GUARDANDO NEGLI OCCHI LA LUNA a Karen Blixen – poeracconto
Un omaggio a Karen Blixen in un esperimento di scrittura a quattro mani che alterna poesia e prosa. Nato dal comune desiderio di Ivano Mugnaini e mio di dar vita ad una scrittura tesa a cercare lo stupore di una sintonia su di un tema,pur conservando ciascun autore la propria congeniale modalità espressiva. Lo abbiamo chiamato un “poeracconto “.
prosa di Ivano Mugnaini
brani poetici di Annamaria Ferramosca
GUARDANDO NEGLI OCCHI LA LUNA
- A Karen Blixen: il viaggio, la terra, la parola -
La geometria del garden. Il limite odioso del recinto
Non mi lascerò circoscrivere. So come volare
Mi aspettano. Nel fango che si fa creta
Li disseterò con la mia pioggia
Diraderanno la mia nebbia, in cambio
La luna è più grande qui. C’è più spazio, fuori e dentro. Poche case, alberi, mura, recinzioni. Solo un cielo che ti sovrasta e ti insegue. Stupendo, inesorabile. Chiaro da accecare o buio da farti pensare di essere stato inghiottito dalla notte. La luna è immensa qui. Come lei. Quando l’abbiamo vista arrivare con indosso quel sorriso e quel completo beige con tanto di cappello da safari, abbiamo pensato, abbiamo sperato, che fosse una come tante. Un’europea ricca e viziata in cerca di emozioni forti. Se fosse stato così avremmo potuto ignorarla placidamente, catalogarla in un attimo e sistemarla in qualche sgabuzzino polveroso della mente in compagnia di un odio sereno, ordinario. Ma abbiamo commesso l’errore di guardarla negli occhi, la luna. Chiara, luminosa, intrigante.
Ciglia altere, occhi di miele e pioggia. Viene da lontano. La luna viene sempre da lontano. Sembra ferma, sembra tua, ma sai che se distogli lo sguardo per un istante si sposta un passo più in là. Miele e pioggia. Quella pioggia che qui è sogno, rabbia, utopia, e che lei, nella sua terra, aveva in abbondanza. Colava dai rami lassù, dalle foglie, dai fili d’erba, dai capelli, dalle dita. Cosa è venuta a fare in questa pianura sterminata, tra prati nudi e solchi spalancati come labbra screpolate? Cosa è venuta a fare? Cosa vuole da noi? Mezza strega e mezza santa. L’abbiamo guardata, la luna, l’abbiamo ascoltata. Stilla parole come vino, sangue, lacrime.
Avremmo potuto ignorarla. Se non fosse stata uguale a noi, o l’opposto di noi, o entrambe le cose. Le maschere qui da noi sono duplici, bifronti. Nere e bianche, sorridenti e tetre, serene, spettrali. Non sappiamo perché le pensiamo e le intagliamo in tal modo. Non lo abbiamo mai compreso. Le facevano così i nostri padri, e i padri dei nostri padri. Ci vengono per istinto, per abitudine, per necessità. Non riusciamo a capire le motivazioni profonde, non sappiamo dove cercare le cause, le radici. Non lo sapevamo. Prima di lei, prima del sorgere improvviso di un’alba nuova.
Sono l’ibis placida, mollemente curiosa
Posso migrare, se voglio. Volare fino all’antartide
Ma mi fermo qui, nello stagno inquieto
Dietro le vostre maschere. Entro e scruto
Indago nel sole implacabile che dorme sotto pelle
Nelle radici. Le seguo
Sono le mie radici
Santa e strega, maschera e volto nudo. La vita è fatta di paradossi, beffe della logica a se stessa. Per capire noi, per cogliere il senso delle linee e delle rughe sulle nostre sculture e nella nostra anima, dobbiamo guardare nello specchio di un’europea dagli occhi e dagli inchiostri azzurri, seduta su una sedia impagliata a guardare il nostro orizzonte con lo sguardo di cacciatore.
Duplice nel profondo, pudica e sfrontata, sfruttatrice e benefattrice, coltissima e ignorante, prigioniera e libera. Lei, come noi, conosce bene l’ebbrezza e il dolore del darsi, l’arte del fare della propria esistenza una vicenda da trasmettere. Noi tramite la voce, lei attraverso la parola scritta. Sa perfettamente che trasformare le vicende della propria vita in racconto è una grande gioia, forse l’unica felicità assoluta che un essere umano possa trovare su questa terra. Sa altrettanto bene che nel medesimo tempo è una privazione, addirittura una sciagura. Ci mostriamo nudi, a viso e petto scoperto, diamo forma e trama ai nostri incubi, ai sogni, ai segreti. In cambio di una foto, una parola, qualche manciata di monete. E lo spirito si dissolve, evapora nella calura, nelle ore sterminate perdute oltre la linea opaca del pomeriggio.
Sa cosa significa dare tutto di sé, è donna, come la terra, come l’erba succhiata dal sole. Ma è anche uomo. Non a caso come pseudonimi per la sua attività di scrittrice ha spesso scelto nomi di uomo. Così come ha assunto atteggiamenti virili, riuscendo a renderli credibili, per nulla ridicoli o forzati. E’ uomo, pur conservando ed esaltando in sé l’essenza stessa della femminilità. E’ assolutamente europea, con quelle efelidi che riemergono beffarde nonostante il lungo contatto con il sole. Ha radici salde lassù, nella terra scandinava, eppure oscilla, ondeggia al vento alla ricerca di un ancoraggio che la leghi al suolo delle sue passioni e aspirazioni.
Sa che l’anelito di trovare se stessi è più forte in coloro che più sono in dubbio sulla propria identità e più si sentono senza luogo di appartenenza. Sa che la civiltà attualmente trionfante è un tradimento, collaudato e comodo ma pur sempre tale, verso la natura. Per questo è venuta a cercare qui, in queste savane, un enorme tempio dove si celebrano riti di eternità. Un altare sconfinato su cui si sposano orrore e magia, bellezza e morte.
Iside sognavo, Iside. Così chiamavo la mia bambola nera
L’avevo dipinta col caffè. Profumava di terra calda
Lo sguardo lungolunghissimo diventava fiume
equatoriale, mi penetrava chiedendomi chi sei
Decisi di cercare il mio centro, il mio sud
Chiunque evoca templi, tuttavia, chiunque li erige e li fa erigere, con la mano o con la mente, per noi è un dio. E, di fronte a un dio, noi conosciamo solo due atteggiamenti possibili: ci genuflettiamo atterriti con la faccia e il cuore nella polvere, oppure afferriamo un’arma e ci nascondiamo nel buio come rapaci.
E’ aristocratica, ma ha il coraggio di dimostrarlo. Sa essere se stessa. Non pretende di capirci né di cambiarci. Si mostra com’è. Diversa. Ha il coraggio, la fierezza, la malinconia, lo sgomento che ti coglie proprio mentre respiri l’immenso, la luce accecante che pare inglobarti in un abbraccio sereno. Anche lei, come noi, sa che il vero nemico è il tempo. Non quello sano, quello dell’uomo che cresce e invecchia come un albero. L’avversario che ti punta contro l’acciaio di un fucile è la Storia, il tempo alieno che scorre a dispetto di te, e pesa, come un macigno, pur ignorandoti.
Anche lei ha imparato che solo il mutamento può salvarti, il movimento costante, la corsa, la fuga. Sa che è essenziale che tutto cambi, che ogni cosa, pur nella ripetizione, sia sempre differente. L’antilope scappa dal leone. Si salva oppure muore. C’è una sconfitta nella vittoria e una vittoria nella sconfitta. E’ questo forse il senso più profondo del mistero di questa pianura. Selvaggia, come lei. Ostile, fertile, generosa. Virile e femminea, salda ed aperta. Forse per questa ragione ha saputo conciliare i due opposti nella vita e nell’arte. Ha compreso che l’uomo e la natura sono due scrigni chiusi a chiave dei quali uno contiene la chiave dell’altro.
Già, la chiave. Lei è la sincerità, la visione limpida, diretta. Non è un sepolcro imbiancato. E’ una pelle chiara resa bruna dal sole della rabbia, della voluttà, del dolore. Vivendo tra di noi ha capito che qui non c’è spazio né opportunità per la dissimulazione. Che l’uomo altro non è che una macchina estremamente sofisticata per trasformare il più pregiato dei vini e dei liquori in urina. Oro effimero, sacro nella sua trivialità. Ha percepito il fascino della natura cruda, autentica.
Ha portato qui la sua falsità, le sue foto e i suoi libri e li ha resi più veri del vero, più reali del sole. Vittima e carnefice del suo stesso sogno. Adesso sa cos’è il piacere assurdo che ti squarcia in un grido, il dolore che ti prosciuga come l’arsura di un giorno senza inizio né fine. Lei, miele e pioggia, è diventata sabbia e sete, creta spalancata in un sorriso di resa e trionfo.
Qui finalmente la mia resa, il mio trionfo
Scrivo e la scrittura si fa terra, sangue
Non m’importa della carta che regge le parole
Che possa dissolversi, non m’importa
Questa parola scritta è il mio respiro, il mio grido
Qui dormirò, arcaica
Qui, dove sono ritornata
Non è parte dell’Africa, ora. Non è dentro né fuori. Lei è l’Africa. Gli occhi azzurri della splendida bionda scandinava adesso sono l’ombra e il riflesso del nostro cielo. Andrò da lei con una maschera di legno sulla faccia. La guarderò negli occhi e le scaglierò nella testa e nel cuore l’acciaio della verità. Ciò che ci ha rubato. Ciò che ci deve. Andrò da lei, sì. Con una maschera che non le consenta di vedere se sono bianco o nero, falso o sincero, estraneo al suo mondo o parte di esso. Se sono foto o un volto reale, una storia che lei potrà costruire, stravolgere e rimettere insieme. Le tessere di un mosaico che né io né lei sapremo collocare nel modo giusto. Mistero destinato a restare oscuro e abbacinante. Come questa terra, che, forse, è mia. Luce agra di una sconfitta annunciata. Limite invalicabile, distanza incolmabile che, nel chiarore dei suoi occhi, nella bugia ammaliante delle sue parole, può svanire. E rinascere. Tramite l’immaginazione, attraverso la scrittura, la mia maschera può prendere corpo e assumere senso, smarrirlo, ritrovarlo. La sconfitta diventa vittoria. La nobildonna danese genera il sogno della sua Africa. Lo uccide e gli dà un’altra vita. Come il fuoco che brucia la savana di passione e follia. Lasciando spazio ad un’erba nuova. Il sogno eterno di una pioggia di miele ignara di lacrime.
Annamaria Ferramosca e Ivano Mugnaini






molto bravi, davvero, complimenti, qualche punta di pathos forse da sfrondare ma la struttura intrecciata a quattro mani è perfettamente calibrata, un abbraccio ad Annamaria e Ivano (in rigoroso ordine alfabetico!!), Viola
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“Anche lei ha imparato che solo il mutamento può salvarti, il movimento costante, la corsa, la fuga. Sa che è essenziale che tutto cambi, che ogni cosa, pur nella ripetizione, sia sempre differente.”
Grande segno sulla pietra scura e lucente di una notte, nell’africa profondissima del sentire.Nitida,una freccia che colpisce le falsità e le ipocrisie di un occidente colonia delle sue fredde, tetre mancanze nei confronti della natura,dell’uomo, di una sola specie (i viventi,i mortali) e una lancia, per salvare ciò che serve davvero quando si salpa per la vita. BELLISSIMO TESTO. grazie,ferni.
@viola, questa sperimentazione sulla scrittura a quattro mani, che tu ben definisci intrecciata, è una forma in cui Ivano ed io crediamo fortemente e speriamo che dilaghi.
Ho iniziato a sperimentare questo modulo in poesia con strofe alterne anche bilingui, ed ora grazie all’entusiasmo di Ivano è nata questa scrittura-dialogo tra prosa e poesia. E’ davvero difficile l’incontro tra due mondi-monadi scriventi, tra due territori inventivi, due atmosfere, due musicalità, ma sento, e con me Ivano, che se c’è volontà e sintonia può accadere che i binari torcendosi si incontrino con vibrazioni straordinarie. Proprio perchè vincono la superbia dell’io-autore accogliendosi per cercare insieme una parola più corale, forse per questo più densa. Grazie delle tue parole, annamaria
@ ferni, sei generosa, ed io imbarazzata nel dirti grazie. Hai ben messo a fuoco come sia stato il tema dell’Africa, anche per il portato di metafora dell’ottusità dell’occidente di fronte alla sacralità di tutto ciò che è natura primordiale, ad accendere per noi la scintilla inventiva su cui ci siamo cimentati, sulla scia dell’ indimenticabile prosa della Blixen. Speriamo di aver almeno aggiunto un filo d’erba a quell’ irripetibile savana.
annamaria
E’ davvero più grande la luna, nelle vostre parole d’amore per Karen
E’ un esperimento riuscito. Certo, quello che conta veramente è l’opera e non l’autore.Se si vibra insieme, in uno scambio di riverberi, ognuno può dare il meglio di sé e l’opera cresce su sé stessa. Può diventare interminabile, come un dialogo ininterrotto. Ma il vostro è un riverbero triangolare: Blixen, come angolo di partenza, e voi due.
Mi piacciono questi intrecci di prosa e poesia.
Complimenti
lucetta
@Matilde. mi incoraggia la tua empatia, grazie
@ Lucetta
è davvero così, Lucetta. Scrivere a quattro mani, ma se si potesse, anche a più di quattro – so di esperienze in atto di questo tipo, che vanno nel senso dell’abbattere l’egocentrismo autorale – moltiplica la visionarietà e addensa il pensiero. Ed è gioia grande il creare insieme. Provare per credere. Abbraccio te e le tue parole,
annamaria
Adesso, non per “frammentare”, ma ho davvero trovato stupenda la parte poetica.
Ma proprio tanto.
L’essenziale, Silvia, al di là del diverso risuonare in ognuno che legge, è che resti un fondale armonico. Ti so partecipe di un “gioco”di stesura collettiva di poesianel blog di Atelier. Da poco ci sono anch’io, spero che si diffonda… grazie dell’apprezzamentoi
annamaria
Cara Annamaria,
brava, bravi. La tua vocazione all’incontro, alla sperimentazione, alla sinestesia è umanamente e artisticamente autentica. Un esperimento ben riuscito,
complimenti a te e al bravo Ivano Mugnaini di cui leggo, conosco e frequento quando posso, il blog che trovo assai raffinato nelle sue proposte letterarie.
Ancora complimenti,
@Bianca: sono felice di aver conosciuto la tua stellare sensibilità, cara amica e la luce interna che da te emana senza esibizione. Siamo in grandissima sintonia su tanto della vita. Così accolgo con gioia la tua approvazione e la trasmetto a Ivano. grazie, Annamaria
Per fortuna che ci sono gli atti d’amore come questa composizione “altrimenti le giovani donne non saranno più premio e ricompensa di nessuno e di nulla” vorrei dire con le parole della Blixen degli Ultimi racconti. Per fortuna che Ivano e Annamaria intrecciano i loro verba, anelli di una sola catena. Se nella Blixen ogni storia ne rimanda a un’altra qui la ricaduta, altrettanto stringente, è nella vicenda metatemporale del lettore, fatto parte fisica di quest’universo elettivo dove l’una , la poeta tende a incidere, fermare la trasformazione, l’altro, il narratore ridà volo alle conseguenze, gravide, della parola “avvenuta”.
Empatia neo-nata, immediata: è vero che scrivere è felicità assoluta e sciagura. È vero che la parola scritta è respiro e grido. Ne abbiamo bisogno, oggi: dobbiamo gridare per accorgerci di amare. Dobbiamo leggere per ri-imparare i nostri sensi, a partire dal respiro.
Grazie, amici
Marco
Marco, mi onora il tuo approdo qui, sotto questo duale poeracconto che timidamente sta celebrando la sua nascita in rete. Non finisce di sorprendermi la tua sapienza critica, con quella piena capacità empatica unita a una sempre originale lacerante riflessione sull’attuale universale bisogno di scrittura. Felicità assoluta e sciagura, respiro e grido. Voglio scolpire queste tue parole-dono. Come dirti grazie. Eppure lo dico, commossa e ancora incredula. Grazie da me e Ivano
Annamaria
Annamaria spazia su continenti e mondi diversi, anche poetici o linguistici. Non si accontenta. Apre porte…(”DOORS/Porte” non a caso è una sua raccolta di poesie), comunica bellezza, adora parole, scrive universi, fa piovere cieli di sillabe, sa far splendere lettere, guida cuori, sogna nuvole, guarda tramonti, guada fiumi, sorride a creature inanerrabili (eppure le narra, come Karen Blixen, così innafferrata e inafferrabile), ama ogni sguardo sulla terra e nei paradisi dell’anima, suona strumenti fino al midollo della carne e della mente, modula zufoli come un giovane Pan sperso su zolle di papaveri, su Eden di asfodeli, sui Campi Elisi degli Elisi, sui torrenti degli dei, sull’albicocca dell’alba e sui mirtilli del crepuscolo, cada die, ciascun giorno che il tempo manda sulla perduta Terra…Una Poeta…
Ah, aggiungo: stanotte è LUNA PIENA…PIENA POESIA…
da Francesca maratoneta instancabile e generosa
di poesia non potevo che aspettarmi questo ansante regalo di sintonia, davvero sovrabbondante. E con sovrabbondanza d’affetto ti ringrazio, Francesca. Che la tua luna di poesia sia sempre piena
Annamaria
Grazie a tutte e a tutti coloro che hanno condiviso con me e con Annamaria l’emozione di un testo particolare, rischioso, complesso, complicato nell’ideazione e nella realizzazione, ma se, come è accaduto, è riuscito a generare nuove emozioni e nuovi punti di vista, ha avuto un senso avventurarci sui terreni di una scrittura condivisa. Abbiamo, Annamaria ed io, un nostro personale senso del ritmo e autonomi temi, spunti, ricordi, impressioni ed idee. Ma, come musicisti accomunati dall’amicizia e dalla ricerca dell’armonia, a volte amiamo unire strumenti, note e momenti di ispirazione, per cercare l’utopia-realtà di un’accordo, un suono. In questa occasione, come qualche lettore ha poeticamente osservato, abbiamo cercato e ascoltato la voce della luna. Grazie a Bianca, Ferni, Francesca, Lucetta, Marco, Matilde, Silvia e Viola, per la lettura, il sentito e valido commento, e l’empatia. Buona scrittura a tutte e a tutti. Con amicizia,
Ivano
Una breve ma doverosa postilla, per ringraziare per l’ospitalità tutte le belle donne di questa via di voci e parole ottimamente frequentata, e per dire che l’errore del post precedente, quel “un’accordo” scritto con l’apostrofo, dovuto alla fretta, è anche a suo modo creativo, in quanto l’accordo letterario con Annamaria, le assonanze, di partenza e trovate passo passo, anche nell’esercizio complesso della scrittura a quattro mani, sono così ricche da meritare perfino un segno grafico in più. L’invito è quello a percorrere, se e quando sentirete che c’è modo e occasione, il sentiero della scrittura condivisa: regala sorprese e punti di vista e di lettura che da una sola prospettiva è difficile cogliere. Si scoprono a volte, nella tortuosità del cammino, orizzonti di armonia. Grazie ancora, e a rileggerci, Ivano
Ieri passeggiando pensavo a una possibile poesia per mia moglie, un elogio alla “forza della sua debolezza”, il “superare le malattie più gravi con un’alzata di spalle”, un girare nel labirinto delle piccole cose, nominare le crune degli aghi, un bottone staccato e perso, la telefonata che fa bruciare la frittata, ci perdiamo nel caos delle cose minuscole e penso che per queste cose sono brave le scrittrici, le donne vivono nella concretezza delle mura domestiche senza divagare, noi invece pensiamo sempre ad altro e Gustav Aschenbach viveva in albergo, a me piacerebbe vedere un bel diario della ragazza delle pulizie di quell’albergo. Immagina un diario di una di quelle suore che accudisce il papa, che magari al papa dovranno anche pulirgli il culo, dovranno lavarlo, pulirlo come fosse un bambino. Una scrittura vicinissima all’orribile concretezza di ogni giorno, devo averlo un libro di una svedese, il diario di una lavatrice di pavimenti, spero di ritrovarlo.
Luigi Di Ruscio