Mary O’Donnell

Seguendo verso nord la mia stella polare poetica, ecco in Irlanda m’imbatto nella voce di Mary O’Donnell (che ha vissuto anche in America). “L’onda atlantica”, dalla cui energia Mary O’ Donnell afferma di sentirsi investita mentre scrive, sembra davvero sommergere, lungo questi testi tratti da The Place of miracles, raccolta antologica di new and selected poems (dai suoi primi libri), di recente pubblicazione (Dublino, 2006).
E almeno due dimensioni, tra le infinite del suo mare-umanità, emergono dalle dense e inquiete acque di questa scrittura, tra autobiografia e invenzione poetica: l’elemento materno – ancora una volta il gender, diciamolo pure – e quello, più largo e oggettivabile, dell’insofferenza verso ogni imposizione religiosa, evidentemente legato a esperienze americane dell’autrice. Uno spiazzante urto-metafora, che assimila la sindrome del grembo vuoto al gelo della distesa antartica, è la tormenta che M.O. D. inaspettatamente scatena nel testo per esprimere tutta la frustrazione di una maternità a lungo negata. Pungenti le raffiche- immagini, lungo una partitura in strofe di limpidezza irreale, dove l’amarezza della quotidianità riflessa dalla natura si mescola all’acuzie del desiderio. Poi il miracolo del concepimento si compie e la felicità-stupore si riflette nei testi: in una natura edenica incontaminata splende, centrale, la figura infantile, delineata come entità cosmica, pre-vitale, capace di rispondere al richiamo materno da siderali distanze. Ancora una volta la poesia sa rinnovare il prodigio, trasfigurando il vissuto e rivelando quella misteriosa identità di essenze in cui tre nature appaiono fondersi: la natura terrestre, dello sfolgorìo vegetale, quella umana, dell’innocenza bambina, quella galattica, che permea e dialoga per quanti di luce.
Mary O’Donnell sorprende anche per la capacità di mutare registro, per l’ironia teatrale che accompagna la figura di un Lucifero sbronzo, straordinaria metafora, ribelle e irridente, della pura passione del vivere al di là di schemi consunti.
Annamaria Ferramosca
Antartide
Io non so cose che altre donne sanno.
Desidero i loro bambini; armadi
stipati di azzurro o rosa, scarpine
dai merletti di schiuma per il cucciolo
che le fa sanguinare.
La loro serenità decanta come
la marea sulle rive di un’isola –
culla conchiglie perlifere, segrete
fronde sapienti, certezze.
Il loro ventre una provocazione.
Io non so cose che altre donne sanno.
Seni in attesa del cucciolo.
Io voglio – resa pazza
da rovinose lune, la falsa profezia
del formicolio in petto, dell’addome turgido.
Antartide: procellarie sospese in volo;
acque pietrificate da bave di vento:
qui non guizzano piccoli pesci.
Il mio viso sotto le pieghe del lenzuolo.
Sangue che cola, ancora.
“Ma tu sei libera”, gridano,
“Non hai un bambino”- acredine
di donne innestate come giovani salici,
costrette anzitempo. In Antartide,
con chi spartirò questa libertà?
Figlia
Per anni le ho lanciato richiami
attraverso lunghe distanze,
sentendola librarsi in volo
al di là di demotiche vie,
la polvere estiva,
le piogge oblique.
Le ho lanciato richiami
per miglia, attraverso i campi,
credendo di scorgerla
nell’erba fradicia,
o accanto a un papavero
nell’avena brillante.
Ora si mette in viaggio
da qualche selvaggia galassia:
si avvicina mentre dormo,
facendo prove di scintillio stellare,
notti d’anima vuota.
Le ho lanciato richiami a farsi umana.
Ora lei arriva.
Promemoria per Dio nella Baia di Chesapeake
4 ottobre 1991, nove del mattino,
la luce del sole cesella il mondo
in forma di bosco autunnale, acqua,
città lontane, fumanti.
Plano proprio sul paradiso
nei voli di routine dei giorni feriali -
io, il Tuo nemico –
con le mie ali turbinose dispiegate al massimo
su tutto ciò che è terrestre e proibito;
quel lungo corso d’acqua diretto a nord,
infiocchettato di una fila
di graziosi yacht da week-end
alla ricerca del tesoro
a sud di Baltimora
(tutti gli Indiani sono morti, come Tu sai,
e nel Tuo nome).
Ma dimmi perchè – siccome
sostengo il libero arbitrio –
sono io il reietto che sta ad ascoltare, guardare,
ammirare – io, Tuo pari – lasciato
a nascondersi tra centri commerciali, metropolitane,
o a planare su demotiche fogne
(come un pervertito) fingendo
di essere quel che non sono?
Il corpo mi prude sotto questo vestito,
straziato dal sudiciume.
Dicono che mio fratello,
l’Arcangelo Michele, ad ogni Pasqua
riceve una nuova spada e uno scudo,
mentre io marcisco tra inferno e paradiso,
torturato, in vecchi stracci di bronzo
come un celestiale ubriacone!
Cosa buffa, però. Oggi alla
Baia di Chesapeake ho saputo che nella scelta
tra noi non c’è gran differenza. Il peccato è
che tu non possa ammetterlo – giocando
lassù al Grande Personaggio, al Dio del Popolo.
Ma io sono cresciuto e mi sono mescolato,
ho imparato il contatto umano,
baciato bambini, soppesato le loro madri
con sguardo angelico, poi mi sono ubriacato
coi loro padri.
Quei tipi si sentono così a loro agio con me!
Che ne dici di fare una chiacchiera
a pranzo, domani pomeriggio,
all’aereoporto di Baltimora?
(Sarò alla torre di controllo.)
Saluti alla famiglia,
Lucifero.
traduzione di Anamaría Crowe Serrano & Annamaria Ferramosca
da Mary O’Donnell, The Place of miracles, New Islands, Dublin, 2005
- dall’articolo pubblicato su Le voci della luna, n.40, marzo 2008 -





Una mamma, che conosce solo l’alfabeto del cuore, che cesella parole con la cultura dell’amore, ieri ha scritto le parole più belle che potessi leggere.
..il sole nel cuore anche a fronte di una giornata buia perché luce sfolgorante è nella figlia.
Affinità, emozioni che avvolgono.
Queste stupende poesie sono poesie di una poetessa_mamma, una poetessa che conosce patemi e gioie, di una maternità negata, e poi realizzata.
Una dolcezza infinita, uno struggimento che mi tocca.
Un grazie di cuore per le traduzioni, che ci hanno avvicinato, nella nostra lingua, a sensazioni coinvolgenti.
La mia preferita resta “Antartide”, i cui primi quattro versi sono di una bellezza indicibile, mi hanno commosso ..io credo alla Vita ( nascita … )
Un abbraccio ad Annamaria
Rina
Aprono orizzonti , non solo nordici, queste poesie pur trattando della maternità. IL canto si libera alto in varie sfaccettature. Decisamente mi piace. Sandra
bellissime liriche che esprimono, la prima, l’universo femminile umiliato a lungo dalla negata maternità che si identifica col freddo e l’aridità polare; la seconda l’attesa struggente di quella figlia tanto desiderata; e l’ultima, il soprannaturale, il trascendente, Dio e Lucifero, con una ironia che disarma…bellissima scelta e bellissima traduzione
un abbraccio
gisella
Bellissima e interessante proposta, Annamaria. Tutte e tre sono splendide per ragioni differenti. Non saprei dire quale preferisco ma di sicuro approfondirò la conoscenza di Mary O’Donnell, grazie a te.
Un abbraccio cara,
Alessandra
a rina (che ringrazio anche per il suo generoso aiuto telematico), sandra e gisella e alessandra soffermate su mary: sento che avete provato le stesse emozioni che io ho provato, appena mi sono accostata a questa scrittura e questa è davvero la sua bellezza, farci riconoscere tutte in quella forza femminile primordiale, in quell’urlo silenzioso e lancinante di natura. nel mistero -cosmico- della vita di cui siamo portatrici.
questa scrittura potrebbe sembrare semplice, ma è abissalmente profonda, come rivela anche la capacità di mary di immedesimarsi nel lucifero metafora di ribellione alle protervie consolidate. ma ancora tantissima densità si scopre negli altri testi dalle sue raccolte.
Vi farò sapre quando Mary verrà in italia…
annamaria
ecco, questa senza dubbio alcuno, ha una radice che è solo femmina, una femmina antica e remota, lunga generazioni di animali e piante e rocce e acque, dai gorghi della galassia alla vertigine della sofferenza:sempre e solo femmina e mina se stessa e brilla di una luce che taglia e ricuce la tela di schiuma con la lingua. La forza di tanta passione e miracolosa veglia non poteva che dare una soluzione come quella cantata con così ampia e profonda gioia, trattenuta fino al guizzo dentro la propria conchiglia.Grazie Annamaria, cercherò anche lei, sicuramente.ferni
la tua adesione e sempre immaginosa espansione della parola, ferni, gratificherà mary di sicuro, come le parole delle altre belle che ti hanno preceduta.
sentire la radice femmina di cui tu parli è avvertire il magma misterioso da cui proveniamo. sono sicura che anche nei semplici diari , come quelli che stiamo scrivendo si sentiranno queste arcane radici che attraversano i meridiani del corpo e dello spazio. la scrittura di mary è davvero un diario di sensazioni vergini che va oltre il quotidiano, connette con l’oltre, pure sorridendo dei massimi sistemi. grazie a te
annamaria
Grazie, cara Annamaria, per la conoscenza di questa interessantissima poetessa. Mi piace il suo graffio ribelle, l’ironia dolente, il respiro ampio ecc. ecc.
Insomma, d’ottimo livello. Complimenti a te e a lei.
un abbraccio
lucetta
confermo l’impressione avuta leggendola tempo fa anche se non posso dire di conoscerla..ottima poeta! grazie annamaria..
a lucetta : ma lo sai che ho avvertito delle forti vicinanze tra la tua scrittura e quella di Mary? ricordo quel tuo testo sul possibile pensare animale, un che di cosmico in analogia…
a roberto : altro input ispirativo per le tue forme, immagino.
ciao,cari
Si, me la sento piuttosto vicina.
Ma devo anche complimentarmi con te per la bellissima traduzione!
un abbraccio
lucetta