LA BELLE EPOQUE

2008 Aprile 3
by marinaraccanelli

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La Belle Epoque
Arte in Italia 1880 – 1915
10 Febbraio 2008
13 Luglio 2008

Palazzo Roverella, via Laurenti, Rovigo

Rovigo, piccola città veneta fra il Po e l’Adige ai confini con l’Emilia, non è poi tanto lontana dal Delta del Po: i tipici piatti rodigini sono quelli delle lagune e delle paludi, il risotto con fondo d’anguilla, la minestra di fagioli al “magasso”, che poi è un’anatra di palude.
Nell’immaginario rozzo ed approssimativo di molti veneti e romagnoli, Rovigo è ancora la città povera e sonnacchiosa, che forse era prima dello sviluppo agricolo ed industriale del secondo dopoguerra – quando del resto eravamo tutti più poveri e più lenti di oggi. Ma Rovigo, al di là del mutato scenario socio-economico, non è comunque città da sottovalutare: ci sono le torri medievali, un loggiato cinquecentesco e una ricca stagione teatrale; poi c’è la Pinacoteca dei Concordi e Palazzo Roverella, restaurato da un paio d’anni e sede di interessanti esposizioni, dove si accoglie il visitatore come un ospite e non come un pollo da spennare, come purtroppo avviene, talvolta, nelle gallerie di città “ad alto tasso turistico”.
Qui la signorina che stacca il biglietto ti sorride ed è pronta a fornirti notizie sui pittori esposti; quando esci, ti domanda cortesemente: le è piaciuta, la mostra?
L’anno scorso, ho conosciuto qui un pittore rodigino attivo soprattutto nei primi decenni del Novecento, di cui ignoravo l’esistenza, Mario Cavaglieri: un geniaccio tra il liberty e una personale anarchia pittorica dai colori selvaggiamente aggrovigliati.
Quest’anno, tocca alla “Belle Epoque – arte in Italia 1880-1915″; riporto uno stralcio dalla presentazione della mostra stessa:

“La Belle Epoque”: poco meno di quarant’anni di storia europea connotati da un tumultuoso sviluppo, da una incrollabile fede nel progresso, dalla spensieratezza e da…tante, belle donne.
….
Tutto sembrava permesso e possibile. Denaro e ottimismo parevano destinati a non finire mai…
Euforia e frivolezza dominavano, anche se sotto la superficie serpeggiavano i virus di un malessere che sfociò nel dramma della Grande Guerra.
L’arte seppe farsi specchio di questi tempi. Registrando il trionfo del “beau monde”, un Paradiso in terra apparentemente inesauribile, minato, o forse solo sottolineato, dai più diversi eccessi.
Così in Francia, ma anche in Italia…Boldini, De Nittis, Zandomeneghi, Corcos, Gioli, Mariani e Chini vivendo tra l’una e l’altra capitale mutuarono l’allure parigina coniugandola ai fermenti italiani.
Altri artisti, da Casorati, Mancini, Innocenti, Bonzagni, Bocchi sino allo stesso Cavaglieri, hanno reso eterni quei momenti, quei protagonisti, quelle atmosfere.
Proprio dell’arte in Italia tra 1880 e 1915 darà conto, per la prima volta in modo veramente compiuto, la grande rassegna che aprirà i battenti il 10 febbraio 2008 a Palazzo Roverella di Rovigo. …
La mostra concentrerà a Palazzo Roverella circa 130 dipinti e una ventina di affiches. Per raccontare, lungo il fil rouge del ritratto femminile, ma non solo, le mode e le pose, le pause dell’intimità e della ricreazione, i momenti pubblici con le escursioni al parco o alle riviere, le promenade e i rendez-vous, le sfilate di moda, le gite al lago o al mare, la vita notturna nei teatri e nei tabarin, i veglioni, i casinò, le passeggiate a cavallo, i riti mondani, le galanterie ma anche i vizi e gli eccessi di quest’epoca.
Al centro sempre lei, la donna. Tra vanità e seduzione, tra l’autoreferenzialità del lusso, fantasie e vanità senza freno e gli estremi dell’alcol e della morfina…
Alla divulgazione e alla formazione di miti e modelli provvedevano gli affichistes, in primis quel Leonetto Cappiello che come pochi altri seppe connotare la pubblicità di quegli “anni belli”.
Quei colorati cartelloni per molti rappresentavano l’irragiungibilità di un miraggio, per altri la certezza dell’oggi.
All’orizzonte, tensioni sociali, scontenti, rivolgimenti che portarono a offuscare le melodie delle orchestre con il cupo rombo dei cannoni.”

Dopo aver visitato “L’arte delle donne” al palazzo Reale di Milano, ho scoperto in questa mostra di Rovigo interessanti affinità e contrasti: a Milano, donne attive nell’arte in prima persona; a Rovigo, nuovamente donne protagoniste, anche se in modo più tradizionale. Tuttavia, neppure qui possiamo dire che si limitano al ruolo antico di “muse ispiratrici”; lo sguardo dei pittori le segue nelle più svariate attività e nei più diversi atteggiamenti – questa attrazione costante svela un ruolo non solo decorativo della donna a cavallo tra i due secoli.
Qui possiamo vedere la “donna fatale”, che si ostenta all’uomo secondo parametri estetici voluttuosi, passiva dentro una scenografia teatrale; ma questo stesso prototipo di donna sa anche imporsi come dominatrice, sa “costruirsi”, in un gioco di ruoli difficilmente districabile.

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Inoltre, in questi quadri vediamo anche donne che inforcano la bicicletta, guidano calessini a gran velocità, leggono libri e giornali, vanno al caffè, discutono con il pittore nel suo studio, riflettono intensamente sotto la veletta leggera…di tante altre battaglie e conquiste femminili in questo periodo, non possiamo chiedere il resoconto a questi artisti dell’attimo fuggente, ma, rendendo a Cesare ciò che è di Cesare, bisogna riconoscere che sono dei “signori pittori”!
Non hanno niente da invidiare ai loro più famosi colleghi d’oltralpe, a parte il fatto di non essere arrivati sempre primi nell’agone della fama e dell’originalità: padroni di una tecnica superiore nell’olio e nel pastello (arte sopraffina che tocca i vertici anche in Renoir e Monet, con un turbinio di tinte dall’intensità pari e dalla morbidezza superiore a quella dell’olio); pittori tutt’altro che provinciali, il cui occhio sa cogliere ogni vibrazione dell’aria nei paesaggi e della psiche nei ritratti.
Sensibili anche all’ambiente sociale.
La mostra si apre con una serie favolosa di ritratti femminili: De Nittis, Boldini, Corcos – ombre e luci negli abiti e sui volti, sguardi intensamente pensierosi. Il ferrarese Boldini ebbe larga fama in Francia e in Europa, fu meno capito in Italia; pur essendo un ritrattista del bel mondo, si permetteva una pennellata caotica, ben oltre l’impressionismo. Le sue dame hanno abiti che a volte sembrano esplodere di una forza centrifuga: in tal caso, solo il volto – aristocratico, allungato – è riconoscibile al centro del quadro, con suggestivo effetto di non finito. L’urto nervoso di Boldini frantuma i salotti eleganti, polverizza e fa sparire le sale da ballo.
Vittorio Corcos, non lo conoscevo neppure, qui ho avuto modo di apprezzare i suoi bellissimi ritratti, ma soprattutto ho trovato sconvolgente la sua “Morfinomane”, del 1899: le braccia abbandonate sull’ampio abito nero, un divano giallo acido alle spalle e una pelle d’orso ai piedi, simbolo forse della bestia che la possiede, ha un sguardo pungente e perso, allucinato. I suoi occhi neri, al centro del quadro, sono una porta, aperta un attimo e subito sbarrata, sulle sue divoranti ossessioni.

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Alcuni grandi ritratti di famiglia sembrano un inno alla solidità borghese; eppure, qualcosa di assente nei volti delle donne, di annoiato nei visetti dei bambini, fa intuire che il pittore non si ferma all’apparenza.
L’esposizione prosegue poi per grandi temi: la vita sociale nei caffè e in villeggiatura, le passeggiate a cavallo, le chiacchierate nei giardini, l’uscita dal teatro, la vita domestica negli interni, alcuni dei quali semplici e modesti, il mito della “femme fatale”; una deliziosa stanza è dedicata ai colori: donne vestite di rosso su fondo cremisi, di nero su fondo verde fosforescente, di viola, di arancio, con occhi più verdi del gatto che hanno in braccio…
Impossibile soffermarsi su tutti questi personaggi, dietro i quali s’intuisce il fermento di una vita vissuta tra miti e riti sociali, ma anche tra inquieti stimoli intellettuali.
Il quadro che fornisce materia alla locandina della mostra, può essere un esempio-simbolo: “Mondanità” di Aroldo Bonzaghi, del 1910. All’uscita dal teatro, una folla di personaggi vestiti all’ultima moda avanza con piglio quasi truce sopra un tappeto rosso cupo; la visuale è dal basso all’alto, lo spazio per il cielo è divorato dall’assieparsi di volti senza sguardo, le donne con pellicce gonne corte occhi bistrati, gli uomini in monocolo e cilindro. Turba conquistatrice per abitudine, interiormente già svuotata e sconfitta. Il loro compatto avanzare ricorda, per contrasto, “Il quarto stato” di Pellizza da Volpedo.
La stilizzazione del disegno e la qualità pittorica sono finissime; il tocco in più è dato da un viraggio appena percettibile, ma deciso, verso l’ironia e il grottesco, che si coglie nei sorrisi tirati, nell’inarcarsi delle sopracciglia.
Più avanti, un’intera stanza può essere emblematica del clima sotteso a questa mostra, della sua temperatura pittorica e sociale; qui, nel semicerchio delle pareti, possiamo ammirare un campionario di donne, al centro delle quali è posta “La femme” di Giacomo Grosso (1895), trionfale nel suo abito sontuoso, di seta bianca pesante e lucida, con un albero d’oro alle spalle e piccole rose che le rotolano ai piedi. Un trionfo tutto “di rappresentanza”, il suo; il viso appare un po’ spento, quasi fosse sopraffatta dal suo ruolo.

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Alla sua destra, Margherita Gautier di Eugenio Scomparini (1890) è invece la malata e la sconfitta, distrutta nel viso segnato e nella posa stanca, vittoriosa però nella sua determinazione ad accettare il proprio destino – e lo fa con stile, si appresta a morire in elegante deshabillé, tra cuscini ricamati e tappezzerie multicolori. A sinistra della “femme”, per contrasto, “La gioia di vivere” di G.Grosso: una ragazza sorridente inarca il busto nudo, esibendo con orgoglio innocente il seno sodo, perfetto. Certamente una semplice modella, non una dama del bel mondo; la più spontanea e felice del gruppo.
Un rapido sguardo all’intorno coglie una matura signora, che si sporge verso i visitatori con una smorfia un po’ volgare sulla bocca e un pomposo abito verde scuro; dall’altro lato, distesa in abito bianco, un’adolescente gioca a fare la sirena, lo sguardo è quello di una bambina ma la posa e l’abbigliamento rivelano la sua triste sorte di piccola prostituta. Anche questa una piaga dell’epoca.
Sul piano stilistico, appare molto originale la tecnica pittorica di Giuseppe Cominetti, che rappresenta le persone in movimento (”Il can can”, “Il gioco del volano”) con uno sfarfallio di pennellate in bilico tra il divisionismo e l’astrazione; bisogna tener conto che Cominetti è contemporaneo, ormai, al futurismo.
L’esposizione si chiude con una divertente ed istruttiva carrellata sull’invenzione della grafica nella Belle Epoque, che coincide poi con le origini del moderno manifesto pubblicitario: Carpanetto, Villa, Cappiello, le prime pubblicità Fiat, Campari, i grandi magazzini Mele; biciclette, assenzio e “latte maternizzato”. Qui i colori a contrasto , le linee curvilinee o spigolose, le sagome sintetiche e sorprendenti catturano lo sguardo. Questa è arte, o comunque artigianato di qualità: niente a che vedere con l’indistinta melassa pubblicitaria di oggi, dalla quale ben poco emerge ed il cattivo gusto conquista ogni giorno nuove posizioni.

http://www.palazzoroverella.com/mostra.php#

 

 

4 Responses leave one →
  1. 2008 Aprile 3
    fernirosso permalink

    Marina ti aspetto.Devo portarci i miei allievi del terzo anno: mi fai da guida?Bellissima mostra, relativamente alle opere, anche quella di Cavaglieri, anche se, per me, la prossimità di opere di così grande formato, sono di dimensioni notevoli i quadri del pittore, non ha contribuito a darne una migliore e più appetibile visibilità. Sono state spesso compresse, dentro i locali del Roverella, che, tra l’altro, con quella mostra, voleva ricordare l’allestimento di carlo Scarpa, che fu il primo a studiare e a proporre quelle sale per i quadri di Cavaglieri.
    La cosa bella di quella visita, una sorpresa per me, fu l’incontro con un mio ex allievo, una bellissima mente, che ci fece da guida, discutendo con me e gli studenti che accompagnavo, le sue tesi sulle opere e l’allestimento. Aveva vinto da poco il concorso per una borsa di studio a Roma, al Museo d’arte Moderna, come assistente alla direzione, una gioia sentirlo esporre e ricordarsi ancora delle nostre …divagazioni in lungo e in largo nel mare dell’arte.Grazie Marina, davvero una bellissima visita.ferni

  2. 2008 Aprile 4

    sì, ferni, è vero, talora i quadri – e non solo qui – risultano difficilmente visibili alla distanza giusta: esempio massimo le strette sale nel palazzo dei carraresi a Treviso, mentre a Brescia e Mantova ci sono sedi espositive con spazi grandiosi…
    sono felice che tu abbia apprezzato la mia visita – anche a me cavaglieri era piaciuto moltissimo – le mie non sono visite “professionali” perchè non ho alcun titolo o studio accademico nel campo, mi baso solamente sulla mia esperienza visiva e sul mio gusto personale, quindi non credo che potrei essere per i tuoi alunni miglior guida di quanto non possa essere tu stessa:-)
    certo, potrei così avere il piacere di conoscerti, ma sono sicura che, con i tuoi allievi, sai meglio comunicare tu:-)
    un caro saluto
    marina

  3. 2008 Aprile 5
    fernirosso permalink

    a me piace pensare che sarebbe davvero bello che la tua PASSIONE fosse la guida per tanti ragazzi che, avendo gratis chi indica loro i percorsi, non cercano nella propria gioia, perchè di questo credo si tratti, la via che muova i loro passi. Ciao Marina, grazie ancora dei dialoghi che sempre mi concedi. Un abbraccio,ferni

  4. 2008 Aprile 5

    sarebbe bello, ferni! ma ho qualche intoppo molto concreto, anche banale se vuoi, nella mia vita quotidiana specie in questo periodo…perciò, non voglio illuderti:-)
    grazie a te per il dialogo, che latita un po’ da parte di altri in questi giorni – avranno anche loro i propri intoppi, immagino:-)
    ciao
    marina

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