In stasi irregolare di Antonella Pizzo e i versi dell’istante eterno- Maria Pina Ciancio

2008 Gennaio 13
by maria pina ciancio

angelo-modotto.jpg

“Sono per te l’aurora e intatto giorno” Ungaretti

Questo di Antonella Pizzo è un libro febbrile e visionario che si fa strada ed entra sottilmente nei pori del respiro e della pelle. Come aria e vento. Come pioggia e grandine battente.

Pulsante. Incisivo. Disarmante.

Nasce da un progetto dal taglio strettamente privato e autobiografico, costellato di momenti prosastici e di ispirazione lirica di grande pathos, che si snoda “in uno spazio che non è più spazio/ in un luogo che non è più luogo”.

Dedicato alla figlia Martina. Alla sua scomparsa prematura. Dedicato un po’ a tutte le donne e le madri “dall’utero rinsecchito” che gridano vendetta.

 

“Madri che gridano vendetta

per ogni osso spezzato, per ogni dente

non ci sarà a San Nicola

e nel cuscino e sotto la moneta…”

(p.31)

 

E’ un dolore accorato dell’anima e della carne quello che attraversa la silloge “in stasi irregolare”, di un peso che perfora i palmi, che svuota le orbite, di polvere nel sangue o sangue nella polvere, di aghi e chiodi conficcati nei polsi e nelle caviglie, perché il dolore per la perdita di un figlio è il più grande a cui l’essere umano, e una madre nello specifico, possa andare incontro, il più difficilmente sopportabile.

 

“… oh lenzuola larghe e bianche ossa

ossa orizzontali ossa

oh castagne pallide

latte e capelli ad ossa

oh lunette rosse

orbite svuotate ed ossa

ossa verticali ossa

dove il mio sangue, dove la mia carne, dove le mie ossa

vita che mi si è strappata addosso

come un foglio di carta cinerina

qui è un dormiveglia in riparo dal crck

e spesso anelo a vetri trasparenti”.

(p.11)

 

Ecco allora il tragitto di un naufragio e di una “passione” senza scampo, di un calvario che rasenta a tratti lo sconfinamento e il travalicamento del verso. Un requiem. Un percorso poetico che si dipana tra le vie oscure dell’essere e del non essere, della vita e della morte, della caducità e dell’eterno, tra lucori onirici, memorie, fantasmi radicati nel quotidiano delle cose e degli oggetti “il suo nome si allargò a dismisura/ e si distese/ lungo un binario morto”.

 

“Come vorrei che tu venissi a trovarmi

di notte quando il fiato pesante

s’impicca alla finestra

quando l’aceto si fa l’abitudine e sotto le lenzuola

il dolore è recitato ora e per ore nel prossimo grano

se tu ti avvicinassi alla mia porta

con il vestito sporco di terra

nelle tasche i lombrichi grassi

con le tue quattro osso in mano

nella mano d’ossa e le orbite vuote

con un pugno di denti da contare ad uno ad uno

non avrai paura del rumore delle nacchere

delle conchiglie spezzate sotto i piedi

t’abbraccerei piano

per non sconvolgere la tua struttura fragile

ma se tu tornassi di notte e vuota ti riempirei di foglie e paglia

ei vuoti e ancora nei capelli e ancora fiori a collane

ancora a fasci ancora intatti come quando

t’allontanasti senza chiedere se potevi

a lasciarmi gli occhi a rotolare e i baci di una madre pure”.

(p. 41)

 

Ed è l’invocazione del sogno, della restituzione. Di un dolore “carnale” che non appiattisce e che non si appiattisce sul verso, ma che restituisce vita, tensione, energia, che scava, si afferra e cerca; che inghiotte famelico “il gesto lento”, la distensione”, “la pacificazione”. L’impossibilità di una rassegnazione.

 

“Ecco viene il giorno, la notte è già passata

è già mattino, nevica in certi luoghi, ed è una gioia

ma qui c’è questa pioggia sciocca

che non consola e non attutisce gli strazi

piuttosto li moltiplica in mille gocce erosive

ed ogni goccia che cade sulla pelle

apre una plaga infetta”

(p.60)

 

Ma da questa prospettiva di stasi irregolare, non può sfuggire all’attenzione questo bellissimo ed emblematico testo sul ritorno. Dell’intrecciarsi e compiersi di una parabola circolare. Il ritorno alla nudità dell’essere (scalza e magra). Il ritorno alla madre. Da madre a figlia.

 

“Tornai da mia madre a piedi scalzi, magra

con una camicia lunga, senza maniche

bussai alla sua porta

ella stava facendo un accurato pedicure

sotto una luce gialla d’acciaio la limetta

l’attenzione all’occhio di pernice

a un ricordo incallito, dolore mai estirpato

tornare a casa mia, di notte, svagata

sotto una pioggia d’acqua, poi tornare indietro

a tempo cercare le chiavi

l’urgenza, potrebbero svegliarsi e non trovarmi

il mio morbido grasso

quel mio quieto girare nel letto che rassicura

tornare a casa con una canoa, una piroga

nel ventre di una grande nave

scivolo via in piena

il braccio teso

le chiavi sospese in aria”.

(p. 45)

 

Ci sarebbe tanto da dire e da tacere su questi versi “sacrali” dell’anima, ma ritorno sulla foto di copertina, alla metafora del vortice, di una scala/spirale bianca che da un lato si restringe in un occhio buco/nero senza fondo, dall’altro si libera in uno spazio che avvolge, ingloba, abbraccia e va oltre. Oltre la copertina, oltre i fogli, oltre i versi stessi. Oltre.

Maria Pina Ciancio

Antonella Pizzo, In stasi irregolare

Prefazione di Gregorio Scalise, postfazione di Ivan Fedeli

Le voci della Luna Poesia

Premio Renato Giorni, 2007

(foto in alto  Angelo Modotto)

20 Responses leave one →
  1. 2008 Gennaio 13
    ideavagante permalink

    Quanto mi piacerebbe leggere questo testo, come quello della Morena Fanti, che non son riuscita a trovare. L’inclinazione e la tentazione autobiografica sono aspetti che attualmente m’interessano molto, essendomi occupata a lungo del genere autobiografico.

  2. 2008 Gennaio 13

    Maria Pina, hai scritto parole che mettono in rilevo la forza dei versi di Antonella, il loro essere e andare “oltre”, non come quieta consolazione ma come necessità spirituale e carnale, come scavo impietoso verso se stessa e gli altri, ma pietoso verso la figlia…sono versi che è difficile scrivere ma anche difficile commentare, e tu l’hai fatto nel modo più giusto, senza orpelli letterari, con nuda sincerità, facendomi tornare, mentre leggevo il tuo commento inframezzato ai versi di Antonella, un nodo alla gola
    marina

  3. 2008 Gennaio 13

    io non mi sento di chiamare ‘recensione’ questa (per adesso lo faccio) recensione perfetta del libro di Antonella. Mi sembra un termine improprio perchè Maria Pina entra dentro il libro, dentro i versi, dentro il dolore immarginabile di Antonella. Si fa sorella, Maria Pina, con mano leggera ma con cuore partecipe e racconta di una raccolta di poesie che, dall’inizio alla fine, è monologo e dialogo senza risposte; ma le parole sviscerano quella ferita che divide in due e torna, torna davvero, piena di collane di paglia e fiori, quella creatura che si finisce con l’amare come se fosse nostra figlia. Questo libro è uno dei più belli che ho letto in questi ultimi anni. E, conoscendo Antonella, un motivo in più per sentirla vicina e volerle bene.

  4. 2008 Gennaio 13
    sandrapalombo permalink

    Anch’io lo leggerò, ma a differenza di Mapi non so commentarlo, è un monologo doloroso, che mi ha fatto tornare in mente la crocifissione di Cristo.
    Forse per quel ” dolore è recitato ora e per ore nel prossimo grano”. Un abbraccio grande Antonella.

  5. 2008 Gennaio 13
    carlabariffi permalink

    anche io mi sono emozionata molto, è una lettura che incide, con tutto il suo dolore, in profondità…
    un abbraccio fortissimo
    C.

  6. 2008 Gennaio 13
    meteosès permalink

    versi magnifici, autentici… una discesa nei recessi di sofferenze personali che accomunano…

  7. 2008 Gennaio 13
    Antonio Fiori permalink

    “Come vorrei che tu venissi a trovarmi…” meriterebbe una antologizzazione per la sua tragica riuscita estetica; ma è l’intera raccolta, che ho appena finito di leggere, a meritare attenzione ed elogio. Antonella Pizzo dimostra come il personale dolore del poeta si possa dire tutto, in poesia, senza rimanerne ‘vittime’, dimostra la rara capacità di andare oltre il proprio dramma, di consentire, in quel dolore, un rispecchiamento tendenzialmente universale.
    Maria Pina Ciancio ce ne offre poi una partecipata e precisa lettura. Un saluto caro.
    Antonio

  8. 2008 Gennaio 13
    antonella permalink

    Ringrazio Maria Pina per avermi dedicato il suo tempo e per questa lettura. Grazie a tutti per i commenti. mi sento sempre un po’ in imbarazzo quando si parla di stasi. non era nelle mie intenzioni scrivere stasi così com’è, ho scritto queste poesie a distanza di tempo, cioè inframezzandole ad altre, e secondo me parlavo d’altro, secondo me si trattava di un percorso, di un movimento che partiva da una situazione di sosta, di stallo, di un viaggio urgente che dovevo fare, di una ricerca in una zona di confine, lontano, alla frontiera, dove i confini sono però labili e così è possibile dare uno sguardo nell’oltre alla ricerca delle verità e di qualcosa che si è perduto ma che si ha speranza ancora di trovare, anche se mutato. in un luogo che non è ancora morte e non è più vita, nel prima, nel dopo forse, alla fine lo si capisce e lo capisco cosa cerco. come vorrei che tu venissi a trovarmi è l’unica dichiarata. insomma sono contraria a scrivere di certe cose e non volevo ma ormai è fatta. :-) antonella

  9. 2008 Gennaio 14

    Poesie come un viaggio all’interno di noi stessi.
    Dissi già tutto a suo tempo.
    Non dirò altro, se non che la poesia della Pizzo, e questa in particolare, ha così grande Forza perché nasce dalla verità.

  10. 2008 Gennaio 14

    Grazie per queste parole sulle parole-grida di Antonella. C’è verità, dolore, viaggio, morte. C’è tutta la vita rinsecchita eppure fertile, colpita al cuore eppure maieutica. C’è la discesa agli inferi e una risalita – faticosa, tenace, inevitabile – nel sublime poetico.

  11. 2008 Gennaio 14
    maria gisella catuogno permalink

    Sono scossa e colpita -ignoravo questo dramma- da questi versi che esprimono il più grande dei dolori con forza e struggimento infiniti.
    Un grande abbraccio
    Gisella

  12. 2008 Gennaio 14

    solo un grande inchino verso dolore che non ha bisogno di parole, solo di un abbraccio silente.

  13. 2008 Gennaio 14
    lucetta permalink

    ho letto solo dei brani del poema di Antonella e mi sono sembrati splendidi.
    Non sempre dal dolore nascono dei versi così. Bisogna essere poeti, prima di tutto. Il dolore è la materia, ma per plasmarlo nel verso e dare i brividi…
    Bravissima Maria Pina.
    Non mi resta che leggere tutto il libro.
    Grazie, care amiche
    lucetta

  14. 2008 Gennaio 14
    Josè Grilli permalink

    Versi dolorosi , autentici , vitali
    impregnati di lacrime asciugate col dorso
    della mano.
    Vive in noi chi tanto abbiamo amato.

    Complimenti

  15. 2008 Gennaio 15
    antonella permalink

    scusate se ringrazio in ritardo, più o meno la vita è dolorosa per tutti, vi prego così di soffermarvi sui testi e non sul dolore. se mi viene un mal di denti e a seguito di questo mi viene una bella poesia cosa conta? il mal di denti o la poesia? :-) ricambio gli abbracci antonella

  16. 2008 Gennaio 15
    donatella righi permalink

    Col mal di denti non si scherza, se t’attanaglia!
    Nemmeno con le tue poesie, che non consolano, al contrario lacerano, ma con discrezione e pudore, quasi a voler attutire.

  17. 2008 Gennaio 15

    per fortuna sono anni che non m’attanaglia un mal di denti, i miei doloranti sono stati tutti devitalizzati :-)

  18. 2008 Gennaio 16
    margheritarimi permalink

    E’ il dolore che va in scena,ma quello che attraversa anche questi versi è l’amore,la sua forza pura, atavica,quell’amore che non ha pace, che non trova più il suo oggetto ,il
    contenitore, il suo dato di realtà, è l’amore che grida al vuoto, all’assenza.
    Sono forti,parole nude, che transitano in questi passaggi, attraverso visioni e accostamenti contrastanti.
    A me piacciono di più quando i versi sembrano distendersi ed appaiono meno contratti in ripetizioni.
    Complimenti Antonella,a questo punto, bisognerà leggere tutta la raccolta.
    efficace Maria Pina con la sua lettura.
    margheritarimi

  19. 2008 Gennaio 16
    gabriella gianfelici permalink

    Mi sento vicina ai versi Antonella di cui ho ammirato la trascrizione del dolore sublimato e metabolizzato attraverso la scrittura, mi congratulo per la sua modalità di espressione particolare e avvincente nonostante la drammaticità.
    E ho ammirato anche Maria Pina che ha saputo scendere fino in fondo al pozzo rivisitandone fortemente il percorso e dandoci profondissime chiavi di lettura: grazie.
    Gabriella

  20. 2008 Gennaio 17
    antonella permalink

    grazie carissime per la lettura e il tempo dedicatomi. antonella

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