Il plagio, la copia, l’imitazione creativa: forme d’originalità in era digitale?
Gennaio 21, 2008 di L. R. Carrino

In un momento storico in cui proliferano famosi copioni e altrettanto famosi copiati, si assiste inermi alla paradossale tendenza culturale di questo millennio: “più somiglia a, più vale”. In questo tempo, ha ancora senso parlare di originalità? Dove finisce l’ispirazione e comincia il saccheggio? Sembra che il cervello dell’uomo sia fatto per carpire un significato nei calchi, nelle ripetizioni, nei rispecchiamenti. Questo è il motivo per cui Rorschach ideò le famose macchie simmetriche come mezzo per sollecitare l’inconscio del paziente. La letteratura postmoderna ha fatto un vanto di quest’opera di copiatura di modelli precedenti, quasi a voler esorcizzare “l’angoscia dell’influenza” (L’angoscia dell’influenza, Harold Bloom).
Nel linguaggio comune viene definita plagio l’imitazione o la copia, sotto i più diversi aspetti, di un’opera creata precedentemente e tutelata dal diritto d’autore.
Le condanne di plagio si contano sulle dita di una mano. Difficile vincere una causa per plagio. Questo anche perché la creazione artistica è sempre influenzata dal contesto culturale in cui l’autore si situa, e la contaminazione e l’ispirazione a creazioni precedenti sono il presupposto di base di qualunque opera, contemporanea e non. Ma esiste una differenza sostanziale tra plagio e contaminazione? Esiste una differenza tra plagio e imitazione creativa o copia? Si parla ancora di plagio al di là dell’aspetto giuridico (copyright)? E come si pone l’aspetto della ‘originalità’ in relazione ai fruitori? E un’altra domanda: in era di copyleft (in ambito letterario, permette al fruitore di riutilizzare l’opera, anche di modificarla, e metterla allo stesso modo a disposizione di altri fruitori) ha ancora senso parlare di plagio?
Tutte queste domande sono lecite. La cosa sorprendente è che anche tutte le risposte lo sono. Quello che non è lecito è il reato (anche da incosciente, da inconsapevole) di chi imita, copia plagia, rielabora, ristruttura, ecc… ecc…, spacciando per ‘proprie’ idee e lavoro di altri autori. Questo è inaccettabile sia per il plagiatore, sia per il plagiato, sia per il fruitore (del quale viene carpita la fiducia).
I casi di plagio attirano sempre l’attenzione del pubblico. Sarebbe interessante capire se questo accade perché il plagio sta diventando una pratica sempre più diffusa, perché i suoi confini si stanno facendo sempre più vaghi e controversi o perché i plagiatori vengono smascherati sempre più spesso (la digitalizzazione ha reso più facile lo smascheramento, ma anche il plagio stesso). Quello che rende il plagio un argomento affascinante è l’ambiguità del concetto, le sue complesse relazioni con altre pratiche riprovevoli come la violazione del copyright, il vasto spettro delle sue applicazioni, la sua relatività storica e culturale, il suo controverso peso in campo normativo, le strane motivazioni e giustificazioni di chi lo pratica (se lo ammette!), i metodi di indagine e le forme di punizione e assoluzione.
Una tipica definizione (da dizionario) di plagio è ‘furto letterario’. In realtà è possibile plagiare qualsiasi cosa (musica, immagini e - soprattutto - idee; mi limito all’ambito letterario). Perciò questa potrebbe essere una definizione inesatta, oltre che imprecisa, senza contare che è fuorviante l’uso del termine ‘furto’ perché può esserci plagio senza furto. E poi non sempre la copia è un plagio, e non tutti i plagi comportano la violazione del copyright.
Plagio (indebita ispirazione, scopiazzatura, e anche imitazione creativa totale di un’opera altrui) e violazione del copyright (violazione di un diritto di proprietà) quindi sono torti diversi, anche se spesso si sovrappongono.
Non tutte le forme espressive vengono poi messe sotto ‘diritti’. Come le idee, per esempio, la cui copia comporta la violazione dei ‘diritti’ se e solo se si copia la ‘forma’ con cui i fatti o le idee vengono espressi.
Sarà questo il motivo per cui Dan Brown ha vinto la causa in cui era accusato di violazione del diritto d’autore? Accusato di aver copiato l’idea di Gesù sposo della Maddalena. Gli apologeti del plagio avrebbero usato, in questo caso, la parola ‘prestito’. Ma quello che viene preso in prestito, solitamente, si presuppone venga restituito. Cosa invece, credo, che il signor Brown non abbia fatto… In effetti, la questione ha diviso il mondo letterario. Forse non c’è stata violazione dei diritti d’autore, ma copia dell’idea certo che sì. Dan Brown ha definito ‘fonte’ il materiale dal quale ha attinto l’idea (be’, a dire il vero, senza quell’idea il libro vale ancora di meno).
Altro esempio non troppo lontano. Secondo Michael Maar, Lolita è un plagio di un racconto breve con lo stesso titolo pubblicato molti anni prima da Heinz von Eschwege, scrittore tedesco vissuto a Berlino per diversi anni nello stesso periodo di Nabokov. Non vi sono brani identici ma, oltre allo stesso titolo, l’eroina eponima del tedesco è anch’essa una ninfetta della quale si innamora il narratore, un uomo più grande di lei. In entrambe le storie la ragazzina è la seduttrice, è maledetta, è demoniaca e muore. Da dire che il racconto era di sole 13 pagine. Ciononostante, la collazione dei due testi fa pensare più a un’imitazione creativa che a un plagio, in cui l’opera successiva migliora la fonte d’ispirazione.
Un altro splendido esempio di plagio è la descrizione shakespeariana di Cleopatra sulla sua barca in Antonio e Cleopatra (parafrasi in versi presa dalla vita di Marco Antonio di Plutarco, tradotto da North). Vero è che a quei tempi la creatività veniva concepita come miglioramento più che come originalità.
Milton ha detto che “un prestito” da un altro autore, solo “se non viene migliorato da colui che prende in prestito, tra buoni autori è ritenuto plagiare”.
Simili appropriazioni (allusioni direbbero i lettori più eruditi, e l’allusione è una tecnica dell’imitazione creativa) sono comuni nella poesia moderna. Eliot (lui poi: La Terra desolata è un coacervo di citazioni accreditate soltanto parzialmente nelle note), in un saggio sul drammaturgo Massinger, descrivendo appunto la tecnica da lui usata ne La terra desolata e in altre opere:
I poeti immaturi imitano; i maturi rubano; i cattivi poeti svisano ciò che prendono e i buoni lo trasformano in qualcosa di migliore o almeno diverso. Il buon poeta salda il suo furto in un complesso di sensi che è unico, interamente diverso da ciò da cui è avulso; il cattivo lo getta in qualcosa che non ha coesione. Un buon poeta prenderà di solito a prestito da autori remoti nel tempo, o diversi per lingua o interesse.
In sostanza, quindi, a patto che colui che imita o copia produca qualcosa di migliore dell’originale o diverso, l’imitazione quindi produce un valore.
E in una società moderna che pone l’accento sulla originalità di un’opera di ingegno, dove appunto le opere intellettuali vengono commercializzate, l’imitazione creativa non può avere la stessa portata né la stessa connotazione positiva che aveva ai tempi di Shakespeare. Vero, ai lettori non interessa dell’originalità. Sono interessati alla qualità dell’esperienza di lettura che viene fornita da un’opera. Il copyright subordina gran parte dell’imitazione creativa. Nel XVII secolo Shakespeare sarebbe stato marchiato come plagiatore.
L’imitazione creativa è alla base di tutta la poesia romana. È un tema molto complesso, affrontato quasi in ogni epoca letteraria. Non si tratta solo di parodie o scimmiottamenti ironici, ma di una vera e propria tecnica al fine di trovare la propria voce letteraria. In sostanza, si risale alla poetica e al genere di un determinato autore o scuola di autori per farne altro, mirando ad un’originalità che può derivare, in ultima analisi, solo dalle proprie esperienze di vita e pensiero.
Quando l’imitazione creativa non è satira né parodia, e non si scosta dal modello preso come riferimento, e non segue quel percorso di interiorizzazione e trasformazione per mano dell’imitatore, ecco che diventa copia (mi piace molto copycat, ossia scopiazzatore).
Al di là del diritto d’autore, si può parlare quindi di plagio anche quando vengono copiate caratteristiche di un’opera (testo o idee), e si induce il lettore a pensare che queste caratteristiche siano un’invenzione (o scoperta, nel caso di plagi di materiale di carattere ‘storico’) di chi ha plagiato. Questo tipo di plagio assume forme estremamente sottili. Perché la legge tende a identificare con ‘plagio’, e quindi a punire, solo quando c’è violazione di diritto d’autore.
L’occultamento è il cuore del plagio. Per poter parlare di plagio è necessario che il copiare, oltre ad essere ingannevole e quindi fuorviante per il pubblico a cui è rivolta l’opera, carpisca la fiducia del lettore. Il lettore compra il libro perché convinto che l’opera del plagiatore sia originale. Ma se sa che quell’opera è scopiazzata da un’altra, probabilmente preferisce andarsi a cercare l’originale. Ovvio, può capitare anche il contrario: la copia migliora l’originale (si pensi a Nabokov). In questo caso c’è solo inganno intellettuale.
Si potrebbe dire, insieme a Barthes e a Foucault, che ‘autore’ e ‘scrittore’ non sono necessariamente sinonimi.
Possiamo definire il “plagio”, in sostanza, come una copia fraudolenta non consensuale, cosa che lo distingue con chiarezza dalla violazione del copyright. La dottrina europea dei ‘diritti morali’ consente a uno scrittore di essere accreditato per la sua opera originale e questo diritto di attribuzione gli fornisce un appiglio legale contro il plagio (anche la parafrasi sarebbe un altro diritto morale violato, ossia il diritto dell’integrità). Ad esempio, gli autori della Creative Commons, per usi no-profit delle loro opere, possono scegliere di porre una condizione: chiunque utilizzi la loro opera deve citare la fonte.
In effetti, il concetto del plagio viene spesso ritenuto moderno, un prodotto del culto romantico dell’originalità. Ma questo è inesatto. La parola latina plagiarius venne usata per la prima volta in un’accezione simile a quella moderna dal poeta Marziale nel I secolo d. C (si pensi anche al centone, anche se non veniva considerato plagio). White fa riferimento alla “classica dottrina secondo la quale l’originalità è raggiunta attraverso un’imitazione che seleziona attentamente i propri modelli, li reinterpreta in modo personale e si propone di superarli gloriosamente”.

E sulle idee come stiamo?
In letteratura esiste anche il plagio ‘psichico’, che consisterebbe nel ricalcare non frasi o idee, bensì emozioni. A mio parere, qui il concetto di plagio mi pare fuori luogo. Non si può pensare di detenere il monopolio delle emozioni. Gli esseri umani, anche se unici, univocamente determinati, sono simili.
Quando il concetto di plagio viene esteso dalla copia letterale alla copia delle idee, la parola deve essere usata con cautela (sic). Alcuni sostengono che copiare un’idea, nel caso in cui non vengano copiati parole, immagini, o suoni specifici con cui viene espressa, significhi divulgare l’idea. Se fosse necessaria un’autorizzazione per ripetere l’idea, o si rischiasse l’ostracismo da parte della propria comunità professionale per non aver accreditato la persona che ha avuto quell’idea e che potrebbe essere dimenticata o sconosciuta, la diffusione delle idee verrebbe bloccata. Questi ‘alcuni’ di solito sono postmodernisti: tra loro, c’è chi mette in dubbio il plagio, come concetto.
Secondo questi signori, il plagio e le estetiche nuove che ne derivano non sono altro che uno strumento di contaminazione, uno strumento ricco di implicazioni giuridiche, politiche e filosofiche. Tuttavia, per loro il plagio artistico consiste nella veicolazione gratuita di idee e atmosfere e non si tratta di fare una mera copia dell’idea stessa e della forma con la quale questa idea viene divulgato. La diffusione di uno “stile”, infatti, non ha nulla a che vedere con una copia, e pertanto evita di pagare qualsiasi pedaggio. Dal punto di vista filosofico, attraverso la gratuità dell’offerta, il plagio artistico consente di sfuggire alla logica dello scambio, con la prassi del dono unilaterale gratuito. Io do una cosa a te, e basta: tu nemmeno sai chi sia a dartela, si tratta di un contributo alla storia del progresso comunitario. Questa visione, che a tutta prima appare utopistica, oggi diventa pratica comune. Le idee circolano da sole, senza pregiudizio d’autore (avete presente il wikismo?). Esse vengono sentite come proprie da ciascuno, e il fenomeno è così diffuso che alcuni autori, soprattutto in ambito musicale, scelgono di creare le proprie opere basandosi proprio sul plagio. Ma questa qui descritta è altra cosa dal plagio. Perché ognuno apporta il suo contributo di pensiero. Per quanto mi riguardano, ben vangano.
C’è un altro aspetto orribile di tutta questa faccenda. Se uno copia l’idea di un autore, magari un’idea che è stata già realizzata e ha avuto un certo riscontro di pubblico, imita creativamente lo stile, la forma, il ritmo di un altro, parafrasa un paio di pagine ‘chiave’ di un altro disgraziato ed ecco che ottiene un prodotto che qualunque editore pubblicherà. L’imitazione creativa è, infatti, un imperativo del mercato. Non si va da nessuna parte con cose avanguardistiche, troppo originali (e già…). Ma questo forse è più evidente per chi scrive romanzi.
Per la poesia?
Dice Stefano Guglielmin (www.golfedombre.blogspot.com/2006_10_01_archive.html):
Una possibile tassonomia del poetico italiano potrebbe essere questa: c’è Milo De Angelis e ci sono quelli che a lui s’ispirano (si metta al posto di De Angelis qualsiasi altro fuoriclasse). Fra coloro che s’ispirano, ci sono i futuri fuoriclasse e quelli che rimarranno allievi. Al livello degli allievi, stanno gli autori con vocazione certa, ma che non s’impegnano per crescere e quelli che leggono molto e hanno qualche vocazione. Questo livello vede almeno 800-1000 poeti in circolazione. Sotto di loro ci sono autori che hanno un’idea di poesia mutuata nei rioni, a scuola, fra gli amici, ascoltando le canzoni, autori che hanno qualcosa da dire e che lo dicono andando a capo. Fra questi, ma di rado, qualcuno entra nei 1000. Gli altri, continuano invece a dire quello che hanno da dire e sono, per difetto, almeno 50000 (mettiamo 70 per comune - in Italia, di comuni, ce ne sono più di 8000). Fra i 1000 poeti riconosciuti, molti - dicevo - “assomigliano a”: già questo fatto dovrebbe farci riflettere e obbligarci alla prudenza. Dovremmo studiarli meglio, vedere se è un nostro abbaglio oppure se davvero sarebbe meglio leggere l’originale. In quest’ultimo caso facciamolo e scaliamo i poeti ’somiglianti’ nel livello sottostante. Rimarranno 50 autori? Bene questi saranno i poeti che dovremo promuovere, far conoscere in rete e in piazza, a scuola e in fabbrica. Sarebbe un atto utile alla poesia e toglierebbe molta confusione in giro.
L’era digitale è una dramma da questo punto di vista. Il web permette far conoscere velocemente le “poesie” di tutti ma su Internet c’è anche tanta umile robaccia isterico-emozionale, umili piagnistei di ogni tipo, umili meri esibizionismi del verso, umili saccheggiatori dall’umile copia-incolla troppo facile, umili salottini lacrimosi con tanto di biscottini e tè.
Il rischio è quello di essere fagocitati dai versificatori della domenica pomeriggio, quelli che non hanno una direzione, non hanno un progetto, non sanno cosa fanno, e sono assolutamente convinti che il ‘mondo’ deve sapere della loro arte. Questi sono pressoché innocui, basta ignorarli.
Ma cosa succede se uno di questi sedicenti poeti, assorbendo da altri bloggers/autori più - diciamo così - dotati, improvvisamente si ritrovi a possedere ritmo, struttura, poetica, addirittura metro? Non ci sarebbe nulla di male, ovvio. La letteratura è intertestualità. Sfido chiunque faccia questo mestiere, ossia chiunque abbia la ‘vocazione’, a negare la presenza di modelli nella propria scrittura. Modelli che, ben inteso, sono stati assimilati, masticati, risputati e, infine, inglobati nella singola sensibilità creativa e tecnica, al fine di produrre la propria ‘voce’, quella cifra di originalità che permette di distinguere un poeta da un altro. Modelli noti, arcinoti, riconosciuti a livello universale.
Ci sono ‘autori’ che imperversano su tutto il Web, li trovi ovunque. Il loro nome circola in ogni dove, apprezzati e celebrati, in alcuni casi, come un grande momento della letteratura contemporanea. Eppure, a ben vedere (e qua il Web fallisce nella sua missione: l’alta velocità della fruibilità determina superficialità) questi sedicenti poeti fino all’altro ieri aveva quattro miserabili vocaboli in mano (amore, cielo, fiore, mare, cuore, dolore…), ed erano senza poetica, senza stile, senza. Questi sedicenti e celebrati poeti sono i tronisti della poesia, gli opinionisti dei reality-poetry, le allegre comari di Bloomsbury. Non solo: il sedicente poeta, che ha saccheggiato un intero modello, a essere egli stesso modello in una sorta di reiterazione della copia, mentre l’originale, quello che veramente ha cercato fino allo sfinimento la sua ‘voce’, giace ipersconosciuto tra le stringhe di qualche log.
Sia chiaro: la contaminazione, nella topologia classica della poesia, è sempre stata tabù. Fior fior di poeti si sono scannati, accusandosi reciprocamente di plagio. Oggi la mot-clé è contaminazione. Per me ben venga, purché questa contaminazione non diventi infezione virulenta con relativa morte del portatore sano, non diventi “plagio del modello”. Purché si faccia, come diceva qualcuno, ‘poesia onesta’. Purché si riconosca, insomma, chi è veramente l’autore.
La voce ha bisogno di essere ascoltata, riconosciuta. Ogni voce. Il resto, tutto il resto, è pettegolezzo e prouderie letteraria.
Concludo (troppo lungo questo articolo).
La natura in apparenza gratuita del plagio commesso da scrittori professionisti è in parte il motivo per cui c’è sempre qualcuno disposto a schierarsi dalla parte del plagiatore che viene scoperto. La pratica più in voga, solitamente, viene definita patchwriting da Rebecca Moore Howard, ossia “copiare da una fonte, poi cancellare alcune parole, alterando strutture grammaticali e inserendo un sinonimo al posto di un altro”.
Un esempio di ciò l’ho fatto anch’io. L’ho chiamato Trapianto un rumore atroce: elogio del sinonimo (presente sul mio blog). Una parte del titolo e i versi di questa “poesia” (a parte l’ultimo) sono copiati da un altro autore presente nel web. In sostanza, ho preso la sua poesia e ho lavorato con i sinonimi di word. Vi garantisco che è irriconoscibile la versione dell’autore. Irriconoscibile anche a chi ha un occhio allenato (ah sì; nel genere ‘parodia’, quale questa cosa sopra è, l’operazione che ho fatto è permessa).
Vero, esiste anche il plagio inconscio, non sempre dettato da malafede. Questo si potrebbe considerare più un peccato di negligenza che di intenzione e quindi sarebbe meno meritevole di biasimo. Per questo, quando i plagiatori vengo scoperti, si difendono sempre sostenendo che si sono ispirati, che qualcosa dell’originale è rimasto ‘inconsciamente’ loro dentro. C’è persino una parola precisa che definisce questo tipo di plagio: criptomnesia.
E il plagio inconscio diventa una difesa ancora più plausibile quando si tratta di copia dell’idea, del concetto, della forma, ossia non c’è una vera successione di parole identiche.
Come ci si può difendere da questa tragedia del poco? Ve lo dico in parole straniere: nous sommes foutu. Perché non parliamo di contaminazione, ma di una vera e propria metastasi letteraria. Parliamo di gente che non ha mai avuto un’idea in vita sua se non per inferenza, per autoconvincimento. Studi di psicologia sulla criptomnesia indicano che le persone che migliorano, peggiorano, o elaborano idee altrui, arrivano a convincersi di avere la paternità di quelle idee. È facile che questi signori la passino liscia, soprattutto in era di contaminatio come questa.
Il plagio viene considerato il più grave dei crimini intellettuali dalla maggior parte degli scrittori, degli insegnanti, dei giornalisti, dei docenti, e persino dal pubblico in generale. Quando si parla di questo argomento c’è bisogno di una riflessione distaccata. Sotto questa dicitura spesso si intendono varie forme di scorrettezza letteraria o intellettuali, ben più gravi perché più subdole, ma meno dimostrabili dal punto di vista giuridico.
Il fatto è che il concetto di plagio resta a tutt’oggi troppo vago, c’è una zona grigia dove l’imitazione creativa, ad esempio, produce un valore che si sottrae all’attuale definizione. Le diverse sfumature del concetto non trovano riscontro nell’insieme di norme e sanzioni (formali e non), senza contare che è sempre più universalmente accettato il ‘crimine’, visto che uccide sovente solo le idee. Sara per questo che nel 2008 di idee veramente originali ce ne sono così poche?





Allego un piccolo saggio del poeta catalano Pere Gimferrer che sto traducendo (questa è la prima rapida stesura) e che mi pare un ottimo contributo alla discussione, per cominciare. S’intitola:
I segreti del plagio
Nell’ultimo volume della sua “Opera completa”, L’Italia e il Mediterraneo - intelligente, eccitante e piacevole come tutti i precedenti -, Josep Pla scrive: “I libri italiani di Stendhal sono puro e semplice plagio. Gli aneddoti che contengono sono un meraviglioso plagio. Ho sempre sostenuto che la buona letteratura è un plagio”. Affrontiamo, qui, l’essenza enigmatica del plagio. Altrettanto bene l plagio fu definito, più di un secolo fa, anche da un altro scrittore, metà uruguaiano e metà francese, che morì oscuramente e firmò con lo pseudonimo di conte di Lautréamont. In punto di morte, quel giovane lasciò alcune Poésies epigrammatiche e sarcastiche, che non sono poesie, ma una specie di paradossali aforismi in prosa. Uno dei più impressionanti dice, esattamente: “Il plagio è necessario. Il progresso lo implica. Il plagio cattura la frase d’un autore, si serve delle sue espressioni, cancella un’idea falsa, la sostituisce con l’idea giusta”.
Il poeta moro e allucinato e l’acuto moralista di Llofriu sono, quindi, completamente d’accordo sul plagio. Il plagio è la chiave di volta della letteratura e, al tempo stesso, il suo massimo mistero. Il plagio d’argomenti è ancora poco importante: Fedra, Medea, Antigone, sono archetipi mitici, morali, non aneddoti. Ma il plagio dei dettagli letterali, dei dati, delle espressioni, ci turba di più, perché è, certamente, la base della grande letteratura. Si potrebbe dire che la cattiva letteratura è semplicemente un cattivo plagio, un plagio non riuscito. E la buona letteratura?
La buona letteratura, io credo, ha scoperto l’essenza del buon plagio. Il quale, essendo buono, già non è più plagio. Il buon plagio sa che il materiale letterario esistente è parte della porzione di realtà alla portata dello scrittore. Volete un verso famoso di Dante? Sentite: Come neve per Alpe senza vento . Ma esso migliora semplicemente un verso del suo amico Guido Cavalcanti: E bianca neve scender senza vento . Lo migliora nella cadenza: introducendo, giustamente, la menzione delle Alpi; eliminando il verbo, per suggerire la quiete del paesaggio. È una rielaborazione. Ci fa vedere tutto con un occhio più chiaro.
La traduzione, naturalmente, non si presenta come plagio. Ma spesso è più che una buona traduzione.
Ho una recente antologia della poesia italiana di questo secolo. Di uno dei poeti principali, Ungaretti, viene inclusa la traduzione di un famoso sonetto di Gongora. Traduzione elegante con un ritocco decisivo.
La bellezza della dama evocata nel testo di Gongora, con la morte svanisce en tierra, en humo, en polvo, en sombra, en nada. Ungaretti traduce: in terra, fumo, polvere, niente. L’ombra è assente. Questo cambio è il marchio di Ungaretti, il tributo al suo proprio modo di dire.
Un secolo dopo Gongora, una monaca messicana - Suor Juana Inéz de la Cruz - guardò un proprio ritratto per osservarvi l’ombra della morte. Chiudendo il sonetto che gli aveva dedicato, sentenziò: Es cadaver, es polvo, es sombra, es nada. Qui, il modello torna ad essere Gongora, ma gli allusivi terra e fumo sono soppiantati dalla visione diretta del cadavere. Maturando, il Barocco diventa più violento, visionario. Chi s’azzarderà a parlare di plagio?
Gigio, o mi fai una sintesi o, con tutto il bene che ti voglio, non ti leggo (mi ci vuole una settimana a farlo).
@ blumy –> Lo so, è troppo lungo. Scusa/te. In sostanza ci si interroga su una questione - a mio avviso - che non è di poco conto. Spesso ci si imbatte in testi che riecheggiano -per forma, per struttura, per idee, per parti intere identiche - un testo di un altro autore. Si parla di plagio, di copia, di imitazione creativa. Ci si interroga se questo è lecito (non solo dal punto di vista legale), quando è lecito e quando no. E, soprattutto, considerata l’era in cui viviamo, ha ancora senso parlare di plagio?
Dimenticavo: cmq, si possono leggere solo delle parti di questo articolo. ogni “parte” è separata da una immgine. L’unica che secondo me non andrebbe saltata è l’ultima, la conclusione.
@ francesco dalessandro –> grazie per il contributo. nella mia ‘divagazione’ pongo anch’io l’accento sull’imitazione creativa, e sulla parafrasi, sulla continuazione/divulgazione di un’idea tramite il “plagio”, nonché il miglioramento di una base che produce (tramite appunto l’imitazione) un valore che può essere anche migliore dell’originale.
La buona letteratura, io credo, ha scoperto l’essenza del buon plagio.. In sostanza, è quello che diveva anche Eliot sui poeti che “rubano”.
Francesco, penso che il confine tra plagio, imitazione, copia, parafrasi, saccheggio, è molto vago. Mi piacerebbe capire se occorra preoccuparsi di definirlo questo confine oppure no.
Io penso sia necessario definirlo soprattutto per la dignità dell’opera stessa. E non perché sapere che un’opera “prende in prestito da un’altra la rende “minore”(anzi), ma perché le fitte trame intertestuali accrescono l’infomazione (in senso lato) nel lettore che, così, andrà a cercarsi le fonti…
Parlo di letteratura. I formalisti russi, in letteratura, riuscirono a riunire in un centinaio circa i motivi letterari fondamentali di tutte le storie del mondo di ogni tempo e paese. Di queste diciamo 100 funzioni, tutte le storie non sono altro che l’esito combinatorio.
E senza tirare in ballo Montale etc etc e altre scuole critiche, anche Umberto Eco, fine e arguto studioso di letteratura, pochi anni fa affermò che l’uomo non ha mai inventato (in letteratura) niente di nuovo.
Semplificando molto: il tavolo è sempre lo stesso, cambiano solo gli occhi che guardano e la penna che sa raccontare in maniera sempre differente (il tavolo).
@Bianca. Sono d’accordo per quanto riguarda i temi, la sostanza, la semantica. E sono d’accordo quando riporti le perole di Eco, che in letteratura l’uomo non ha invetato mai niente di nuovo (anche se da qualche parte deve aver pure cominciato, o no?). L’intertestualità, sì.
Tu dici “il tavolo è sempre lo stesso, cambiano solo gli occhi che guardano”. Però se si usano le stesse forme, lo stile, l’approccio, parti identiche, ecc… non pensi che questo sia un danno?
Certo, danno per chi?
Ed è su questo che io voglio fermarmi un attimo. Non da un punto di vista ‘etico’ (o ‘morale’ o legale o che) ma dal punto di vista del lettore. Questo lettore, secondo te, non si sente (è) ingannato? Senza contare che poi uno può aver copiato stravolgendo intere idee (penso a roba di ’storico’, per esempio)… Ecco, l’inganno sul lettore. Questo punto mi pare fondamentale…
Un po’ di fantascienza. L’idea di un ‘tribunale del lettore’ è intrigante. potrebbe addirittura nascere un nuovo settore legislativo di ‘Diritto del lettore’ (una carta dei diritti del lettore l’aveva già stesa Daniel Pennac ma si parlava d’altro, o forse no).
Non so, l’inganno è tale se se ne ha coscienza. E’ la consapevolezza che fa nascere l’idea di essere stati ‘truffati’.
Il che vuol dire che se non me ne rendo conto la ‘truffa’ non esiste? No, certo, esiste.
Il copyright esiste già.
Ma sapere che Montale, ad esempio, ha saccheggiato Dannunzio, e altri poeti in italia non tradotti, al lettore cambia la percezione globale e il merito di un autore come Montale? Non lo so. Insomma, un po’ come dire che dipende anche da chi è che ‘copia’.
Nel cinema o nella fotografia o anche in pittura, non si parla di plagio (anche perché nelle arti visive il discorso si fa smaccatamente evidente), ma di tematiche reiterate, di omaggio, in musica si parla di ‘cover’.
E poi, qui si potrebbe ricadere nell’antichissima ‘querelle’ accademica dell’imitazione letteraria degli ‘antichi’ da parte dei moderni, pratica che un tempo, veniva considerata una vera e propria scuola di scrittura e di idee.
Tutto questo per dire che non so rispondere. Anzi, mi sono nate molte altre domande, e mi sembra di aver complicato ancora di più la questione, il ché non è necessariamente un danno.
Non so quanto sia importante, per il lettore, la ricerca delle fonti. Se parliamo di etica… be’, le fonti vanno onestamente citate, non c’è dubbio. I confini sono molto poco determinati (e determinabili). La citazione è una pratica allusiva: può essere che chi legge trovi piacere nel riconoscerne e apprezzarne la provenienza senza ricorrere alle note a piè di pagina. Non dimentichiamo che Leopardi chiamò Imitazione la sua traduzione di una poesia del francese Auret (? cito a memoria: non so se il nome è giusto, ma anche questo è sintomatico, credo): la poesia è di Leopardi o del francese? Io dico che è di Leopardi e francamente l’originale m’interessa poco. Ma, certo, non sempre si ha a che fare con Leopardi. E Roberto Lowell? E il nostro Attilio Bertolucci, che ruba agli altri due anche il titolo e chiama “imitazioni” le sue traduzioni?
Sto riferendo a senso alcune mie considerazioni sul tema. Proprio in questi giorni sto scrivendo una “postilla” a un mio libro, in uscita il prossimo autunno, nel quale c’è la ripresa-variazione-riscrittura-imitazione (furto? plagio?) di alcune poesie o versi di E. E. Cummings e da “La voce a te dovuta” di Salinas che fanno da fonte per i miei testi (la sezione che deriva da Salinas, chi ne avesse curiosità può leggerla sul blog “La poesia e lo spirito”). Questo giustifica il mio intervento sul tema che tu hai proposto, no? L’interesse per esso è per me, come si capirà, di tutta attualità. Curioso (o inquietante?) trovarsi di fronte, aprendo una pagina, al tema che ti sta occupando. Non dimentichiamo comunque
che c’è anche il gusto della “craftsmanship” (Berryman) a spingere a cimentarsi con materiali altri e altrui. Anche questo è quel “sottile piacere che genera pensiero”, come dice un verso di G. M. Hopkins. Ma forse ho divagato… Scusa.
Caro Gino hai sollevato una marea di questioni, tutte intriganti e interessanti che - forse - potevano anche per il loro spessore e per l’impegno e l’acume del tuo “saggio” essere postati in più puntate.
Personalmente il plagio, e non intendo quello giuridicaente sanzionato anche sotto il profilo del copyright, è il classico “copia e incolla” brutale, in cui l’autore si fa bello dele piume altrui. Altro è il discorso del “citazionismo”, delle contaminazioni e delle influenze che come hai ottimamente sottolineato tu e ha ripreso Bianca è fenomeno storico di lunga durata e inevitabile, penso, in ambito artistico.
Se pensi che nel ‘600 Giambattista Marino con i centoni costruì la sua fortuna letteraria..!!
E’ vero però che attualmente, con il web e il clima storico-culturale a metà tra l’alessandrino e il bizantino, l’epigonismo e il preziosismo sono diventati correnti molto forti nelle produzioni artistiche rendendo difficile capire sin dove finisce l’imitazione ad omagio di un maestro e dove subentra appunto il mero sciommiottamento, ma quando sei nell’onda non hai lo sguardo “libero” per fare il punto-rotta. E alla fine, penso che prevalga il criterio etico dell’onestà dell’autore, oltre che la vigilanza sempre attiva di chi legge.
Un carissimo saluto e complimenti per questo post così ricco ed articolato, Viola
p.s. grazie anche per aver rievocato un mio Maestro, Marziale: i satirici a volte hanno più sguardo dei lirici…V.
Io credo che chiunque scriva, ‘rubi’ qualcosa ad un altro.
Difficile parlare di plagio, più spesso potremmo parlare di imitazione creativa, che credo sia sempre esistita e che non sia eliminabile del tutto.
Chiunque legga, se avvinto dalle parole dello scrittore, ne farà sua qualcuna.
E’ plagio, questo?
Io non credo.
L’etica è importante e auspicabile, ma non credo si debba fermare di fronte ad ogni sillaba.
Diverso è se uno scrittore spaccia per suo il testo di un altro.
Questo non si può fare (non si deve fare), neanche se il testo ha un copyleft.
La fonte va sempre citata.
Io mi arrabbio assai quando mi rubano le parole…
ottimo saggio mio caro.. solo che la creatività resta ambigua, da sempre..
I vostri interventi invitano a varie riflessioni.
Ho però (mannaggia) una serata infernale, lavorativa e non, e mi sa che rispondo domani: sto per uscire.
Prima però vorrei fare due cose:
1. dare un calcio sulla gengive a Mastella, ma a questo devo rinunciare (per il momento)
2. lancio su questo ‘tavolo’ l’ultimo pezzo di questo articolo (dovevo metterlo stanotte, ma mi sa che mi impossibile collegarmi), che recita così:
Il 70% di questo articolo è stato scritto plagiando (riporto parti intere), copiando (idee e concetti; parafrasando), imitando (lo stile, l’approccio):
Il piccolo Libro del plagio, Richard A. Posner, Elliot Edizioni, 2007.
E i seguenti che trovate in rete:
http://www.yahulm.com/phpnuke/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&p=266273
http://www.inventati.org/inventa/doku.php?id=glossario_no-copyright_ecc
http://dblove.altervista.org/anti_plagio/plagio.php
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Copiare-e-unarte/1851947&ref=hpsp
http://www.mondo3.it/enciclopedia/letteratura/lincipit.html
Nonché un autoplagio del mio seguente:
http://artianoressiche.splinder.com/post/12991315/Un+aspetto+della+poesia+in+ret
Infine, anche l’idea stessa di scrivere un articolo sul plagio che fosse plagiato a sua volta, ebbene, anche questa idea, è stata da me copiata.
Aggiungo, che avevo avvisato alcune delle redattrici del blog di questa operazione, qualora qualcuno se ne fosse accorto.
A domani, che ho un po’ più di tempo. Grazie di cuore a tutti gli intervenuti.
Confermo, questo è quello che mi ha inviato Carrino il 15 gennaio con preghiera di pubblicarlo dopo la pubblicazione del suo post:
Il 70% di questo articolo è stato scritto plagiando (intere parti), copiando (idee e concetti, intuizioni), parafrasando e imitando (lo stile, l’approccio) de:
Il piccolo Libro del plagio, Richard A. Posner, Elliot Edizioni, 2007.
e dei seguenti contributi:
http://www.yahulm.com/phpnuke/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&p=266273
http://www.inventati.org/inventa/doku.php?id=glossario_no-copyright_ecc
http://dblove.altervista.org/anti_plagio/plagio.php
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Copiare-e-unarte/1851947&ref=hpsp
http://www.mondo3.it/enciclopedia/letteratura/lincipit.html
nonché un autoplagio del mio seguente:
http://artianoressiche.splinder.com/post/12991315/Un+aspetto+della+poesia+in+ret
I testi sopra elencati sono stati anche piegati – in qualche caso – alla mia tesi, che condanna sia il plagio sia l’imitazione creativa quando questa si ferma alla copia del modello e il risultato è peggiore dell’originale.
Ossia, ho interpretato in modo univoco le parole dette dai veri autori del concetto.
Infine, anche l’idea stessa di scrivere un articolo sul plagio che fosse plagiato a sua volta, ebbene, anche questa idea, è stata da me copiata.
Nota: se avessi messo le virgolette laddove viene riportato interamente il pensiero dell’autore in questione, questo ariticolo potrebbe anche passare.
Questo articolo tende a dimostrare quanto si possa, sul web e solo sul web, millantare, copiare, imitare, e spacciare per proprio il lavoro e la creatività, l’ingegno di altre persone.
Consegno questa appendice ad Antonella Pizzo, prima della pubblicazione dell’articolo.
Ma dai, non solo sul web…e comunque tutto questo lavoro di “compilazione” a qualcosa pur serve….!! Ad esempio, tu hai approfondito e… divulgato…! Coraggio Gino, c’è chi ha riscritto il Don Chisciotte parola per parola…,le stesse… un abbraccio Viola
Stimolantissimo tema, questo del plagio nell’era di internet , grazie a Luigi Carrino per averlo proposto e a tutte/i gli intervenuti. Provo dunque a ragionare per assurdo, ma non poi tanto: un immediato futuro ci prospetta, grazie alla rete, una proliferazione esponenziale di varie modalità di plagio: di termini, frasi, interi versi o strofe (vero plagio), sostituzione con sinonimi, costruzioni sintattiche e versificazione simili, simili situazioni, atmosfere, idee (qui il plagio sarà piuttosto opinabile),etc.
Sembra preoccupare molto soprattutto come stabilire i confini della “proprietà” e come difendere autore e lettore da un inganno. Ma forse dimentichiamo un terzo elemento: l’opera in sè. Per fortuna essa si difende e salva da sola. Camminerà nonostante.
La questione sembra riguardare gli altri due soggetti implicati ed è a mio parere pressochè irrisolvibile, o meglio risolvibile secondo due possibili vie:
Prima via:-
-l’autore, se e quando ne viene a conoscenza, cosa che può anche verosimilmente non accadere se non su tempi lunghi e se una sola o più raramente entrambe le opere si impongono all’attenzione, può esercitare il proprio diritto d’autore nei modi che conosciamo, soprattutto per la protezione degli inediti, ma questa via temo sarà percorribile solo nel caso dello smaccato copia-incolla.
–il lettore ha il diritto di conoscere la vera paternità dell’opera, per cui dovrebbe sempre essere obbligatoria la citazione di ogni parola o frase “ripresa” , col nome dell’autore e dell’opera. Questione di onestà, ma anche materia legale del copyright.
Seconda via:
–l’autore, ritenendo che ai fini della letteratura ciò che resterà non sarà tanto il nome quanto la verità e bellezza dell’opera, se il presunto plagio riguarda le situazioni più vaghe e difficilmente dimostrabili di cui parlavo prima, con grande magnanimità lascerà correre, anzi sarà compiaciuto di aver innescato con le proprie parole e idee altra creatività realizzatasi poi in testi magari più incisivi e validi del suo.
E’ proprio qui il punto: sono innumerevoli, come abbiamo visto, i casi di plagio creativo in cui gli esiti secondi hanno superato gli originali.
Proviamo dunque a immaginare la folla degli scriventi come una terra che continuamente e per osmosi di innumerevoli molecole creative prepara l’humus da cui è fatale che solo pochissimi riusciranno a far germogliare piante ricche d’essenza-senso dell’umano e della contemporaneità. Pochissimi. Ma con la partecipazione di tanti. Anche se l’autore “secondo”, ma da questo punto di vista potrebbe anche essere il cinquantesimo o il centesimo, ne è inconsapevole (la creatività diffusa, che può provenire anche da altre arti in continua ibridazione, fa anch’essa parte dell’inconscio collettivo) e non ha nessuna colpa, anzi ha il merito di riuscire ad essere profondamente partecipe del mondo mentre anche profondamente apprezza gli autori che legge e in cui si riconosce. Di sicuro qui non si ha nessun plagio in malafede ma vi è solo consonanza, empatia, adesione ad uno stesso sistema simbolico e lessicale, qualcosa di simile alla vecchia scuola o movimento
senza averne l’aspetto di concreta adesione dei singoli, che oggi forse mai vorrebbero essere tacciati di epigonismo …
–il lettore in questo caso non sarà interessato tanto all’autore, che potrebbe anche essere anonimo o addirittura una pluralità anonima e felice di vari autori consapevoli del loro fertile scambio (come nel pluripoema omerico, non di certo paragonabile a un selvaggio patchwork di rete)quanto al senso di verità e bellezza e al proprio riconoscersi in quella voce.
Forse dobbiamo rivedere il senso di cosa significhi per noi essere autori, quanto siamo oberati dall’ego, forse la scienza ci dirà presto qualcosa di più su come nasca l’attività creativa e quali siano i suoi percorsi, ma sono convinta che il mettere confini e sbarramenti in questa volatile materia sia quanto meno un azzardo.
Grazie di cuore a tutte a tutti per il dialogo
Annamaria Ferramosca
Non essendomi espresso ancora sul tema ho un vantaggio e uno svantaggio: il vantaggio di non poer essere messo con le spalle al muro da un precedente intervento nel quale dimostravo di non essermi accorto del (provocatorio) plagio plurimo e aggravato, ed invece lo svantaggio che anche giurassi - come ogni buon plagiatore - che ben mi ero accorto dell’operazione, nessuno mi crederebbe
Grazie a Carrino e a tutti i commentatori (bravi/e anche loro!)
Antonio
Anche se l’hai scritto plagiando, caro Carrino (perdona il piccolo bisticcio), la discussione resta lo stesso stimolante.
Vorrà dire che ci rivolgeremo a Posner
L. R. Carrino come Luther Blisset?
interessantissssimissimo il tema che per molto tempo mi ha addirittura tormentato , ed essendo ancora aperto, mi tormenta-meno- ma ancora.
Sul tema (immenso. dell’apocrifo, ad esempio) potrebbe dire la sua Marco (Ercolani.
In quanto a me mi limito a un ricordo di un fatto avvenuto molti anni fa, ai tempi della mia giovinezza.Qualcuno di voi se lo ricorderà? Mah. Si tratta di Milo de Angelis che è un “ladro” -nel senso migliore del termine, di versi altrui. Dei poeti avevano scoperto che nei suoi versi erano entrati belli belli versi di altri poeti. A chi l’accusava apertamente di “furto” lui rispondeva che l’aveva fatto “per amore”.(Uscì anche un articolo a sua difesa-ovviamente- da parte di Crocetti).
Io sostenevo che: se i versi fossero stati famosi quanto quelli di Leopardi, ad esempio, non era il caso che lui lo dichiarasse.Ormai facevano parte del patrimono comune -e universalmente acquisito-dell’umanità… ma se appartenevano a qualche opera non nota di poeti non noti quanto invece lo era già lui, lui aveva l’obbligo- a mio avviso- di citarne la fonte. Continuo a pensarla così.
Voi?
Grazie Luigi per avere rilanciato sul tappeto un tema simile.
lucetta
tema molto molto intrigante, affascinante in tutti i suoi risvolti…personalmente, mi sono soffermata sulla prima parte, fino a scoprire ciò che non pensavo , che cioè il concetto di plagio risale ddiritura a Marziale!
ho scorto, scorrendo il testo, un colpo di scena nei post di commento…ma questo è addiritura un giallo, di genere “letterario-giudiziario” direi
ci tornerò e complimenti all’autore (o autori?)
marina
lucetta, hai ragione!
marina
Chiedo scusa per l’imperdonabile ritardo. Sono questi per me ‘giorni di fiamma e bufera’ (per dirla fina).
@ bianca, Francesco
In effetti, ci sta il discorso che al lettore gliene freghi altamente se la roba che legge è copiata o meno. Si risolve, dal suo punto di vista, nella mera questione tutta dicotomica del ‘mi piace’: “sì” oppure “no”. Il resto diventa, al max, un problema del plagiato e/o del plagiatore. Ma la questione dell’inganno del lettore, la vedo una faccenda rivolta a chi fa “scrittura”, e non proprio al lettore direttamente. Ossia, uno scrittore ha il coraggio di ingannare così il suo lettore? Se sì, allora non ne ha rispetto. Si può ancora chiamare scrittore?
@bianca 2
Sì, l’imitazione. Ne accennavo, come appunto dici tu, gli allori allorquando veniva considerata ‘scuola’. Dunque l’originalità è un vezzo (concedimi il termini) del nostro tempo?
@ Francesco, Viola, Morena, Lucetta
Quello che penso è che può essere piacevole scoprire la citazione di un verso, di un autore noto, nei versi di un altro autore. Ma quando il primo si chiama Leopardi e il secondo si chiama Antonio Esposito. Ossia, parliamo del Parnaso. Se al posto di Leopardi ci metto Pasquale Totaro, e non lo cito, beh si commette una scorrettezza intellettuale, proprio perché il modello non è noto. La riscrittura poi, è un altro aspetto. Cioè, in sostanza Francesco, io penso occorre dichiarare il proprio intento quando si smanetta pesantemente su materiale d’altri. Lo considero come comandamento. A mio avviso, non è corretto (forse, come dicevo, non è plagio) che Brown (per parlare di roba attuale, di editoria veramente, che qua la letteratura c’entra poco) abbia saccheggiato l’idea di un altro autore, ne abbia ricavato un libro di successo, e non ha citato la fonte. Solo dopo che l’hanno denunciato ha indicato come una delle ‘fonti’ il plagiato. Qui si parla, ovvio, di copia di un’idea. Un’idea importante per il romanzo, il fatto che Maddalena sia sposa di Cristo e abbia con lei un figlio (che poi ricordo un film di Scorsese, L’ultima tentazione; evidentemente qui l’idea è troppo generica per dare ragione al querelante, anche se alla fine Brown ha ammesso di aver preso l’idea proprio da questo signore).
@ Francesco
Quando sarà pronto il tuo libro? (autunno 2008, mi pare di capire…). E come si intitola?
@ Viola
L’ultima parte, quella sulla poesia è quasi intermente mia, partendo dall’articolo di Guglielmin.
@ Roberto
)
La creatività è, però, una cosa diversa dal copiare un’idea. O no? Poi, se uno lo rende in altra forma, con un’altra interpretazione, allora si parla anche di creatività. Personalmente ho affrontato per 15 anni il tema materno, parlando di madre. Uno degli emblemi della letteratura di tutti i tempi. Un’esigenza interna, certo. Ma sono orgoglioso di aver miscelato tutti i modelli, tutti i generi, ho aggiunto la mia sensibilità, e di aver tirato fuori qualcosa, non di bello, ma almeno di originale. Non copie di copie di copie, in un gioco iterativo sterile (ho fatto l’esempio su di me che mi sembrava consono: scusate l’attacco di egocentrismo
@ Annamaria
Sai, io più che sull’aspetto legale (violazione del copyright), mi infurio sull’aspetto inganno. Il discorso sulla criptomnesia è incredibile, secondo me. Certo Annamaria, la letteratura è – come dicevo - intertestualità. Ma questo poco c’entra nel costruire la propria poetica sulle idee, le forme, le originalità altrui. Si arriva, Annamaria, nel migliore dei casi a possedere, a raggiungere una propria voce. E in alcuni casi ci si arriva dopo anni, studiando, imitando, intersecando un sentire spesso acerbo con quella che è la storia della letteratura (e non solo). Ma proprio quando l’hai raggiunto, ecco pincopallo che si appropria di tutto il modello. E può accadere che il saccheggiatore diventi anche più ‘noto’ del saccheggiato. Dove sta il problema? (al di là della scorrettezza).
L’inganno. Che almeno l’artefice, mi va bene che l’arte stessa sia inganno, non sia un trompe d’artiste. Che non si faccia, in definitiva, dell’arte la ‘religione dell’inganno’.
@ Antonio.
Bello il tuo intervento.
@ Marina
Già. A Marziale.
Grazie a tutti.
Così, solo perché ieri ho ascoltato a Roma una lettura di Maurizio Cucchi (con altri, tra cui Jolanda Insana) dal vivo.
Ha citato tutti i versi ‘copiati’ nelle poesie lette ‘autodenunciandone’ al pubblico presente il plagio e la fonte…
“Ora vi leggerò…….il terzo e l’ultimo verso sono di…..”
Come sempre le tue tematiche sono affascinanti e
ci coinvolgono tutti.
Quante cose sono già state dette e puntualmente
le ripetiamo e le scriviamo?
Tutto si muove e ritorna mio caro Luigi
non possiamo che stare a guardare.
ehhh Bianca, questa è l’onestaintellettuale, e soprattutto giusta informzaione al lettore (fruitore, in questo caso).
Josè sì, però a guardare no. Magari un piccolo contributo, piccolo piccolo, cerchiamo di darlo. Con la sensibilità e la reinterpretazione univoca di quello di cui si fruisce, da individuo, che ognuno di noi è certamente unico in questo. Basta avere coraggio.
Be’, vorrei tornare al tema con parole altrui, tanto per restare allusivi: “i cattivi poeti sfregiano quel che prendono e i buoni poeti lo trasformano in qualcosa di meglio, o almeno in qualcosa di diverso”. Ecco il discrimine. Che non sempre è tracciabile con esattezza, ma che almeno valga come indicazione di massima.
Sull’onestà, come già detto, non ho dubbi. Riconoscere il prelievo e ammetterlo solo quando qualcun altro lo indica mi sembra piuttosto spregevole, chiunque sia l’autore. Valgono anche le eccezione, naturalmente. Ungaretti ruba-riscrive una poesia di Joyce e non cita la fonte (vedi in Vita di un uomo, nella sez. Dialogo la poesia Dono, da cfr. con Joyce, Chember Music, XXXIV) ma - lo confesso - non mi sento di giudicarlo spregevole, anche perché la sua poesia è migliore di quella di Joyce.
Quanta letteratura germina per imitazione? A volte è solo dall’imitazione che scaturisce il nuovo, mi pare.
Il furto con destrezza perciò posso anche ammetterlo (con le premesse di cui si diceva), ma la pratica truffaldina no. Sbaglio?
- alla domanda di Carrino rispondo: il libro uscirà nell’autunno 2008, sì; il titolo sarà: Aprile degli anni (furto con destrezza da Leopardi!), l’editore - se non cambia idea -Empiria.
Allora sei d’accordo, mi pare, Luigi: onestà nel citare, no assoluto al clonare.
Ma mentre il clone smaccato è facile da individuare:stesso stile, idee, lessico, invece lo spirito del tempo e della comunità che scrive, come ti dicevo, ha contorni molto labili, tutto un coplagio, uno scambio vitale nella qualcosa trovo un enorme ricchezza. Quando l’originalità, studio, elaborazione personali lievitano poi in assoluta arte, dove l’inganno?
Continuiamo a credere ciascuno nella propria personalissima forza.
Annamaria Ferramosca
@ francesco d’accordissimo sul discrimine, un po’ quello che dice eliot. e no, francesco, non sbagli. ‘Furto’ con destrezza, contaminazione, appropriazione e rimasticazione con le proprie mascelle creative. Risputare il tutto fuori, con apporto sostanziale, non come copia della copia.
sono sicuro che comprerò il tuo libro, grazie dell’informazione e dello scambio:)))
@annamaria no assoluto alla clonazione. l’inganno, appunto si manfesta solo quando c’è volontà, cosapevole insomma, di parafrasare qualcosa fatto da altri, e propinarlo come proprio senza citarne la fonte, l’ispirazione.
grazie pure a te, annamaria, per lo scambio di idee.
gj
L’argomento è interessante al punto che l’ho sviluppato a mio modo concentrandomi sull’aspetto rielaborazioni immagini, rispetto al quale credo di poter dire qualcosa che ho espresso qui
http://alivento.wordpress.com/2008/01/24/immaginando-plagi/
Mi piacerebbe Gigi sentire che ne pensi.
[...] Per corrispondere all’interessante lavoro d’assemblaggio di Carrino qui su un tema così interessante come il plagio, la copia, e l’originalità dell’opera, desidero [...]
Interessantissimo il tuo articolo, Gino. Ho iniziato a leggerlo, ma vista la lunghezza dovro’ tornarci sopra, che sto finendo un lavoro e adesso il tempo stringe.
Volevo solo dirti che, innanzitutto, mi e’ piaciuta immensamente la definizione che citi di T S Elliot. In piu’, per quanto riguarda il plagio di idee, se e’ vero che in letteratura si parla solo di amore, sesso e morte, e’ inevitabile che si ricalchino milioni di volte le stesse idee.
Quante storie, per esempio, parlano di menage a trois? Eppure ogni volta e’ una storia nuova, o per lo meno, ha la potenzialita’ per esserlo. Quello che conta e’ l’elaborazione dell’artita, la sua impronta, il suo stile che, necessariamente, deve essere personale e, nel caso di un grande artista, unico.
Che importanza ha se la storia di Lolita e’ riapparsa piu’ volte nel corso della storia della letteratura? L’importante e’ che UNA di queste interpretazioni si sia distinta, abbia superato la prova del tempo. Che ci sia un racconto breve che tratta della stessa storia e che porti lo stesso titolo nella letteratura tedesca, nulla toglie alla grandezza del romanzo russo con cui questa storia e’ associata.
Solo un paio di riflessioni, poi leggo il resto di questo articolo davvero interessante.
Ciao, e di nuovo complimenti per i tuoi meritati successi. Vedrai che qualcuno sicuramente ti plagera’, ma prendila come un complimento.
daniela
domanda per tutti. Sto buttando giù un soggetto per adattare un fumetto da una storia che prende molti elementi da un giallo in particolare di un autore che amo molto, E.Wallace. Ovviamente cambierò molte cose, ma ho paura che mi si possa accusare di aver fatto plagio.
Basterebbe appunto metterà eventualemente sull’albo una citazione in cui faccio un’omaggio a questo autore, morto tra l’altro?
cosa comporta inoltre dal punto di vista finanziario?
fatemi sapere
Grazie!
micaela
Allora , io sono un’appassionato di libri fantasy e sto scrivendo ul libro ‘plagiato’ da un libro di qyesta categoria molto famoso ( non mi sento di dire di che libro si tratti )
Ora , sonogia al 25° capitolo di 40 , ma vorrei sapere se mi coviene portare avanti quasi 1000 pagine di romanzo .
Ditemelo voi per favore ?
di sicuro ha i letto quello da cui “prendi” i(n)s/pirazione, bruciando del sacro fuoco della csotruzione del fuoco stesso. ti sarà capitato di vedere i luoghi di ogni parola lanciata nella maglie larghe o strette come vie della fantasia in cui ha ric-amato il tuo testare quel testo roiginario, fino a con-fondervi, fino a sentrivi nella stessa nave-navigazione. se tu hai trovato e trovi soddisfazione il problema dove sta?Nell’immissione nel mercato? puoi semprre riconoscere la fonte e dire che l’hai attra-versata nei tuoi righi. Ho detto qualche sproposito? credo che nulla nasca dal nulla, tutto, in fondo plagia, adagia con piacere ciò che inventa a ciò che ha smosso quel vento in lui. buon lavoro,ferni
Salve a tutti.
Ho letto più o meno tutto, più che altro il post principale di Carrino e mi pare d’aver intravisto una risposta a una domanda che ho in testa ma che , lo stesso, non vedo chiaramente ergo la espongo qua sperando che qualcuno possa aiutarmi:
Si considera plagio a livello legale e morale il prendere da un autore solo lo “stile” ?
Certi autori hanno uno stile molto peculiare, estremamente peculiare, uno stile che solo loro usano in tutto l’arcobaleno letterario, ma metto un esempio concreto:
Alan D. Altieri.
Chi ha avuto il piacere di leggere altieri si sarà reso conto che il suo stile è inconfondibile, chiunque leggendo una pagina senza saperne l’autore lo riconoscerebbe facilmente, ergo la questione è questa: Io sto scrivendo un romanzo, una specie di fantasy, e il mio esperimento è descrivere ogniuno dei miei personaggi con uno stile particolare ispirato agli autori che più di tutti mi hanno, scusate la ripetizione, ispirato nella mia formazione letteraria (tra cui NON tolkien) uno di questi è appunto Altieri e, tra i capitoli del mio libro uno dei personaggi lo “scrivo” vedendo il mondo come lo vedrebbe lui, seppur in terza persona, appunto utilizzando lo stile di Altieri, stile che per’altro mi riesce piuttosto bene…detto ciò, questo potrebbe essere considerato plagio?
Personalmente non sento di star plagiando Altieri, semmai di star rendendo omaggio al suo stile utilizzandolo per un personaggio diverso dai suoi ma che, scoprì, non poteva rendersi meglio se non con lo stile duro, marmoreo e, direbbe Altieri, “granitico” dell’autore milanese…
Aspetto con ansia, “a ver que pasa”.
-R-