LA NOTTE n.6 di Villa Dominica Balbinot

2008 Gennaio 13
by domaccia

E quando ci fu un ultimo respiro- una cesura operata da un bisturi affilato al massimo- la figlia ebbe un tempo azzerato per poterle dare un saluto decente, urlò ma non quanto avrebbe voluto, la baciò sulle labbra che erano rimaste ferme in un sospiro di liberazione, e lei e suo fratello se la videro portare immediatamente via da alcune infermiere silenziose, non c’era tempo, non c’era tempo: era ricoperta da un lenzuolo bianco, e doveva essere portata in uno spazio più idoneo, erano le tre di mattina, e la vecchia cattiva – oh, la sua faccia, oh la sua faccia schifiltosa, la sua faccia che sarebbe stata bene in un quadro delirante e maligno di bosch, in uno di quei suoi quadri stracolmi di volti impeciati, e ghignanti! – finalmente avrebbe potuto tornarsene a dormire come se niente fosse avvenuto nel lettuccio accanto al suo.
E adesso, adesso i giorni continuavano ottusi a trascorrere e lei era lì nella sua camera da letto, e non riusciva a chiudere gli occhi.
Quel perdurante maniacale gocciolio nel bagno che era al di là della parete screpolata su cui era posizionata la testata del suo letto- gocciolo testardo e accompagnato come sempre da un alieno tremolio metallico che faceva vibrare l’apparato freddo delle scanalature vuote dell’intero edificio- le suggeriva l’azzardato paragone con una presunta deriva acustica di uno scintillio ipnotico di un cronometro inserito nel suo sistema uditivo, che doveva servire certo a preavvertirla della spietatezza del tempo, che dopo la morte della madre aveva assunto una caratura diversa.
Ora lei sentiva- vedeva anche – il millemetrico fluire degli istanti, quasi fosse in grado di percepire ogni secondo come se dovesse fronteggiare una disseminazione anemofila che avvenisse in una tetra atmosfera pressurizzata, per non permetterle alcuno scampo.
A lei sembrava di stare ammalandosi, forse – oltre alle cellule dell’ipotalamo bruciate dall’incurabile morbo detto dell’insonnia mortale, morbo della famiglia dei prioni, gli stessi che portavano alla pazzia le mucche- stava incubando in contemporanea i sintomi della cosidetta febbre terzana e subito a questo pensiero le venivano in mente strani termini spezzettati senza senso compiuto, li ricordava vagamente come se fossero avvolti da una nebulosa.
Dicevano, dicevano suppergiù quei versi spezzati e avvolti da un qualcosa di opaco, ecco quello che ricordava, almeno credeva “ in quanto segno acqueo, muove la pituita alla febbre terzana, e molto spesso duplice e con eccesso di putredine, significa inoltre il veleno,ogni genere di…” e questo era solo un accenno di quei tanti termini scoordinati, tratti da antiche pagine di uno dei primi trattati di astrologia, che affermavano che a ogni segno corrispondevano determinate malattie e organi, preannunciando con quel linguaggio esoterico che certo le persone appartenenti a quel segno erano destinate a ammalarsi di quei particolari morbi, morbi incurabili e fatali.
Lei ricordava anche – e questa volta con precisione- “ freddo e caldo sento che mi piglia,Qho la febbre terzana, tremano le budella, il cuore e l’anima si assottigliano ”. Questi erano invece- e lo sapeva perchè le erano rimasti impressi, erano versi dotati di forza come un grido- erano i graffiti lasciati sui muri di prigioni sotterranee dalle femmine acccusate di maleficio ai tempi dell’inquisizione…
E lei scottava, e si rivoltava nel letto, e non riusciva a prendere sonno, vinta da un contaminante alieno, e tossico, come da un demone.
E allora, in un ultimo tentativo che sentiva già vano, accendeva la radio e cercava una programmazione sulla quale fermarsi per un po’, e spesso su un tappeto di onde elettromagnetiche emesse da una stazione che sapeva pure dove era ubicata, ascoltava voci assertive- e un po’ troppo melliflue per i suoi gusti- che volevano convincerla della giustezza del cristianesimo, unica dottrina fatta di parole capaci di lenire.
Introdotti da musichette ibride ( commistioni abnormi di canti liturgici classicheggianti malamente inframezzati da note che parevano troppo simili ai modelli standard delle colonne sonore di filmoni poco meno che hollywoodiani ) sul cui fondo voci senza età e dai timbri assessuati richiedevano l’ unione spasmodica con l’unico e solo, dopo una vita di mali e perdizioni , ( oddio mio, oddio mio) ecco che un alternarsi magnetico di voci maschili e femminili si dava il cambio per le preghiere dette della compieta, le ultime della giornata, tutte le preghiere della sera fino al nunc dimittis.
Niente, nulla da fare quella liturgia dogmatica che in ogni frase (oh, come quella loro tonalità era assurdamente dolce, dolce fino allo sfinimento, lei era irretita, o meglio tramortita, tramortita da vibrazioni sinusoidali di radiazioni random che la tenevano stesa immobile sul suo letto, ne era superficialmente stordita come le capitava le prime volte in cui aveva usato l’acqua ragia per pulire i pennelli, o come quando la madre usava le sue trieline e tutti quei composti chimici pericolosi da usarsi in casa) quella liturgia che in ogni frase alludeva a una colpa incancellabile che si doveva scontare con tormenti variegati, la faceva stare ancora più pervicacemente abbarbicata come un parassita al suo stato di dolore, e il risultato di quell’ascolto era antitetico ai suoi desideri, se ne stava poi ancora più sveglia, a rimuginare pensieri che le si incuneavano sotto pelle- esattamente intorno al pericardio – come i chiodini di ottone a testa rotonda conficcati a tenere fermo il cuoio verde delle loro belle sedie antiche.
E allora pensava pensava, e le veniva alla mente la visione di quei favi incollati alle bianche listarelle interne delle persiane della casa di campagna, che lei tentava vanamente di eliminare , e che ogni volta, da lì a poco,si riformavano, e si riformavano negli stessi posti inospitali.
Erano dei favi grigiastri, composti di alveoli essiccati il cui materiale di formazione aveva l’aspetto di fogli di carta in decomposizione, e le cellette erano del tutto vuote, eppure, eppure in una celletta semichiusa e in sfaldamento erosivo, c’era sempre una ape solitaria e di non si sa che sesso- quasi certamente era un’ape operaia, sterile forse- che rimaneva vanamente lì a pulsare con il suo addome gonfio, nell’inutile tentativo fantasmatico di succhiare linfa vitale da inesistenti incrostazioni di miele mai fatto oppure svanito e divorato da altri, per potere sopravvivere in quegli inverni senza fine, sopravvivere purchessia

#brano estrapolato da un racconto più lungo

20 Risposte leave one →
  1. 2008 Gennaio 13

    dominica una cosa strana: ho letto l primissime parole e pensavo a bosch per atmosfera e senso grottesco (apparente) di certe figure, poi andando avanti, lo citi! e ne sono rimasto colpito per questa simmetria!

  2. 2008 Gennaio 13

    è vero, il racconto è lungo ma, come un’altra volta, se non ricordo male, avrei voluto che continuasse, perchè ha il sapore di un romanzo, così strano e così affascinante, da voler continuare a leggere, a leggere …

  3. 2008 Gennaio 13
    donatella righi permalink

    L’atmosfera è cupa, asfittica, la protagonista ripiegata su se stessa, sulla sua ipocondria; suoni e immagini riconducono al suo isolamento.
    Ma proprio per questo avvincente..

  4. 2008 Gennaio 13

    caro roberto, se ti viene da te solo in mente Bosch a me va bene, anzi più che bene.si vede che sono riuscita a farti immedesimare nell’atmosfera che si va delineando …
    Grazie a te, grazie di leggermi

  5. 2008 Gennaio 13

    Io penso, carissima Blumy, di avere ricevuto da te un grosso complimento: penso che infatti non sia affatto semplice riuscire in qualche modo a invogliare il lettore a desiderare di continuare a leggere, a non voler smettere…:-)

    #a breve ho intenzione di postare il racconto completo, e essendo lungo, sarà pane per i tuoi denti, spero:-) anche se certo non è della lunghezza ottimale per il web:-((
    Un bacione, ciao.

  6. 2008 Gennaio 13

    rendere “avvincente” un’atmosfera cupa, asfittica, di ripiegato isolamento( determinato da un grande dolore, penso che sia meglio tenerlo presente) non è detto che riesca… se a te risulta riuscito, per me è questione importante…e per vari motivi.
    Grazie, e un saluto, ciao.

  7. 2008 Gennaio 13

    a me è venuto in mente il Dies irae, i Carmina Burana…sai espandere l’icubo da sveglia della tua protagonista attraverso una grande ricchezza e precisione lessicale (alle parole, corrispondono evocazioni)
    marina

  8. 2008 Gennaio 13
    carlabariffi permalink

    a me invece viene in mente un quadro
    ancora tutto da scoprire…
    rendi sapientemente la fisicità del racconto,
    Questa ‘febbre’ che piano rilascia
    argute sensazioni…

    ciao Dom
    un bacione
    C.

  9. 2008 Gennaio 13
    Josè Grilli permalink

    Ho letto il racconto vedendo esattamente ogni
    immagine descritta con mano sapiente
    notando come ogni cosa magistralmente
    si offre a chi legge.

  10. 2008 Gennaio 13

    e ti consiglierei di prendere un vecchio testo su bosch: BOSCH:L OPERA COMPLETA, ARTE RIZZOLI, 1966, con una prefazione di dino BUZZATi che trovo molto prossima a certe tue atmosfere; lo potresti trovare su bancarelle o anche librerie di modernariato e/o antiquariato, in lombardia, mi sembra che te sia lombarda se non sbaglio, ne trovi diverse e credo costi pochissimo! è un testo molto bello e denso di immagini ma la prefazione resta un gioiello immaginifico: ti incanterà..
    roberto

  11. 2008 Gennaio 13

    carissima marina, anche tu, ehh, che belle associazioni, che riferimenti “ricchi” grazie tantissime, da ciò che dici tu, colgo l’occasione di ringraziare in generale chi mi legge, con tutti gli input e i rimandi che mi donate..:-)
    Naturalmente a te anche un grazie in più per ciò che fai notare circa il lessico usato!
    un caro saluto, ciao

  12. 2008 Gennaio 13

    Ciao a te, cara cArla: allora il mio è un quadro in perenne farsi, a seconda del particolare su cui appunti lo sguardo….il quadro nella sua struttura di base bada bene che sia attraversato da febbre, e da arsura—:-))
    Un abbraccio particolare, ciao!

  13. 2008 Gennaio 13

    Ma allora , cara josè, tu perseveri nel turbarmi con i tuoi apprezzamenti generosi, che io però mi tengo ben stretti!!
    Grazie assai, un abbraccio a te.

  14. 2008 Gennaio 13

    Ma che bel regalo, carissimo Roberto, anche da questi particolari si vede la tua generosità, che non credo sia solo intellettuale!
    Ciao, un carissimo ciao: terrò presente il tuo consiglio!

  15. 2008 Gennaio 14

    Sono venuta sul blog per rispondere a un commento di Bianca Madeccia, a me pervenutomi attraverso email da questo stesso blog: ma- mistero assoluto- qui non compare…Boh, adesso vado a meditare su questa “stranezza”:-))

  16. 2008 Gennaio 14

    mio errore Dominica, ti ho scritto, ancora scuse.

  17. 2008 Gennaio 14
    lucetta permalink

    Cara Dominica,
    il tuo testo afferra come un vortice e si potrebbe continuare a vorticare chissà per quanto…
    Molti complimenti per quanto sei perturbante, turbinosa e visionaria. Mi sembra uno dei tuoi brani più riusciti.
    Mi piacerebbe vedere pubblicati su carta i tuoi “vertiginosi” racconti.
    Un abbraccio
    lucetta

  18. 2008 Gennaio 15

    ti Dico, carissima Lucetta – e dopo essermi ripresa da un leggero stordimento emotivo procuratomi dal tuo commento:))-
    che il programma che auspichi mi vedrebbe felice alla millesima potenza, ma il fatto è che avrei bisogno di consigli appositi sul come addentrarmi in un mondo con certo delle regole e delle entrature che io non conosco…insomma, a dirla breve, avrei bisogno che autrici della tua levatura e che hanno già pubblicato mi dicessero i modi migliori per procedere,, etc…
    Fammi sapere, magari tramite e-mail :-)
    Per ora – e definitivamente-grazie!
    Un grosso, emotivo, abbraccio
    […ah, il perturbante..il perturbante!)

  19. 2008 Gennaio 21
    sandrapalombo permalink

    Mi piacerebbe leggerlo tutto il racconto. Anche se in ritardo, non potevo perdermi la tua prosa:-) Sandra

  20. 2008 Gennaio 22

    Carissima Sandra, poichè – nonostante la lunghezza antiweb e antimonitor- mi pare di cominciare a avere qualche “stoico” lettore ho intenzione di postare il testo integrale il 24, te lo preannuncio: preparati, quindi!:-)
    [ e onore a chi mi legge e a chi non desiste ,nonostante e la lunghezza e quant'altro...-))]

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