessuto, fatto di immagini arrotate, di vocaboli scoppiettanti di quotidiano e aderenti alla verità. Ed è con l’insistente picchiettìo di uno scalpellino con la bucciarda in mano ch’egli scrive su pietra di granito il canto d’amore per la sua isola.

Caratteristica della sua Rio Marina è la squama: l’argentea che luccica nei pesci, la dorata che splende dai minerali e brilla sul vai e vieni della battigia, l’ambrata che balugina sui chicchi dell’aleatico. Anche il Berti è pieno di squame che libera nell’acqua e nell’aria, nella terra battuta e sulla rena della battigia. Ho Le torri dei giorni, dedicato a Giacomo Pavoni, mio zio, a ricordo d’una giornata di Santa Chiara tempestosa ma serena (il 12 agosto era libecciata sicura ai tempi andati!) per quel che fu detto attorno a una tavola con il vino dell’isola davanti al mare. Ebbene, nella nota con la quale accompagna questa sua raccolta di versi, egli stesso dice: Chi scrive è spinto… a fare note…, quelle note… che James Joyce chiamava ”epifanie” e che, in genere, si dimenticano come fossero squame, su fogli volanti e nei luoghi più imprevisti… sulle pendici di un monte, durante una gita, su una barca, su una spiaggia, fra gli scogli…

Il suo scrivere poetico è fatto di questi appunti abboracciati, di queste lamelle-apparizioni che rivelano una certa ansia di rappresentare la realtà e interpretarla. Dedica il suo canto al lettore, del quale così si parla: l’amico inconoscibile è senza età, mentre la cosiddetta gente, quella che fa il successo di un libro, è un gran vuoto davanti a te.

Nella sua poesia la torre di Rio Marina è simbolo ricorrente. È la figura erta del guardiano che con uno strumento di rigida geometria, qual è l’orologio, registra gli eventi. La torre, ago del paesaggio, dà l’orientamento, altrimenti perduto per il dilatarsi e il restringersi delle dimensioni della vita.

Abbiamo già detto che il suo paese non lascia Berti. Si sente persino nel suo suggerire a Lucilla Jervis Rochat di tradurre Ritorno al paese il titolo del romanzo di Thomas Hardy di cui egli scrive la prefazione. Ma il vero domicilio di questo poeta elbano è quel limite fra terra e acqua, zona mutevole, che pullula di piante e d’animali, un labile e imprecisabile universo: la battigia. Di cui egli parla, uomo oramai maturo, con struggente rimpianto:

puoi ritrovarti nella stirpe originaria

come una ghiaia viva che rotoli

nelle repubbliche delle battigie…

È nel bagnasciuga, da dove si ciutta in escursioni a occhi aperti sott’acqua. Non è, il suo, il tuffo di chi, muovendosi dentro a spazi aerei o equorei, cerchi di raggiungere il fondo per scoprire una qualche verità. In lui c’è solo il viaggio

Vogliamo soltanto un’avventura, vogliamo cogliere

il ritmo d’una felicità perduta e irraggiungibile

fra i rami luminosi.

La sua attenzione ruota su tutto ciò che di più fragile spunta sulla rena, fra i rovi, o fra le prime erbe che s’incontrano lasciando la spiaggia. Così, a misura del tempo prende l’emerocallide, effimero fiore d’un giorno, e però non c’è estate che non fiorisca, come la carice, tenace arbusto che impaglia sedie e fiaschi:

A scrivere il tempo basta un giorno sentito
nella fragile vena aperta d’un golfo…

a misura dello spazio prende le bolle della spuma come i sugheri che sorreggono la rete:

Per tessere lo spazio degli uomini basta

una sorda cavalcata di nuvole al fremito carico dello scirocco

La durata della vita è in questo stesso transitorio, errato mondo. Anche se non vi è cenno a metafisiche presenze.

Intanto con le sue composizioni traccia una singolare cosmogonia, se così si può dire; la geografia ricca di un ambiente che gli sta dentro, sua stanza interna.

Assiste alla confluenza dell’acqua dolce di un rio nell’acqua salata di un mare, vive le confusioni del solido e del liquido, contempla le vegetazioni agitate negli orti dal vento e nei fondali dalle correnti. Egli è immesso e immerso nel panorama, dove riesce a muoversi senza l’attrezzatura del palombaro, tanto peso e massa non contano sott’acqua. Muovendosi per itinerari imprevedibili, registra come se vedesse per la prima volta, e la sua poesia fluisce come un uviale, il torrente figlio del temporale. Il luogo è particolare, ché il minerale si sposa con l’acqua, dando vita a rilucentezze che catturano l’occhio e regalano smemoranti stupori.

Luigi Berti fece poesia in età matura, per una decina d’anni, con le note, come a dire le squame, partorite tra due sapori d’acqua, il dolce e il salato, e tra due mondi che fanno sposalizio delle loro ventraie in ogni momento del giorno e della notte. Dal battìo, rena d’estate e alga d’inverno, si spinge talora fino ai fondali, soffre il volo mozza-fiato dell’ala di una grossa ondata e del suo terribile arriccio che tutto travolge. Con la parola poetica che è ricerca, parte per quelle che il Quasimodo chiama visioni affondate. Non si serve dello specchio del polpaio, rifiutando in tal modo anche la tecnologia meno avanzata. La sua memoria è nella mente del lupicante, figlio della seta nera del fondale. Così si identifica con le creature del mare:

il granchio ha la città che si sposta nell’arenile…

………..metropoli del dolore……….

nel sottile vetro liquido dell’immaginazione…

Il suo mondo appare disertato: talora però rivolge il discorso a una figura femminile senza delinearne il profilo. È la sua compagna, ma così incarnata dentro di sé da non riuscire a guardarla con il dovuto distacco: quei pianeti che, sulle piste del pensiero, ti fanno sopravvivere, o cara,… e altrove l’anfora del tuo corpo… oppure:

vorrei che le mie parole

migliori vivessero nel tuo respiro, vorrei che nel profondo

del cuore ti spuntassero questi gelsomini di gioia e angoscia

Avverte il mistero e lo accetta come terreno fecondo di provocazione; humus segreto che dà alimento e dal quale scaturiscono frutti aperti e luminosi. Dice:

Le riserve dei giorni s’assottigliano, cadono

come le secche squame delle pine, su terreni

cosparsi d’aghi e lasciano sulle dita l’odore

della resina…

Avverte quindi il momento in cui finirà sui bastimenti che lo precederono sul fondo. Crede sì che le zampe di ragno della poesia vinceranno l’amara solitudine dell’uomo e del sangue, ma avverte allo stesso tempo la fatalità inesorabile ed eterna alla quale l’uomo soggiace impotente e nella quale riesce infine a riassumere una nuova qualità di patetico universale.

Ascolta l’infinito fluire di moti nella coscienza del monte come in quella del mare. Nei suoi poemetti il parlare in forma di poesia è occasione per descrivere in pagine gonfie come grappoli i processi scientifici e le loro conseguenze nella vita e nello spirito dell’uomo. In fondo, egli vede alla base di questi importanti passi in avanti nel campo scientifico, una visione materialistica della realtà. Descrive quindi con una densità metaforica che ha talora la durezza del granito, gli sviluppi biologici, la dottrina dell’energia e le teorie molecolari adeguandoli però al valore del materialismo ortodosso. Suggerisce quasi un’inutilità della scienza, poiché sa bene che le leggi fisiche non bastano quando il fenomeno aderisce agli stati d’animo di chi osserva.

Avverte la sacralità nei fenomeni naturali e illustra come l’uomo rivolta, sì, questo mondo, vi mette le mani, ma esso conserva gelosamente, inalienabile anche se sovvertito, il proprio codice e il proprio registro di storia: gli insetti riportano le parole del passato.

Berti è a favore del senso comune, dal quale purtroppo le teorie e le ricerche scientifiche ci allontanano. Un senso comune organizzato quale è per questo poeta la visione di un cosmo come battigia dalla quale prendono il via le escursioni verso la notte dei fondali, verso il verde, verso i giardini d’acqua e i giardini di terra.

L’apparizione di un delfino nell’ultima luce del giorno, quando lascia le profondità metafisiche e porta la luce dell’aldilà che sta in fondo al mare, è un messaggio di fede e di speranza sugli

asili degli uomini e sulle navi

martoriate dall’onda…

Berti non era un poeta delle rose, la canzone delle nostre anime è scritta su rami pesanti, e il livello immaginativo nelle sue pagine è febbrile, gli strumenti espressivi di cui si serve sono arroventati come una colata d’altoforno. Quando, ad esempio, definisce la luce scopo del fuoco: la combustione non è per distruggere. E vengono a mente significati altri: il roveto che brucia e lancia a Mosè parole che illuminano… (Esodo 3).

Nella sua poesia, e quindi nella sua visione del mondo, la luce ha due traiettorie di diffusione, vista sempre dalla battigia: metà corre nel regno equoreo come riflessa da uno specchio in sospensione, lente di granita; l’altra metà corre invece nel regno vegetale come riflessa da una volta in sospensione, campana di un improbabile campanile.

Per lui il mondo è una grande nassa intasata di felci, nella quale siamo capitati come margherite di mare o granchi smarriti e dalla quale non si esce. E alcuni raggi riflessi si dirigono ritornando verso il centro solare, come respinti. Lo schermo ideale su cui il tutto si progetta, è una cosmogonia particolare che formicola come sangue accaldato nell’ambiente elbano di questa spiaggia di Rio Marina.

Il nero del fondale è indifferente ai raggi della luce che si spegne contro muri di un azzurro opaco e impenetrabile. La città sommersa è ben inchiavardata. Ma il Berti non si dispera per questa chiusura, per questi tesori di conoscenza proibiti. C’è da pensare che, fosse stato lui Adamo o Eva, il peccato originale non avrebbe avuto luogo. Egli è curioso, ma non insistente. Si sente parte del minerale che viaggia sui binari dentro ai vagoncini, scorre nelle tramogge, viaggia nelle stive. Di certo conosceva i nomi di tutti i minerali tirati fuori dalle viscere della sua terra, come se li tirassero fuori dalle sue: margassita, oligisto, malachite, quarzo… Dice:

Il tempo s’indurisce nelle vene,

s’iscrive nelle rocce del cuore…

come si vede, era egli stesso un pezzo minerale della sua isola.

Lo stato di natura rispettato dalla mente e dall’operato degli uomini, l’integrità del minestrone cosmico lo calamitano: gli va bene così, anche se non ci capisce. Chiede, per esprimere la sua curiosità di essere intelligente, ma ha la ferma convinzione che risposte non ve ne sono, non ve ne saranno. Ha della natura una teoria organica, ne elabora i dettagli, per quanto può, fermandosi, da buon marinaio, di fronte alla causa di forza maggiore. Si mette alla cappa.

La lotta di spazio e tempo non è evento da evitare, ma da accettare, non è da subire, ma da vivere. Vi sono tutti gli ingredienti per affermare la sua adesione alla natura come parte infinitesimale di essa.

In Berti è tenace la religione umana. Dice egli stesso che l’uomo è il risultato di processi naturali solo in apparenza sconvolgenti e crudeli. Ma ogni parto è dolore, ogni crescita è patimento. Lo dice in questi versi, che sono uno dei momenti più alti della sua poesia:

Per fare un uomo occorre desolare le cosmopoli delle vigne

seccare la linfa degli alberi dei boschi, distruggere la gioia

dei frutti e dell’amore, raccogliere tutto nella città caduta

nel denso sangue del mare, ai moli delle lacrime…

Finalmente a Berti è possibile sottrarsi alla dura legge della fine gettando sulla battigia le proprie squame a luccicare, stravagante mica, nel gioco della luce e dell’acqua:

La vita ti serrerà nelle stanze semivuote del mare

e i sogni, fra pareti d’acqua, si copriranno di coralli.”

Non c’è fine, la fine del mondo, non sarà la fine di un Tutto. Vi è invece il ritorno agli elementi e la mescolanza felice con essi:

Anima squamosa, nata dal mare, …

eccoti ancora nell’acqua selvaggia, nella notte solitaria,
sulle rocce rituali… .”

*********

 

MANRICO MURZI nasce in Marciana Marina (Isola d’Elba) nel 1930. Nell’Ateneo romano nel ’56 si laurea in Lettere e Filosofia con la tesi «La Paura nella Letteratura Contemporanea». I suoi versi appaiono in “Inventario” e altre riviste. Tra i racconti si ricordano «Occhi di Polpo» e «Interferenze»; teatro: «Il Discorso con la Luce», «Il Pollice»…Con Rebellato di Padova pubblica i suoi libri di poesia: «Il Cielo è caduto», ‘64; «Forme nell’Aria», ’72. Nel ’79, con lo stesso editore esce il suo «Si va a Simboli», romanzo poetico dove spesso la prosa cede il posto al canto. Nel 1996 esce «Di Porto in Porto», poesia ‘80-‘95. Nel 2002, Ecig-Edizioni Internazionali Genova, esce «Di Mare un Cammino». Attendono pubblicazione: «Il Dente di Ippia» ’86, e «A Est del Mediterraneo», ’95, drammi in due parti; «Il Gatto sott’acqua», raccolta di poemetti, e «Il Capo nella botte», raccolta di saggi, sono in crescita; «Filza di More», magazzino di versi e memoria; «Mentre mangio un’esperienza», raccolta di poesia dal ’90 al 2001; «A Giro di Bettola», poesia sul vino, ’99; «Il Cantanimali», poesie già uscite in vari “foglietti di un bestiario”, ’85-2002. «Avorio liquido», poesia sul latte, ed. Università di Padova 2001. Fa parte dell’Unione Europea Scrittori Artisti Scienziati. Alcune sue traduzioni: «Malinche, Doña Marina» di Haniel Long, Rebellato 1968, dall’inglese; «I Doni di Alcippe» di Marguerite Yourcenar, Bompiani 1987, dal francese; «Il Rione dei Ragazzi» di Nagib Mahfuz, capolavoro proibito che gli ha procurato una condanna dei fondamentalisti islamici. Marietti 1991-Pironti 2001, dall’arabo; «Manto Nero» di Brian Moore, Piemme 1992, dall’inglese, ripubblicato nel 1999 col titolo «Fuochi morenti»; «La Guerra dei Trent’anni» di Georges Pagès, Ecig 1993 e «El Cid» di Monique Baile, la vera storia di Rodrigo de Bivar, Ecig 1993, dal francese; «La Leggenda dei Liberi Muratori» di Francis Peter Lobkowitz, Ecig 1994, dal tedesco; «Giacomo, fratello di Gesù» di P.A. Bernheim, Ecig 2005; e altro… Sta lavorando a un saggio sul poeta russo Ossip Mandelstam, di cui ha tradotto tutta la poesia; a due libri di ricerca interiore, «I Trentatré nomi di Dio» e «Le Mosche di Omero»; a un poema a sfondo religioso–filosofico, «La Nascita delle Cose Create».                                           
   Nel dicembre 2007 è uscito “Italia Rotonda”, edizioni d’arte F&G, ispirato da un raro intarsio ottocentesco, che racconta la Storia d’Italia dal 1260 a.C. al 1875.

Luigi Berti nacque nel 1904 a Rio Marina, nell’isola d’Elba, da un’antica famiglia di navigatori-armatori.
Nella scia delle tradizioni familiari studiò all’Istituto Nautico di Genova e poi navigò nel Mediterraneo sui bastimenti paterni. Dopo la liquidazione della navigazione a vela, si trasferì a Firenze dove si laureò in Lettere e Filosofia. Nel 1946, nella stessa Firenze, fondò con Renato Poggioli la rivista Inventario nota soprattutto per aver fatto conoscere gli esponenti maggiori della cultura inglese e americana. Come studioso e pioniere di quelle letterature verrà ricordato assieme a Vittorini e Pavese. Morì a Milano, improvvisamente, nel febbraio 1964 e ci piace immaginarlo ricongiunto ai brigantini che un suo personaggio, il Sor Giuseppe di Tramonto sull’Elba, aveva spedito negli abissi per non cedere al sopruso, come scrisse di lui un amico.
   Opere principali = Critica: Boccaporto 1940; Foscolo traduttore di Sterne 1942; Boccaporto secondo 1944; L’imaginismo 1944; Storia della letteratura americana; Antologia dei preromantici inglesi, 1965. Poesia: Lettera ai castelli d’agave 1953; Elegia elbana 1955; Le torri dei giorni 1960; I fiori del malessere 1961; Calignarmata ( a cura di S. Quasimodo ) 1965. Narrativa: Storie di Rio 1959; Tramonto sull’Elba 1962, La società del garofano rosso, 1966.

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26 risposte a “LUIGI BERTI E LE SUE SQUAME” di Manrico Murzi

  1. m. gisella catuogno scrive:

    La prosa del Murzi è affascinante per il suo afflato lirico e la capacità di evocare emozioni…Luigi Berti mi interessa per diversi motivi: sono nata a Cavo (frazione di Rio marina), abito in Via Luigi Berti, appunto, qui a Portoferraio e le squame di cui parla Manrico me le sento addosso un po’ anch’io, nipote di pescatori e doppiamente “insulare” (Elba e Capri).
    Grazie dunque a questi due grandi autori!
    Gisella

  2. sandrapalombo scrive:

    Mi fa piacere rileggere questo articolo. Spero che le Belle Donne lo leggano anche se è un po’ lungo.
    Sandra

  3. E’ un gioia averla ritrovata su questo sito; e anche aver conosciuto la figura di Luigi Berti. Nella mia biblioteca (Fondazione Marazza – Borgomanero NO) abbiamo tre suoi libri (“I preromantici inglesi”, “La società del garofano rosso” – nel fondo Gianfranco Contini-, “Storie di Rio”). Ho controllato proprio ora; ma non tutti i fondi sono già sull’OPAC SBN, quindi è stata una sorpresa anche per me.
    Un saluto, con qualche verso dall’apertura di “Storie di Rio” (Vallecchi, 1959, p.11):

    E ormai se guardo dalla finestra d’un tempo
    ove convergono i fieni del ricordo, nella radura
    marina alle verdi campagne, non vedo che le ombre
    di una volta e i ragazzi che giacevano nei cerchi
    delle gomene slavate dal mare, avvolti nelle vele
    ammainate, solitari nella notte di sciacquii,
    aggrappati ai boschi della collina sbriciolata,
    alta al chiaro di luna, cosmica ferita del cuore.

    Eleonora Bellini

  4. m. gisella catuogno scrive:

    E’ una gioia per me, cara Elisabetta!
    Grazie di ques’incipit, bellissimo, di un lirismo assoluto…Purtroppo non conosco il libro, ma devo rimediare!!
    Un abbraccio
    Gisella

  5. m. gisella catuogno scrive:

    Sandra, grazie! Un abbraccio
    Gisella

  6. fernirosso scrive:

    GRAZIE A VOI: sono davvero piena di…vuoti, ma riuscirò mai a colmarli? Ho già la valigia piena, dovrò munirmi di un container. Grazie ad ognuna, ferni

  7. m.gisella catuogno scrive:

    Ferni, anch’io ne sono piena e da quando frequento VDBD me ne accorgo di più…
    Un abbraccio e grazie della tua attenzione, sensibilità, cultura
    Gisella

  8. ANNA scrive:

    Luigi Berti, Gigino per gli amici, sin da bambino s’innamorò della poesia, tanto da chiedere libri in regalo ad ogni viaggio che i suoi cari facevano a Nizza. E’ così che scopre Rimbaud e Baudelaire. Legge tantissimo e verrà segnato nell’anima dalla prematura scomparsa della madre. Il suo primo libro di poesia lo pubblica a ventiquattro anni (“I richiami: poesie liriche” edito da Pasquini). Il secondo, del 1932 è il romanzo “Canzone di tempo sereno”. Lo scorso anno a Rio Marina il Berti è stato ricordato insieme a Dylan Thomas da Nicola Calocero e Massimo Trombi in una tre giorni interessante. Durante l’aperitivo letterario è stato letto il “Requiem per Dylan Thomas” scritto dal poeta riese ed è stato un momento commovente. A Rio Marina è stata apposta inoltre una targa commemorativa del passaggio del poeta gallese sessanta anni fa condotto a Rio proprio da Gigino. Dylan Thomas terminò di comporre il poema “In country sleep” proprio nel paese che luccica e sempre lì maturò l’idea di un radiodramma che avesse minatori e pescatori come protagonisti. Anni fa ho visto coi miei occhi l’originale del poema che la moglie del Berti tenne incorniciato per anni nella sala della casa fiorentina. La luce lo aveva scolorito, a fatica si leggevano i versi del pota gallese.
    Ad oggi molti ignorano l’immane lavoro di Luigi svolto nel campo della traduzione: ha messo mani a libri corposi, difficili, come un operaio ostinato ed infaticabile. Si deve a lui se in Italia abbiamo conosciuto Eliot, Fante, Pound e tanti altri. Proprio come avevano fatto Vittorini e Pavese, nel tentativo consapevole di sprovincializzare la cultura italiana rinchiusa nella rigidità del ventennio fascista. La rivista “Inventario” da lui fondata nel 1946 insieme a Renato Poggioli era nata proprio con questo intento e nella redazione figuravano scrittori e poeti di levatura internazionale. Il Berti è mancato alla vigilia del viaggio che lo avrebbe condotto a tenere delle lezioni nelle università americane. Si preparava all’evento con gioia, faceva conversazione in inglese per essere più fluido nell’esposizione, ma la morte lo ha strappato a tutti noi.
    La dimensione culturale del Berti è ancora da scoprire. Non so se siano state fatte tesi di laurea su di lui: quel che è certo è che in futuro ci saranno molte sorprese.

  9. m-gisella catuogno scrive:

    Gtazie, Anna, di queste preziose informazioni. Berti mi sembra proprio un continente ancora inesplorato, ma è nel mio destino…pensa che abito proprio in via Luigi Berti, qui a Portoferraio
    un caro saluto
    Gisella

  10. sandrapalombo scrive:

    Anna e Gisella sarebbe interessante ritrovare gli atti del convegno (?) o della giornata dedicata a Berti a Rio Marina, in occasione per la quale venne scritto questo articolo. Forse Anna tu puoi recuperarli visto che conosci i familiari del Berti.
    Grazie per il tuo intervento. Sandra

  11. ANNA scrive:

    Non era un convegno bensì la commemorazione del sessantesimo anno della venuta del poeta gallese Dylan Thomas a Rio Marina. E’ di questi giorni la notizia dell’uscita in Gran Bretagna del film “The edge of love”, proprio su Dylan Thomas. Rio marina ha rappresentato una tappa importante nella sua vita e l’amicizia stretta con Luigi Berti si era creata a Firenze durante le numerose visite che il poeta elbano faceva a casa del Thomas che all’epoca aveva preso in affitto una casa sopra le colline di Scandicci. Luigi aveva per primo in Italia tradotto le poesie del gallese che aveva conosciuto insieme a Mario Luzi in una “buca” del centro di Firenze dove si poteva conversare bevendo con calma un bicchiere.
    Care Sandra e Gisella, gli articoli su Dylan Thomas e Luigi Berti sono consultabili presso il periodico “la Piaggia” a Rio Marina.
    Per quanto ne so non ci sono atti dell’avvenimento della scorsa estate: gli articoli suddetti sono stati scritti da Massimo Trombi, interessato da anni alla vita dei due poeti. Forse lui può dirvi più cose di me ma penso abiti in continente. L’estate, comunque, lo si incontra a Rio Marina.
    Se volete leggere alcune traduzioni di Berti e Montale ancora in commercio comprate il libro di Nathaniel Hawthorne “WAKEFIELD E ALTRI RACCONTI”, uscito per i tipi di Bompiani. Luigi Berti era amico del poeta di “Ossi di seppia”, il quale fece da padrino a Duccio, il primogenito del poeta riese. Care Sandra e Gisella, perché non prendete l’iniziativa di fare qualcosa sul Berti? In fondo si comincia sempre per gioco e poi chissà che non si concretizzi qualcosa. Ciao.
    Anna

  12. sandrapalombo scrive:

    Cara Anna, non mi riferivo alla iniziativa su Dylan, ma all’articolo di Murzi pubblicato da Gisella.
    ” Luigi Berti e le sue squame” venne infatti scritto per un convegno che si svolse a Rio Marina, tanto che Manrico ha apportato delle modifiche prima di inviarmelo per il giornale “Lo Scoglio”. Non ricordo da chi fu organizzato, forse non abitavo neppure all’Elba in quel periodo.
    Ti ringrazio per le notizie e penso che io e Gisella già stiamo facendo qualcosa sul Berti inserendo questi articoli.
    Tra l’altro, uscirà a breve, un libro dove una parte è dedicata a Luigi Berti. Fare qualcosa su Berti? Lascio i compito ai critici che hanno i ferri del mestiere, posso limitarmi a fare divulgazione come in questo caso, che critica non sono.
    Spero di conoscerti di persona presto.
    Un caro saluto
    Sandra

  13. ANNA scrive:

    Quando uscira’ il libro dedicato in parte al Berti comunicamelo. E’ biografico?
    Ciao
    Anna

  14. massimo scrive:

    LUIGI BERTI: UN’IDEA DI LETTERATURA

    Per comprendere appieno l’importanza di Luigi Berti nella storia della letteratura italiana bisogna fare una premessa relativa alla cultura del nostro Paese tra il Trenta e il Quaranta del secolo scorso.
    In quegli anni a Firenze vige la lezione di Benedetto Croce e crociana è la cultura accademica che alcuni avvertono come ingessata, troppo limitante, un sistema di pensiero che riconduceva al proprio impianto logico qualsiasi spiegazione intorno alla realtà. “Croce” racconta Carlo Bo, grande critico e protagonista di quegli anni, “era uno che aveva messo ordine e che per fare questo aveva dovurto sacrificare molte cose;ora erano proprio queste cose quelle che ci colpivano di più, così come ci colpiva diversamente la nozione di letteratura che cominciava ad assumere per noi un peso straordinario…”. E ancora: “Croce insomma veniva da un mondo ed un tempo che non esistevano più per noi. E non tanto perché fra quello che diceva e quello che era l’Italia c’era un abisso, ma proprio perché a noi la sua lezione suonava astratta…”.
    Con questa severa critica di Carlo Bo si può riassumereil pensiero di molti giovani intellettuali che manifestavano una forte insoddisfazione per il modo di fare letteratura, spinti anche dalla frustrazione derivante dall’impossibilità di viaggiare all’estero e di conoscere coi propri occhi altre realtà. Ed è in questo humus che si trova ad operare Luigi Berti: la Firenze che lo ospita gode, contrariamente ad altre città, di una certa libertà di pensiero. Era la città della “Voce” e dei movimenti di avanguardia, dove si leggeva “Solaria”, la rivista che più rispondeva alle aspettative dei giovani perché essa proponeva una visuale di chiaro respiro europeo. Quando il partito unico si rese conto di questa ‘eccessiva libertà’ replicò perentorio che la cultura doveva essere una sola.
    Luigi Berti, in quegli anni iscritto a Lettere e Filosofia, stringe amicizia con alcuni coetanei coi quali s’incontra al caffè letterario di P.zza S. Marco, dove -racconta Ferrata- “si faceva critica all’aperto tra i tavolini”. Tra essi, oltre a Luzi, Traverso, Landolfi, Macrì, eccelle Renato Poggioli, russista e grabde fascinatore, personaggio di qualità eccezionali che influenzò in modo particolare il Berti. Scrive Carlo Bo a proposito di Poggioli: “Quale fosse il suo fascino ce lo potrebbe ripetere la storia di un mediatore sfortunato del tempo, quella di Luigi Berti.. Poggioli ha trasformato questo giovane autore di romanzi…in uno dei mediatori di Eliot, in un fedele molto diverso della nuova letteratura: Sarebbe ingiusto dimenticare la buona volontà e la passione del Berti perché equivarrebbe dimenticare quello che ci ha insegnato Renato Poggioli: Landolfi e Berti sono due tipi ideali di discepoli del Poggioli e nello spazio intermedio va posto tutto il lavoro degli altri”.
    Sull’amicizia di Berti e Poggioli tratta un articolo sull’Europeo del marzo 1963 dedicato dallo stesso Bo allo scrittore e poeta elbano:”Quasi coetanei i due amici costituivano un esempio di intesa spirituale e di collaborazione. Naturalmente Poggioli aveva la parte di maestro e di guida anche con Berti, così come l’aveva con gli amici di P.zza S. Marco, Traverso, Landolfi, Baldi, etc…. Con una particolare ragione però nel caso di Berti, che Poggioli aveva scoperto e indirizzato su strade nuove”. Fu infatti Poggioli a iniziare l’amico allo studio delle letterature straniere, in particolare a volgere la sua attenzione “agli scrittori d’Inghilterra e d’America che costituivano in quel momento un territorio pressoché sconosciuto”. In particolare di Berti e del suo rapporto con Poggioli, Bo scrive:” …gli è rimasto fedele come il discepolo, il figlio più devoto e riconoscente…”; e conclude, poche righe dopo: “…Proprio da questa fedeltà nacque ‘Inventario’…”. Nelle intenzioni del suo ideatore e fondatore, il Berti appunto, la rivista doveva figurare come lo strumento di rinnovamento della cultura italiana, e ciò mediante l’apporto determinante di esponenti noti della contemporanea cultura europea. Difatti, fin dalla sua fondazione (1946), la redazione accolse firme famose quali T. Eliot, H. Levin, V. Nabokov, P. Salinas a cui si aggiunsero in un secondo tempo quelle di G. Ungaretti, R. Penn Warren, J. Guillén, S. Quasimodo, etc…. Proprio in quanto rivista internazionale, essa rifiutò un programma preciso. A tale riguardo Giorgio Luti rileva nel corsivo di apertura del primo numero della rivista, intitolato “Non programma ma proemio”, l’insistenza dei redattori sulla “necessità di un’azione comune di ripresa e di rilancio della cultura internazionale dopo i venti e più anni di un regime nato nell’imbroglio e finalmente perito sotto il peso di infinite colpe e molti errori”.
    Per creare una nuova cultura bisognava quindi abbandonare la falsa idea del primato italiano in letteratura di cui si era fatto portavoce il provincialismo fascista. Le intenzioni programmatiche di Berti e Poggioli si traducevano in un’attività circoscritta al settore letterario, aperta ai nodi più stimolanti della critica e della letteratura creativa, affrontando la necessaria revisione dei grandi autori del passato e introducendo come proposta le nuove voci italiane e straniere.
    “Inventario” ebbe quindi un’impostazione antologica, pubblicando sulle sue pagine opere quali “Quaderno gotico” di Luzi e “Primavera hitleriana” di Montale, nonché i testi di Ungaretti, Melville, Pasternak, D. Thomas, Quasimodo, accostati a prosatori e poeti italiani della nuova generazione (Calvino, Rea, Del Buono, Camilleri).
    Berti per molti anni ha svolto con continuità l’attività di traduttore, concorrendo insieme ad altri studiosi a far conoscere alcuni autori inglesi ed americani. Il poeta Mario Luzi deve alla traduzione di Berti la conoscenza delle liriche di Eliot. A questo proposito, racconta: “E l’amico Berti tradusse le liriche; con molti errori, ma in fondo in modo molto efficace, suggestivo”. Quello degli errori, probabilmente, non è da interpretarsi come frutto di deficienze filologiche, quanto piuttosto come il risultato di una precisa intenzione del traduttore rivolta a mettere in risalto una personale volontà di ricreazione del testo poetico intesa come forma autonoma d’arte, rispondendo appieno alla novità del dettato poggioliano. Il 2 gennaio 1948 Cesare Pavese scrive al Berti:” Caro Berti, non vuoi mica tradurre per noi ‘Under the Volcano’ di Lowry, di cui abbiamo i diritti? E’ un libre di stile tremendo e fenomenale. Ti abbiamo mandato ‘I quarantanove racconti’ e ti mandiamo ‘Verdi colline d’Africa’. Ciao”. Ma il Berti è troppo assorbito dalla rivista e il 2 di dicembre dello stesso anno riceve una lettera da Pavese in cui viene invitato a restituire il libro che non ha avuto il tempo di tradurre. Del resto questo è il periodo della scoperta degli autori nordamericani alla cui conoscenza Pavese, Vittorini e la Pivano daranno un enorme contributo. La moda dell’americanismo permetteva di applicare su più vasta scala una delle più grandi suggestioni dell’ermetismo, cioè la possibilità di scoprire un territorio nuovo che faceva comprendere a tutti che i confini della letteratura si erano allargati e avevano travalicato quelli di Francia, Germania e Inghilterra: Bisognava fare i conti con la nuova realtà e Berti ne era consapevole: è a lui che si devono i quattro volumi della ‘Storia della letteratura americana’, frutto di una ventennale ricerca sugli autori degli Stati Uniti, un’opera monumentale perché risultato di infinite e pazienti traduzioni (Poe, Melville, Hawthorne, Twain, Bret, Harte, James, etc…). L’attività svolta dal Berti come nediatore culturale mette in risalto una funzione importante senza la quale oggi ignoreremmo alcune personalità che hanno arricchito con la loro produzione il panorama letterario internazionale. Ciò implica essere provvisti di una fine intuizione atta a discernere quali scritti pubblicare o meno, possedere la capacità di trattarli sotto il profilo critico e stilistico, coglierne il senso di novità. Berti era uno che lavorava dietro la scrivania ma sodo, un ‘illustre sconosciuto’ che non ha beneficiato in maniera vistosa del lavoro svolto, ma che ha maturato sul campo un ideale di vita coincidente con la letteratura. “Un infaticabile traduttore” lo ha definito Mario Luzi, “un operaio della letteratura”. In questa appropriata definizione si ravvisa il legame con la tradizione operaia della terra d’origine, dove il carattere ferrigno tempra alle fatiche e alla tenacia.
    Luigi Berti da Rio Marina, in cuor suo, sentiva d’esser soprattutto poeta. Ed è anche in questa veste che si produceva su ‘Inventario’, probabilmente quella che più amava. Nei suoi versi emerge ‘lo scoglio’, la Rio Marina intrisa di profumi e colori, una descrizione fisica della natura che egli piega agli umori della nostalgia, talvoltausando una versificazione avvolgente, preda del movimento marino, aggettivata, irruente, talaltrarespirando un’immota quiete, dove il silenzio pervade le parole e restituisce un cosmico, inconsolabile pianto. Luigi Berti è stato il ‘marinaio della letteratura’ che per primo ha fatto conoscere al pubblico italiano la poesia di T.S. Eliot e Dylan Thomas, rivelando così l’esistenza di due poeti che con la loro opera hanno stravolto il modo di fare poesia, influenzando il corso di quella futura. Egli ha vissuto il proprio lavoro come militanza, mantenendo integra la propria ‘riesità’, sia nei salotti milanesi che in redazione, mai rinunciando alla propria inflessione di cui andava orgoglioso, sempre pronto alla battuta e, verso gli amici, riconoscente.
    Luigi Berti, Rio Marina, l’ha amata fedelmente; attraverso i suoi ricordi, la sua poesia: più di ogni altra cosa al mondo!

    Un contributo.
    Massimo

  15. m.gisella catuogno scrive:

    Un grazie veramente caloroso a Massimo per il suo interessantissimo contributo, che faccio mio, stampando questa pagina. Emerge dunque meglio delineato il carattere di grande mediatore culturale, oltre che di poeta innovatore, del Berti! Eppure nelle antologie scolastiche, anche le migliori, non è nemmeno citato…Che peccato! M’impegnerò a parlarne ai miei allievi in futuro, perché almeno i ragazzi elbani sappiano di aver avuto un illustre conterraneo…E’ vero anche che “nemo propheta in patria”…ma così è troppo
    un cordiale saluto
    gisella

  16. massimo scrive:

    E’ proprio così, M. Gisella: “nemo propheta in patria”. Quella di Luigi Berti è una figura di letterato a cui va restituita la giusta visibilità. E’ un percorso in salita perché chi l’ha conosciuto bene e potrebbe a ragion veduta testimoniarne meriti e non è ad oggi molto malandato o tra i più. Pur tuttavia conservo nella memoria il bel ritratto che ne fece Mario Luzi in una chiacchierata che ebbi con lui qualche anno fa.
    Nella sua Isola molti, troppi ignorano il poeta elbano. Quando andava all’Elba spesso soggiornava a Procchio e un’estate lo raggiunse l’amico Salvatore Quasimodo.In una lettera alla moglie del 29 luglio 1956,Quasimodo scrive :”Parto oggi per l’isola d’ Elba dove spero di trovare posto in qualche parte,nel paese o luogo vicino dove sta Luigi Berti.Tu dammi tue notizie al suo indirizzo a Procchio”. I due erano diventati amici e nel gennaio dello stesso anno era uscita per Einaudi “La tempesta” di Shakespeare tradotta dal poeta siciliano recante la prefazione di Luigi Berti. Chissa’ come se la sono raccontata i due durante il soggiorno elbano. Luigi, tra l’altro, era un gran sostenitore della candidatura al Nobel di Quasimodo, posizione questa che suscitava invidie tra i letterati dell’epoca che lo guardavano in cagnesco.
    Mentre scrivo mi rendo conto di quanto sia bello sottrarre all’oblio ciò che è stato. Squarciare il buio con piccole luci di verità, messe insieme pazientemente, documentabili. Ad oggi sono a conoscenza di molte lettere di Luigi Berti che saranno oggetto di future riflessioni. Mi fa piacere che tu, M. Gisella, senta la responsabilità di informare i tuoi studenti sull’importanza del poeta riese.
    E’ un debito che abbiamo verso il futuro.

    Cordialmente,

    Massimo
    massimo

    —– Original Message —–

  17. m.gisella catuogno scrive:

    Caro Massimo, ti ringrazio ancora del tuo prezioso contributo!Dobbiamo impegnarci a far conoscere meglio e a far apprezzare quest’ottimo autore…
    Se ti fa piacere, rispondi alla mail che ti ho inviato, continueremo a parlare in privato di Berti e dell’Elba…
    un cordiale saluto
    Gisella

  18. m.gisella catuogno scrive:

    Cara Eleonora (Bellini), mi accorgo ora di averti chiamato Elisabetta…scusami tanto
    Gisella

  19. angelo stefanelli scrive:

    complimenti a manrico e a massimo! i due “bertisti” ne hanno battuto un eloquente panegirico, ne valeva davvero la pena, ma le ragioni di un simile ostracismo dove affondano? nella congiura ordita dai suoi coevi per aver sostenuto il quasimodo? nella sua opera monumentale sulla storia della narrativa americana che ha trovato scarsa o nulla diffusione? nella scarsa aderenza alla realtà elbana, dove immagino che vivesse piuttosto appartato? tutte queste cose insieme o altre ancora che mi sfuggono perchè non conosco l’autore? ma anche se lo conoscessi non ne verrei a capo lostesso, perchè quando si solleva la nube dell’ostracismo e del dimenticatoio su uno che ha speso l’intera esistenza fra articoli, riviste, recensioni, stesura di volumi, ci si abbandona a ipotesi che lasciano sempre un margine d’incertezza, come ad es, quella delle mode letterarie: che sia stato un autore valido ma poco alla moda? credo che anche questo dovremmo chiedercelo.
    un grazie a voi tutti per avermi ospitato
    angelo

  20. m.gisella catuogno scrive:

    Grazie a te, Angelo, per aver sollevato queste problematiche inquietanti
    Gisella

  21. angelo stefanelli scrive:

    ho notato che non è stato inserito quello da me inviato con la posta elettronica alla redazione, presumo che questa ne abbia colto il versante ideologico come poco attinente alla rievocazione di un poeta:
    ammetto di aver calcato un pò la mano su un aspetto della sua figura che sicuramente non è fondamentale, infatti ho preso spunto da un semplice accenno murziano per sollevare una tematica che va oltre la portata di un singolo autore, i cui legami con l’ideologia marxista o anarchica sono solo presunti. mi scuso per aver ecceduto su un lato della questione che forse non meritava di essere sollevato.
    angelo

  22. antonellapizzo scrive:

    ecco il commento di angelo stefanelli, nessun problema, solo non abbiamo avuto tempo di pubblicarlo prima.
    SUL BERTI

    Murzi ha accennato al pensiero bertiano in termini, se ho ben inteso, di una dialettica materialistica tesa a spazzare via dalla faccia della terra, oltre alla proprietà fondiaria o dei mezzi di produzione, anche le poche illusioni che ci restano, inerenti più che altro alla dimensione spirituale: dio, anima, aldilà, carità evangelica. Non so esattamente in quali termini egli abbia contribuito, sulla scia degli insigni predecessori tedeschi, ad abbattere questo pesante retaggio del passato, perché se è stato messo in ombra il narratore, figuriamoci il pensatore. Eppure secondo me qualche parola andrebbe spesa su una tematica del genere: a mettermi una pulce nell’orecchio è stato un periodo desanctisiano:” non può credere il poeta all’immortalità dell’anima, pure,vorrebbe crederci. Sarà una illusione, ma è crudeltà togliere illusioni che ci rendono felici, che ci abbelliscono la vita. Così la via è aperta a un ritorno delle idee religiose, non in nome della verità, ma in nome dell’umanità e della poesia.” F. de sanctis, storia della letteratura italiana, vol 2, pag.427

    Detto brutalmente, suonerebbe così: è stato pure lui un cinico dispregiatore delle più consolidate credenze popolari o è stato solo uno che ha affondato il bisturi, al pari dei filosofi nordici alla feuerbach, per levare il presunto marcio nell’intenzione di salvare l’organismo dalla setticemia? La nota religiosa andrebbe dunque intesa foscolianamente come semplice pietà per i nostri simili e più ancora per i defunti? E qui bisogna ammettere che quello che detto murzi sulla componente mistica insita nei grandi ribelli di ogni epoca sia da prendere in senso lato: la loro sfera mistica tende a sovrapporsi alle idealità religiose contrapponendovi una divinizzazione dell’umanità. Battersi per un’umanità migliore significa riconoscere un valore nei nostri simili capace di trascenderli. Se non vado errato, uno dei protagonisti dei “demoni” dostojevskiani a un certo punto aveva pronunciato la frase:”io non amo la vita, amo la giustizia!”- a parte che se non ci fosse la vita non potrebbe sussistere neanche la giustizia, ecco come un ideale astratto, egualitario, libertario riesce a sovrapporsi non solo al credo religioso tradizionale, ma perfino a ciò che fa da presupposto all’ideale puramente laico: ecco l’idea astratta contrapposta al dato biologico primordiale. Si rischia così l’assurdo di contraddire i presupposti di un’ideologia atea o anti-.teista traente il suo punto di partenza proprio dalla materia, dalla mera datità biologica. Come dipanare un simile groviglio non spetta certo a me, ma una cosa è certa, che l’atmosfera che si respira nei classici del marxismo o dell’anarchismo è satura di idealità che non hanno nulla da invidiare a quelle religiose o metafisiche. L’inghippo semmai verrà dopo, nel dopo-rivoluzione, quando ci si dovrà mettere una mano sulla coscienza per chiedersi se quella montagna di cadaveri necessaria a innalzare la bandiera rossa in un determinato paese va vista cinicamente come una perdita umana ineluttabile da sacrificare all’edificazione del socialismo (vedi la fase terroristica del bolscevismo, del maoismo, dell’anarchismo) oppure, più umilmente, come un ammasso di vite spesso innocenti che si sarebbero potute risparmiare, ottenendo magari lo stesso scopo per altre vie (vedi la cacciata degli imperialisti inglesi con gandhi).

    Tornando a bomba: la mentalità sovversiva riscontrata nel berti ideologo rimane circoscritta al suo intimo convincimento teorico o si traduce in uno strumento operativo teso a ripercuotersi sia sul piano letterario che su quello politico-sociale? Quali erano, sempre se esistenti, i suoi legami con gli elementi di spicco del movimento libertario continentale?

  23. M.Gisella Catuogno scrive:

    Grazie Angelo del suo interessantissimo contributo. Lo farò avere a Massimo Trombi, che da sempre è un cultore di Murzu
    Cordiali saluti
    MGC

  24. M.Gisella Catuogno scrive:

    Grazie Angelo del suo interessantissimo contributo. Lo farò avere a Massimo Trombi, che da sempre è un cultore di Berti
    Cordiali saluti
    MGC

  25. angelo stefanelli scrive:

    vorrei chiedere a ant.pizzo dove è stato pubblicato il commento da me inviato il 17 c.m. alla casella postale della redazione anzichè sul sito, perchè io non sono riuscito a vederlo da nessuna parte. perchè non dirlo subito che un commento è sgradito o fuori luogo? io stesso mi sono accorto di essere sconfinato e ho perfino chiesto scusa, ma dal momento che la suddetta mi assicura che è stato pubblicato, allora ditemi dove, se non chiedo troppo. poi avrei un’altra cosa da chiedere:
    il manrico è una specie di divinità inaccessibile o lo si può contattare? dico questo perchè avrei un paio di cose da chiedergli.
    essendo lui toscano, non potrà non comprendere lo spirito ribelle che aleggia nell’animo di un discendente da avi localizzati nell’etruria.
    scusatemi, ma torno a ribadire che tutto sommato non ho avuto l’impressione di un benvenuto nella via…delle belle donne? finora ne ho vista una sola in cartolina, per cui si deve presumere che tutte le altre lo siano – e se invece non lo fossero?
    dò la buona notte a tutti, specialmente a quelli che dormono soli soletti come me.
    angelo

  26. alessandrapigliaru scrive:

    Gentile Stefanelli,

    se sposta il mouse due commenti sopra il suo, vedrà che Antonella Pizzo è stata così gentile da riportare fedelmente il commento che lei stesso ha inviato nella posta redazionale il giorno Martedì 17 marzo 2009, ore 13:53. L’ha pubblicato già da parecchi giorni, forse lei, Stefanelli, non se n’era accorto.
    Non so a quale benvenuto mancato si riferisca ma le sue battute sulle cartoline e sulle vie francamente mi sembrano poco appropriate quindi, in questa sede, la pregherei di attenersi a temi letterari di suo interesse.

    Alessandra Pigliaru

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