
Ci sono nell’uomo un fermento, una tensione che lo portano ad immergersi dentro se stesso, a frugarsi per trovare le risposte alle mille domande senza risposta. Quest’introiezione è sorella gemella dello sporgersi all’esterno di sé, senza che vi sia contraddizione tra i due momenti, in una tensione opposta e complementare alla prima, perché le risposte che ci diamo non bastano e allora le cerchiamo fuori di noi, al centro della vita, in un rapporto continuo con le altre esistenze.
Ci hanno insegnato che esiste un’entità suprema che ci ha pensati e poi espulsi dalla propria testa per darci una vita autonoma, un po’ come fu per Minerva che nacque dalla testa di Giove.
Ma è pure un’esigenza umana quella di proiettare al di fuori di sè, più in alto di noi, un Grande Padre che ci prenda per mano nel difficile cammino terreno.
E poi ci domandiamo perché questa vita, perché il dolore che l’accompagna, perché la morte.
Non abbiamo risposte sufficienti o sufficientemente accettabili.
Così nasce l’inquietudine, il mettere in discussione le cose che ci sono state insegnate, questo Padre mai troppo presente che sembra disinteressarsi affatto di noi; quest’esistenza piena di ostacoli e di cadute, di umiliazioni e di buio, di malattie del corpo e della mente e di una tensione verso qualcosa che non ha nome, ma che ci rende inquieti. Se quest’inquietudine fosse improduttiva e si nutrisse solo di se stessa, l’uomo probabilmente impazzirebbe. Qualcuno trova rifugio nel misticismo, la maggior parte si rassegna un po’ e non si pone più troppe domande . Molti ricevono una grande consolazione nell’esercizio della musica, della poesia, della pittura; o, anche , delle scienze filosofiche o matematiche.
Ma gli spiriti più inquieti non trovano conforto nemmeno tra le braccia dell’arte. Cesare Pavese, Vincent Van Gogh, Silvia Plath posero fine alla loro inquietudine esistenziale uccidendosi.
Vi sono creature non sufficientemente protette di fronte agli attacchi della vita, per le quali l’arte è una bella stanza angusta da cui si può uscire per immergersi nel Grande Nulla, il cui abbraccio cancella tutto e tutto dissolve. Così sono attratte irresistibilmente dalla morte che le lusinga con voce di sirena : ‘Verrà la morte e avrà i tuoi occhi’ …, scriveva Cesare Pavese, e si lasciò ammaliare da quegli occhi di buio.
E l’inquietudine, piena di domande senza risposta o di risposte insoddisfacenti, ci guarda fissa dalle tele di Schiele e da quelle di Magritte e risuona nei versi di Baudelaire e nella musica dolcissima di Schumann .






L’inquietudine è compagna dell’arte. Non può esistere artista che non senta dentro sé questi fremiti e non si ponga domande. E’ una tensione interiore che spinge per uscire e sublimarsi nelle parole, nel caso di Pavese – che amo moltissimo, anche per quel verso e per quel suo essere ‘indifeso’ – o in tele e colori per Magritte…
Ma l’inquietudine è anche compagna dell’uomo in quanto tale, con tutti i dubbi e le tensioni che sempre ci accompagnano.
Trovare le armi per accettare che non ci sono risposte, a volte è lavoro di una vita.
Bellissimo argomento, Blumy. Brava.
Un testo che prediligo, tra quelli di Pessoa, è Il libro dell’inquietudine, poi bisognerebbe aggiungere Il libro d’ore di Rilke, Il libro delle interrogazioni di Jabes, In memoriam di Cioran e potrebbe anche bastare, per il momento, prima di affondare dentro l’os-sessione del mondo, del percepire il mondo e rendersi conto che ciò che sfugge è la dannazione contro cui l’uomo si è battuto e si batte con forza sempre impari e consapevolmente, motivo per il quale il rischio di preferire la fine, ad un mancato progredire nella conoscenza, si fa sempre più tangibile, sempre più auspicabile, poichè, in qualche modo, conferisce all’uomo un potere che altrimenti non avrebbe, mai.
Sempre insoddisfacente, come tu concludi, ogni risposta, persino ogni domanda.
C’è un mondo
dentro al mondo
dentro di noi che siamo immensi
e si moltiplica di universo in universo
senza mai avere
una linea di confine
senza mai e senza dove
senza quando
senza arrivi solo partenze.
C’è un mondo così minuto dentro l’attimo
intenso quanto un millennio e inconsistente quanto un soffio
d’aria
Grazie, Blumy, un bell’alverare questo tuo luogo.Grazie, ferni
“Non amiamo mai nessuno. Amiamo solamente l’idea che ci facciamo di qualcuno. E’ un nostro concetto (insomma, noi stessi) che amiamo. Questo discorso vale per tutta la gamma dell’amore. Nell’amore sessuale cerchiamo il nostro piacere ottenuto attraverso un corpo estraneo. Nell’amore che non è quello sessuale cerchiamo un nostro piacere ottenuto attraverso un’idea nostra. (…) Perfino l’arte, nella quale si realizza la conoscenza di noi stessi, è una forma di ignoranza. Due persone dicono reciprocamente “ti amo”, o lo pensano, e ciascuno vuol dire una cosa diversa, una vita diversa, perfino forse un colore diverso o un aroma diverso, nella somma astratta di impressioni che costituisce l’attività dell’anima. Oggi sono lucido come se non esistessi. Il mio pensiero è evidente come uno scheletro, senza gli stracci carnali dell’illusione di esprimere. E queste considerazioni non sono nate da niente: o almeno da nessuna cosa per lo meno che sieda nella platea della mia coscienza. (…) Vivere è non pensare”
[Pessoa, Il libro dell'inquietudine]
Questo passo mi viene in mente leggendo le righe di Blumy e i commenti di Morena e Ferni, in particolare nel richiamo di Pessoa. Il suo libro dell’inquietudine, ha ragione Ferni, è splendido a riguardo. Riesce a descrivere benissimo quello stato di strisciante inadeguatezza nei confronti del reale. Ci riesce anche meglio di Sartre e del suo Roquentin. E tu Blumy, cogli i tratti essenziali di una serie di tradizioni e di punti nodali a riguardo. Pavese, con “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” lo lessi insieme (fortunatamente, per me) al Mito di Sisifo di Albert Camus. Forse l’inquietudine vera è quella dell’inizio, quella dello scegliere il divorzio. Quando l’inquietudine si manifesta in quel divorzio tra noi e la nostra stessa vita, allora sì che diventa fecondo e permane come sentimento dell’assurdo. L’assurdo in-vita. Una molla incredibile per procedere, sì.
Un ottimo argomento che tratti con grande passione. Brava, Blumy. Un abbraccio, Alessandra
Ciao Blumy carissima
come picolo contributo al discorso sull’inquietudine vorrei ricordare la raccolta poetica di Adriano Sansa, significativamente intitolata, “Il dono dell’inquietudine” e da me recensita su VDBD diversi mesi fa
Ne riporto il link (spero sia clickabile):
Un caro saluto
Antonio
http://viadellebelledonne.wordpress.com/2007/10/26/adriano-sansa-il-dono-dellinquietudine-di-antonio-fiori/
l’arte non esisterebbe neppure senza l’inquietudine, quella vera e profonda, ma forse, senza almeno un pizzico d’inquietudine, nessun essere umano può provare empatia, compassione si sè e degli altri, e forse non è veramente uomo…
“Vi sono creature non sufficientemente protette di fronte agli attacchi della vita, per le quali l’arte è una bella stanza angusta da cui si può uscire per immergersi nel Grande Nulla, il cui abbraccio cancella tutto e tutto dissolve. Così sono attratte irresistibilmente dalla morte che le lusinga con voce di sirena : ‘Verrà la morte e avrà i tuoi occhi’ …, scriveva Cesare Pavese, e si lasciò ammaliare da quegli occhi di buio.”
Ne parli da persona che ha fissato spesso “quegli occhi di buio”, ha intinto la sua anima e la sua penna in quel colore
marina
P.S. bellissima l’immagine!
un altro autore per cui vado letteralmente pazza è Saenz. Jaime Saenz scrive, poco prima di morire, Un testo su cui sostare lungamente, aprendosi completamente, non alla visionarietà ma all’accoglienza di tutto ciò che non ha nemmeno un nome e sta dentro altri, uomini come noi, di cui nessuno vuol sapere, di cui nessuno dice se non per profitto, di tutto ciò che è sommerso, compresa la morte, in noi fin dalla nascita, addirittura prima che nascessimo, in chi ci ha generati, morte che ci precede, sempre.
“Io sono il corpo che ti abita, e sono qui, nell’oscurità, e ti dolgo, e ti vivo, e ti muoio. / Ma non sono il tuo corpo. Io sono la notte”.
Sono separato da me stesso dalla distanza in cui mi trovo;
il morto è separato dalla morte da una grande distanza.
Penso di percorrere questa distanza riposando da qualche parte.
Di spalle alla dimora del desiderio,
senza muovermi dal mio posto – di fronte alla porta chiusa,
con una luce d’inverno al mio fianco.
da meditare, non ti pare?
grazie a Morena, a ferni, ad Alessandra, ad Antonio, a Marina, tutti bellissimi lettori del mio breve pensiero. grazie per gli apporti dati ad un argomento-stato d’animo che fa parte dell’essere umano e, ancora di più, dell’artista. è un argomento che mi interessa a fondo anche se l’ho trattato in maniera superficiale e frettolosa e cercherò i libri che mi avete suggerito, che non ho letto.
io non sono attratta dalla morte, Marina, come qualcosa di salvifico, come quella fata Morgana che gli aspiranti suicidi guardano con un desiderio di possesso reciproco.
ne sono attratta come sono attratta da tutto ciò che va oltre la nostra capacità di pensiero, ne sono attratta come sono attratta dalla pazzia, dal genio, dall’arte. e dalla bellezza.
l’immagine è un quadro di Magritte, Marina. penso che tu sappia perchè magritte dipingeva i suoi personaggi con il viso coperto da un lenzuolo.
ho il libro di Jaime Saenz, ferni, ma mi manca il libro di Rilke, quello di Pessoa e gli altri citati.
il primo da cercare è, forse, Rilke, perchè ho una speciale adorazione per questo poeta così spirituale.
Il libro dell’inquietudine di Pessoa lo tengo sul comodino quasi servisse a placare l’inquietudine di cui tu parli e che ci accompagna quotidianamente per motivi diversi. Penso che sia una condizione molto comune nella nostra epoca dove le certezze non sono rette da grossi pilastri. Bisogna cercare dentro di noi un centro e andare dove vediamo una Luce o percepiamo una Voce anche se fioca. Un abbraccio Sandra
c’è un passo di quel libro che, ogni volta, mi mette davvero i brividi. Parla della distanza che si raggiunge da se stessi, moltiplicandosi.E la moltiplicazione è ogni nostro movimento verso l’altruità che è in noi, non solo negli altri. Percorrerla in assoluta solitudine, forse, sotto il sole della propria lente può trasformare questa in un attrezzo che incendia il ponte, là dove avevamo lasciato ogni nostro io, in attesa di trovare la moltitudine dei suoi dire.
Mi spiace che tu abiti così lontana, te li presterei tutti, anche se, i miei libri, sono una folla di segni e scritture, addirittura con fogli allegati al testo.
Si, Saenz è notevole, e oscuro, profondo come un respiro ma non respirabile in fretta.Ciao Blumy,un bacio,ferni.
Un tema che mi tocca molto, perché l’inquietudine mi accompagna da sempre. Penso sia connaturata alla condizione esistenziale e legata comunque all’indole e alla sensibilità di ciascuno…I valori in cui crediamo, tra cui l’arte e la letteratura, la sublimano, senza eliminarla…
un caro saluto
Gisella
Mi è piaciuto, Blumy, il tuo riflettere a voce alta, perché è un parlare sorretto dalla ragione, ma nello stesso tempo rimanda a ciò che è indecifrabile, a tutto ciò che è oscuro e ci appartiene o ci sta davanti, che ci affascina e ci costringe alla condizione di erranti, in perenne ricerca di senso.
oh, immagino, Sandra. spesso teniamo sul comodino (io per terra accanto al letto) i libri che amiamo di più, i nostri vangeli. a volte basta leggerne alcune righe per sentirci acquietati un po’.
percepisco in te, ferni, un animo in continuo divenire, in movimento perenne; sei una persona dalle mille attività, capace di penetrare gli argomenti più profondi e più oscuri, vitale e intelligentissima, attenta a tutto e affamata di tutto.
una che non invecchierà mai.
si, gisy, è connaturata alla condizione esistenziale, anche se in molte persone è più accentuata che in altre, mentre alcune, pochissime, credo, posseggono un’inspiegabile serenità al di là e al di sopra dell’insostenibile pesantezza dell’essere.
era proprio un riflettere a voce alta, Donatella, e poi buttare giù con la penna su un foglio trovato in mezzo alle altre carte, su un argomento che sarebbe stato effettivamente molto più lungo e articolato se, nel momento in cui l’ho scritto, avessi avuto, come adesso, degli interlocutori.
Cara Blumy
la tua è una tematica profonda
che ci accompagna un pò tutti
in questa bizzarra esistenza.
Mi sarebbe piaciuto discutere con te
personalmente.Sai l’argomento
suscita in me una grande curiosità
e avrei voluto porti delle domande.
In mancanza di questo, leggero Pessoa!
Un abbraccio
Josè
grande equilibrio concettuale nel tuo brano, Blumy. Interrogativi taglienti come un bisturi e, ovviamente, inquietudine per l’irresoluzione, per la mancata sintesi. Che è poi il tratto che ci rende veramente umani, con buona pace dei retaggi hegeliani duri a morire. Non uno scritto di “saggezza”, chiaro, ché Kant ci insegna ad aborrirla; ma una grande autodeterminazione del pensiero, come vogliono i numi tutelari, Giordano Bruno e Spinoza.
Felicitazioni.
mirko
un caro saluto a Josè e all’attento, affettuoso Mirko.
Blumy
Blumy cara,
adoro la tua disarmante semplicità – profondità: le vere domande di fondo, le vere domande esistenziali assomigliano a quelle di un bambino-così imbarazzanti appunto perché vere. Restano da sempre sospese per aria, senza risposta, ognuno prova ad affontarle e ad aggirarle come può, come con una bestia feroce che, secondo i momenti e gli umori,può farsi addomesticare. Nessuno possiede la ricetta per curare l’inquietudine.Gli artisti, poi, la provano in modo assoluto, altrimenti non si affannerebbero a cercare di colmarla,- specchiandosi nella propria impotenza come chi raccoglie l’acqua con una cesta sfondata. (questa espressione la usava il mio adorato nonno, inquieto spirito filosofico)
Credo che bisogna accettare l’inquietudine amandola. Amandola profondamente. E’ lei il nostro padre e la nostra madre, adesso.
ti abbraccio con tanto (inquieto) affetto
lucetta
Nella linea di confine tra noi e la realtà, nel tentativo di trovare un senso, nell’impossibilita di darsi risposte, deve esistere una forza per cercare sempre nuovi equilibri…
In quella linea di confine in evoluzione, l’irrigidimento porterebbe ad una scissione, alla rottura di un argine con conseguenze distruttive (che tu stessa Blumy evidenzi)
L’arte, la creazione potrebbe essere figlia di questo rapporto di confine, ma anche della sua frattura.
un caro abbraccio Blumy e grazie
margheritarimi
credo che, se l’avessi conosciuto, avrei adorato anche il tuo splendido nonno, Lucetta. un abbraccio pasquale a te.
Blumy
l’arte è un momento di salvezza per chi soffre d’inquietudine; ma solo un momento. mi viene in mente, spesso, un musicista splendido, che molte di voi conosceranno e di cui ha scritto Veltroni, in un suo libretto di qualche anno fa, raccogliendo testimonianze varie. Si chiamava Luca Flores, suonava il pianoforte in maniera stupenda, ha composto delle musiche a cui ha dato il titolo ‘Ho far can you fly?’ ed era ossessionato dall’idea della morte, nel senso che l’ha cercata in tutta la sua breve esistenza. Fino a trovarla.
@ Alesssandra Pigliaru
Lo si scambia spesso per l’amore nella sua forma assoluta. Non lo è. E’ quello che gli analisti delle nostre menti chiamano narcisismo. E’ amare il nostro ego innamorato, una condizione universale specie nell’adolescenza, e quando un una persona ne soffre ed incontra la persona sulla quale proiettare il suo ideale le cose si possono mettersi davvero male.
@ Blumy
Ogni talvolta che vengo a leggerti rimango affascinato dal tuo modo di scrivere così profondo che mia rriva direttamente in fondo all’anima.
P.s.
Non riesco a commentare i post sul tuo blog: leggendo “ressurrectio” sono rimasto letteralmente folgorato.
Marco