Poesia, ‘cumpanaggiu’ da spartire sul pane della Vita
Gennaio 25, 2008 di morenafanti
un colloquio con Marco Scalabrino
di Morena Fanti
La poesia come nutrimento dell’anima, ma quando è l’anima a nutrire la poesia affondando le parole nella terra e cercando le radici in un linguaggio che deriva dal nostro mondo antico, allora il cerchio si chiude e nessuno sa chi nutre chi.
La poesia di Scalabrino è la sua terra, quella terra secca e aspra capace di sorprenderti con improvvise fioriture gialle che ricoprono i monti e annullano il resto del mondo.
I profumi senza un nome certo e i colori sconosciuti altrove, sono individuabili a tratti, come nascosti tra le parole del Poeta, parole che nulla concedono e tutto regalano.
Devi affondare in quelle parole, te le devi sudare per conquistarle, le devi ingoiare, finché quelle parole saranno tue e tu sarai in loro.
L’anima vera è nel quotidiano non nelle occasioni eccellenti, e credo che l’essenza profonda del quotidiano sia racchiusa da questi versi tanto semplici a vedersi, quanto intensi e sfaccettati a leggersi:
Cumpanaggiu *
Tu un accumpagnamentu
e ju un vattìu
tu lacrimi niuri
e ju cunfetti
tu la sira
e ju
ni li spartemu ‘n tavula
pi cumpanaggiu.
(dalla raccolta Tempu, palori, aschi e maravigghi)
Le opere di Marco Scalabrino rispecchiano sempre ciò che lui è e credo che la vera
grandezza sia questa: essere per essere e nulla più. Non scrivere perché è di moda, per farci guardare, ammirare e perfino imitare, ma scrivere perché è tale la spinta interiore che se non l’ascoltiamo ne possiamo essere sopraffatti.
Scalabrino è alla continua ricerca del bello, della Poesia che nasce dalle parole altrui e che si mostra in altri linguaggi e altre modalità. Tradurre le opere di altri Poeti non significa solo tradurre le parole, bensì significa dare consistenza ai sentimenti espressi e pensarli come propri.
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La poesia è già dentro noi, come un fossile da scoprire e ripulire dalle scorie per dargli nuova luce e farlo brillare, o è un’educazione da curare e migliorare? In altre parole, si può indirizzare una presunta vena poetica, o deve già esistere nel nostro animo?
Intrigante l’immagine del fossile da ripulire dalle scorie per farlo brillare, come parimenti efficace quella, da altri usata, del petrolio che sgorga irruente e grezzo dai pozzi da raffinare. Ma, la Poesia, ben più preziosa che il fossile e il petrolio, non si lascia ghermire da penne men che degne: esige, dal poeta suo partner, la piena consapevolezza di essa, la febbrile incessante ricerca, la devozione esclusiva. I suoi esiti – unisco la mia voce a tante ben più autorevoli – non sono dovuti al caso, alla gratuita ispirazione, al falso credo del poeta nascitur; sono viceversa provento di intelligenza, frutto di faticosa conquista, ricompensa dell’esercizio giornaliero.
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Per molti anni la poesia in dialetto è stata “snobbata” dai critici e dai lettori, come esempio di un modo desueto di scrivere, un modo che poteva trasmettere solo valori intrinseci al territorio e quindi non interessanti se non per pochi addetti. Ora, invece, si assiste al fenomeno contrario e la Poesia in Dialetto è molto rivalutata. Forse questo dipende da un nuovo modo di fare Poesia e dal fatto che il Poeta tratta argomenti reali e vivi. Esprimersi in Siciliano è un modo per arrivare a mostrare sentimenti veri, familiari ma spesso sconosciuti, un modo di raccontare sentimenti ed emozioni in una lingua che si fonde con i nostri pensieri e ne è essa stessa parte?
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“Ognuno sta solo sul cuor della terra”. Ma, come per Salvatore Quasimodo, la Poesia è al nostro fianco e ci salva. E’ vero che la Poesia ci può salvare? Se ci fossero più anime poetiche, avremmo anche un mondo migliore o è pura utopia pensarlo?
Non ardisco attestare che la Poesia costituisca “la salvezza”. E’ mio avviso, tuttavia, che essa possa conferire una “grazia”. Una grazia, in virtù della quale, arricchire – intellettualmente, spiritualmente, socialmente – l’esistenza di quanti toto corde la praticano.
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La pulizia, il rigore del suo dettato poetico, è frutto di un grande lavoro di ricerca, o nasce dal suo carattere e dal suo modo di leggere la Vita?
La sua domanda mi offre il destro per affrontare un tema che, tuttora, avvince buona parte degli scriventi in Siciliano, quantomeno i più avvertiti, coloro che cercano di porsi in maniera seria al cospetto del Dialetto: quello afferente alla sua scrittura. Ammesso che prima vi sia stato, non vi è più un criterio univoco di trascrizione del Siciliano e tutto è demandato al gusto, al sapere, alla disciplina degli scriventi. La questione, riproposta da taluni poeti e letterati nel secondo dopoguerra del Novecento, non ha sortito il florilegio di studi auspicato. Nondimeno, in relazione ad esempio a uno fra i nostri più grandi poeti del Novecento appunto, Alessio Di Giovanni che entrambe in epoche successive le frequentò, gli esperti hanno individuato due grandi aree: quella del metodo etimologico, che attiene all’origine, alla derivazione, alla ricostruzione dell’evoluzione delle parole, alla quale per inciso io mi richiamo, e quell’altra del metodo fonografico, ovvero della trascrizione fonetica della parlata, benché questa sempre diversamente modulata da ognuno dei parlanti. Quanto alla mia poesia, essa punta, sì, alla pulizia del segno, alla coerenza ortografica, alle prescrizioni grammaticali e sintattiche, ma, altresì, intende investire sulla qualità della parola, sul peso specifico di ognuna di esse, sulla attitudine loro a cogliere i nuclei più vitali del travaglio di pensieri e di sentimenti e discriminare la realtà dalle apparenze, la concretezza dai verbosi astrattismi. Il linguaggio pulsa di locuzioni autenticamente siciliane, s’ammanta di una rifondata contemporaneità (e frattanto mette in risalto l’antico vigore, la specifica pregnanza semantica, il nobile lignaggio del dialetto siciliano), perfeziona la mia emancipazione lirico-formale, esprime assoluta aderenza alla mia Weltanschauung. Talento, allora, consapevolezza, “sudati studi” che si combinano al fine di “trasformare l’esperienza in coscienza”.
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Lei è Poeta, saggista e traduttore. Quanto è difficile tradurre i sentimenti di altri rimanendo fedele al loro pensiero e dandogli, al contempo, una veste lirica conforme?
La traduzione di poesia è un’operazione delicata e complessa, che implica problemi teorici e pratici non sempre di facile soluzione. Le difficoltà non devono però – ha rilevato Salvatore Riolo – indurre il traduttore ad arrendersi di fronte a esse, ma devono piuttosto costituire lo stimolo e il punto di partenza per la ricerca di nuove e più avanzate strategie traduttive. Perché – asserisce felicemente Paul Ricoeur – non solo i campi semantici non si sovrappongono, ma le sintassi non sono equivalenti, l’andamento delle frasi non veicola le stesse eredità culturali. Ad onta del carattere conflittuale, il traduttore potrà trovare la sua gioia nella “ospitalità linguistica”, nella quale il piacere di abitare la lingua dell’altro è compensato dal piacere di ricevere presso di sé, nella propria casa di accoglienza, la parola dello straniero. Importante è che vi sia concordanza concettuale. Tanto che Alba Olmi considera che è l’opera stessa da tradurre a suggerirci i percorsi, sottolinea che di una trasposizione di testi si tratta e non di parole o frasi da una cultura all’altra, esalta l’iniziativa personale richiesta al traduttore. La traduzione pertanto è re-invenzione in certa misura dell’opera prima, è una sorta di star-gate che ci spalanca l’altrui universo, è – Eugenio Montale docet – uno dei possibili modi di fare poesia originale.
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Avvicinarsi alla Poesia di altri è un ulteriore modo di amarla, come riconoscendone l’universalità, indipendentemente dalla lingua adottata per scriverla?
Avrei voluto scriverla io! Allorquando ci capita di esclamare ciò in relazione alla poesia di un altro autore, si dà prova, come lei felicemente introduce, di amare la Poesia e se ne riconosce, ben oltre la latitudine, la vocazione, l’idioma adottato, l’universalità.
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“Nessuno procede da solo né nella vita, né per i sentieri della poesia; né mai poeta ha percorso la sua strada senza avere a fianco altri compagni di viaggio, altri poeti, senza ricevere e senza dare a quelli che vengono dopo”: sono parole di Salvatore Camilleri tratte dal suo MANIFESTO DELLA NUOVA POESIA SICILIANA. Quanto sente come suo questo concetto, e in che modo lo mette in pratica?
Lei cita un uomo, un letterato, un maestro a me assai caro. Se Giotto non avesse incontrato Cimabue probabilmente sarebbe rimasto un povero pastorello, bravo solo a disegnare pecorelle col gesso. Ogni vero artista, anche il poeta dunque, nasce con la sua tendenza, ma non lo sa. Per scoprirla, egli deve incontrarsi con essa: i cenacoli, i concorsi, gli incontri letterari possono rappresentare altrettante propizie circostanze. Non tanto perchè tali occasioni consacrino i poeti – non sono di certo gli scroscianti battimani di rito o le panciute luccicanti coppe a laurearli tali – quanto perché esse fanno sì che i poeti possano riconoscersi, scambiare esperienze, misurarsi gli uni gli altri, possano, in aggiunta a ciò, porre i presupposti per un rapporto che attecchisca sia sotto il profilo artistico che quello umano.
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E’ vero che in Sicilia, più che nelle altre regioni italiane, c’è questo spirito, questo tendere agli altri nell’Arte, che cerca il confronto e la discussione per migliorarsi? Se è così, a cosa pensa sia dovuto?
I Siciliani non sono migliori né peggiori di altri. Ciò premesso, in Sicilia, come in ogni dove, c’è parecchio fervore carsico, sotterraneo. Il confronto e la discussione cui lei fa cenno sembrano vieppiù, negli ultimi anni, essersi trasferiti in RETE, nei siti dell’Isola e ovunque nel pianeta, dove tanti generosi artisti siciliani hanno trovato ospitalità. “Realtà”, quella del WEB, più consona al concetto di cittadinanza globale, in cui pure l’artista, il poeta, vive, respira, sta immerso, e della quale non può ignorare problematiche di nessun tipo e di nessun luogo: se il mondo crolla, crolla per tutti, lui compreso.
Marco Scalabrino è nato nel 1952 a Trapani, dove tuttora risiede.I suoi principali interessi culturali sono lo studio del dialetto siciliano, la poesia siciliana, la traduzione in Siciliano e in Italiano di autori stranieri contemporanei e la saggistica.
Ha pubblicato PALORI (Documenta 2000, Palermo 1997), poesie in dialetto siciliano, ha tradotto in Siciliano Nat Scammacca e pubblicato POEMS PUISII (Arti Grafiche Corrao, Trapani 1999), ha tradotto in Siciliano le sillogi Okusiksak e Leone Assiro di Enzo Bonventre pubblicate in POESIE SCELTE (Palma Editrice, Cecina LI 2000), ha tradotto in Siciliano testi scelti di Duncan Glen pubblicati in THREE TRANSLATORS OF POEMS by Duncan Glen (Akros Publications, Scotland 2001), ha tradotto in Italiano Feast of the Dead di Anthony Fragola pubblicato col titolo Festa dei Morti e altre storie (Coppola editore, Trapani 2001), ha pubblicato TEMPU palori aschi e maravigghi (Federico editore, Palermo 2002) poesie in dialetto siciliano con traduzioni in Francese, Inglese, Italiano, Latino, Spagnolo, Tedesco, ha scritto il racconto breve in dialetto siciliano A SUA DISPOSIZIONI, tradotto in Francese da Jean Chiorboli e pubblicato in Francia (Albiana - CCU 2002), ha tradotto in Italiano Eu vivo só Ternuras di Nelson Hoffmann pubblicato col titolo IO VIVO DI TENEREZZE (Arti Grafiche Corrao, Trapani 2002), ha tradotto in Italiano Bagunçando Brasília di Airo Zamoner pubblicato col titolo SCOMPIGLIARE BRASILIA (Editora Protexto, Brasile 2004), ha pubblicato CANZUNA di vita di morti d’amuri (Samperi editore, Castel di Judica CT 2006) in dialetto siciliano, con traduzioni in Inglese, Italiano, Portoghese.
Collabora con diversi periodici culturali, cartacei e in rete, nazionali e internazionali.
È componente della equipe regionale del progetto L.I.R.e.S. promosso dal Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca - Ufficio Scolastico Regionale per la Sicilia, per lo studio del Dialetto Siciliano nella Scuola www.lires.altervista.org. Per comunicare con Marco Scalabrino.
* Companatico
Tu un funerale
e io un battesimo
tu lacrime nere
e io confetti
tu a sera
e io
li dividiamo a tavola
quasi fossero companatico.




Apprezzo Scalabrino da tanto tempo. Conosco il suo punto di vista e a lui mi piacerebbe chiedere cosa intenda per Poesia. Perchè tutto quello che afferma è vero ma allo stesso tempo, se lo applichiamo al mondo odierno della poesia contemporanea, sembrerebbe non valere più.
Companatico è bellissima.
Elisabetta
Conosco e leggo da tempo questo autore che, come giustamente sottolineato nell’intervista, e’anche ottimo traduttore e critico.
La poesia dialettale ha negli ultimi anni ottenuto una giusta rivalutazione nel campo della poesia nazionale. Considerato che, purtroppo, fra pochi anni i dialetti saranno probabilmente lingue morte, portare avanti una poesia scritta in lingue minoritarie e dialetti, assume un grande valore culturale ed etico.
Complimenti anche a Morena per le interessanti domande. Piaciuta molto la sua metafora della poesia:
“La poesia è già dentro noi, come un fossile da scoprire e ripulire dalle scorie per dargli nuova luce e farlo brillare”
Sono completamente d’accordo. Io credo che la poesia sia dentro ad ognuno di noi. Lo prova la grande capacita’ dei bambini di creare poesia senza nemmeno rendersene conto. Vero anche che non a tutti e’ concesso di ripulire questo fossile con i giusti strumenti, fino a farlo brillare con la parola.
Applauso ad intervistatrice ed a intervistato.
daniela
La poesia come grazia, come occasione d’incontri e relazioni, e poi l’amore per la propria lingua ed insieme la fiducia in una ‘cittadinanza globale’…
Bello il ritratto di Marco Scalabrino offertoci da Morena
Un caro saluto ad entrambi
Antonio
Intenso il ritratto che Morena ci offre di Marco.
Delicati versi che creano suggestione.
Nelle risposte di Marco avverto riflessione e maturazione di idee a lungo meditate, leggo ricerca, amore e rispetto per la scrittura. Ne esce un ritratto quasi d’altri tempi, in senso positivo: il prodotto è frutto di sudore e di lavoro.
Companatico è una chicca. Sono contenta di aver letto questa intervista. Complimenti a Marco e saluti alla nostra ottima inviata Morena
Sandra
Innanzitutto i miei complimenti a Morena per l’accurata intervista…
ammiro molto Marco Scalabrino, la sua capacità di cogliere, con pochi versi, l’essenza delle cose, di meravigliarsi meravigliarci di fronte alla vita.
Nei giorni scorsi ho avuto modo di leggere “Tempu” e devo dire che l’ho trovato ricco ed essenziale nello stesso tempo
Resto incantata di fronte a versi che esplodono grazia e forza al contempo, versi come :
‘melagrana
di stelle
che si spacca
e precipita
stanotte’
si sente una spinta che
trascende lo spazio
si fa luce
trafigge di schegge la terra
e ci dona un’immagine forte!
Post molto accurato, in cui l’intervistatrice sa porre le domande esatte per dare al poeta la possibilità di esprimere le sue radici, e i suoi intendimenti, e in cui la poesia scelta come “esempio” pur essa dice..
ho avuto la fortuna e il privilegio di leggere il libro di Marco e le sue traduzioni. è un poeta che merita, ed anche un uomo degnissimo.
Il mio sentito, affettuoso ringraziamento a Morena, che ha voluto questa intervista, e ad Antonella, che la ha pubblicato.
Un GRAZIE poi a Elisabetta (il tentativo di risposta alla cui domanda è disseminato nei versi che, faticosamente, mi provo tutti i giorni a vergare raccogliendo, come meglio posso, la sua spinta, la spinta della Poesia, senza chiedere mai cosa o chi è, ma sempre rendendomi “convenientemente” disponibile per lei, e pregando che venga (anche) da me e mi conceda qualcuna delle sue grazie), e a Daniela, Antonio, Josè, Sandra, Carla, Domaccia e Blumy per le loro benevole attestazioni di stima. A tutti un caro saluto, Marco Scalabrino.
e ju sugnu e speru ca tutti l’omini s’addunino ‘nda ‘n solu mumentu di lu pisu di li paroli…
è la criazioni nun jè lu fine,ma lu mezzu ppi arrivari drittu a lu cori e essiri chiari e dari luci.
e accussì comu a un certu puntu fu,a prima vota, a prima parola?ju sempri mi spiu.
putissimi usari cchiù picca paroli,e cchiù sustanziusi?
e nun è mica ca a pubblicità ni sta ammazzannu tanti beddi paroli e pinseri?
un’abbraccio sentito al Poeta Scalabrino
Many thanks for sending this to me. I consider Marco
Scalabrino to be a brother in poetry and am delighted
to see him getting the recognition he deserves.
That he has elected to translate my poems into Sicilian
and, at my request, poems by Stanley Kunitz, Dylan Thomas,
Aeronwy Thomas (daughter of Dylan), and Peter Thabit
Jones (poet/editor of the Swansea-based poetry magazine, The Seventh Quarry) is something I am grateful for and will
value his work until the end of days. Surely his translations
and original poetry have a place in among the stars in the
constellations of my publishing house, Cross-Cultural
Communications. And his friendship and that of his family
I treasure as chosen familia.
Auguri!
Stanley H. Barkan
Chi ti pozzu diri? Ormai u Sicilianu unn’è na parlata allittrata. Ormai passaru seculi assà e mancu arriniscemu a mettiri ‘nsemmula na grammatica universali. Ma continuamu a parlari, a sciarriarini, a fari l’amuri ‘n Sicilianu. Vabbè, u talianu nni contaminà, ma n’aiutà videmma: avemu a struttura da menti e a ducazzioni logica ppi sfruttari e traduciri i pinseri ccu i palori ggiusti. A poesia è u sucu di tuttu stu strusciuliamentu. Bravu a ccu spenni tantu tempu ppi mmintari tanti inutili meravigli e cci spenni macari i so sordi. Marcu è unu di chisti. E bbravu!
Giuseppe Butera
dal Brasile
Ringrazio tutti dell’attenta lettura di questa intervista.
La vostra attenzione è chiaramente un omaggio alla Poesia del nostro caro amico Marco Scalabrino.
Gli ultimi commenti (bellissimi! Grazie) indicano come Scalabrino sia conosciuto e amato in tutto il mondo, a dimostrazione che quando si lavora con passione non si passa inosservati.
Grazie a tutti. E grazie anche dei complimenti
Non sono daccordo per le inutili meravigli o meravigghi di Giuseppe Butera, nulla è inutile, ancor meno dove c’è poesia….lingua morta? Destinata a morire? Chi vivrà, vedrà….
Elisabetta si chiede come tutti del resto cosa è la poesia, o meglio chiede quale ne sia il pensiero di Marco in merito…
credo si evinca questo, dal contesto dell’intervista…la poesia è una virtù dell’uomo… un modo per unire la sensibilità per il bello e il buono alla vita di tutti i giorni e per renderci migliori allontanandoci nel contempo dalla materialità delle cose.
Poesia come occasione di incontri e relazioni espressa da Antonio Fiori….ma è molto più bello che sia la Poesia stessa a sublimarci e che per mezzo di essa e della sua autenticità si possa positivamente comunicare e relazionare.
Un grazie a Marco per avermi spronata alle lettura di queste importanti riflessioni.
intervista superba per argomenti immaginifici..
[...] L’intervista potete leggerla qui. [...]
Un cordiale ringraziamento a Dario Chillemi estroso musicista catanese invaghitosi del nostro Dialetto, a Stanley H. Barkan affermato poeta ed editore newyorkese, al medico e narratore Giuseppe Butera siciliano da anni trapiantato in Brasile, ancora alla amabile e impagabile Morena, a Flavia Vizzari che felicemente vive la poesia e la pittura, a Roberto che puntuale ci è sempre vicino. A tutti un caro saluto, Marco Scalabrino.
In effetti, la concezione del dialetto quale codice dei parlanti di un ristretto consesso sociale, un codice chiuso, non contaminato e/o contaminabile, un codice sinonimo di sottocultura, è stata in passato assai diffusa. Concezione fondata sul pregiudizio, sulla conoscenza assai approssimativa di quanto, invece, in esso c’è di bello, di inestimabile, di antico. A sfatare tale asserzione, a ratificare che “il dialetto si è innalzato alla ricerca di contenuti e di forme su più vasti orizzonti di pensiero”, sono intervenute, tra le altre, le accreditate valutazioni storico-critico-letterarie di Mario Sansone: …
Ed é proprio a partire da queste affermazioni che le idee di Marco prendono forma e significato e si sviluppano …e scorrono come un discorso naturale…e si fanno dialogo e ricerca per diventare arte…
Marco è internazionale! bravu! ioscrivo anche in siciliano, ci sono poesie che nascono nella mia mia mente già in dialetto e non potrei mai scriverle in italiano, così come quelle che mi nascono in italiano non potrei mai tradurle in siciliano, il mio problema è dato dal fatto che la mia parlata siciliana è sporca nel senso che essendo nata in provincia di siracusa ( i miei parlavano in palazzolose che è diverso dal
siracusano) e avendo vissuto a ragusa e avendo frequentando gente proveniente da vari comuni limitrofi mi trovo ad avere un dialetto che non è siracusano, non palazzolose, imbastardito. e chi mi legge mi capisce? ad esempio butera dice videmma, così uremma? cioè macari? insomma perchè non ci mettiamo d’accordo e scriviamo tutti nella stessa lingua? mi riferisco alla Koinè siciliana.
antonella
Ho letto con molto piacere e interesse l´articolo e particolarmente l´intervista con Marco Scalabrino, compagno di varie imprese traduttorie, una società intellettuale che, pur mantenendosi divisa in due mondi, Europa e America del Sud (Brasile), ha fruttificato consolidando anche un´amicizia personale. Considero molto rilevante quello che Marco dice della traduzione e mi congratulo con lui per la chiarezza - dentro alla complessità del tradurre - e per la profondità con la quale ne parla, il che dimostra la sua competenza anche teorica, non solo pratica.
Ma questo si spiega: oltre che intellettuale, Marco Scalabrino è anche poeta felicissimo, traduttore e crítico, senza parlare della sua immensa sensibilità nel captare sfumature di grande delicatezza. Sono convinta che il suo nome si stia affermando ogni giorno di più e mi sento felice di poter condividere con questo meraviglioso siciliano un`affermazione importante e certamente meritata. Vale ricordare qui, tra le tante produzioni di Marco Scalabrino, uno dei suoi più meritevoli lavori di traduzione poetica: il volume bilingüe Parto, della nuova poetessa brasiliana Inês Hoffmann, un lavoro che ha già ricevuto crítiche molto elogiose e traduzioni in altre lingue.
L’intervista ch’aghju lettu cunferma l’impressione prufonde pruvate lighjendu i versi di Scalabrino.
A puesia di Marco Scalabrino hè di quelle essenziale. Porta quellu chì leghje à issi stati di equilibriu raru trà pensà è sente duve mente è core si movenu à listessa intensità. Emuzione estetica è vita affettiva, tandu, ùn sò chè unu.
S’omu pensa à i raporti chì issu pueta intratene cù a so terra siciliana, si ritrova listessu raportu trà particulare è universale, amore di u locu è amore di a Terra
G.T.
La poesia di Marco Scalabrino è arrivata a New York e fa scoprire non solo sentimenti Siciliani quanto universali Le sue parole toccano il cuore. Un affettuoso saluto e auguri.
Florence Gatto
N.Y. USA, 27 Gennaio 2008
Ancora sentiti ringraziamenti a Rosalba Anzalone cui devo il mio coinvolgimento nel progetto LIReS, ad Antonella che solleva quanto al dialetto siciliano il problema dei problemi, ad Alba Olmi letterata e traduttrice brasiliana di origini milanesi, a Jacques Thiers poeta scrittore in dialetto corso e in lingua francese, a Florence Gatto giornalista newyorchese con radici siciliane, e altri amici che dall’Italia e dell’estero hanno preferito scrivere direttamente a me.
Un caro saluto, Marco Scalabrino.
Marco Scalabrino è autorevole critico letterario, apprezzato poeta, meritevole traduttore, attento cultore del dialetto e delle “cose di Sicilia”.
In questo suo dialogare con Morena Fanti conferma la sua capacità di esprimere con linguaggio “accessibile” concetti essenziali (professati e praticati sul campo) in una materia normalmente riservata agli “addetti ai lavori”.
Personalmente, da “profano” e… non praticante (e non è falsa modestia, lo giuro), sarei propenso -nell’espressione poetica, soprattutto dialettale- a privilegiare, beninteso entro certi limiti, il “sentire” (poeta nascitur) rispetto al ruolo dell’elaborazione e della ricerca (che sovente approda nell’ermetico ricercato).
Purtuttavia, se versi come questi di “Cumpanaggiu” fossero solo “provento di intelligenza, frutto di faticosa conquista, ricompensa di giornaliero esercizio”, ebbene: sono pronto ad “abiurare”.
Mario Gallo (per il periodico siculo-fiorentino “Lumie di Sicilia”
Bella intervista. Ne viene fuori quella che è l’anima di Scalabrino. L’anima di un poeta che vede il “buono, il bello” dell’anima anche in mezzo alla “munnezza”, per usare un termine oggi di moda.
fara misuraca
Ho trovato davvero bello questo post dedicato all’importante e validissimo Marco Scalabrino.
Dopo tutti questi commenti non serve aggiungere tanto.
Approfitto di questo commento per salutarti affettuosamente, caro Marco, sperando di poterti incontrare presto e ringraziandoti sempre per le tue preziose dritte e segnalazioni.
Gero Miceli
Mi corre ancora l’obbligo di ringraziare sentitamente Fara Misuraca che felicemente riesce a combinare l’impegno scientifico con la passione per la Storia e l’attenzione alla Poesia, Mario Gallo brillante direttore della rivista di cultura siciliana edita in quel di Firenze LUMIE DI SICILIA, nonché il giovane mio conterraneo Gero Miceli cui auguro una messe di successi ancorché mai disgiunti dai “sudati studi”.
Un caro saluto a tutti, Marco Scalabrino.
Tu, un grande artista Marco
ed io a ringraziarti.
With my regards,
RBE
Ho letto buona parte delle poesie pubblicate da Marco e ogni qualvolta torno a leggerle, non posso non riconoscere che mi trasporta in un territorio, forse da me in parte sottotaciuto, ma autentico e indiscutibilmente mio, non solo in funzione del dialetto comune.
Conosco e stimo Marco, non soltanto per la sua poesia, ma anche sotto il profilo umano: per quel suo modo d’essere spontaneo, che non vuole dimostrare nulla di più di ciò che è realmente.
Complimenti a Marco per le sue risposte che lo rappresentano appieno e a Morena per le intelligenti domande,
Mariolina La Monica
Marco Scalabrino é um escritor excepcional, internacional, exímio tradutor e poeta, o qual tenho a honra de chamar de “Amigo”. Sua entrevista demonstra seu conhecimento e cultura que rompe fronteiras… Foi o tradutor de meu livro “Parto”, o qual tornou-se conhecido internacionalmente. Por ser tão bom tradutor e poeta, conseguiu captar fielmente o sentimento guardado nos poemas, dando a eles uma sonoridade só encontrada na língua italiana. Parabéns por seu trabalho, amigo, e que tenha sucesso em suas escritas, sempre!! Abraços de sua amiga Inês Hoffmann.
Davvero un post ‘mondiale’ questo.
E quanti amici che ci sono venuti a trovare!
Un grazie e un caro saluto a tutti.
Un abbraccio speciale a Rina Brundu e a Mariolina
Ancora doverosi ringraziamenti: a Rina Brundu scrittrice e gagliarda editrice del periodico irlandese on line Terza Pagina World, a Mariolina La Monica narratrice e poetessa siciliana, a Inês Hoffmann che dal Brasile ha inteso affidarmi la traduzione delle “creature” della sua silloge di esordio PARTO, e a Morena Fanti alla cui attenzione e stima io debbo tutto ciò. Cordiali saluti, Marco Scalabrino.
Marco Scalabrino: “poetasiciliano” DOC. Mi viene spontaneo definirti così. Non credo sia possibile separare dalla tua poesia la terra di Sicilia, i suoi colori, odori, profumi, suoni. Del resto ricorrere alla propria lingua madre quando la Musa preme è indispensabile. Forse è il solo veicolo che possa comunicare in toto la pienezza di questa “Grazia”. E come dubitarne se appena si conosce il tuo percorso? La tua poetica, approdata così felicemente all’essenzialità di un linguaggio, anzi un idioma condiviso da pochi (ma l’unico autentico), forte anche delle traduzioni che accompagnano i testi amplificandone il messaggio, mi sembra abbia ormai ampiamente travalicato i confini del tuo bel Triangolo.
I lusinghieri ed eterogenei, anche per la provenienza, commenti che precedono il mio ne sono la conferma.
Bella e coraggiosa questa intervista che ti mette in gioco di fronte a problematiche tanto difficili. Estremamente ricco e chiarificatore il tuo apporto. Grazie di cuore.
Con tanta stima e amicizia
Annalisa Macchia
Já conheço Marco Scalabrino háalguns anos. A cada ano, a cada mês, a cada dia que passa sinto crescer, dentro de mim, a admiração que sinto pelo Marco. Pelo Marco Scalabrino Poeta e pelo Marco Scalabrino Pessoa Humana. Como Poeta é da primeira linha da contemporaneidade; como Pessoa Humana é de uma extraordinária afabilidade, comunicabilidade, bondade. E em tudo, no Poeta e no Ser Humano, enxergo uma comunhão total que eleva o Marco Scalabrino a nível de destaque internacional e de respeito incondicional. Sinto-me orgulhoso de me catalogar entre os Amigos de Marco Scalabrino e sua Família. Um abraço do Nelson Hoffmann.
Conosco Marco da tanti anni, anche se ci possiamo incontrare solo saltuariamente, in occasione di qualche incontro letterario o di qualche premiazione di concorsi di poesie. Lui abita in una terra stupenda, ricca di contrasti ma proprio per questo affascinante e sempre originale. Una Terra di Sicilia ricchissima di tradizioni culturali antichissime e sagge, che trae ancora il suo “profumato” vigore dalle civiltà del passato, ellenica, araba, normanna, e se vogliamo, fino a quella borbonica. Ho trovato infatti fermenti culturali ed iniziative in campo letterario quanto mai valide ed importanti, da Palermo a Erice, da Leonforte a Partanna, a Gela, a Campobello di Mazara, da Catania a Vittoria e a Ragusa, per citare solo alcuni esempi di “poli” o centri di attenzione nei confronti della poesia contemporanea. Sarà per tutto questo che il nostro carissimo amico Marco è riuscito ad affermarsi a livello nazionale, sia come poeta che come critico e traduttore? Forse, ma sarebbe per lui solo un piccolo vantaggio, dal momento che la maggiore valentia in campo letterario gli proviene soprattutto dal suo innato spirito critico e dalla sensibilità poetica insita nel suo animo. Sensibilità poetica nei confronti del patrimonio linguistico della sua Terra, che egli sapientemente ancora accoglie, pratica, difende e diffonde, per la salvaguardia di una lingua siciliana che ha un valore incommensurabile di civiltà e di saggezza popolare. E accanto a tutto questo, Marco ha anche il merito di “importare” la poesia internazionale, rendendola intelligibile e significativa anche qui da noi con delle ottime traduzioni, come solo un poeta sensibilmente e tecnicamente vicino all’autore straniero sa e può fare.
Giuseppe Vetromile
2/2/08
Conosco anch’io da diversi anni Marco Scalabrino.
E da diversi anni leggo le sue opere.
Non sono un’esperta, sono solo una che “sente” le parole. Che avverte quelle “palori” che dal cuore arrivano all’anima…attraverso un giro un po’ lungo, forse: passando dagli occhi, toccando il cervello, ma pur sempre arrivando all’anima non solo di chi scrive ma di chi legge.
Credo che questo sia “solo” un altro caso. Pochi versi, poche antitesi che arrivano dritte agli inspiegabili paradossi che sono dentro l’anima di ognuno di noi, nella quotidianità, nei sentimenti. Nella vita stessa.
Un caro abbraccio a Marco e alle sue due splendide donne.
Natya Migliori
Conosco Marco Scalabrino da oltre vent’anni e mi pregio di avere la sua amicizia. Già vent’anni fa era una persona fortemente impegnata nel campo dello studio della poesia siciliana contemporanea e del nostro dialetto. Questi vent’anni li ha saputi mettere a frutto con costanza e devozione, con la caparbietà di chi non si arrende dinanzi alle difficoltà, con la meticolosità del ricercatore. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, non ha bisogno di commenti, ma solo di ammirato rispetto e gratitudine. Ritengo, e sono sincero, che egli sia oggi da annoverare tra i massimi studiosi della poesia siciliana contemporanea e delle problematiche del nostro dialetto.
Antonino Magrì
Concordo e sottoscrivo il commento di Antonino Magrì. Scalabrino è un grande studioso della poesia siciliana, e non, e grande poeta lui stesso.
Ma soprattutto, e mi preme sottolinearlo, è un Uomo che rispecchia la sua Anima poetica, cosa non sempre riscontrabile purtroppo.
Intervistarlo è stato per me un onore e, cosa non scontata, un grandissimo piacere.
Ringrazio tutti i lettori e commentatori.
Ho conosciuto Marco alcuni anni fa e ciò che immediatamente mi colpì fu la sua passione per la poesia e per la particolare forma espressiva da lui usata…il dialetto che per anni confinai al di là di una dignità letteraria, frastornata da troppi proclami di trito e ritrito, è tornato quasi di prepotenza ad accampare un diritto: esistere!!! Grazie Marco. Francesca Incandela
oltre a tutti questi pregi qui sopra elencati ne voglio aggiungere un altro: marco è un gran simpaticone, non si dà arie e mette subito la gente a proprio agio!
a.
ancora una volta non posso che ringraziare. Dovrei coniugarlo in tutti i tempi e le persone che hanno lasciato qui un segno palpabile di una presenza e di un amore vitali,non solo per poesia e scrittura,ma per la relazione che si int-es-se, se solo ci si pone in ascolto l’uno dell’altro,delle cose tutte.Un grazie profondo,ferni.
Complimenti Marco, la tua poesia universalizza noi Siciliani sperduti per il mondo e ci fa sentire sempre vicini alla nostra tanto adorata terra. La tua succinta poesia rispecchia sempre piu da vicino l’animo siciliano.
E stato e sara sempre un piacere lavorare con te nelle traduzioni.
Un abbraccio fraterno,
Tony Di Pietro
Io, sicuramente, sono la persona meno adatta ad esprimere qualsiasi parere sulla poesia, soprattutto su quella Siciliana che, ahimè, non sono capace di scrivere, né – spesso – di capire, e anche a leggere non è che vada tanto bene…
I nostri idiomi sono così diversi tra provincia e provincia, tra paese e paese, – vi sembrerà una bestemmia -, tra gruppi sociali diversi di una stessa comunità.
Per esempio: ”lu picu” (piccone) dei contadini sambucesi – (è così che si chiamano gli abitanti di Sambuca di Sicilia, in provincia di Agrigento) -, per gli artigiani diventa “fesi” (o viceversa?); la “pica” degli uni diventa la “corda” degli altri. “Lu turrenu” (malu turrenu), diviene “tirrenu”. “Nesciri di lu rivugliutu/rivugghiutu” a Trapani è perfettamente chiaro ad ognuno (credo), a Sambuca non dice proprio niente, o quasi.
A Sambuca salire si dice “acchianari”, mentre a circa cinque chilometri in linea d’aria, a Santa Margherita, si dice “assummari”.
Ora, non mi sembra il caso che io mi soffermi su queste cose più di tanto, il bravo Marco Scalabrino ci può dire sicuramente di più, in merito; mentre io rischio di dire fesserie meritandomi – giustamente – di farci una gran brutta figura. A ciascuno il suo.
Io avrei voluto scrivere in Siciliano – ho scritto qualcos(in)a -, ma capisco che non è per me: specialmente da quando leggo ciò che scrive Marco sul Siciliano. Io lo invidio, ma nel senso più buono del termine; vorrei poter scrivere come Lui, sapere quanto sa Lui; ma, evidentemente, io non sono disposto a fare i sacrifici che fa Lui. Perché sono certo che li fa. Non si ottiene nulla senza fare sacrifici.
Questo vale sicuramente per alcuni, perché, purtroppo, dobbiamo dire l’esatto contrario per altri: vedi i politici (?), per esempio. Ma questo è un altro discorso, stiamo uscendo dal seminato.
Marco sacrifica, sicuramente, del tempo alla sua famiglia e a se stesso. Per cui non possiamo che apprezzarlo. Forse dovremmo trovare la forza e la volontà di prenderlo a modello! Su molte cose, senza dubbio.
Ci fa onore. Sta lavorando per noi: per la nostra lingua, affinché non si perda. Questo mi angoscia, se ci penso: dobbiamo proprio perdere la nostra identità linguistica? Ci dobbiamo rassegnare, o piuttosto impegnarci a finché ciò non avvenga? È proponibile che venga insegnata nelle scuole della Regione Sicilia? O sto dicendo una cretinata? O dovremmo creare dei corsi extra scolastici, o dei “circoli” dove si miri a riacquistare ciò che si è, man mano, perduto?
È quello che ho auspicato, in qualche modo, per i nostri connazionali che tornano dall’estero - dopo avere lavorato per tanti anni lontano dalla propria terra -, con la conoscenza di una lingua diversa dalla nostra: Inglese, Francese, Tedesco.
Chissà Marco cosa ne pensa! E anche gli altri, ovviamente.
Per quanto riguarda ciò che asserisci tu, Marco ( “…non sono dovuti al caso, alla gratuita ispirazione, al falso credo del poeta nascitur; sono viceversa provento di intelligenza…”), mi permetto – con tutto il rispetto che nutro per Te – di discostarmene un tantino. La penso in modo diverso.
Anch’io, come Mario Gallo, “…sarei propenso a privilegiare, beninteso entro certi limiti, il “sentire” (poeta nascitur) rispetto al ruolo dell’elaborazione e della ricerca (che sovente approda nell’ermetico ricercato)”. Mi trova perfettamente d’accordo.
Io credo nel “sentire”, e credo pure che lo studio, l’impegno, la costanza, lo “scambio”, “l’incontro”, la ricerca, l’approfondimento, l’esperienza, facciano poi il resto.
C’è chi prende in mano una matita e riesce a disegnare un volto, o qualcos’altro, sebbene non abbia mai frequentato, per un sol giorno, un corso di disegno, di pittura; e chi, pur avendo scelto di frequentare l’Istituto d’Arte, non sarà mai pittore.
Se uno non ha, come si suole dire, un “buon orecchio”, hai voglia di fargli studiare musica: sbaglierà “tempo”.
Come c’è chi ha studiato i lirici greci e latini, e tanti poeti della nostra Letteratura, e non è diventato poeta, né lo diventerà. Né è riuscito a far sua la grazia, né altro.
Ho conosciuto, da ragazzino, tante persone che amavano la poesia, che facevano poesia. Tra questi un pastore (guardiano di pecore), poeta: lu zu Filici Calcagno (detto Filici surci), analfabeta, vissuto, tutta la sua vita, sulle solitarie montagne attorno a Sambuca (imparò a mettere la firma durante la prigionia).
La stessa cosa vale per lu zu Peppi Salvato (detto sbarrasacchi), poeta, pastore, analfabeta fino alla fine. E c’è stato pure lu zu Peppi Ciaccio, contadino, poeta anch’egli.
Il “sentire” dei quali era, certamente, “diverso”: diverso dal normale, cioè che spiccava; non solo di fronte al sentire dei loro colleghi, ma anche di fronte a tanta parte del popolo.
Vi propongo, di seguito, un componimento di Giuseppe Ciaccio
Munnu pazzu
Munnu pazzu, c’è cu chianci e c’è cu ridi
cu è troppu onestu e cu troppu vili
munnu cretinu, cu và e cu veni
cu camina a longu e cu si teni
cu acchiana e cu scinni
cu accatta e cu vinni
cu dici cefu e cu dici terra
cu voli la pace e cu la guerra
cu la voli cotta e cu la voli cruda
cu la voli vistuta e cu la voli nuda
cu vesti di marrò e cu di turchinu
cu si va annacannu comu un mischinu.
C’è cu teni chiusi li palazzi
e cu pi un casottu fannu comu li pazzi.
Lu poviru fissa passa e spassa
chiddu chi eni spertu studìa la matassa.
Lu munnu è di li curaggiusi
ma giammai di chiddi cunfusi.
(Giuseppe Ciaccio).