Mnemosyne. Il mondo visto dalla parte delle radici, di Bianca Madeccia
Aprile 20, 2008 di Bianca Madeccia

Mnemosyne di Aky Vetere, ed. LietoColle, € 10
Mnemosine di Aky Vetere, ovvero, il mondo visto dalla parte delle radici.
Dalla parte delle radici nel senso più immediato ed evidente del termine perché, entrare nella scrittura di Aky Vetere significa aprire una porta sul mondo dei suoi affetti e iniziare un viaggio sentimentale nei luoghi che lo hanno visto felice.
Significa conoscere il figlio, il padre, l’amore e le presenze femminili che hanno abitato e abitano questo spazio ma, soprattutto, significa adottare uno sguardo che divide il mondo in due parti.Quello della vita visibile, della superficie, del qui e ora, legato alla vita mortale, e l’altro, quello orizzontale e invisibile, del sottosuolo, affidato a oscure divinità guardiane della soglia.
Abitare nel primo mondo, quello della superficie, ci fa viaggiare attraverso viali alberati e mulattiere di mare, seguire le contorsioni impossibili degli ulivi, immergere in distese di campi di grano, costeggiare pietraie, ritagliare il profilo delle barche da pesca, respirare la calce dei muri e l’odore dei limoni, conservare nella memoria la folata che alza gli aromi delle erbe semplici, fermare per sempre l’oro del volto della donna amata, il giallo maturo del figlio, incidere nello sguardo il candore della luna piena di una notte d’estate.
Un mondo da percorrere a piccoli passi, trattenendo il respiro, iridescente e fragile perché umano e quindi, mortale.
Poi, arriva il secondo significato dell’essere dalla parte delle radici, che sta nel corpo sprofondato, oramai nera sostanza fermentata nella terra, grave sotto il peso delle foglie, in cui le radici affondano e trovano nutrimento. E qui incontriamo ancora il padre e molteplici divinità telluriche.
E’ qui, dal sottosuolo, dal fiancheggiare la ferita, dal camminare a fianco all’ombra, dalla parola che si nutre di humus terrestre, che il poeta realizza la speranza del ritornare alla vita in altra forma.
Ma anche e soprattutto, dalla parte delle radici perché lo sguardo di Aky Vetere costringe ad abbassare il tiro, a farsi piccoli, a calarsi nella terra per poter alzare i nostri rami fino alla porta dell’universo. La poesia diventa così il ponte di collegamento tra due mondi, una preghiera, un mantra da pronunciare nell’ultimo atto, quando, giunti alla fine, sarà necessario avere le più belle parole pronte sulle labbra affinché ci accompagnino in un nuovo viaggio. Perché è con queste parole che dipingeremo l’addio al mondo.
(Bianca Madeccia)




niente parole, solo due tracce.
http://www.bibliotecabecquer.es/img/ilustraciones/Dibujo25.jpg
http://www.polish-poster.com/wiktor-sadowski-84.jpg
Bianca, deve essere speciale, questo poeta (non ho ancora seguito i links) per delle parole così, per una presentazione così affettuosqa e accurata. E poi la parte finale, quella mi prende ancora di più.
Care Blumy e Ferni, questa è una raccolta segnata da una morte. Un evento che nella vita di questa persona traccia una fatale linea tra il bambino onnipotente e l’essere umano piagato e caduco.
Cosa resta se non l’armonia felice di una notte di luna in un canneto, l’oro del volto del figlio, il volto della donna amata, le piante e gli odori della propria terra, la paura, di non poter-voler riuscire a lasciare dietro di noi nulla se non un mantra, un canto misterioso e assurdo che tracci nell’aria per sempre la mappa di ciò che siamo stati o che abbiamo creduto di essere….
Di solito non amo fare recensioni. Entro nelle parole altrui troppo empaticamente, e ciò, non è bene….
avevo letto alcuni versi attraverso il sito internet di Lietocolle, e avevo sentito quello che poi ho cercato di sintetizzare nelle due immagini: da un lato la migranza,come gesto continuativo che ognuno di noi agisce in sé attraverso le terre e i mezzi della memoria e del de-siderio, facendo rotta verso il cardine e il cardinale, non numerico, che ci ha spostati dall’as-sé, permettendoci di viaggiare ancora dentro un nostro cielo attraverso reami di stelle, nostre luci nella crescita, nell’andare lungo la vita, ma non di fare mai più ritorno in quegli stessi luoghi se non nella perdita degli stessi e nella perdita dei mezzi per raggiungerli, interamente ed integri. Nemmeno la memoria,oltre alla lingua, in fondo, lo garantisce.Tutto è continuamente smosso, non cancellato, ma socchiuso, ormeggiato in altre nostre impronte.Molti di noi hanno avuto modo di muoversi dentro quelle latitudini del deserto o delle grandi paludi, tornando sui propri (?) passi con altro vo(l)to, con altro sguardo, spesso frantumato, ri-composto sul filo di equilibri azzardati, assai in-stabili, di cui si ha, ora, una più concreta consapevolezza. Per questo ho portato il secondo link. Grazie della tua presentazione, un grande abbraccio a entrambi. ferni
Cara Bianca, entrare nelle parole troppo empaticamente significa avere il dono di saper ascoltare. Nel profondo. E quando lo si fa attraverso la scrittura, l’esperienza assume un significato ancora più elevato. Dovresti essere felice di questa tua capacità, che non tutti possiedono e che certamente ti solca fino ad essere una parte di te. Un testo che diventa un altro, il tuo insieme all’Altro…e questo va ben aldilà delle recensioni semplici; questo è dialogo col testo e forse, per qualche arcana ragione, anche con l’intenzione stessa dell’autore. Capita raramente ma quando avviene è certamente molto gratificante. A volte persino doloroso, ma questo fa parte dell’ascolto.
Il libro dev’essere splendido. Lo prenderò di sicuro.
Grazie e un abbraccio,
Alessandra
Ferni, è molto interessante quel che dici sul ‘ritorno’ da terremoti o uragani che fanno sì che non solo il territorio abituato a pensare come ‘nostro’ non sia più riconoscibile come tale, e, necessariamente, lo sguardo (o il volto interno ed esterno) che spesso non coincidono più, perché hanno perso la misura dell’unità.
Sì, sono d’accordo, la consapevolezza è quel che ci salva quasi sempre. L’”orrore”, il dolore, quasi sempre, si presenta con la metafora dell’esplosione, del frammento.
Ale: hai ragione. L’empatia è una gran bella qualità. Ma in alcuni casi va tenuta a bada. Letterariamente, se l’intento è scrivere un pezzo di critica, devi-dovresti mettere dei paletti. Saper ascoltare è un gran talento, ma poi, questo ascolto, va ordinato, ricostruito secondo una visione. Io di solito, parto con la matitina dalla vivisezione dei testi. So tenere l’empatia al palo. Ho avuto ottimi insegnanti.
Sono convinta che abbiano grandi storie da raccontare… 
Però sì, sono una persona empatica. Ora sto provando la comunicazione con i minerali
empatia assoluta tra il mio immaginario e il senso delle radici.. ottimo questo tuo intervento bianca! radici, memoria, storia.. immaginifiche sub visioni per un testo che non conosco ma che prenderò..