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Mariano Sabatini ha scritto due libri curiosi, Trucchi d’autore e Altri trucchi d’autore, pubblicati da Nutrimenti, dove intervista un numero impressionante di scrittori, presunti o acclamati. Lo fa con spontanea leggerezza, cercando di carpire consigli utili o segreti, trucchi appunto, che possano essere di qualche pubblica (o privata) utilità. Quello che ci restituisce, senza volerlo a tratti, intenzionalmente (credo) altre volte, è un realistico spaccato di chi brandisce la penna oggi. Protagonisti “convinti” dell’ultima ora, insieme a veri e propri geni della parola. Esaltati che trovano felicità nel riempire pagine e pagine, e depressi che soffrono come animali feriti mentre spremono la loro stilografica. E poi veri e propri professionisti della parola. E stravaganti bestselleristi d’assalto. A volte anche ai migliori scappa una rispostina acida, leggermente fuori luogo, ma li rende umani e questo fa un gran bene anche a chi legge. L’ho costretto a parlare di poesia e come sempre, ha risposto con sincerità.

D: Mariano Sabatini si presenti alle Belledonne
R: Sono un giornalista, ho 37 anni, quasi… Vivo a Roma. Ho due bimbe e vivo in una casa piccola, ricolma di libri di ogni genere. La mia compagna insegna latino e greco, e dunque i suoi volumi si sommano ai miei. Non mi considero uno scrittore, bensì uno che scrive. Lo faccio quotidianamente, per la rubrica di critica televisiva che curo per il quotidiano Metro, e di tanto in tanto nei miei libri. Il primo era sulla vita e il cinema di Mario Monicelli, La sostenibile leggerezza del cinema, poi i due sul mestiere di scrivere.
D: Hai scritto due libri interessanti e utili, Trucchi d’autore e Altri trucchi d’autore. Quanti poeti hai incluso nelle tue interviste?
R: Nessuno, nel senso stretto del termine. Ho scelto di incontrare e raccontare i romanzieri puri, da Lia Levi a Dacia Maraini, da Isabella Bossi Fedrigotti a Lidia Ravera, da Barara Alberti a Isabella Santacroce, Elena Ferrante, Elisabetta Rasy, per rimanere alle “belledonne”. Ci sono però anche i maschi: Brizzi, Camilleri, Faletti, Moccia, Pascale, Veronesi, Albinati, Colaprico… In tutto oltre cento autori, alcuni, tra l’altro, anche poeti. 
D: Dal tuo osservatorio privilegiato sulla scrittura, che posto ti sembra abbia la poesia oggi?
R: Non sono un gran conoscitore della poesia contemporanea. Le rare volte che m’imbatto in essa, rimango deluso o addirittura disgustato. C’è anche da dire che in molti scrivono poesie, magari pubblicandosi a proprie spese, spacciando cattiva scrittura per elegia. Mica tutti i rigurgiti interiori sono degni di essere partecipati al mondo… Montale, Ungaretti, Penna, Hikmet, Neruda, Frost – alcuni dei poeti che amo – si rivoltano nella tomba al solo sentire certi reading.  
D: Hai mai scritto poesie?
R: Sì, ho peccato anch’io! Da adolescente o poco più. Per fortuna, i miei “mostri” li ho tenute per me. Mi ha salvato l’alto senso del pudore e il rispetto per il prossimo. 
D: Quali risposte alle tue domande consideri poetiche? E quale scrittore definiresti “poeta” a prescindere dal suo genere di scrittura?
R: Parli delle risposte che gli scrittori mi hanno dato in Trucchi d’autore e Altri trucchi d’autore, ovviamente. Bevilacqua, che guarda caso è anche poeta, mi ha parlato della necessità di correre, a volte, a vedere l’alba al mare. Giampaolo Rugarli vorrebbe che la sua sfrenata fantasia gli concedesse una tregua. Brizzi parla della scrittura come di una vendemmia. Lidia Ravera mi ha confessato di piangere molto mentre scrive, e questo come gli altri mi sembrano comportamenti poetici. 
D: Esiste ancora una poetica della scrittura oggi, o tutto viene appiattito a una (magari anche buona) scrittura di intrattenimento?
R: Evviva la buona scrittura di intrattenimento. In fondo chi scrive lo fa, o dovrebbe farlo, per intrattenere. I grandi romanzieri dell’ottocento con le loro fatiche tenevano compagnia nelle buie e lunghe sere fredde, davanti al camino. Se uno scrittore, oggi, riesce a vincere le sirene della tivù ha ottenuto un premio più importante del Pulitzer o del Nobel. Gli scrittori che gigioneggiano con le parole li snobbo un po’, si è capito?
D: Hai lavorato tanto in televisione come autore e adesso ti occupi di critica televisiva: chi definiresti poeta dello schermo e perché?
R: Un “poeta” è certamente Vittorio Sgarbi, che scrive parlando. Luciano Rispoli, spacciatore di aggettivi e buona lingua, continua a fare una tivù dignitosa, accerchiato da pessimi talk show e risse da reality. Daria Bignardi, snob quanto si vuole, fa delle interviste che lasciano qualcosa. Corrado Augias vive sul piccolo schermo come in un esclusivo club inglese.  Enza Sampò e la sua auto-ironia. Le circonvoluzioni di Robecchi e Freeman a Verba volant su Rai Tre. Luttazzi faceva poesia grottesca finché non lo hanno brutalmente censurato. Gene Gnocchi ci delizia con la sua leggerezza. Giuliano Ferrara con la sua pesantezza intellettuale. Antonello Piroso fa un giornalismo ispirato. In ogni casi, non demonizziamo la tivù. Impariamo solo ad usare il telecomando.
D: Il tuo metodo di scrittura è ordine e costanza, o estro e caos?
R: La mia è una scrittura giornalistica, ordinaria, se vuoi. Ma quasi tutti gli scrittori che ho intervistato parlano dell’importanza della disciplina, che li impone a stare seduti per ore aspettando l’onda lunga della scrittura. Addirittura il cattivissimo Diego Cugia dice di farsi venire le piaghe da decubito.
D: A cosa stai lavorando in questo momento?
R: Cerco di dare la massima visibilità al mio Altri Trucchi d’autore, concedendo interviste a destra e a manca e penso al mio prossimo libro, che – posso anticiparti – non riguarderà gli scrittori.  

D: Secondo te il poeta è un fingitore? R: No. Il poeta è uno che vive in un’altra dimensione, parallela forse, da cui può osservare la nostra da tutte altre angolazioni.  E da lì “processarla” e vivisezionarla.

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