Pensare l’oltre – Marco Ercolani Per Lorenzo Pittaluga (1967-1995)
Per Lorenzo Pittaluga (1967-1995)
Lorenzo Pittaluga nasce nel 1967 a Cremeno di S. Olcese, nei dintorni di Genova. La prima plaquette in prosa, del 1987, ha come titolo un verso di Rimbaud, Arcobaleni tesi come redini. È del 1989 la prima plaquette poetica: Marginali annotazioni di un modesto ventriloquo di provincia. La rivista «Arca» pubblica nel 1994 le sue Poesie del primo giorno. Nel 1992 esce Arca di fiume. Nel ‘94, Le ore della sete per Campanotto editore. Durante l’ennesimo ricovero psichiatrico, pochi giorni dopo il Natale del 1995, si toglie la vita. Nel 1997 esce postumo, per le edizioni Graphos, L’indulgenza, a cura di Marco Ercolani ed Elio Grasso. Nel 1999 ancora Campanotto pubblica La buona lentezza, su iniziativa del Comune di S. Olcese, con due brevi saggi degli stessi curatori del libro precedente. Alcuni versi di Lorenzo appaiono in due libriccini Pulcinoelefante, a cura di Alberto Casiraghi. Altre poesie postume sulle riviste «Istmi», «Ciminiera»e «Pagine».
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Lorenzo Pittaluga cerca una condizione poetica dove la sospensione del senso e l’incantamento della metafora inventano sequenze seriali di sorprendente evidenza. Lorenzo non accumula immagini disordinate e surreali ma le dispone nella pagina con grande perizia metrica e ritmica, non immune da virtuosismi linguistici, del tutto intuitivi. Il suo discorso, apparentemente ermetico, cerca una comunicazione affannosa, in bilico fra stralunatezza e cantabilità.
Se è vero che la malattia psichica determina spesso una sensibilità particolare, come se non ci fosse più lo schermo della pelle a proteggere dalla percezione esterna del mondo e dall’invasione interna dei fantasmi, di questa sensibilità Lorenzo si fa testimone. Volendo fuggire dall’inevitabile cronicità della sua sofferenza psichica – ricoveri protratti, abusi farmacologici, episodi confusionali -, Pittaluga non lo fa in modo sommesso ma come un tuffo euforico nell’ignoto, pervaso dalla stessa esaltazione con cui raccontava a me, suo psichiatra e suo amico, il delirio di essere santo. Per Lorenzo la vita non è mai solo la vita ma la metafora della vita. E oggi, con la sua esistenza assente, esemplifica una verità assoluta: un poeta non può che pensare l’oltre.
Scrive il poeta: «Io non resisto ai princìpi / senza vera sostanza, / presento un resto,/ un ritardo tra gli uomini». Lui, che non ha avuto il tempo di raggiungere, tra il sé e il non sé, un equilibrio in cui riformulare in termini meno drammatici la sua personale scommessa contro l’ordine mediocre del mondo. Lorenzo si è perduto. Ma forse, oggi, a oltre dieci anni dalla scomparsa, rimane il suo tragico “modo” di dire che la vita è straordinaria e va vissuta anche perdendola.
Con la sua poesia, che ha lampi di tragica grandezza, Pittaluga non ha riscattato nessun dolore biografico, né spiegato nulla. Si è solo “percorso”. Leggeva prosa e poesia in modo febbrile, apparentemente con scarsa concentrazione, ma si imbeveva come una spugna delle parole altrui. Assorbiva parole da ogni stimolo esterno, da ogni sensazione, come se non avesse potuto far altro che questo: immergersi nella materia delle parole, nella sintassi in cui combinava, articolava, disarticolava il linguaggio. Come se, non essendo facile vivere, si potesse sostituire la vita con l’incantesimo di una parola “liberata” dai vincoli del significato.
Lorenzo usava metri e timbri diversi: non era naif, in poesia, né selvaggio né istintivo, ma, al contrario, meticoloso e ossessivo. Non poteva tacere. Doveva esprimersi. Ma non è vissuto abbastanza per mettere in rapporto le sue parole con la sua vita: ha vissuto quelle e questa come due universi non comunicanti che, nell’attimo in cui si fossero compenetrati, sarebbero andati in cortocuircuito.
Oggi, però, non importa a nessuno sapere nessuna “verità” sulla sua avventura terrena. Del suo sforzo di rendere le parole vere e vive Lorenzo ci lascia una scia definita. Ci rivela come abbia potuto, in assenza di una vita normale, scrivere una poesia infelice ma decisiva, posseduta dal sogno di una euforica trascendenza, nutrita dalla complicità con la morte, sì, ma immersa nella vita, con ostinazione, anche quando la vita, per lui, si riduceva a essere soltanto un gruppo di parole. Ma quelle parole – la loro forma, il loro intrico, il loro addensarsi e respingersi – erano il suo modo di rappresentare/nascondere un nodo biografico troppo doloroso che con altre parole – quelle della terapia, forse della guarigione – non avrebbe saputo e potuto sciogliere.
Lorenzo non ha risolto i conflitti psichici della sua vita. Lo testimonia la morte tragica, ma non improvvisa e non imprevista, simile a un urlo. Nella sua plaquette del 1989 scriveva «in un sussurro / impercettibile sussurro / dove le più tenere voci languiscono (cetre?) / al suono – / duro – / nella polvere / precipitato». Di questo precipitare – dal volo magnifico dell’Albatro baudelairiano alla sua goffa marcia sul ponte della nave – Pittaluga ha testimoniato, sentendosi “fantasma vero d’ogni inamovibile realtà”, un essere umano affaticato dal peso dell’esistenza, pervaso dal desiderio di una metamorfosi (di una libertà) che sciogliesse i nodi della sua malattia.
Scritture
Le scritture, le mie, naturalmente
nate postume, celano la forma
del riposo, del denso incantamento.
Versi da gogna nati per non restare,
per morire embrioni innalzati
dal mio ostinato orgoglio.
Leggimi di notte come io scrivo,
fallo pietosamente, con indulgenza,
perché, lo sai, sono nato sfinito.
Diritta non è la mia strada,
confuse le orme. Sulla selce,
calciato, è il mio volto incancrenito.
(L’indulgenza, 1997)
La forma
La forma più complessa
che t’imbianca come neve
perplessa, versa in te
tutti i fonemi più splendidi,
la forma più completa
che bene si sa rimodellare
per avere un canzone propria,
l’atroce storia
del mio quarto di secolo
mentre riaffiorano smussati
e più vaghi i sogni
di stanotte e sempre
a disdegno per le lotte
già perse in partenza
e tu col chiodo speranzoso
che come la radio riaccendo.
(La buona lentezza, 1999)
Congedo
Con le sue parole
che non prendono l’osso del cuore,
parole rarefatte
che non schiudono le labbra altrui
in dolci fonemi. Ma io sono in un mondo
migliore, sono la foce
e la sorgente: sono Lorenzo.
(ivi, 1999)
Scostàti dal coro
Ora noi non abbiamo che noi – dobbiamo
scontare l’intrico di finitezze e mesti
orgogli: l’infinità non ci cerca:
siamo cantori stonati – senza
più sonore viole – scostati dal coro.
(Pulcinoelefante, 2002)
Vetro
Consumo le età
ne depongo
estreme – le impressioni
meno stabili, più incongrue.
Quel che è
quello a cui sei partecipe
volendo infrangere
muro farsi vetro
farsi memoria dell’evento
rimane.
Estati poggiate
su cirri bianchi
quando anche più
prevista – la pioggia
assale i finti viaggiatori
perduti in camere
dove fitto rimane
un nembo di fiati.
I due – intanto – sorvegliano
con clemenza il lutto presagìto
le spoglie il cadavere
di chi si è amato
giace su piccoli legni
indovinata l’essenza – l’integrità
del sogno dove amore imparo e vivo.
( 1993)
Impeto
Supplica derive
con impeto sommuove
la parola contingente -
muta verso – si terge
e nutre di viva foglia
il cadavere dell’inverno
che seppellisce – fra lampi
immobili e stagnanti -
un tuono che diventa
vetro, nutrita
sorgente di tanto
rumore che ti dice:
“Lontano…Lontano…Lontano…”
Pronto si rivela
il sogno che si prodiga,
nell’evento, a tornare
fantasma. Fantasma
vero d’ogni inamovibile
realtà.
( 1993)
Marroni
Nacque al negato crepuscolo
dell’eco dove trasognato benedico
fughe fra le frasche del castagno -
i suoi ricci – i suoi marroni -
venuti alla parola dell’autunno
Come geloso cammino
in stagione di confine: malevola
e brutale, lì – mio è il tuo diniego.
(inedito, 1994)
Slegando
Opinione di tranquillo verso l’ondoso,
la contraddizione slegata, il mare s’alza,
l’idea più molesta, il cielo più percettibile
in nuvole rischiose.
Mi guardi le mani: non sono io l’assassino
ho solo trovato, nulla scappa il suo rasoio,
vivo con le candele e portare luce perde luce,
mi manchi, vedo il tuo sangue nelle vene
e il sogno è legato.
(inedito, 1994)





Apprezzo molto che in questo post – pur doverosamente narrando la sofferenza e la malattia di Pittaluga – si sia evitata la consueta equazione “follia/creatività”. E, comunque, pur con talune ingenuità, i testi di Lorenzo si intravedono *compiuti* e belli. Congedo, Scostàti dal coro e Slegando hanno una coerenza e una compatezza ritmica estrema. Grazie e molto della segnalazione, Viola
Un uomo-poeta che ben si legge nella presentazione.
Senza voler eseguire un’equazione scontata, mi è sembrato di scorgere in questi versi una lucida infelicità. Sembra quasi che vogliano ricalcare, nella loro levità, un percorso di vita destinato.
Sono testi compiuti, molto curati e mi chiedo se lo scrivere non sia stato per l’autore il trait d’union tra i suoi due mondi. Sandra
Grazie dei commenti sulla poesia e sul destino di Lorenzo. Mi fa molto piacere, a distanza di tanti anni da quel tragico giorno. I testi sono molto “compiuti”, è vero, come, purtroppo, non è stata la sua vita. Erano le poesie la sua unica “vita”. Lorenzo componeva fino a nove testi al giorno, trascinato da un’ossessione incessante, da una grande euforia creativa. Lo voglio ricordare sempre come un ragazzo giovane, incapace di invecchiare, traversato dalla febbre ma capace anche di dare a quella febbre un rigore sorprendente. Anche se la poesia non gli ha salvato la vita, gli ha permesso di vivere, per qualche anno, con un entusiasmo assoluto.
Marco Ercolani
La poesia non salva la vita in senso letterale, ma permette di vivere con intensità di cuore. In fondo quel che conta è la ‘qualità’ dei nostri giorni..
Un saluto caro, Marco
io ho apprezzato davvero molto il tutto, sia l’autore della recensione-presentazione, sia il poeta Lorenzo Pittaluga, una voce per me notevole e perfettamente compiuta, al di là del suo destino.