L’arte delle donne
Milano, Palazzo Reale
5 dicembre 2007 – 6 aprile 2008
L’ARTE DELLE DONNE
dal Rinascimento al Surrealismo
Poiché questa mostra è stata prorogata fino al 6 aprile, se passate da Milano vi consiglio di approfittare: ne vale davvero la pena. Si tratta di un’occasione unica per ammirare, radunate in un’unica suggestiva carrellata pittrici ed artiste dal 1500 fino ai giorni nostri, nelle stanze del Palazzo Reale, situato nel cuore della città proprio accanto al Duomo.
Nell’Anno Europeo delle Pari Opportunità, una sinergia di istituzioni pubbliche e partners privati ha voluto, come appare in un comunicato stampa, “valorizzare la figura della donna come pittrice e non più solo come soggetto dipinto, assegnandole il ruolo di protagonista della scena artistica a lungo dominata dalla figura maschile”, per “promuovere ed evidenziare il ruolo della donna nell’arte e di recuperare il valore scientifico, sociale e antropologico delle opere di alcune fra le più illustri artiste della storia, così come di figure meno note, ma egualmente rilevanti nel panorama creativo internazionale, nonché analizzare com’è cambiata l’immagine della donna artista nel corso degli ultimi cinque secoli”.
La mostra presenta oltre 260 opere realizzate tra il XVI e il XX secolo da 140 artiste, tra cui Rosalba Carriera, Artemisia Gentileschi, Lavinia Fontana, Elisabetta Sirani, Nathalie Gontcharova, Camille Claudel, Tamara de Lempicka, provenienti da musei e collezioni di 14 paesi, europei ed extraeuropei, quali il Museo Nacional del Prado e il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid, il Centre National d’Art et de Culture Georges Pompidou di Parigi, il National Museum of Women in the Arts di Washington, la Galleria degli Uffizi di Firenze, il Museo Nazionale di Capodimonte di Napoli.
Passando di sala in sala, soffermandomi davanti ai singoli quadri, ho lasciato che le figure dipinte mi parlassero nel loro speciale linguaggio, allo stesso tempo immediato e da interpretare per simboli, in riferimento al secolo e all’ambiente.
I ritratti, gli autoritratti, le sacre famiglie, i soggetti mitologici e le nature morte, in seguito i paesaggi e le opere cubiste ed informali, mi hanno svelato un mondo tanto somigliante a quello dei più noti pittori di sesso maschile da confondersi con quest’ultimo; eppure, quasi sempre sfumato di dolcezze o risentimenti e di un’attenzione speciale ai dettagli, ricco di ombreggiature e finezze coloristiche e di un calore emotivo tutti particolari: un cosmo parallelo, un tesoro in gran parte nascosto attraverso i secoli, di volta in volta appena svelato e poi d’un tratto inghiottito e rinchiuso in palazzi nobiliari decaduti e magazzini polverosi…non fanno eccezione alcune pittrici del secolo scorso, mimetizzate dietro i più visibili e chiassosi parenti cubisti e futuristi; ma qui si fa strada oramai il piglio deciso e prorompente di figure carismatiche quali Frida Kahlo e Tamara De Lempicka.
Nel 1700, tuttavia, anche Rosalba Carriera fu riverita da principi e re, e, prima di lei, la Anguissola fu chiamata alla corte di Filippo II, e Van Dyck volle conoscerla e farle omaggio.
Certamente, la loro strada non fu facile, a volte costellata da sofferenze ed umiliazioni: ciò si evidenzia in modo tragico nella vita di Artemisia Gentileschi. E’ noto che la pittrice, figlia del pittore Orazio Gentileschi, fu violentata giovanissima dal suo maestro, processata e torturata – come da routine in quei tempi – non ritirò la denuncia e non si arrese, trasferendo in seguito la sua energia, la sua bravura di pittrice e la sua rabbia in figure esemplari, come Giuditta, decisa e violenta nell’atto di decapitare Oloferne.
In questa mostra, però, secondo me Artemisia non è rappresentata al suo meglio; dalla tela non emerge Giuditta, ma Cleopatra in due versioni: nella più grande, il nudo centrale, abbandonato sul letto, appare alquanto rigido e schematico, mentre la versione ridotta vede una più intrigante Cleopatra con gli occhi rivolti verso un cielo nero, fissi ma non languidi, il corpo morbido ma una volontà inflessibile nell’avvicinare l’aspide al seno.
Un’altra opera di Artemisia è un’annunciazione, dove una monumentale Madonna sovrasta l’angelo; le sopracciglie aggrottate svelano preoccupazione piuttosto che estasi; il panneggio lucente risalta, una piccola colomba splende in alto.
Figura molto particolare, questa di Artemisia; anche dal punto di vista artistico. Elisabetta Sirani, sua coetanea nel diciassettesimo secolo, le assomiglia mentre rappresenta Timoclea che uccide il re dei Traci, scaraventandolo in un pozzo a testa in giù: inutilmente il re scalcia, rendendosi piuttosto ridicolo, le sue gambe capovolte occupano il centro del quadro.
Ma il clima psicologico prevalente nella mostra non è di orgogliosa ed esplicita rivolta, ma piuttosto di una dignità seria e consapevole.
Ne sono un esempio interessante e artisticamente molto valido gli autoritratti di Sofonisba Anguissola, vissuta nel 1500; una forza espressiva particolare rende uniche le sue sacre famiglie dai colori così morbidamente sfumati, da far pensare alla tecnica di Leonardo, le sue Madonne che accarezzano i Bambini con gesti semplici e teneri, dentro eleganti schemi compositivi.
Come fa notare Vittorio Sgarbi, in un articolo su questa mostra, le donne artiste hanno molto spesso un’inclinazione intimistica, una predilezione per il ritratto e l’autoritratto: a partire dal 500 per arrivare a Frida Kahlo. Sgarbi arriva a parlare di “ossessione per l’autoritrato, per il doppio”.

Eccola, Sofonisba, in mezzo alla sua famiglia al femminile, con tre sorelle ed una fantesca, dietro, che occhieggia attenta le ragazze mentre giocano a scacchi; ed eccola mentre dipinge una dolcissima Madonna con bambino, e rivolge lo sguardo, tranquillo ma deciso nel volto arrotondato, verso lo spettatore. In questi due ritratti, come in altri suoi, la cura tutta femminile per i fini dettagli dell’abito è subordinata ad una più viva attenzione all’espressività dei volti.
Sempre nel 500, Lavinia Fontana si dipingeva dentro una cornice rotonda, con una minuzia di tratti quasi da miniaturista; anche Lavinia – giustamente – rappresenta se stessa nel proprio studio. Marietta Robusti, detta la Tintoretta in quanto figlia del famoso pittore, preferisce invece ritrarsi con accanto un piccolo clavicembalo ed un foglio da musica in mano: alle giovani di buona famiglia in attesa di sposarsi era richiesta la capacità d’intrattenere marito e famiglia suonando, quindi probabilmente questo è un quadro adatto ad essere mostrato, come oggi una foto, agli eventuali pretendenti.
Sappiamo però che molte artiste del passato, e non solo, preferirono rimanere nubili per dedicarsi completamente all’arte; una donna sposata e con figli avrebbe potuto al massimo lavorare nella bottega paterna, come Marietta, mai più avrebbe avuto la possibilità di lavorare in proprio – né sarebbe stata presa sul serio in questa veste. Rosalba Carriera è un esempio.
Mentre di Lavinia Fontana si può vedere anche un ritratto di gentildonna con figlia, sontuosamente abbigliate di pizzi e raso, Fede Galizia dipinge, nel 1605, un personaggio severo con barba a punta e teschio in mano; l’abito e lo sfondo neri mettono in risalto l’intensità dello sguardo.
Nel 1580, Barbara Longhi si rappresenta nelle vesti di S.Caterina: un quadro che mi ha colpito per la capacità di unire manierismo (forme allungate) e semplicità; l’eleganza delle lunghe dita, del volto ovale, degli abiti a volute, dell’acconciatura con perle – si fondono in moderna sintesi di forme. Impropriamente ho definito questa pittrice “moderna”; in realtà, va oltre i suoi tempi.

E qui, si potrebbe fare un gioco affascinante, allineando le sue sorelle nate in secoli diversi, ed osservare i diversi dettagli stilistico-ambientali e le somiglianze profonde, emergenti dalla psiche: dopo Barbara, ecco Ginevra Cantofoli, che si ritrae con un turbante in testa come la Sibilla dipinta in un altro suo quadro; anche lei ha un volto ovale appena piegato sul lungo collo, ma una pennellata più morbida; anche lei si espone senza remore all’analisi dello spettatore.
Se facciamo un balzo di tempo e luogo, sempre rimanendo nel Palazzo Reale, troviamo alcune sale più avanti Angelica Kauffmann, affermata pittrice di corte, amica di Canova e Goethe, che si mimetizza nei suoi mitici personaggi femminili, in stile neoclassico; ma Elisabeth Vegèe le Brun buca la tela più di lei, sorridente con fiocco roso e cuffietta, occhi chiari e sognanti, capelli spettinati in modo molto casual – il suo tocco di pennello è abile e deciso.
Nel 1880, ecco Nélie Jacquemart André, elegantissima in abito beige su fondo verde-argento, in profusione di pennellate impressionistiche: al centro della scena evanescente, dove il colore si fa luce discreta, i suoi occhi sono un po’ ravvicinati, scuri e intelligenti.
E poi, quasi alla fine dell’esposizione, lei, Frida, icona di orgoglio e sofferenza dallo sguardo lontano, qui in versione semplice vestita di velluto, con colori sobri e linee eleganti.

L’interesse di questa esposizione non si esaurisce nei ritratti, ma consiste in gran parte nella varietà e vastità dell’offerta artistica, a partire dalle cosiddette arti minori, decorative, che trovano ampio spazio nella prima parte della mostra. Così, possiamo ammirare con incredulità stupefatta un nocciolo di ciliegia “inciso con cento piccole testine e cornice di smalti, oro, perle, diamanti” da Properzia de’ Rossi, nel 1530, i ricami stupendi in seta lucente di Maria Giovanna Elmo (reliquiario di Santa Castoressa: un pezzo unico, che sembra dipinto con piume d’angelo), le incisioni colorate di Maria Sibylla Merian, con fiori, frutta, animali rari, delicate e precise, le nature morte di Clara Peeters, Giovanna Garzoni e Francesca Volò Smiller, dove accanto ai fiori, che escono quasi dalla tela, sono collocate soccose fragoline di bosco e biscotti croccanti, con una cura ed una sensualità tutte femminili.
Vorrei precisare, a scanso di equivoci, che l’ultimo aggettivo è adoperato in accezione assoluta, non intermini di paragone, e con valenza totalmente positiva.
Se la parte centrale della mostra presenta abbondanza di temi mitologici, quando si arriva all’impressionismo, all’espressionismo, alle avanguardie del 900, una ventata di sorprese, libere, rabbiose o serene, cupe o in esplosione di colori, afferra il visitatore: un paesaggio fauve di Gabriele Münter, dall’impatto violento, i pattinatori folli che corrono al buio – ombre fuggenti sotto la luna – di Marianne Verefkin(1911), un’intera sala dedicata al soggetto madre-figlio, dove l’intensità di questo rapporto è sviscerata in modo tutt’altro che sdolcinato, la Venere triste di Romaine Brooks, del 1917, bianca figura anoressica su fondo nero…queste opere non lasciano indifferenti, aprono la porta a sensazioni e riflessioni che si immergono nell’inconscio e continuano a lavorare, dentro, anche quando si esce dal Palazzo Reale.
Le ultime stanze vedono un succedersi di immagini in netto contrasto: i “Ritmi colorati” di Alexandra Exter, ondulazioni di forme sonore alla Kandinskij, contro i segni rudi di Natalia Goncharova; la trionfante “Luce estiva” di Beatrice Whitney (1936) contro il cupo “Salotto” surreale di Angeles Santos Torella, con le sue deformate abitatrici; Tamara de Lempicka contro se stessa, autrice di una sofisticata Madonna in tondo e degli squallidi “Rifugiati di Spagna”.
E poi, un allucinato ritratto di Picasso, opera surrealista di Valentine Hugo, e, in contrasto ma non meno artisticamente “forti”, il sensibile “Ritratto di Anna Banti” di Adriana Pincherle - sorella di Alberto Moravia, del 1955, e la bellezza mediterranea della donna con sigaretta di C arla Maria Maggi , del 1934, inquadrata con semplicità essenziale.
Ho voluto presentare solamente alcuni esempi, quelli che mi sono entrati più a fondo nell’occhio della memoria. Ma c’è molto altro da trovare, in queste donne artiste. Se qualcuno preferisse la ricerca sperimentale, c’è Carol Rama; per chi ama le tele informali, ecco “Della distruzione”, grande quadro con magmatiche variazioni di nero su nero, dipinto da Paola Levi Montalcini, sorella di un premio Nobel.
Non c’è che da scegliere, nell’ambito di un discorso aperto: quante altre donne hanno dipinto, in passato, accanto a queste, già numerose, scelte dai curatori della mostra; quante altre dipingono, scolpiscono, si dedicano ad altre forme di espressione figurativa, lo stanno facendo in questo momento e continueranno a creare in futuro – ora che tante porte si sono aperte, anche se non tutte?






GRAZIE ! Ci andrò di sicuro, ci sono due donne che studio da molto tempo e amo così tanto che, a volte, mi sembra di averle in me. Frida e Camille: esperienze tragiche della vita e, allo stesso tempo, una carica e una volontà,oltre che l’intelligenza acuta e fertilissima, una sensibilità oltre la soglia del sentire comune, che le ha portate a varcare più volte il confine. Grazie, spero di trovarvi altro materiale di studio. Sei un tesoro Marina. Un abbraccio,ferni.
cara Marina,
GRAZIE per questo bellissimo articolo che mette addosso la voglia di correre a visitare la Mostra!
Artiste all’altezza degli artisti uomini ma….sempre messe in second’ordine e ghettizzate.
Ma finirà, deve finire questa triste e ridicola storia.
( Qualche anno fa ho scritto anche due racconti dedicati ad Artemisia Gentileschi e Camille Claudel…)
Insomma, vorrei proprio non perderla.
un abbraccio
lucetta
Grazie, Marina! Io visito le mostre con te…bel saggio che stampo e conservo. Tra tutte, da sempre, mi colpiscono , oltre lo stile pittorico, le vicende umane travagliatissime, seppure molto diverse, di Artemisia e Frida…
Un caro saluto
Gisella
davvero interessante ed esaustiva (nei termini del de/scritto) questo ricognizione, Marina. Vi si nota entusiasmo e competenza. Mai titolazione fu più pertinente: “L’arte delle donne” in luogo di “Le donne nell’arte”, un cliché che per troppo tempo si è tradotto nel ruolo “storicamente” secondario che tutti purtroppo conosciamo.
Bello e… struggente (non mi si chieda ragione di questa mia disposizione emotiva) il video postato. Congratulazioni.
mirko
Complimenti Marina. Hai la splendida capacità di traghettare ogni volta all’interno delle tue stanze.
Magari poterla vedere questa mostra…
Un abbraccio, Alessandra
Il genere di mostra che mi incuriosisce molto. Che strano che nessuno ci avesse mai pensato prima. O forse qualcuno lo aveva già fatto, ma così su due piedi, non mi sembra. Grazie per la proposta.
Donne muse, ispiratrici di capolavori ..e qui invece convogliate a ricordarci che la donna sa essere anche protagonista attiva nell’arte.
L’arte delle donne in tutta la sua prorompente grandezza in questa mostra notevole.
Grazie, Marina, ci invogli davvero ad andare.
Una carrellata d’immagini da vedere e rivedere anche se dal vivo è tutt’altra emozione. Sandra
sono felice di avervi coinvolto nella mia visita, dentro questo mondo di ovvio – ma non altrettanto scontato – interesse…
@ferni: Frida e Camille, spero ci renderai partecipi dei tuoi studi, in realtà proprio su queste due non c’era molto nella mostra, ma non importa, c’era tanto di molte, e comunque una serie di spunti da far pensare moltissimo…
@lucetta: Artemisia e Camille, sarebbe bello poter leggere i tuoi racconti! pensaci su…
@mirko: entusiasmo (certamente!) e competenza: detta da te, l’ultima parola , mi colma di orgoglio… se si tratta di un peccato, pazienza, in questo caso non lo considero tra i peggiori:-)
@gisella, che mi legge e mi scrive con tanta gentilezza e…mi stampa: ma graaazie!
@alessandra: traghettare, che parola pregnante! si adatta a caronte ai sardinian ferries e così pure al lentissimo ferry boat che porta le automobili da piazzale roma (la bruttissima porta di venezia) fino al Lido, dove abitavo da bambina e dove, qualche giorno fa, è andata a fuoco una parte del Des Bains, storico albergo dove Visconti ha girato Morte a Venezia
@bianca, una mostra simile a questa è stata fatta proprio al palazzo reale di Milano, circa 30 anni fa, però solo sulle donne artiste nel 1900
@ainsi. protagoniste e attive: questo è il punto!
grazie a tutti
marina
mi dispiace moltissimo,sono donne che ho rincorso sia attraverso mostre, sia attraverso testi cartacei o internettiani,oltre che, relativamente a frida, attraverso una lunghissima ricerca dei suoi diari,praticamente introvabili tradotti in italiano, e invece in più ricche raccolte in lingua originale. Quanto a rendervene partecipi lo farò appena sarò più libera da impegni di lavoro, il materiale è raccolto nella memoria dell’altro pc,che uso poco in questo periodo.
ferni, ti avevo detto di questa mostra. Perchè non ci si va in gruppo un sabato o una domenica? Ci si trova in stazione, visita al palazzo reale, pranzo da qualche parte, ciaccole, ciaccole, abbracci e poi, via a riprendere i rispettivi treni.
Complimenti a Marina per l’articolo e grazie per averci ricordato l’evento.
bene, ferni, aspettiamo le tue rivelazioni su Frida e Camille appena potrai farlo, già mi immagino il ribollire di questa sinergia ferni-frida e/o ferni-camille!
ciao
marina
e un grazie alla tua amica rose
ti ringrazio per la fiducia, appena ho un attimo di respiro ne cerco almeno uno da mandare, tra l’altro c’è da rispettare la regola di questo collegio di scritture, non vorrei sentirmi rimproverare per indisciplina. Un grazie affettuoso a te, ti abbraccio, ferni.
ecco una mostra che mi sarebbe piaciuto vedere ! adoro Frida Kalo, i suoi quadri e la sua storia tormentata e, anni fa, quando frequentavo Kataweb un amico archeologo e splendido poeta, propose il gioco ‘ se fosse ‘ riferito ai suoi amici . Per lui io ero proprio Artemisia, la splendida Artemisia Gentileschi !
A parte questo aneddoto, devo ancora una volta fare i complimenti a Marina e alla sua capacità di farci viaggiare nell’arte e coinvolgerci perfino con i sensi : dove accanto ai fiori, che escono quasi dalla tela, sono collocate succose fragoline di bosco e biscotti croccanti .
Questo passo, a dir poco, mi fa venir l’acquolina in bocca!
come sempre dai tuoi articoli sulle arti figurative, traspare la lucidità critica dello sguardo ma anche- se del caso- la passione