Professori o insegnanti?
Febbraio 18, 2008 di morenafanti
Seduta dietro una lunga tavola con parvenza di cattedra, guardavo la platea attenta e ascoltavo la relatrice presentare i vari punti della sua presentazione.
Un pensiero e una consapevolezza su ciò che tutto questo rappresenta per noi e per la nostra società. Sono ragazzi diciottenni che ascoltano la loro prof.
Ha ancora un significato?
Siamo ancora una società che si pone degli obiettivi riguardo alla scuola? Cosa può offrire la scuola oggi?
Per un insegnante ha un senso programmare, ideare, preparare progetti pensati per i propri alunni?
E gli alunni cosa si aspettano da questa scuola?
Ascoltando i loro interventi, penso che come sempre la differenza la fanno le persone. Le istituzioni sono strutture, organismi, ci sono vertici, poteri, ambizioni, ma ciò che sempre conta sono le persone. E ci sono prof e Prof.
La scuola è spesso chiamata in causa, in una società in cui tutti tendono a demandare ad altri le proprie responsabilità.
La famiglia, quindi, che vive un momento di grande insicurezza e confusione, trasferisce le proprie responsabilità alla scuola e pretende che essa svolga un ruolo di educatore globale, declinando con grazia, ma non tanta poi, i propri impegni primari e chiedendo alla scuola di essere responsabile in toto dei loro figli.
La scuola, che era già sofferente in tanti settori, si trova rivestita di un ruolo non suo e non sembra accettare con grazia.
D’altronde, come darle torto?
In questa giungla di conflitti e di pretese si muovono i professori. In che modo lo fanno?
Possono supplire alle mancanza dei genitori? Cioè, essere anche supplenti di loro stessi, in quanto genitori e professori nello stesso tempo.
Stiamo chiedendo troppo?
Forse sì. La famiglia dovrebbe recuperare se stessa prima che sia troppo tardi. Questa mi sembra la cosa più urgente, ma non in questa sede.
Qui vorrei proseguire il discorso sulla scuola e sui suoi professori.
Tutti noi ricordiamo una prof d’italiano che ci fece amare i poeti del novecento e ci fece leggere un libro che ci aprì nuove visioni del mondo, o la prof di artistica che ci svelò il modo di guardare quadri e colori.
Ma non sempre funziona così. Per alcuni le materie sono solo una lunga lista di nozioni da imparare e saper recitare al momento opportuno.
Cosa fa di un professore un buon professore?
Cosa deve passare da lui ai suoi alunni per far sì che loro amino ciò che studiano?
E, soprattutto, cosa dovrebbe dare un bravo insegnante ai suoi alunni?
Nella mente ho una scena: Robin Williams nell’interpretazione del professore John Keating, nel film L’attimo fuggente. Chi non vorrebbe un simile professore? Chi non ha mai desiderato di vivere quei momenti di condivisione e discussione?
Cos’ha di diverso il professor Keating? Cos’ha in più, rispetto ai suoi colleghi?
E’ bravo. Conosce la sua materia. Certo, ma quanti professori sono competenti nella loro materia? E’ spesso ciò che conoscono meglio.
Allora, cosa rende Keating così unico e trascinante? Cosa fa di lui una persona per cui i suoi allievi sono pronti a scendere in campo e rischiare qualcosa?
Qual è la differenza?
Credo che la differenza, quel punto in cui le linee comuni tra le persone, si scostano e percorrono strade inusuali, meno frequentate, sia saper trasmettere a chi ci ascolta, non il nostro sapere - sempre supposto che ci sia - ma le armi necessarie per costruirsene uno proprio.
Non dobbiamo dare le nozioni, ma il modo con cui recuperarle. Non certezze in cui credere a occhi chiusi, ma incertezze su cui discutere. Non dire: amate le poesie! ( o i libri), ma mostrare il modo in cui noi stessi le amiamo, far toccare a loro cosa significa guardare, scrutare, capire e decidere.
Decidere, che bella parola!
Ma saper decidere significa possedere le armi giuste per farlo. Significa saper confrontarsi con gli altri e le loro opinioni, battersi per ciò in cui crediamo.
E prima di ciò, significa valutare e capire.
Non dobbiamo fornire risposte, ma dare le conoscenze per formulare le domande giuste, quelle che portano alla chiarezza e alla scoperta.
“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a veder voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva.” Così il professor Keating nel film dichiarava ai suoi alunni. Un diverso punto di vista, un’altra prospettiva, questi sono i suggerimenti che fornisce. Non un secco: dovete pensare così. Non un: la verità è ciò che vi dico e voi dovete solo imparare.
No, lui mostrava la strada e indicava le cose da guardare. Lui forniva la armi e diceva loro come impiegarle, poi li lasciava liberi di pensare, agire, decidere, confrontarsi.
Ma soprattutto, il professor Keating trasmetteva loro l’amore per ciò che diceva, la passione per capire le cose e per studiarle, per metterle in pratica: ” Non leggiamo e scriviamo poesie perché è divertente. Leggiamo e scriviamo poesie perché apparteniamo alla razza umana. E la razza umana è piena di passione. La medicina, il diritto, l’economia e l’ingegneria sono nobili occupazioni, necessarie alla sopravvivenza. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, queste sono le cose per cui vale davvero la pena vivere.”
Passione: è questa la differenza.




Morena, sei grande!!!
Hai ragione: è la PASSIONE che fa la differenza, quella con la “P” maiusola.
Inutile dire ai ragzzi “leggete”, ma portare un libro in classe e cominciare a leggere, con amore, con trasporto, lo stesso trasporto che ci ha rovesciato l’anima e il cuore mentre leggevamo…
Nel libro che ho scritto,”Il cielo sopra l’albero”, ho cercato di fare proprio questo… raccontare ai ragazzi che non hanno avuto modo di ascoltare il narrare dei nonni o dei genitori la vita di un tempo, con le stesse emozioni, la stessa enfasi con cui è stata vissuta, lo stesso amore che muove il mondo, “sempre”…
Non si può trovare la pace del cuore svuotandolo, ma riempendolo d’amore, di poesia, di sussulti…
Complimenti ancora, un abbraccio
Monica
SI SI SI e..anche la fragilità,misura da cui parte la passione,grande,sconvolgente di “un uomo” che non ha ancora smesso di cimentarsi con lo stra-ordinario che gli capita:vivere su un pianeta di terra che si muove nel cosmo,mosso dalle stesse indiscutibili leggi che lo governano cercando di intuirne le basi di formulazione e ar-rogarsi la possibilità di dialogarne di generazione in generazione creando altri spazi dentro il primo ancora sconosciuto.Che meraviglia!Da perderci la testa,l’identità che comunemente ci attribuiamo,in una fase tribale della comunità umana:noi siamo così vasti nel nostro minutissimo punto P di vista,che nemmeno sa dire in quale punto dell’universo sia stato punto o unto dalla facoltà di dire…ma cosa se non una creazione sempre poetica,as-soluta-mente poetica di ciò che gli appare? Ho letto poco tempo fa un bellissimo lavoro di allessandra pigliaru,in cui riprendeva la teoria di platone,la caverna e l’uomo che guarda, in prigione, dentro la notte sia dell’immagine sia di se stesso, qualcosa che non sa cosa sia e miè venuto spontaneo di dirmi: non è forse ciò che accade a noi? Ecco,la nostra fragilità da ricordare è anche questa,non solo quella legata alla fisicità del dolore che viene utilizzata per manovrare gli altri,renderli succubi non pro-muovendoli invece alla vita,sempre,qulunque sia l’angolazione o la collocazione geografica o il pozzo in cui siamo dis-locati.
Grazie,davvero una grande passione,ma anche la lucidità per offrirla.ferni
L’arte rara della lettura, di riuscire a far amare la lettura. Proprio in questi giorni ho sentito lo scrittore Flavio Soriga leggere in pubblico, in modo esilarante, qualche decina di pagine del suo ultimo romanzo, ‘Sardinia blues’. Venti minuti, ma nessuno si è stancato, anzi! Ecco, pur nella varietà di toni e di scrittura, chi ascolta deve percepire la partecipazione profonda di chi legge. Volendo fare da contr’altare alla lettura brillante che prima citavo, ricordo invece la commozione di Benigni alla lettura del V canto dell’Inferno.
Grazie Morena
Antonio
Il tema è vasto. Prof e prof sono sempre esistiti purtroppo i prof oggi sono in maggioranza. Dato per scontato che tutti siano preparati, la differenza la fa il ruolo in cui si presentano ai ragazzi. Devono essere autorevoli e pretendere rispetto e nello stesso tempo apparire ai ragazzi persone degne di ascoltarli, sicuri che saranno capiti. ” Tanto non capisci ” quante volte i figli ce l’hanno detto? Allora la scuola se si pone come istituzione credibile potrà essere un’alleata della famiglia.
Purtroppo molti insegnanti vivono la professione come lavoro asettico fatto di schemi e di modelli dimenticando che la maturazione fisica e psichica varia da soggetto a soggetto. La scuola è diventata un’azienda che non ha più un Preside, figura di riferimento per i docenti, ma un Dirigente scolastico che più che della didattica deve far funzionare un’azienda.
A mio parere la scuola per rinnovarsi deve rimettere l’alunno al centro e vederlo come persona da educare e da seguire e non come un numero.
Sandra
I numeri sono quelli che dobbiamo scrivere compilando casellari di valutazione in cui i parametri sono adeguati e calibrati intorno ad una decina,poco più o poco meno,di giudizi…quasi universali alla fine,perchè li si potrebbe utilizzare per parlare anche d’altro,forse di cucina visto che ultimamente si usa il verbo somministrare,non solo terminale (le classi terminali:mamma che orrore!ma non si può semplicemente dire le classi quinte? La maturità allora cosa sarebbe?La fine ultima?).I giudizi e le valutazioni si scrivono in internet,per velocizzare le pratiche… eppure servirebbe dilatare l’anno scolastico in mesi molto più ampi di quelli che già l’anno matura.I giovanissimi hanno talmente piccolo bagaglio,non hanno una memoria ricca di voci,non conoscono che un modestissimo frasario da appiccicare con un fiato sopra la loro testa e farne dei fumetti.Dalla geometria descrittiva e proiettiva ho preso un metodo che mi consenta di far vedere lor le diverse letture di una parola:la spezzo la dissigillo,la ricompongo generando scene e paesaggi ed ecco che,trovandosi con il volto capo-volto il loro viso brilla,come se gli fosse esploso qualcosa, dentro e davanti agli occhi,che prima non avevano mai visto,mai sentito toccato annusato. Innesco le diverse discipline eliminando i confini e facendone s-con-parti-menti di un viaggio.Ci riappropriamo del diritto di impastare parole come relazioni.Ecco,si,si tratta di riaprire loro i sensi,magari utilizzando le armi della moda corrente,quella che fa loro tappare le orecchie per spararsi musica fin dentro l’aorta e non sentire non vedere altro mondo che quello del suo-no-Appropriarsene per…cantargliele:le storie di questo mondo che s’allarga,che ci allaga di meraviglia e capire che mostruoso non significa ciò che fa paura.
sono perfettamente d’accordo su quanto scrive Morena, in particolare mi vorrei soffermare su quetso passo, molto chiaro e convincente:
“Non dobbiamo dare le nozioni, ma il modo con cui recuperarle. Non certezze in cui credere a occhi chiusi, ma incertezze su cui discutere. Non dire: amate le poesie! ( o i libri), ma mostrare il modo in cui noi stessi le amiamo, far toccare a loro cosa significa guardare, scrutare, capire e decidere.”
E qui sta il difficile! perchè può esserci l’insegnante che è perfettamente consapevole di ciò, ma non trova la sufficiente passione e le competenze per farlo: in un mondo in cui tutti ” delegano” e scaricano le responsabilità, ci vuole una grande forza e lucidità mentale per raggiungere questo obiettivo…anche chi lo desidera , non sempre è in grado di raggiungerlo, tenendo anche conto degli innumerevoli ostacoli burocratici e concreti che si trova ad affrontare.
Per questo, la società intera dovrebbe essere profondamente grata agli insegnanti “veri”
marina
Cosa fa la differenza? La passione. Concordo con te pienamente. Lo affermo da docente di Filosofia e Storia, due materie complesse, per me meravigliose. Il punto è quanti docenti se la sentono di decidere per la “Differenza”? Lo sai perchè me lo domando? Io ho 29 anni e la mia, lo riconosco, è una vera e propria vocazione storico-filosofica. Trovo che avere la possibilità di “aprire” le porte della conoscenza e della percezione storica del reale e della creazione filosofica, sia un’opportunità di inestimabile valore e altrettanto carica di responsabilità. Decidersi per la Differenza è un atto di responsabilità, è un atto etico che il nostro lavoro pretende per sua stessa natura. Quanti docenti traducono in opera tale intento?
O ancora quanto L’istituzione Scuola, il continuo cambiamento di bandiera governativa, consentono la realizzazione concreta di tutte, proprio tutte le condizioni di un eccellente insegnamento? Questi sono, a mio parere, gli interrogativi cruciali, che necessitano di una risposta.
Io ho deciso per la Differenza, perchè convinta che ne valga la pena; perchè consapevole di avere tra le mani la storia di giovani vite, fragili e complesse; perchè felice di un loro passo autonomo, di un loro sorriso di soddisfazione, di un loro dialogo consapevole e critico. Ma manca sempre e comunque un tassello. La passione è fondamentale, ma non sufficiente. L’insegnamento è un’opera corale, non soggettiva. Non può esistere eccellenza armonica se si è atomi vaganti, appassionati, certo, ma pur sempre unici strumenti di uno spartito con troppi spazi ancora vuoti.
L’insegnamento e l’apprendimento sono un dono reciproco da difendere, un valore da accudire, un diritto inalienabile della nostra Storia.
Grazie per aver toccato un tema tanto importante. E’ uno spazio vuoto che ricomincia a battere.
Da Erika
[...] Leggi il seguito e segui la discussione qui [...]
Importantissimo questo testo che hai scritto, cara Morena. Argomento drammaticamente attuale. Solo la passione può salvarci, in tutte le cose.
Devo alla mia insegnante d’italiano la mia passione per la poesia e la letteratura. La sua, io, gliel’ho restituita così.
Quanto dice Antonio, poi… Altro problema poco affrontato nelle scuole. L’insegnante deve leggere a voce alta e leggere bene. Se non legge bene( e con passione, un testo che lui,per primo, ama) il testo non “arriva”, passa inosservato o addirittura annoia. Mi sono occupata per molto tempo del “Piacere dell’ascolto” di “Teatro di lettura” e ho conosciuto certi grigiori scolastici che impedivano assolutamente ai ragazzi di crescere, amare la cultura e cioè un certo piacere della vita. Sembra che questo piacere-che è la base di tutto e da cui si può partire per qualunque tipo di apprendimento- venga estromesso, eluso dalla scuola italiana. Il valore didattico e terapeutico del piacere e quindi della passione a cui si riferiva Morena, non è mai preso in considerazione se non in rari casi ma per fortuna spesso nelle prime fasce scolastiche, meglio, pre-scolastiche.
Grazie, Morena, di cuiore.
Lucetta
La scuola rimane sempre un pilastro fondamentale per i futuri cittadini di domani. E’ necessario che gli insegnanti trasmettano con passione i valori di cui i ragazzi hanno necessità, soprattutto quando le famiglie sono carenti. Purtroppo in alcuni casi si registra un appiattimento da parte di insegnanti che magari hanno perso gli stimoli necessari, ma fondamentalmente ritengo la scuola ancora una struttura sana. Brava Morena.
Hai perfettamente ragione,Morena,la differenza la fanno le persone.In tutte le scuole,di ogni ordine e grado,ci sono insegnanti bravi e motivati e,purtroppo,docenti che avanzano apaticamente senza rendersi conto della responsabilità che hanno.
Io mi auguro di essere sempre trascinata da questa passione fortissima nei confronti del mio lavoro e dalla convinzione di esercitare la professione più bella del mondo.
Se,un giorno,il fuoco dovesse spegnersi,spero di avere la lucidità per capirlo e,magari,la forza per dedicarmi ad altro.
Un ragazzo deve avere di fronte un adulto appassionato,disponibile a vedere il buono in ogni alunno,anche in quelli più difficili.
Il mio obiettivo?Senza trascurare verbi e periodi storici,vorrei davvero aiutare i miei allievi ad affrontare le incertezze e a capire che le loro azioni hanno sempre una conseguenza.
“Per questo, la società intera dovrebbe essere profondamente grata agli insegnanti “veri”” scrive Marina e io concordo pienamente con lei, anche se credo che ognuno di noi che svolga un lavoro - e quello dell’insegnante è una delle professioni più ‘delicate’ e impegnative e perciò ancora di più dovrebbe valere questo principio - dovrebbe impegnarsi e svolgerlo in modo “vero”.
Perciò la società dovrebbe essere grata a chi lo fa, ma ancor di più, dovrebbero essere suscettibile di critica i professori che non sono “veri”.
Ho esagerato?
Riprendo anche le parole di Sandra: “Devono essere autorevoli e pretendere rispetto e nello stesso tempo apparire ai ragazzi persone degne di ascoltarli, sicuri che saranno capiti.” E questo credo che sia veramente una nota dolente perché sempre più spesso vedo professori che non sono credibili, che parlano ma non sanno farsi ascoltare perché loro stessi per primi, non credono in ciò che dicono.
E chi ascolta, questo lo sa, lo sente.
Accetto altri interventi…
Ciao Morena. Ciao a tutte le belledonne che si aggirano - e sostano - in questo bel sito. Vorrei dire la mia con una lettere che scrissi tempo addietro al ministro Berlinguer. E’ in tema…Così mi pare.
NUORO 15 settembre 1996
LETTERA APERTA AL MINISTRO BERLINGUER
VIVA IL RISPETTO E LA TUTELA DEI SOGNI
di
ROSALBA SATTA CERIALE
Caro Ministro Berlinguer,
se dovessi rappresentare con l’uso dei colori la mia esperienza scolastica dominerebbe il nero o il grigio.Il giallo e il celeste- che pure userei e che ancor oggi rappresentano per me la fiducia e l’autostima- farebbero solo capolino, quasi a ricordare che “sotto le foglie secche, a volte, c’è la vita”.
In complesso la mia esperienza scolastica è stata negativa.
E non parlo di rendimento e profitto, perché, nonostante il nozionismo dilagante, andavo ugualmente avanti, ma di rapporti.
Era una scuola triste . Eccessivamente severa non sorrideva mai, non invitava all’incontro, al dialogo, al confronto.
Non poneva interrogativi.Pretendeva risposte.Quelle e non altre.
L’ insegnante era là…e noi eravamo qua, troppo spesso a far finta di ascoltare ciò che avremo studiato a memoria a casa; ancor più spesso a studiare strategie - non per entrare da protagonisti nel mondo del sapere che ci pareva lontano anni luce - ma per trovare la via più semplice per arrivare a “lui”, per giungere oltre la cattedra e poter meglio studiare quello sconosciuto dispensatore di chissà che cosa che,chissà perché!, non era capace di sorridere, di creare sinergia, coinvolgimento, innamoramento per il sapere.
Questa è stata la mia scuola, ieri.
Questa è , ancora oggi , la scuola di tanti , oggi.
Anche io, però , ho avuto , come Lei , la mia “signorina Mossa”, che però era un maschietto, insegnava filosofia e porta il nome di Franco Favata (…ha presente la bella copia del tenente Colombo?).
Solo che di lui ricordo non la severità , ma la disponibilità all’ascolto.
E’ la prima cosa che mi viene in mente dopo il suo viso, che aveva sempre un’ espressione distesa, serena. E poi….ricordo ancora oggi Platone, Aristotele, “l’io voglio” di Kant…che ci invitava a gustare, scoprire e discutere.
Ricordo anche le sue simboliche pacche sulle spalle che avevano la carica frizzante del “dai che ce la fai!” nei momenti di maggiore difficoltà anche relazionale.
Ricordo - accadde solo allora! - la nascita dell’autostima, che provoca un senso di vertigine, perché dà la consapevolezza dell’esserci e del contare.
E poi…ricordo la mia corsa, lo spuntare delle ali, la mia arsura di sapere che ancora oggi mi porto dietro, e che dà un senso alla mia vita di donna, di madre, di insegnante, di cittadina che si sente protagonista.
Perché Le dico tutto questo?
Perché desidero capire il senso, il significato, l’urgenza del secondo comandamento del Suo decalogo (…ma, ha detto proprio cosi?!) : “Più severità nei confronti degli alunni” (da “Il Venerdì di Repubblica del 6 settembre).
A mio parere (posso?) la scuola italiana non ha necessità di maggiore severità ma di maggiore serenità.
Quando si è capaci di creare un clima di attesa, la partecipazione degli studenti è scontata, la voglia di imparare e crescere, ovvia.
Solo allora il “pretendere” diventa una questione di stima.
Lei sa bene che l’ obiettivo dell’ insegnante non deve essere quello di “dare” ma di “invitare a prendere”… perché solo allora nasce il desiderio di scoprire e di fare. Ma tutto ciò, ripeto , può accadere realmente solo quando si respira e si vive in un clima disteso, dove si compete solo con se stessi, dove ci si interroga per scoprirsi e porsi in relazione con l’altro.
Per crescere insieme più responsabili e forti.
Per imparare a vedere oltre.
Io, oggi , quarantasettenne , ho provato un adolescenziale senso di euforia quando ho saputo della Sua nomina a Ministro della P.I. perché, poiché la seguo da tempo , conosco il Suo spessore culturale e la Sua coerenza.
E La seguo con sempre maggiore interesse anche quando Lei afferma qualcosa che non condivido o non comprendo perché, quell’ indimenticabile professore di filosofia mi ha insegnato a rispettare il pensiero divergente e a motivare le scelte senza timore di essere “presa per le orecchie”.
Quel professore di filosofia che aveva sempre un’ espressione serena, che era una persona autentica e sapeva portar fuori da me , da tutti i suoi
alunni , il meglio , perché , “accanto a una forte motivazione, umanità, autorevolezza” c’era il rispetto e la tutela dei sogni.
Cordialmente.
(da “L’Ortobene”)
Ho trovato il tuo articolo molto interessante, anche dai tuoi ragionamenti e dalle tue opinioni traspare quell’elemento così importante, sì, compare la passione, il convincimento.
Ciao, un caro saluto.
Qui certo non manca né la passione né la preparazione e nemmeno la tenacia per portare avanti un percorso che cerca prima di tutto in sè le tracce da proporre agli allievi come metodo che non ha una fissa regolamentazione e non è una prestabilita risposta,solo una proposta.Credo sia buona cosa ricordare che tutte le tesi, sostenute nelle diverse ricerche e discipline, sono in realtà ancora ipotesi:TUTTE. La contrapposizione delle idee e il lavoro continuo come base di un arricchimento che non ha i parametri con cui di solito si misurano oggi molti ospiti del nostro pianeta.
Morena si sofferma sui punti importanti del rapporto in-segnati e studenti,in cui anche gli insegnanti sono nella posizione di discenti (tenere la propria attenzione aperta all’accoglienza,non solo di ciò che costituisce la propria disciplina,ma sulla bacheca dei diversi saperi e delle loro domande). Grazie alla tua attenzione e a quella di ogni altro intervenuto.ferni
Argomento troppo difficile, vasto e complesso per me; passo la mano.
Su una cosa però concordo pienamente con Morena: i docenti dovrebbero infondere e suscitare la curiosità degli allievi; dare gli strumenti per un percorso, in qualche modo, e non il percorso stesso;
anche senza la passione da “film”, alla Robin Williams; anche con metodi e atteggiamenti meno cinematografici, aggiungo io.
E la passione…
… o ce l’hai, o non ce l’hai; ma qualche volta bisogna anche vivere e fare la spesa, quindi può anche capitare che fai il prof., perchè non sei riuscito a fare ciò per cui avresti messo tutta la tua passione, oppure hai esaurito la tua passione, o sei ti esaurito tu, frequentando per tante ore al giorno certi studenti non propio “consoni”.
Lasciamo che siano solo i Prof ad insegnare, ed avremo un Prof per ogni 1000 studenti. E poi, anche i prof. hanno molta importanza, servono a valorizzare i Prof.
Le “cose” positive dell’esistenza sono tali, anche perchè ne esistono gli opposti…
… se fossero tutti Prof che gusto ci sarebbe?
Tema impossibile, ma non ditelo alla maestra. Ho già preso tanti 4, quando andavo a scuola. (autobus n. 4, of course).
Passo.
Leggo i vostri interventi e ho la conferma di chi siete e di ciò in cui credete - in questo commento mi riferisco proprio a chi tra voi insegna e ha insegnato - Rosalba, Erica, Ferni ad esempio. di altre non so - e leggo nelle vostre parole (che bella lettera, Rosalba! e che bella Ferni che s-compone le parole come a volte faccio anch’io, e Erica ir-rinunciabile amica dalle salde convinzioni e dalla passione giovane ma adulta) che credete inciò che fate pur tra le tante difficoltà che assalgono la scuola e l’osteggiano nel suo lavoro.
Quella scuola nera e grigia e che vorremmo sempre vedere di tanti colori…
Grazie a tutti gli intervenuti.
proseguiamo…
Al liceo ricordo che una Prof ci spiegò un autore latino che diceva: insegnare non è riempire un sacco ma accendere un fuoco. Dopo tanti (issimi) anni ricodo la frase ma non il nome dell’AA. QUalcosa di buono la scuola ha fatto, perché in me il fuoco, seppure in ritardo, si è acceso… Oddio, non in tutte le materie, non esageriamo! In ogni caso il film l’attimo fuggente a me non è piaciuto, mi è sembrato troppo compiaciuto di se stesso e, alla fine della fiera, il messaggio della passione lo sapeva leggere solo chi la passione già l’aveva dentro. Tanto fumo e niente arrosto, una presa in giro sul filo del rasoio, ma io sono di gusti troppo difficili, quindi scusatemi per la divagazioni, so che è piaciuto a molti.
Prima di finire, per un paio di veri prof capaci di accendere il loro piccolo fuoco nelle menti degli studenti, il numero di quelli che riempiva sacchi è stato statisticamente molto più valido diciamo il 98% nella mia lunga carriera scolastica. Non so cosa significhi tutto ciò e neanche perché lo stia scirvendo. Il mio bel pezzo di carta l’ho ugualmente ottenuto e con esso ci campo e non mi lamento. Però quando ripenso alla scuola, in effetti avverto un senso di fastidio, perché se avessi avuto insegnanti più appassionati, forse sarei stata più felice di imparare. BB
Grazie dell’intervento, Barbara.
Il film da me indicato è solo un fuoco acceso, non un sacco riempito, quindi va benissimo il tuo dire che non ti è piaciuto.
lLimportante come sempre è avere una discussione e poter dire ciò che pensiamo, cosa che ci auguriamo sia sempre possibile per noi, e per tutti.
Alla fine convieni con me che un insegnante che crede in ciò che fa, può ‘dare’ molto di più di un altro meno motivato e che non sa ‘accendere fuochi’
Morena, concordo pienamente con te! Ci vuole anzitutto passione per poterla trasmettere! Insegno letteratura da molto tempo e di anno in anno, leggendo i testi, specialmente la poesia, scopro sempre qualcosa di nuovo. I ragazzi ti seguono, se avvertono che ci credi in quello che fai! E ti assicuro che quando leggiamo Dante o Montale o Leopardi non vola una mosca…Occorre molta umanità nel lavoro di insegnante e, permettetemelo, forse un docente di “humanae litterae” ce n’ha un briciolo di più!
Un abbraccio
Gisella
Diversamente dalla collega qui sopra,nel mio laboratorio di progettazione,vola di tutto quando si elabora un testo letterario attraverso i metodi della proiettiva e della progettazione architettonica.Si,avete capito bene.Tanto per fare un esempio cito il lavoro svolto dagli studenti del liceo artistico, in collaborazione con IL PONTE DEL SALE, di cui Marco Munaro è tra i responsabili oltre che un carissimo collega e amico. L’Inferno di Dante letto dai poeti contemporanei e rivisitato attraverso gli elaborati degli studenti. Un lavoro che è costato parecchia fatica,impegno,ma:NE E’ VALSA LA PENA. Anche gli insegnanti,in uno dei testi che formano la raccolta (4 volumetti in tutto) hanno contribuito a portare immagini e letture dei canti,affiancando i ragazzi,mostrando con l’esercizio del lavoro,agli allievi cosa significa produrre un percorso. Quest’anno si ripete l’intervento con un altro autore di cui si presenterà il volume, edito sempre da Il ponte del sale,in maggio,a rovigo.Mi impegno a darvi tutti i dati.ferni
Non sono un’insegnante ma nella mia vita posso dire di aver avuto la fortuna di trovare pochi insegnanti e tanti che pretendevano di essere considerati professori. I primi sono sempre stati i più incisivi, nel senso che mi hanno in qualche modo condizionato. La conoscenza poi dei professori, tutti intenti a stare dietro alla cattedra e a comunicare pochissimo, è stata una esperienza abbastanza deludente, cioè tutta in linea con l’imposizione scolastica di doverti sorbire quelli che ti capitano…e allora uno vale l’altro. La differenza come dice Morena la fa la passione e il magnetismo, secondo me, che ogni essere umano dotato di passione ed entusiasmo per il proprio mestiere dimostra e sa infondere.
Ciao, Marica.
cara Morena, cosa dire? la tua riflessione su Keating è quanto di più si possa dire sui prof. questo vale anche per persone come me, per gli psicoterapeuti. ti racconto un aneddoto che racconto a molti miei pazienti. alcuni anni fa mia figlia Giulia mi chiese la mia ricetta di pasta con le zucchine. il giorno dopo mi telefonò per dirmi che non era venuta bene, non sapeva di niente. l’ho rassicurata dicendo che forse le zucchine, non erano quelle della contadina, anche l’olio forse era diverso… qualche tempo dopo Giulia mi informò che aveva apportato una modifica alla mia ricetta, aveva aggiunto del gorgonzola e la sua pasta con le zucchine era stata un successo. Io le ho detto wow…… Mio marito che ha mangiato la pasta con le zucchine di Giulia mi ha assicurato che è veramente ottima. io non potrò mai assaggiarla, sono allergica ai formaggi, ma sono certa che deve essere squisita. mi sono sentita molto orgogliosa di Giulia! fino a qualche mese fa raccontavo questo aneddoto così come l’ho scritto , poi al ritorno di Giulia dalla Bolivia, chiaccherando le ho raccontato che spesso racconto ai miei pazienti la storia della pasta con le zucchine. il suo commento è stato? perchè la ricetta me l’hai data tu? ho pensato wow, wow. a distanza di alcuni mesi, pochi giorni fa Giulia mi ha detto: sai mamma anzichè il gorgonzola adesso ho aggiunto una varietà di altri formaggi, e la pasta con le zucchine adesso ha un sapore più delicato ed è stata molto apprezzata dai miei coinquilini. che dire? wow, wow, wow
Da Maria Gisella non vola una mosca e da Ferni volano le sedie (forse), ma credo che non importi quanto e cosa voli di materiale. Quello che è bello far volare è sempre la mente. Da questi ‘voli’ nasce tutto il resto, il desiderio di scoprire altre cose, di imparare, di sperimentare nuovi linguaggi e nuove forme.
Alla fine, ogni metodo è valido se arriva a questo.
Quel giorno di cui ho raccontato nel post, ero davanti a un bel gruppo di ragazzi e quando ho parlato (indegnamente assai, ma spero di essere stata perdonata), nessuno fiatava. L’argomento non si prestava a far volare cose e il loro silenzio credo sia stata una forma di riflessione e ‘as-similazione’ di ciò che ho detto loro.
Ogni forma è valida purché arrivi a qualcosa, compreso il cuore di chi ascolta.
(Ferni attendiamo notizie, allora)
Grazie Marica. Ciò che scrivi è verissimo: la differenza la fa la passione e il magnetismo, e questo non solo per i professori, vorrei aggiungere.
Passione e magnetismo che si coniugano con il ’sentire’ della persona e sulla forza del suo ‘pensiero’.
Solo avendo qualcosa si può trasmettere agli altri.
Poi entrano in gioco anche le capacità e il modo di lasciarle passare…
Tornando alla scuola, credo che per i professori sia anche un periodo ‘dolente’ e che spesso debbano scontrarsi con burocrazia ingombrante e colleghi che remano contro.
Diventa più ‘facile’, e forse quasi un ‘passaggio obbligato’ - ma molto pesante credo per chi la pensa diversamente - adagiarsi e uniformarsi al resto dei docenti.
Che ne dite?
Adriana, la tua testimonianza è significativa, ed è bella come una favola.
Credo che tu abbia trasferito a Giulia, non la tua ’sapienza’, cioè la tua ricetta da copiare pedantemente e rifare come una copia di quella della mamma, ma il modo in cui affinare le ‘arti’ (e la cucina lo è al pari di altre arti più ‘titolate’), e ampliare, fantasticare, creare, per formare così una nuova ricetta e una persona che non è la copia della mamma, o della maestra, o della docente - ma una persona ex-novo.
Mi sembra che tu abbia assolto al tuo compito in modo eccellente.
Certo, si ti farò sapere e anche agli altri del sito.Approfitto per dare un’altra anteprima.Il 4 aprile verrà a Rovigo,al Museo dei grandi Fiumi,Anna maria Farabbi,per la presentazione dell’antologia Luce e notte,che si inserisce all’interno di un percorso seminariale che ha come centro la “memoria e i suoi giorni”,promosso dall’istituto di cui fa parte il liceo artistico in cui insegno.Stiamo preparando la riunione,l’incontro sarà aperto anche al pubblico oltre che agli studenti della scuola o delle scuole della città.Il museo offre il fiume delle sue memorie e queste prendono acqua vitale e voce dalle correnti di oggi…non è bellissimo?A presto e grazie,ferni
Trovo sempre e più che mai attuale questo stimolo di riflessione. In particolare per chi vive di e nella scuola, tenere sempre il mirino sui ragazzi, intendendo non perderli di vista, e non perdere di vista se stessi come persone autentiche e in grado di lasciare un qualche frammento di sé, è cosa buona e necessaria.
Trovo davvero magnifico e paradigmatico l’aneddoto riportato da Adriana, che racchiude il senso della fecondità, anche inconsapevole e moltiplicativa, di quello che possiamo lasciare ai ragazzi.
Oggi una mia collega, bravissima maestra, nella scuola primaria ormai da trentacinque anni e prossima alla pensione, mi ha fatta riflettere: in un raro e prezioso attimo di pausa, stavamo discutendo di tutti i cambiamenti che, nella sua carriera, ha visto, soprattutto per quanto riguarda l’atteggiamento dei ragazzi e l’evoluzione delle famiglie; si ragionava anche sull’affidamento, spesso distorto, che i genitori fanno sugli insegnanti e su come si pretenda da loro (…noi) un’educazione sempre più ampia, anche in campi di loro competenza. Lei, che è un piacere vedere insegnare per la passione immutata che la caratterizza, mi ha detto: “La nostra “fregatura” è che, da sempre, si pensa che il mestiere del docente sia una missione”. Questo ha portato ad una mentalità per cui al maestro, al professore, si può chiedere, e da lui si può pretendere, tutto. Tanto, è stato folgorato sulla via di Damasco! E se si iniziasse a pensare che si tratta di un lavoro e che, di conseguenza, gli insegnanti debbano essere considerate persone, con la precisa coscienza di tutto ciò che è stato scritto negli interventi sopra, e non “missionari”?
ottimo intervento, Erica.
Avevo accennato a questo aspetto nel mio post:
“La famiglia, quindi, che vive un momento di grande insicurezza e confusione, trasferisce le proprie responsabilità alla scuola e pretende che essa svolga un ruolo di educatore globale, declinando con grazia, ma non tanta poi, i propri impegni primari e chiedendo alla scuola di essere responsabile in toto dei loro figli.
La scuola, che era già sofferente in tanti settori, si trova rivestita di un ruolo non suo e non sembra accettare con grazia.
D’altronde, come darle torto?
In questa giungla di conflitti e di pretese si muovono i professori. In che modo lo fanno?
Possono supplire alle mancanza dei genitori? Cioè, essere anche supplenti di loro stessi, in quanto genitori e professori nello stesso tempo.
Stiamo chiedendo troppo?
Forse sì. La famiglia dovrebbe recuperare se stessa prima che sia troppo tardi. Questa mi sembra la cosa più urgente, ma non in questa sede.”
Io sono d’accordo con te e con la tua collega. La famiglia è molto (troppo) sofferente in questo momento e delega, delega tutto il possibile e anche di più, e gli insegnanti sono un bel gruppo a cui delegare. Non credo che gli insegnanti debbano essere dei missionari, ma auspicherei che tutti svolgessero il loro lavoro in modo competente e attento, magari ‘appassionato’. Come del resto, lo vorrei dagli impiegati, dai parrucchieri, dagli avvocati..
(ma in questo post parliamo degli insegnanti. Gli altri si mettano in coda che ce n’è per tutti)
Io ho più esperienza di madre che d’insegnante. Ma ha ragione Morena la differenza la fanno le persone. In quanto è la persona che trasporta se stessa: il suo modo di accostarsi agli altri, tutto ciò in cui crede, tutto ciò che ama, ovunque la conducono le esperienze della vita.
Certamente, oggi la scuola presenta una realtà molto complessa, dato che l’ambiente scolastico altro non è che uno spaccato della società in cui viviamo. Una società frenetica e malata oserei dire, in cui buona parte dei giovani, (e anche dei meno giovani devo dire) grazie a una serie di cause concomitanti, si sono ritrovati ad essere fortemente dipendenti da programmi televisivi che sembrano fatti apposta per annullare il pensiero e coltivare la smania consumistica e dal nuovo universo proposto da internet, in cui troviamo dei blog intelligenti come questo e, purtroppo, spazzatura varia.
Io non ho la presunzione di proporre alcuna ricetta magica, quando, sia in qualità di genitori che d’insegnanti, spesso ci sentiamo sfuggire la situazione dalle mani, quando siamo noi stessi incalzati da mille esigenze, da mille richieste, dal bisogno di quell’euro che non basta più (e qui ci sarebbe un altro discorso da fare) e si volatilizza presto. Tuttavia, a mio modesto parere, bisognerebbe che tutti noi ci arrestiamo un attimo, valutando la possibilità di una maggiore onestà interiore che porterebbe tutti quanti, non esclusa la classe dirigente, a riappropriarci di una dimensione più a misura d’uomo in cui ritrovarci, ridimensionare la nostra esistenza, adempiere appieno al nostro compito, e incentivare la crescita morale dell’individuo che abbiamo la fortuna di seguire.
Inoltre, penso che i ragazzi d’oggi, anche se apparentemente differenti, non si discostano molto da quelli che noi eravamo, che proporsi loro senza prosopopea, ma discutendo umanamente, interessandoli a quanto accade e quindi a qualche lettura, spingendoli a partecipare ad attività di gruppo, li potrebbe aiutare a maturare una coscienza attiva e ad innamorarsi della vita. Forse, questo potrebbe aiutare pure noi adulti a sentirci appagati, non dalle cose materiali che possediamo, ma dalla traccia di noi che riusciamo a lasciare.
Condivido con Morena quel dare ai nostri ragazzi delle “incertezze” su cui discutere, quel mostrare il nostro modo di essere e amare le cose, che altro non vuol dire se non un tipo d’insegnamento senza sprechi di parole, ma proposto con tutto il nostro animo, con tutto il nostro essere, con l’esempio quotidiano della compassione per l’altro e dell’amore che portiamo dentro.
Mariolina
Non vorrei essere fraintesa, ciò che volevo dire riguardo a internet è che racchiude un mondo etereogeneo, nel quale possiamo trovare di tutto e di più. Come in tutte le cose, tutto dipende dall’uso che ne facciamo e, in questo caso, che riusciamo a farne fare ai ragazzi.
Mariolina
Ti ho rubato l’immagine dell’attimo fuggente per questo mio post http://pollicino.blogosfere.it/2008/08/la-scuola-dei-grembiulini-e-dei-colletti-inamidati-della-ministro-gelmini.html, così alla fine ho letto il tuo post su professori o insegnanti e ho trovato molta sintonia con quanto scrivo e penso tra cui la passione per cui ho fatto anche un trackback di quest’altro post in cui parlo di Pennac e del suo Diario di Scuola, un saluto e scusa l’invadenza, Andrea aka Pollicino
Grazie dell’avviso, Andrea. La foto è del web, quindi prelevabile da chiunque. Leggerò il tuo post. Se c’è sintonia e passione… Un saluto a te. M.