L’acqua, il fuoco e le sedie di Gianna
2008 Gennaio 22
“Apparenza” di Gianna Gusmatti – galleria”Luigi Sturzo”, viale don Sturzo 21, Mestre-Venezia-12/13 gennaio 2008
“Oggi sfuggire all’influenza della globalizzazione diventa sempre più difficile.
In uno spazio di “libertà condizionata”, può sembrare anacronistico aprire un dialogo tra archetipi e simboli, tra realtà e finzione, tra gli oggetti e la loro anima segreta.
L’Arte è pura simulazione e lo spazio bidimensionale di una tela può assumere connotati sempre nuovi. Superando il concetto di realtà fisica, diventa pensiero, riflessione, spiritualità.
Mantenendo le distanze da una retorica aggressiva, attraverso le mie immagini descrivo la volontà di andare oltre l’apparenza, per arrivare alla sostanza. Penetrando in profondità emergono gli aspetti unici e preziosi dell’essere.
Nulla è ciò che appare, ciò che appare è nulla.”
Con queste parole, Gianna Gusmatti presenta la propria mostra dal titolo significativo: “Apparenza”.
Entro nella lunga e ampia stanza intitolata a Don Sturzo, sede della sua esposizione; ancora infreddolita dalla nebbia serale di Mestre, vengo accolta da pareti bianche e da un’invitante serie di quadri colorati appesi tutto all’intorno. Mentre alcune signore, tra cui – immagino – la pittrice, conversano fra di loro in un’atmosfera calda e rilassata, comincio un giro d’esplorazione, e colgo immagini di Venezia inquadrate dentro stanze metafisiche, prospettive oblique, seggiole vuote a colloquio, azzurri e rossi smaglianti, grigi e beiges tranquilli ma non spenti, un’onda che avvolge una sedia, cornici verniciate; intuisco curiose tecniche miste…
Ecco, ora ho individuato la pittrice. È una signora con i capelli castani e un sorriso cordiale, che sta staccando un quadro dal muro per incartarlo; lo consegna ad una sua acquirente, poi si rivolge a me e ci presentiamo. Il suo aspetto assolutamente “normale” è lontano dallo stereotipo dell’artista; nella propria presentazione per il concorso “un fiore di poesia”, dove è entrata nella rosa dei finalisti, si definisce: “una casalinga di mezza età (bella dentro) con interessi che spaziano dalla culinaria alla filosofia”. Quando le dico il mio nome, si mostra felice di poter vedere “in carne ed ossa” una persona conosciuta in rete: fenomeno anche per me piuttosto raro e stupefacente! Mi torna a dire che segue con molto interesse Viadellebelledonne; trova coinvolgenti e mai banali gli argomenti proposti dal blog, come mi aveva già scritto via mail.
Comincio a chiederle i perché di alcuni soggetti ricorrenti nei suoi quadri, l’origine di queste predilezioni. Ma, prima di tutto, poiché non mi è sfuggita la connotazione ideologica della sua presentazione, le chiedo di chiarirmi l’espressione: “Nulla è ciò che appare, ciò che appare è nulla”,
collegata alle note di Carlo Masi su questa pittrice; quest’ultimo scrive di “apparizioni ” inquietanti “in luoghi silenziosi ed immobili”, di uno spiazzamento del “centro”, di “uno spazio inclinato su cui scivolare e perdersi”…in definitiva, la sua arte “è l’elaborazione onirica dell’assenza”. Perché, dunque, il “nulla” e il vuoto”?
Il vuoto cui si rifà la Gusmatti è un concetto di origine nietzschiana, un vuoto che può essere riempito, quindi non prettamente negativo; ed il primo “maestro” che, a mia richiesta, desidera citare riguardo alla propria formazione, è proprio Carlo Masi, suo insegnante insieme di filosofia e di tecniche pittoriche. Scopro quindi che la grande onda, che avvolge con uno spruzzo a ventaglio e poi si arrotola intorno ad un’emblematica piccola sedia, rappresenta l’acqua, uno dei quattro elementi dei filosofi presocratici, ed è forma in eterno divenire, che continuamente riprende il suo ciclo. Il secondo elemento ispiratore è il fuoco.
In uno spazio di “libertà condizionata”, può sembrare anacronistico aprire un dialogo tra archetipi e simboli, tra realtà e finzione, tra gli oggetti e la loro anima segreta.
L’Arte è pura simulazione e lo spazio bidimensionale di una tela può assumere connotati sempre nuovi. Superando il concetto di realtà fisica, diventa pensiero, riflessione, spiritualità.
Mantenendo le distanze da una retorica aggressiva, attraverso le mie immagini descrivo la volontà di andare oltre l’apparenza, per arrivare alla sostanza. Penetrando in profondità emergono gli aspetti unici e preziosi dell’essere.
Nulla è ciò che appare, ciò che appare è nulla.”
Con queste parole, Gianna Gusmatti presenta la propria mostra dal titolo significativo: “Apparenza”.
Entro nella lunga e ampia stanza intitolata a Don Sturzo, sede della sua esposizione; ancora infreddolita dalla nebbia serale di Mestre, vengo accolta da pareti bianche e da un’invitante serie di quadri colorati appesi tutto all’intorno. Mentre alcune signore, tra cui – immagino – la pittrice, conversano fra di loro in un’atmosfera calda e rilassata, comincio un giro d’esplorazione, e colgo immagini di Venezia inquadrate dentro stanze metafisiche, prospettive oblique, seggiole vuote a colloquio, azzurri e rossi smaglianti, grigi e beiges tranquilli ma non spenti, un’onda che avvolge una sedia, cornici verniciate; intuisco curiose tecniche miste…
Ecco, ora ho individuato la pittrice. È una signora con i capelli castani e un sorriso cordiale, che sta staccando un quadro dal muro per incartarlo; lo consegna ad una sua acquirente, poi si rivolge a me e ci presentiamo. Il suo aspetto assolutamente “normale” è lontano dallo stereotipo dell’artista; nella propria presentazione per il concorso “un fiore di poesia”, dove è entrata nella rosa dei finalisti, si definisce: “una casalinga di mezza età (bella dentro) con interessi che spaziano dalla culinaria alla filosofia”. Quando le dico il mio nome, si mostra felice di poter vedere “in carne ed ossa” una persona conosciuta in rete: fenomeno anche per me piuttosto raro e stupefacente! Mi torna a dire che segue con molto interesse Viadellebelledonne; trova coinvolgenti e mai banali gli argomenti proposti dal blog, come mi aveva già scritto via mail.
Comincio a chiederle i perché di alcuni soggetti ricorrenti nei suoi quadri, l’origine di queste predilezioni. Ma, prima di tutto, poiché non mi è sfuggita la connotazione ideologica della sua presentazione, le chiedo di chiarirmi l’espressione: “Nulla è ciò che appare, ciò che appare è nulla”,
collegata alle note di Carlo Masi su questa pittrice; quest’ultimo scrive di “apparizioni ” inquietanti “in luoghi silenziosi ed immobili”, di uno spiazzamento del “centro”, di “uno spazio inclinato su cui scivolare e perdersi”…in definitiva, la sua arte “è l’elaborazione onirica dell’assenza”. Perché, dunque, il “nulla” e il vuoto”?
Il vuoto cui si rifà la Gusmatti è un concetto di origine nietzschiana, un vuoto che può essere riempito, quindi non prettamente negativo; ed il primo “maestro” che, a mia richiesta, desidera citare riguardo alla propria formazione, è proprio Carlo Masi, suo insegnante insieme di filosofia e di tecniche pittoriche. Scopro quindi che la grande onda, che avvolge con uno spruzzo a ventaglio e poi si arrotola intorno ad un’emblematica piccola sedia, rappresenta l’acqua, uno dei quattro elementi dei filosofi presocratici, ed è forma in eterno divenire, che continuamente riprende il suo ciclo. Il secondo elemento ispiratore è il fuoco.
Qui ci trasferiamo davanti ad un quadro particolarmente significativo: al di sopra di uno sgabello color rosso vivo, brucia una fiamma surreale, priva di alone luminoso; in alto a destra, una mano regge una fiaccola che brucia anch’essa senza illuminare. La fiamma rappresenta la falsa conoscenza, la perdita di valori della società contemporanea; la mano è quella di un filosofo (o intellettuale) incapace di diffondere la verità. Sullo sfondo nero, luccicano lustrini che suggeriscono artificio; quindi, tutta l’immagine va letta come una critica alle strutture che ingabbiano l’uomo, lo illudono di essere libero mentre è schiavo di stereotipi nella società dell’immagine, nel mondo globalizzato.
Eppure, la protesta ed il malessere impliciti in questa visione sono saldamente tenuti sotto controllo dalla mano e dalla mente dell’artista: faccio osservare a Gianna che il quadro non comunica uno stato d’animo negativo, lo spettatore ne trae un senso di equilibrio dalle forme, e di vitalità dai colori saturi ed intensi.
Il motivo emerge attraverso le spiegazioni sulla tecnica adoperata, e dalla passione con cui la pittrice parla di tutte le fasi della sua attività; si intuisce subito che la sua è una ricerca di libertà, di identità personale, che il suo “fare” è anche un tacito suggerimento ed un invito pacato a chi si lascia sedurre dalla superficialità e dalle facili sirene.
In primo luogo, tutto, assolutamente tutto ciò che vediamo è opera di Gianna: comincia con il prendere il legno, materiale che ama perché è vivo e naturale, poi – se non dipinge direttamente sul legno – sovrappone al legno la tela, che prepara personalmente; segue la fase del disegno e della pittura, attuata con varie tecniche anche miste, ed infine la cornice viene tagliata nel legno e poi verniciata dalla pittrice.
In questo caso, la tela adoperata è di jeans, scelta concettuale ma di grande effetto visivo per la sua grana fortemente rilevata; il colore è acrilico per tutta la scena, fuorché per la mano e la fiaccola, dipinte ad olio per spiccare maggiormente.
Conoscere la realtà negativa non vuol dire subirla, anzi bisogna prenderne coscienza per distaccarsene, e poter proseguire la propria strada.
Gianna Gusmatti dipinge da molti anni, ha imparato diverse tecniche ed elaborato soggetti differenti; nelle avversità o nella monotonia della vita, questa è stata la sua stanza tutta per sé. Eppure solo oggi, giunta all’età di mezzo, è stata spinta ed incoraggiata, da persone amiche e dalle circostanze, ad uscire dalla sua riservatezza; lavorando per questa mostra – la sua prima mostra – ha approfondito un tema, la solitudine dell’essere umano, schiavo delle apparenze. Solo spingendosi oltre, si arriva a toccare nell’intimo un altro essere umano; lei lo ha fatto e continua a farlo con le immagini ed i colori.
Eppure, la protesta ed il malessere impliciti in questa visione sono saldamente tenuti sotto controllo dalla mano e dalla mente dell’artista: faccio osservare a Gianna che il quadro non comunica uno stato d’animo negativo, lo spettatore ne trae un senso di equilibrio dalle forme, e di vitalità dai colori saturi ed intensi.
Il motivo emerge attraverso le spiegazioni sulla tecnica adoperata, e dalla passione con cui la pittrice parla di tutte le fasi della sua attività; si intuisce subito che la sua è una ricerca di libertà, di identità personale, che il suo “fare” è anche un tacito suggerimento ed un invito pacato a chi si lascia sedurre dalla superficialità e dalle facili sirene.
In primo luogo, tutto, assolutamente tutto ciò che vediamo è opera di Gianna: comincia con il prendere il legno, materiale che ama perché è vivo e naturale, poi – se non dipinge direttamente sul legno – sovrappone al legno la tela, che prepara personalmente; segue la fase del disegno e della pittura, attuata con varie tecniche anche miste, ed infine la cornice viene tagliata nel legno e poi verniciata dalla pittrice.
In questo caso, la tela adoperata è di jeans, scelta concettuale ma di grande effetto visivo per la sua grana fortemente rilevata; il colore è acrilico per tutta la scena, fuorché per la mano e la fiaccola, dipinte ad olio per spiccare maggiormente.
Conoscere la realtà negativa non vuol dire subirla, anzi bisogna prenderne coscienza per distaccarsene, e poter proseguire la propria strada.
Gianna Gusmatti dipinge da molti anni, ha imparato diverse tecniche ed elaborato soggetti differenti; nelle avversità o nella monotonia della vita, questa è stata la sua stanza tutta per sé. Eppure solo oggi, giunta all’età di mezzo, è stata spinta ed incoraggiata, da persone amiche e dalle circostanze, ad uscire dalla sua riservatezza; lavorando per questa mostra – la sua prima mostra – ha approfondito un tema, la solitudine dell’essere umano, schiavo delle apparenze. Solo spingendosi oltre, si arriva a toccare nell’intimo un altro essere umano; lei lo ha fatto e continua a farlo con le immagini ed i colori.

Ed ecco il simbolo per eccellenza di questo isolamento, la seggiola vuota; l’idea iniziale le è venuta dalla famosa seggiola di Van Gogh, ma poi le sue sedie si sono moltiplicate, hanno assunto diversi aspetti, a partire dalla più rozza declinazione sotto forma di sgabello o seggiola impagliata, per divenire altrove elegante sedile d’epoca, seggiola dal design lineare o addirittura seggiola futurista.
Sul fondo della sala, due opere di notevole impatto visivo, giocate su diverse tonalità di rosso e di blu; in ambedue, Venezia appare come una visione sfocata, la sagoma di un portico fa da sfondo, la tela di jeans fornisce il supporto di base ed un inserto di merletto, blu sul blu, apre un’ulteriore dimensione spaziale con il suo traforo.
La sedia è senz’altro l’icona per eccellenza nel percorso simbolico di Gianna: appare in tutte le opere di questa esposizione, ad eccezione di un quadro sui toni del grigio, che rappresenta un bosco-labirinto, dove l’anima dell’autrice si perde. Lì, non c’è spazio per soste.
Altri simboli ricorrenti sono il portico, che rappresenta un desiderio di dialogo e la nostalgia di uno spazio sereno; il gomitolo, tratto dalla leggenda di Arianna e al contempo presenza familiare nell’universo femminile, è l’oggetto magico cui riferirsi per non smarrire se stessi.
Un gomitolo rosso appare in una stanza grigia, annodato alla gamba di una moderna sedia; in un’altra rappresentazione, il filo è interrotto, c’è un percorso dell’anima in fase di arresto.
Gli oggetti di Gianna sono dipinti con nitido, essenziale realismo; ma ciò che rende la sua pittura una meditazione in forma visiva è l’estraniamento dell’oggetto dal suo contesto, la sua sospensione dentro uno spazio artefatto, irregolare.
Le stanze in cui sono collocate le sue icone (altrove, un palloncino in volo, un faro, il collage di una santa in estasi o di una fila di gattini) hanno lievi, ma decisi slittamenti di prospettiva: un pavimento appena appena obliquo, una parete ritagliata cui manca una sottilissima fetta. Ci sono artifici anche più espliciti, mai “urlati”, però: ad esempio, doppie inquadrature inserite l’una nell’altra, con un incroci sfasati dichiaratamente “finti”. E’ uno spazio svasato, ma sempre lievemente, con garbo.
Un mondo sempre in bilico, sul punto di perdere il suo precario equilibrio; eppure, ciò non avviene.
Gianna Gusmatti conosce anche la tecnica dell’incisione, di cui in questa mostra ho potuto ammirare un piccolo, delizioso saggio: una sedia con gomitolo su fondo merlettato con portico – lavorazione tripla fra cui acquaforte e acquatinta.
Nella nebbia di Mestre, il colore e la voce di Gianna parlano di tante cose brutte, nel mondo. Ma, nonostante tutto, il suo è un messaggio positivo, fortemente vitale.
Ci lasciamo come due vecchie amiche.
Un gomitolo rosso appare in una stanza grigia, annodato alla gamba di una moderna sedia; in un’altra rappresentazione, il filo è interrotto, c’è un percorso dell’anima in fase di arresto.
Gli oggetti di Gianna sono dipinti con nitido, essenziale realismo; ma ciò che rende la sua pittura una meditazione in forma visiva è l’estraniamento dell’oggetto dal suo contesto, la sua sospensione dentro uno spazio artefatto, irregolare.
Le stanze in cui sono collocate le sue icone (altrove, un palloncino in volo, un faro, il collage di una santa in estasi o di una fila di gattini) hanno lievi, ma decisi slittamenti di prospettiva: un pavimento appena appena obliquo, una parete ritagliata cui manca una sottilissima fetta. Ci sono artifici anche più espliciti, mai “urlati”, però: ad esempio, doppie inquadrature inserite l’una nell’altra, con un incroci sfasati dichiaratamente “finti”. E’ uno spazio svasato, ma sempre lievemente, con garbo.
Un mondo sempre in bilico, sul punto di perdere il suo precario equilibrio; eppure, ciò non avviene.
Gianna Gusmatti conosce anche la tecnica dell’incisione, di cui in questa mostra ho potuto ammirare un piccolo, delizioso saggio: una sedia con gomitolo su fondo merlettato con portico – lavorazione tripla fra cui acquaforte e acquatinta.
Nella nebbia di Mestre, il colore e la voce di Gianna parlano di tante cose brutte, nel mondo. Ma, nonostante tutto, il suo è un messaggio positivo, fortemente vitale.
Ci lasciamo come due vecchie amiche.
Vorrei aggiungere una piccola precisazione tecnica: i colori dal vivo, specialmente i rossi e i blu, appaiono molto più intensi, carichi. Le foto non rendono completamente giustizia alla pittrice.









Immagine molto suggestiva …. ti lascia sospeso in quel limbo che ti permette di poter scegliere tra il fare o non fare, tra il dire e il non dire, tra l’essere e il non essere. Ho scritto scegliere….. forse è una speranza in cui ancora credo, quella di poter ancora fare qualcosa senza essere obbligati. Questo senso di precarietà ormai ci accompagna mantenendoci sempre in bilico sulla corda…. e costringe tutti ad essere trapezisti!
E’ una pittrice molto interessante, per tutte le allusioni che contengono i suoi quadri e per le nitidezza del disegno e dei colori. Ma la tua presentazione ci da’ anche un’immagine della Gianna Gusmatti che non si vede esteriormente. Mi piacciono tutti , i suoi messaggi-simbolo: dal gomitolo alla seggiola vuota alla fiamma senza luce.
Brava tu, Marina, a raccontarcela con la consueta precisione.
Opere molto particolari, queste di Gianna Gusmatti.
Originali in ogni aspetto, dalla scelta dei tessuti e dei supporti su cui lavorare, ai bei colori nitidi e al tratto asciutto e deciso.
Mi piacciono molto.
E bellissimo il ritratto che ce ne fa la nostra Marina, brava come sempre.
Fa piacere incontrare una ‘maniaca’ delle sedie (mi si conceda il tono scherzoso).
Una mia sedia ‘marina’ (installazione) a ottobre 2007 ha vinto il premio Fonopoli.
http://biancamadeccia.wordpress.com/ultimissime/
cari saluti.
Bianca
in primo luogo ringrazio il Cavaliere errante, Blumy, Bianca e Morena, anche a nome di Gianna – che spero interverrà personalmente appena possibile:-)
mi fa piacere che abbiate colto sia l’importanza degli oggetti-simbolo (Blumy e Bianca) sia delle tecniche (Morena), molto curate e particolari
al cavaliere rispondo anche che qualunque persona non insensibile si sente, oggi, “in bilico”, in una condizione esitenziale di incertezza continua; è difficile, ma essenziale, mantenere la speranza di poter e voler “scegliere”…gli artisti di ogni genere dovrebbero testimoniare questa possibilità
concludo facendo i complimenti a Bianca per la sua sedia che ha profumo di mare:-) e, naturalmente, per il premio vinto
marina
Grazie a tutti per aver condiviso le mie emozioni.
Soprattutto grazie a Marina.
Attraverso le sue parole ho scoperto aspetti delle mie opere poco conosciuti anche a me stessa.
E’ stata chiara, esauriente ed avvincente come nei suoi racconti ed ha colto e trasmesso la “sostanza”, fondamento di ogni realtà. Un grande, grosso, colorato abbraccio
Gianna Gusmatti
come ho già avuto modo di dirti, marina, sei il mio ‘critico d’arte’ preferito
sai suscitare in me emozioni come se io fossi presente, come se i quadri li vedessi con i miei occhi, li toccassi con mano. poi qui si parla di ’sedie’ e le sedie sono un argomento che amo. perché la sedia è un mondo a sé. suggerisce voli, attese, assenze. ma queste di gianna non sono laceranti. non hanno il vuoto dentro. non lo rappresentano facendo male. lo lasciamo intuire, ma come ben dici tu, i colori forti, ‘riempiono’, danno compattezza, e diventano ‘presenze’. e poi, quel gomitolo di lana, metafora tutta al femminile, crea il legame con la realtà. mai una sedia
così dipinta potrà essere ‘vuota’.
margherita
Cara Gianna, sono io a ringraziarti per avermi fatto conoscere il tuo mondo…quanto mi sarebbe piaciuto saper dipingere come te! ma la mia inclinazione personale mi spinge ad usare le parole al posto dei colori, e va bene così.
Ricambio il tuo abbraccio:-)
marina
non avrei mai pensato, Margherita, che le sedie fossero un soggetto così affascinante…veramente, avrei dovuto immaginare, invece, tutto il loro potenziale, a partire da Van Gogh, e prima? dovrei fare una ricerca; quel ch’è certo è che , casualmente, oggi, andavo a caccia di immagini su internet, ed ho trovato due magnifiche sedie di van gogh rielaborate da David Hockney …
Il tuo commento sulle sedie di Gianna, a sua volta, è carico della tua vibrante sensibiltà, un’interpretazione venata di poesia…
marina
Un bel post:-) la pittrice possiede uno stile deciso nel suo sapere delineare spazi che a me paiono in attesa( e quindi anche aperti all’inquietitudine), la recensitrice una capacità già notata di addentrarsi con attenzione con le sue parole nei mondi figurativi da lei visitati , fino a farceli “vedere”
grazie, Domaccia! detto da te, scrittrice dai gusti raffinati e non banali…mi – anzi, ci – lusinghi:-)
marina
carissima marina, gurda che è molto “impegnativa” la tua affermazione nei miei confronti, vorrà dire che cercherò di non abbassare troppo il livello!:-)
Affascinante immagine che vuol apparire spoglia
ma incanta per la sua ricchezza di suggestivi
pensieri.
Complimenti alla pittrice ma a Marina va un
Brava per la stupenda interpretazione.
grazie, Josè:-)
quanto a Domaccia, ovvio che devi darti da fare! da te non ci si aspetta di meno:-)
marina
Grazie Marina per aver presentato queste opere qui.
Resto molto curioso di poterle vedere dal ‘vivo’.
Un’ indagine sull’essenziale? Un doppio taglio alla ‘rappresentazione’ bidimensionale, al fine di definire le dimensioni vere (4; vedi quello con attaccapanni)?
Dà l’idea, da questi che vedo, dalle parole che leggo, che Gianna operi una sottrazione dalla realtà, al fine di evidenziare quello che ‘conta’, non quello che appare nel groviglio visivo di noi tutti, così affaccendati a fare altro.
La sedia.
Particolari frse insignificanti, di primo acchito. Questo è ‘l’invito (a sedersi, appunto, o anon farlo: una presentificazione dell’assenza)? Le cose sono molto più semplici di quello che appaiono, ma occorre saper vedere.
Occorre vivere, più che rappresentare la vita.
Non so, forse non c’ho capito niente. Però mi piacerebbe vederle da vicino…
eh, vederle dal vivo è un po’ difficile, perchè oggi chiude la mostra, però hai ragione che le opere viste da vicino e ,se possibile, perfino toccate, acquistano sfumature e signifcati a volte imprevisti.
Comunque, c’hai capito, c’hai capito, Gigio:-) la pittura di Gianna è proprio “un’ indagine sull’essenziale” e la sua è un’opera di sottrazione per bucare l’apparenza e riconquistare il gusto dell’essenziale.
grazie a te per l’attenzione.-)
marina
apparenza? le sedie di gianna sono vuote in apparenza, ognuno di essa comunica un invito a parlarle: sediamo attorno al fuoco e parliamo chi prende per primo il filo del discorso? Ciao Gianna un bacio Anna