L’esperienza della pioggia, di Stefano Lorefice – lettura di Morena Fanti
Foto Stefano Lorefice
In questo suo ultimo lavoro, L’esperienza della pioggia (Campanotto editore 2006), Stefano Lorefice si sveste di titoli e di frasi straniere, che erano invece presenti nei suoi precedenti lavori. I versi sono puri e lineari: è evidente il lavoro di sottrazione che Lorefice ha eseguito su questo testo, al fine di renderlo preciso e diretto, senza artifici.
Nella prima parte Corpo/Città Lorefice si immerge nel mondo esterno, ed è poesia di gente e di strade, poesia con rumori di mezzi pubblici e frastuono di vita, in cui il corpo dell’autore si inserisce con naturalezza come per riappropriarsi di sé e del suoi pensieri.
Una poesia che avanza senza timore “ Col fiato avanti / dove l’odore della città sta al centro della nebbia / per avere il coraggio di chi passa e non si ferma ” e che desidera annullare la solitudine avvicinandosi agli altri e, nello stesso tempo, proteggendosi nella propria intimità
tutti compatti, vicini, schiacciati
in un pub che dà scampo solo ai più sorridenti
tra gli occhi di chi si conosce
e chi nuovo ha la voce più forte
che bisogna portare ciascuno un colore
e non pensare al freddo fuori
e chiedere d’altri
e lasciare fare ad altri ancora
non bisogna essere vecchi, sventolare certezze
ci si accontenta di stare
neanche troppo comodi
tra un sorriso e la musica che non interessa
che c’abbiamo grandi pianure dentro
e laghi
e abbracci
ma nascondiamo ancora le mani
per pudore
per proteggere l’interno più tenero
fino ad arrivare a tralasciare le maschere e mostrare la propria identità, sovrastando il frastuono e la frenesia che sembra avvolgerci tutti nella sua superflua inutilità.
Poesia, quindi, di rumore e di movimento: nella strada in mezzo alla città e alla sua gente, il corpo si mescola, si divide e si riconosce.
In Corpo/Frontiere, seconda parte dell’opera, la poesia di Lorefice si stacca dalla moltitudine e prende un passo diverso, come fosse una partenza, forse verso un’altra città, ma anche verso un nuovo sentire, un nuovo modo di essere, e così leggiamo l’autore mentre fa le valigie e le riempie di maglie sfilacciate e forse di sentimenti all’apparenza fuori uso
ed io in queste valige ci metto tutte le maglie
anche quelle sfilacciate per il troppo correre
poi, un po’ degli scatti del mio ginocchio malandato
che se ne sta li
in basso a destra
e non mi fa mai troppo male,
che quasi mi ci affeziono
a questa parte di me che funziona meno
e reclama esistenza, cerca di risalire;
è una voce che si sporge dall’alto
è senza vertigine
e non ha regole chiare, giuste
da farmi capire
ne parole grandi da scrivere
ha tutto li: in basso a destra
che ci basta un po’ di sereno, a volte
e riapro le valigie
prendo le maglie, quelle sfilacciate
dai colori chiari
e ci riempio un ritorno
E’ più ‘solitaria’, questa seconda parte: non c’è la folla dell’esterno, delle strade e si sente il confine – la frontiera – tra l’autore e ciò che lascia: una città, un amore, una parte di sé. Nei versi questo ritorno di pioggia, di acqua, di temporale, che ci spinge verso un atto di pulizia estrema, sia delle emozioni sia della parola scritta, attraversando lo stesso percorso che Stefano Lorefice ha fatto con grande perizia e sincerità.
con i polsi slogati, tesi
a svenare le mani
ad invidiarne la pelle
che non se ne ha mai abbastanza
che si ferma sulle cicatrici
s’intreccia
stringe forte
s’accorge delle nostre pareti
subisce ogni rifiuto
estende senza chiudere
annusa il sangue del dentro
e sta al limite
dove non pesa
dove non descrive
dove non spiega più
estenuata strappa
disidrata
chiede acqua
cerca l’esperienza della pioggia
la schiena pulita, incisa dal sole
le parole cerchiate
scritte sulle gambe
sui miei passi sinceri
con tutte le distanze negli occhi
e le partenze
come il mio amore, che ha una punteggiatura a casaccio,
le caviglie legate
e nelle piccole strade i suoi veri muri
con tutte le ferite, le incrinature e il dialetto conosciuto
fatto di silenzi, di gesti rapidi,
di una cadenza sua, che ha radici da gente di lago
ch’è una faccenda di stomaco
che quando torno mi basta ascoltare
e a volte mi affaccio, annuso il profumo della pioggia
prima del temporale
Stefano Lorefice è nato alla fine degli anni settanta.
Ha vissuto parecchi anni in Francia. Adesso è tornato a sette km a nord del lago di Como, da dove era partito.
Ha pubblicato la raccolta di poesie “L’esperienza della pioggia“, Campanotto Editore; le plaquettes poetiche “Prossima fermata Nostalgiaplatz“, Editrice Clinamen, e “Budapest Swing Lovers“, Edizioni Clandestine; e il romanzo “Cosmo Blues Hotel“, Edizioni Clandestine.
Gestisce il diario di viaggio www.cbh.splinder.com






ho letto con attenzione e
non ho trovato ciò che avevo immaginato ci sarebbe dovuto essere, lì, in qualche via, tra le virgole o i punti, dentro le palatali o chissà ancora dove,nella gola delle gutturali. Quel corpo, quello che hai descritto nella recensione e poi nei primi testi,mi è sfuggito, non ho trovato frontiere e dunque ho pensato che non esisteva quel confine, se non nella nostra testa, dentro i pensieri che elaboriamo, ma in sostanza altro non sono che vento, quello che soffia tra le strade e i vicoli delle città, con le pareti delle case così vicine tra loro che non vedi le impronte del vento che ci scorre, solo quelle della gente.Ma, all’ultimo tratto di strada, eccola la poesia,quella che porti a conclusione, stringere il fuoco dell’attenzione ad una distanza molto ravvicinata e, sulla superficie di quella terra corpo, mostra ciò che avevo pensato di incontrare, s-piega con grazia e cura quanto avevo cercato e ora si trovava lì, fiorito, tra una riga e la seguente, come mani, le mani dell’autore, pronto a stringere le tue. Grazie e congratulazioni all’autore.ferni
Grazie, ferni, della tua attenta lettura.
E’ vero che ognuno legge a modo suo, trasponendo le proprie emozioni e cercando similitudini ai propri pensieri.
A volte mi dico che è ciò che cerchiamo, quello che ci piace in un testo.
cerchiamo e troviamo
uniamo e dividiamo
Ed è comunque difficile raccontare tutto ciò che sentiamo in un testo. E’ sempre una scelta che facciamo, tra le opere e tra le nostre sensazioni/emozioni.
si, e credo che sia questa la bellezza della poesia: permettere ad ognuno di at-tra-versarla in sè.D’altra parte non ci è concesso essere l’altro, non ci è possibile, fonderci, al limite solo confonderci sul fatto che sentiamo nello stesso modo. la poesia con-sente, ma anche lascia lo spazio necessario ad ognuno per potersi avvicinare e restare con agio, tra ogni sua “porta”,ap-erta. Grazie morena,un abbraccio,ferni.
concordo, la poesia è un donare. che poi viene percepito/accettato/”immagazzinato” singolar-mente. differente-mente.
mi è piaciuta soprattutto l’ultima, dove al lavoro di “sottrazione” – di cui parla Morena – si intrecciano dettagli come:
“il mio amore, che ha una punteggiatura a casaccio,”
e
“a volte mi affaccio, annuso il profumo della pioggia
prima del temporale”
e quell’intrecciarsi tra corpo e luoghi conosciuti, tutto ciò mi avvicina un testo all’anima più di tanti equilibrismi di parole
marina
Grazie a Stefano, e Morena che lo riporta qui, versi che raccontano una storia di anima.
Non soltanto tra le città, densamente popolate, e la natura ed idioma riscoperti. Dove, nella prima parte, circola la narratività orizzontale anche nei versi, la prevalenza del predicato (verbale), e nella s econda ricompare il movimento singolo, lirico verticale, che si alza anche in costruzione, tranne poi confidare quel dialetto quegli odori che lo riportano “a casa”
( e : pulita, sinceri, veri, etc. sono le parole che tornano)
Maria Pia Quintavalla
aggettivi che colpiscono, mai a casaccio, come la punteggiatura di quell’amore, e parole che scendono naturali come le gocce di una pioggia che lava e purifica, preparando a nuove partenze, questo è ciò che ho preso da questi testi.
Ognuna di voi (dove sono gli uomini in questi commenti?) legge qualcosa di nuovo nei versi di Lorefice e questo mi piace.
bravo stefano. brava morena.