Il corpo parlato dalle donne, di Arianna Ballabio
2008 Marzo 6
Stanca di ammirare il genio dei grandi poeti e scrittori della nostra tradizione letteraria, di apprezzare la finezza ermeneutica dei grandi critici che li hanno studiati e infine di infuriarmi per la paginetta dedicata nelle antologie alla scrittura femminile ho deciso di incentrare la mia tesi di laurea sulla poesia delle donne e in particolare su come le poete che ho scelto (Alda Merini, Vivian Lamarque, Patrizia Cavalli, Patrizia Valduga, Franca Grisoni) esprimono il rapporto con la corporeità.
Subito mi si è posto il problema se utilizzare o meno la parola “poetessa” poiché suonava alle mie orecchie come lievemente dispregiativa e in quella doppia -ss- avvertivo un disagio fonico ineliminabile. Così per una ricerca di eufonia della parola, per regalare a me e alle eventuali lettrici / lettori il piacere di pronunciare senza fastidi e senza ombre spregiative il nome delle donne che fanno poesia ho deciso di utilizzare la parola “poeta” avvertendola come “naturalmente” femminile. Inoltre non mi dispiace pensare che nella parola “poeta” le sensibilità degli uomini e delle donne possano trovare un luogo d’incontro e di condivisione in cui tentare di comprendere intimamente le ragioni dell’altro, di scoprirne la bellezza disarmata.
Stanca di leggere, nelle opere proposte dai corsi universitari, splendide immagini di un corpo femminile angelicato o erotizzato, ma sempre cantato come oggetto passivo del desiderio maschile ho voluto ricercare immagini proprie delle donne, delle poete che vivono ed esprimono la corporeità come centro del proprio desiderio non solo libidinale, ma anche ontologico: desiderio d’essere.
Le donne, da sempre immerse negli aspetti più materiali dell’esistenza (per l’esperienza della maternità e delle cure parentali, ma anche per il costante adempimento dei bisogni materiali e affettivi di chi le circonda), se consapevoli del valore di questo sapere corporeo, possono offrire una visione armonica e unitaria del reale. Il femminile (da secoli identificato con la corporeità e con essa svilito e disprezzato dalle correnti maggioritarie della filosofia e della religione cattolica) può contribuire a reinscrivere il godimento nell’ambito del corporeo senza contrapporlo al simbolico, ma anzi arricchendo quest’ultimo di nuovo spessore.
L’abilità femminile nel ricomporre quanto è scisso, nel ricucire le lacerazioni dell’esistenza è visibile nell’utilizzo pervasivo che Alda Merini fa della figura dell’ossimoro: nell’accostare costantemente termini antitetici, nel permutare Cielo e Inferno, sanità e follia, carne e spirito la poeta ne rivela l’intima comunanza, abbracciando simultaneamente ogni aspetto dell’esistenza. Uno sguardo onnicomprensivo sul mondo emerge anche dall’opera di Vivian Lamarque, Franca Grisoni e Patrizia Cavalli che esprimono il proprio rapporto con la natura in termini di prossimità e non di possesso. Un’altra caratteristica che, a mio parere, potrebbe essere indicata come peculiarmente femminile (per quanto ciascuna autrice si esprima con modalità sue proprie che spesso divergono profondamente da quelle delle altre) sta nel concepire la poesia non come attività narcisistica, ma come atto relazionale, sensibilità empatica nei confronti del mondo, restituzione all’altro di un dono ricevuto, esperienza etica.
Dall’opera di ciascuna di queste poete, inoltre, emerge una sensibilità dell’essere corpo più che dell’avere un corpo: il corpo non è un’entità separata da sé, oggetto, strumento da feticizzare, sfruttare o disprezzare bensì sito di elaborazione identitaria, trascrizione dei continui mutamenti del sé, superficie relazionale attraverso la quale si giocano rapporti di potere e desiderio, luogo in cui precipitano contenuti troppo dolorosi per essere espressi altrimenti.
Per la secolare esclusione delle donne dai luoghi di simbolizzazione e auto-rappresentazione, oltre che per il divieto fatto alle donne di esprimere la propria aggressività, il corpo femminile appare maggiormente esposto ad incarnare un arcaico linguaggio di sofferenza che, se in passato si è manifestato nei casi di isteria con cui è nata la psicoanalisi, oggi ci appare sotto forma di anoressia, bulimia, malattie psicosomatiche (in special modo patologie della pelle e dell’apparato digerente), difficoltà di percepire e muovere determinate parti del corpo.
La poesia rappresenta da questo punto di vista una dimensione salvifica: rituale terapeutico per far esplodere le proprie ossessioni, come nel caso di Patrizia Valduga che lacera le forme della tradizione letteraria (maschile) facendo della propria poesia l’arte del “reinventare” i brandelli del passato immettendovi i propri fantasmi di morte e di violenza, oltre ai drammi etico-politici della realtà contemporanea o in quello di Vivian Lamarque che nella sua opera scrive e riscrive i propri traumi, i propri desideri ossessivi fino a sfocarne i contorni e allargare la visione sul mondo. Ma l’atto poetico diviene anche giardino in cui restare, da coltivare quotidianamente per far fiorire la bellezza del proprio essere al mondo come nell’opera di Franca Grisoni, per la quale la poesia è rito che dà senso all’esistere.
Infine la parola poetica è luogo di godimento vocalico in cui lasciar scorrere suoni che provengono dal profondo del corpo e portano in sé tracce di pulsioni e desideri.
Le immagini di corporeità femminile espresse da queste autrici riportano al corpo come sito primario di elaborazione di un’identità femminile conscia di desideri e valori propri delle donne e non come passivo strumento prodotto e regolamentato dalla fantasia maschile.
In particolare la loro opera veicola un’immagine del sé e del mondo come molteplici, fluide, in divenire. Alda Merini afferma: “Amo perché il mio corpo è sempre in evoluzione”. A questo aspetto della scrittura poetica rintracciabile anche da un punto di vista formale in ciascuna delle autrici che ho analizzato è possibile associare l’idea del “ri-toccarsi” proposta da Luce Irigaray in Questo sesso che non è un sesso, secondo la quale la sessualità (come il discorso) femminile è plurale, fluida, si “ri-tocca” modificandosi continuamente.
Nell’opera di alcune di queste poete (Franca Grisoni, Vivian Lamarque, Patrizia Cavalli) si afferma anche la possibilità di un erotismo femminile “altro”, meno legato all’imporsi, al dominare l’amato/a, più attento all’ascolto di sé, del proprio corpo, ma anche più aperto e disponibile al rapporto, al relazionarsi alla voce che emana dal corpo dell’altro/a.
Le immagini di corporeità femminile che emergono dall’opera di queste poete si offrono al nostro sguardo nel loro sottrarsi agli stereotipi creati dal desiderio maschile: né sirene né mute.
Né creature plasmate per il godimento maschile, mostri creati dagli uomini che vogliono udirle cantare, ma temono di esserne divorati, né frigide, silenziose spose e madri sottomesse. Queste poete possono essere considerate “buone madri” di parole, le cui opere rappresentano un contributo all’elaborazione di un immaginario femminile profondamente legato al corpo in cui le donne possano rispecchiarsi e riconoscere la legittimità di un godimento proprio, l’importanza del proprio desiderio, del proprio valore e del trovare le parole per esprimerli.****
Da Diotima, numero tre. nei giorni della merla, Archivio Rivista OnLine (26/02/2005).
Subito mi si è posto il problema se utilizzare o meno la parola “poetessa” poiché suonava alle mie orecchie come lievemente dispregiativa e in quella doppia -ss- avvertivo un disagio fonico ineliminabile. Così per una ricerca di eufonia della parola, per regalare a me e alle eventuali lettrici / lettori il piacere di pronunciare senza fastidi e senza ombre spregiative il nome delle donne che fanno poesia ho deciso di utilizzare la parola “poeta” avvertendola come “naturalmente” femminile. Inoltre non mi dispiace pensare che nella parola “poeta” le sensibilità degli uomini e delle donne possano trovare un luogo d’incontro e di condivisione in cui tentare di comprendere intimamente le ragioni dell’altro, di scoprirne la bellezza disarmata.
Stanca di leggere, nelle opere proposte dai corsi universitari, splendide immagini di un corpo femminile angelicato o erotizzato, ma sempre cantato come oggetto passivo del desiderio maschile ho voluto ricercare immagini proprie delle donne, delle poete che vivono ed esprimono la corporeità come centro del proprio desiderio non solo libidinale, ma anche ontologico: desiderio d’essere.
Le donne, da sempre immerse negli aspetti più materiali dell’esistenza (per l’esperienza della maternità e delle cure parentali, ma anche per il costante adempimento dei bisogni materiali e affettivi di chi le circonda), se consapevoli del valore di questo sapere corporeo, possono offrire una visione armonica e unitaria del reale. Il femminile (da secoli identificato con la corporeità e con essa svilito e disprezzato dalle correnti maggioritarie della filosofia e della religione cattolica) può contribuire a reinscrivere il godimento nell’ambito del corporeo senza contrapporlo al simbolico, ma anzi arricchendo quest’ultimo di nuovo spessore.
L’abilità femminile nel ricomporre quanto è scisso, nel ricucire le lacerazioni dell’esistenza è visibile nell’utilizzo pervasivo che Alda Merini fa della figura dell’ossimoro: nell’accostare costantemente termini antitetici, nel permutare Cielo e Inferno, sanità e follia, carne e spirito la poeta ne rivela l’intima comunanza, abbracciando simultaneamente ogni aspetto dell’esistenza. Uno sguardo onnicomprensivo sul mondo emerge anche dall’opera di Vivian Lamarque, Franca Grisoni e Patrizia Cavalli che esprimono il proprio rapporto con la natura in termini di prossimità e non di possesso. Un’altra caratteristica che, a mio parere, potrebbe essere indicata come peculiarmente femminile (per quanto ciascuna autrice si esprima con modalità sue proprie che spesso divergono profondamente da quelle delle altre) sta nel concepire la poesia non come attività narcisistica, ma come atto relazionale, sensibilità empatica nei confronti del mondo, restituzione all’altro di un dono ricevuto, esperienza etica.
Dall’opera di ciascuna di queste poete, inoltre, emerge una sensibilità dell’essere corpo più che dell’avere un corpo: il corpo non è un’entità separata da sé, oggetto, strumento da feticizzare, sfruttare o disprezzare bensì sito di elaborazione identitaria, trascrizione dei continui mutamenti del sé, superficie relazionale attraverso la quale si giocano rapporti di potere e desiderio, luogo in cui precipitano contenuti troppo dolorosi per essere espressi altrimenti.
Per la secolare esclusione delle donne dai luoghi di simbolizzazione e auto-rappresentazione, oltre che per il divieto fatto alle donne di esprimere la propria aggressività, il corpo femminile appare maggiormente esposto ad incarnare un arcaico linguaggio di sofferenza che, se in passato si è manifestato nei casi di isteria con cui è nata la psicoanalisi, oggi ci appare sotto forma di anoressia, bulimia, malattie psicosomatiche (in special modo patologie della pelle e dell’apparato digerente), difficoltà di percepire e muovere determinate parti del corpo.
La poesia rappresenta da questo punto di vista una dimensione salvifica: rituale terapeutico per far esplodere le proprie ossessioni, come nel caso di Patrizia Valduga che lacera le forme della tradizione letteraria (maschile) facendo della propria poesia l’arte del “reinventare” i brandelli del passato immettendovi i propri fantasmi di morte e di violenza, oltre ai drammi etico-politici della realtà contemporanea o in quello di Vivian Lamarque che nella sua opera scrive e riscrive i propri traumi, i propri desideri ossessivi fino a sfocarne i contorni e allargare la visione sul mondo. Ma l’atto poetico diviene anche giardino in cui restare, da coltivare quotidianamente per far fiorire la bellezza del proprio essere al mondo come nell’opera di Franca Grisoni, per la quale la poesia è rito che dà senso all’esistere.
Infine la parola poetica è luogo di godimento vocalico in cui lasciar scorrere suoni che provengono dal profondo del corpo e portano in sé tracce di pulsioni e desideri.
Le immagini di corporeità femminile espresse da queste autrici riportano al corpo come sito primario di elaborazione di un’identità femminile conscia di desideri e valori propri delle donne e non come passivo strumento prodotto e regolamentato dalla fantasia maschile.
In particolare la loro opera veicola un’immagine del sé e del mondo come molteplici, fluide, in divenire. Alda Merini afferma: “Amo perché il mio corpo è sempre in evoluzione”. A questo aspetto della scrittura poetica rintracciabile anche da un punto di vista formale in ciascuna delle autrici che ho analizzato è possibile associare l’idea del “ri-toccarsi” proposta da Luce Irigaray in Questo sesso che non è un sesso, secondo la quale la sessualità (come il discorso) femminile è plurale, fluida, si “ri-tocca” modificandosi continuamente.
Nell’opera di alcune di queste poete (Franca Grisoni, Vivian Lamarque, Patrizia Cavalli) si afferma anche la possibilità di un erotismo femminile “altro”, meno legato all’imporsi, al dominare l’amato/a, più attento all’ascolto di sé, del proprio corpo, ma anche più aperto e disponibile al rapporto, al relazionarsi alla voce che emana dal corpo dell’altro/a.
Le immagini di corporeità femminile che emergono dall’opera di queste poete si offrono al nostro sguardo nel loro sottrarsi agli stereotipi creati dal desiderio maschile: né sirene né mute.
Né creature plasmate per il godimento maschile, mostri creati dagli uomini che vogliono udirle cantare, ma temono di esserne divorati, né frigide, silenziose spose e madri sottomesse. Queste poete possono essere considerate “buone madri” di parole, le cui opere rappresentano un contributo all’elaborazione di un immaginario femminile profondamente legato al corpo in cui le donne possano rispecchiarsi e riconoscere la legittimità di un godimento proprio, l’importanza del proprio desiderio, del proprio valore e del trovare le parole per esprimerli.****
Da Diotima, numero tre. nei giorni della merla, Archivio Rivista OnLine (26/02/2005).
Estratto dalla Tesi di laurea in Letteratura contemporanea di Arianna Ballabio, “Il corpo nella poesia femminile di secondo ‘900″.






Centodieci e lode ad Arianna ! E meritatissimo, per l’accuratezza e la passione di donna che si rivela lungo tutte le argomentazioni. Tutto è limpido, sviscerato in ogni piega sottile. Arianna ha saputo indagare le ragioni , anche antropologiche che hanno reso la corporeità una gabbia e uno stereotipo anche letterario, e ben rilevato come le poete contemporanee da lei scelte indicano, nella sensibilità acutissima dello sguardo, ben altre e variegate visioni ed elaborazioni del sentirsi totali e generose unità corpo-mente.
E molto ancora dovrà mostrarsi in poesia, come in narrativa, le donne recuperano a grandi passi il tempo perduto, e il nostro immaginario è inesauribile…
Lode anche ad Alessandra per averci offerto questa boccata d’ossigeno!
All’autrice va il merito di aver approfondito e organizzato concetti e impressioni che vagavano in appunti frammentari. E’ la prima volta che leggo parte di un saggio dedicato al corpo nella poesia femminile contemporanea. Penso anche non sia un caso che a scriverlo sia stata una donna perché l’universo poetico del secondo novecento forse non è stato compreso del tutto dall’uomo proprio per il diverso approccio che i due generi hanno sia con il corpo che con la scrittura.
Di questo scritto chiaro e senza tentennamenti, condivido tutto dalla decisione di definire poeta l’autrice donna , al concepire la poesia come espressione del sé non in maniera narcisistica, al godimento vocalico che è voce che giunge dal profondo.
Sandra
Bellissimo, cara Alessandra, questo lavoro.
Interessante la prospettiva nuova, attraverso cui guardi la questione della scrittura femminile. Un filosofo a me caro,
F. Nietzsche, parlava della composizione poetica come “arte dell’orafo della Parola”: un’arte di creazione, composizione, sensibilità, intuizione, delicatezza. Immagino le dita sottili delle donne da te raccontate, capaci di plasmare le parole, intrecciarle tra le dita, capaci di comporre in un’immagine compiuta tutti i fili della mente poetica e della percezione del mondo.
Erika
Interessante e per certi versi illuminante, a partire dal rifiuto del termine poetessa per poeta anche al femminile.
E’ un tema intrigante: certamente la donna ha un rapporto più tangibile col proprio corpo e l’altrui. Ne sa far scaturire una gamma di sensazioni più variegata rispetto al modello maschile, per il quale il corpo è più, antiteticamente, o fonte di piacere o sorgente di dolore. Complimenti dunque a Arianna Ballabio e a Alessandra, per aver postato
Un saluto affettuoso a entrambe
Gisella
Lavoro molto interessante, questo che ci proponi Alessandra.
Bravissima Arianna Ballabio. Molto attenta e accurata nella sua ricerca, ha dimostrato di possedere uno sguardo attento e indagatore.
Uno scritto che condivido in ogni sua parola.
E’ bello quasto conoscersi e ri-conoscersi tra donne, ed è molto interessante tutto l’esposto.
Ma veniamo ai fatti quotidiani, in modo molto ironico un amico ha inviato in rete,oggi, a centinaia di donne e uomini , una poesia, che si potrebbe pensare datata. Non lo è affatto, lui l’ha trovata pubblicata sul Sole 24 ore, magari inserita in ben altro contesto. Eppure non si perde occasione, anche accompagnata da grande ironia, per mostrare in effetti quella che io penso sia solo paura del confronto. Ve la invio. Alle nostre scrittrici tutto il mio affetto!
Doriana
________________________________________
“Non è granché perbene, e per molte ragioni,
Che una moglie studi e sappia tante cose.
Educare i bambini,
Dirigere la casa,
Sorvegliare i domestici,
Fare economia:
Ecco il suo studio e la sua filosofia.
Su questo punto dimostravano buon senso i nostri padri
Dicendo che una moglie ne sa sempre quanto basta…
Le loro non leggevano, ma se la passavano bene;
Accudire la casa era il loro dotto conversare,
E i loro libri, ditale, ago e filo,
Per fare il corredo delle figlie;
Le donne d’oggi sono ben lontane da queste tradizioni;
Vogliono scrivere, e diventare autori…”
da: Le donne sapienti, Molière
Anche a me “girano le scatole”, quando vedo che nell’antologie sulla poesia dell’800, le donne sono quasi del tutto assenti, mentre, invece, basta vedere cosa veniva pubblicato e recensito durante il periodo risorgimentale, per scoprire che di voci femminili, lette e apprezzate, anche allora ce n’erano molte.
Per ricordare che anche le donne hanno dato il loro contributo, ho curato due antologie, in collaborazione con altre scrittrici, interessate a questo ambito di ricerca, una sulla poesia al femminile nel Piemonte dell’Ottocento ed una che raccoglie tutte le poetesse del romanticismo italiano… probabilmente della seconda uscirà presto una nuova edizione, allargata anche alle poetesse classiciste, con il tutolo (ancora provvisorio) di “La poesia al femminile nell’Italia del Risorgimento”.
Perciò, brava e passata la tesi, continua, se puoi, ad occuparti del ruolo importante delle donne nella storia della letteratura.
Cristina
Ben vengano lavori come questo.
Nella poesia, come in moltri altri settori della vita culturale, da sempre il contributo femminile è stato sottovalutato, è passato in sordina o totalmente ignorato.
Una rilettura in chiave di “genere” può mostrare prospettive inedite, interpretazioni originali e innovative, stimoli per reinventare la creatività.
anch’io mi arrabbio molto quando guardo le antologie del novecento. Su dieci uomini, due donne, e quasi sempre scelte perché rassicuranti, innocue o funzionali allo sguardo o allo stereotipo femminile che piace allo sguardo maschile. Al solito, sono gli uomini ad avere il sapere, loro a stabilire le categorie critiche giuste, loro a distribuire voti e pagelle. Vai Arianna, diventa un critico e diventa brava.
Nell’antologia Il pensiero dominnate, a cura di Loi e Rondoni, Garzanti, edita nel 2000 ci sono 27 voci femminili su 150 autori circa; Alberto Bertoni, nelle sue schede antologiche ‘30 anni di novecento’(Book,2005), ne include 36 su 230; Monica Maggi, nell’antologia ‘Ti bacio in bocca’, edita da Lietocolle nel 2005, ne include 99 su 99.
Percentuali dal 15 al 100%.
4 donne (su 7 premiati) sono risultate vincitrici per la silloge inedita del Premio Montale Europa 2004 e così pure nell’edizione 1993 e, quasi sempre, 2 o 3 su 7.
8 su 21 le donne vincitrici dal 1987 del Premio Montano per l’opera inedita (e 6 donne su 22 finalisti dal 1996 per l’opera edita)
La (bravissima) Alda Merini è il poeta italiano (non solo la poeta) più venduto in assoluto negli ultimi 15 anni – per qualche mese Luzi è riuscito a superarla nelle vendite (ma è dovuto morire per riuscirci).
Negli ultimi 10 anni almeno un terzo dei reading di poesia sono stati incentrati sulla voce poetica delle donne.
Non mi sembra una situazione così negativa o di manacata valorizzazione. Che ne dite?
Viva le donne viva le belle donne
Antonio
molto valido questo lavoro di Arianna Ballabio, che si allarga ad una panoramica sulla poesia al femminile, sul senso del sè che porta queste poete ad esprimere le loro parole come un dono speciale; ma anche Arianna ha un dono speciale, nel saper fare analisi e sintesi, nel saper unire e contrapporre, e nel saper dire in modo assolutamente privo di narcisismi sapienziali, ma con profondità, efficacia, con frasi a volte davvero poetiche
marina
Io parlavo di antologie sulla poesia dell’800, dove le donne sono quasi assenti, comunque, una presenza significativa sia nei numeri sia nella qualità dei testi, è desiderabile anche nelle antologie sulla poesia contemporanea.
Cristina
Cara Cristina, non avevo nessun intento polemico (ho messo il sorrisino alla fine per evitare equivoci). Io mi sono esplicitamente limitato agli ultimi decenni e ai testi che avevo sottomano. Al di là delle percentuali di presenza nelle antologie più paludate e nei testi scolastici, volevo in qualche modo far notare, anche ad Alessandra ed Arianna , numeri alla mano, come le cose stiano cambiando se al Montale e al Montano le nostre poete viaggiano attorno al 50%…Ad maiora !
Antonio
bellissimo contributo
un tema interessante quello del corpo parlato dalle donne
ci sono dei passaggi luminosi, affascinanti..quando Arianna parla della concezione della poesia come atto relazionale, esperienza etica, sensibilità empatica nei confronti del mondo.
Complimenti ad Arianna e un grazie ad Alessandra
elina
“Non credo punto che una donna, perché donna, non possa avere un ingegno di tal potenza da fare uno dei più bei libri del mondo. La natura è così varia: le teste femminili possono essere di tanti diversi gradi di forza e di senno! Niente meno che le maschili.”
(Silvio Pellico, Lettera a Quirina Mocenni Magiotti del 12 aprile 1835)
Un saluto affettuoso a tutti.
Cristina
Un concetrato di stimoli questa esposizione di Arianna Ballabio contraddistinta anche dalla grande chiarezza con cui cura la sua parola.
Cambiamenti più evidenti, trasformazioni e “perdite” si iscrivono nel corpo della donna, proprio per differenza biologica rispetto a quello dell’uomo.
La comunicazione con il suo stesso corpo si fa più intima e diretta in un continuo ed incessante scambio, una relazione che si evolve attraversando la diversità delle varie fasi del ciclo vitale .
Attraverso il corpo di una donna passano esperienze “uniche” che divengono linguaggio “unico” inimitabile.
bellissimo post Alessandra
un abbraccio
margheritarimi
invece a me piace la S e anche doppia mi sta bene,perchè mi Sento arca-ica e dunque un fiume mi Sento Scorrere perchè Sono terra dell’eSSere e come tale poeSia mi fluiSce da dentro a dentro.Senza quel Sibilo nel Sangue non laScerei neSSuna Scrittura,neSSun Segno di ciò che Sento, auScultando il ventre che nella gola della mia fertilissima lingua significa delta.
Quanto poi all’analisi sulle diverse componenti mi associo ai complimenti di tutti gli altri che sino a qui hanno sottolineato le capacità dell’autrice di questo testo.Grazie,ferni.
Credo che l’articolo che Arianna ha scritto sia di estrema attualità e interesse. Il discorso del corpo e del desiderio femminile con le astrazioni e complicazioni poetiche che comporta, è qualcosa che Arianna riesce a trattare con estrema grazia e raffinatezza, scegliendo per altro Donne particolarmente efficaci. Vado sempre a curiosare nella rivista di Diotima che, con il gruppo di filosofe alle quali fa capo, si è distinta in questi anni come fucina di idee (e ricerca) notevole nel panorama internazionale. Spero che Arianna possa scrivere ancora qui. Un abbraccio a tutti gli intervenuti e un grazie speciale, chè siete attentissimi e sorprendenti nei vostri spunti.
Alessandra