L’attesa, il tempo

2008 Gennaio 5
by Blumy

La prima nostra attesa è certamente confusa, così come confusi siamo noi quando qualcosa ci avverte , nel ventre della madre, che dobbiamo uscire, come in uno scivolo attraversare il corpo che ci ha protetto per tanti mesi e andare allo sbaraglio, impreparati e spaventati,  verso quella fessura che sembra risucchiarci per poi buttarci fuori, verso quell’avventura bella e pericolosa che è la vita.

Con la vita ‘ufficiale’ continuano, e diventano più impellenti , tutte le attese che, e noi lo ignoriamo, nascondono un’altra attesa e un’altra ancora, come in un gioco di matrioske.

Fissiamo appuntamenti, controlliamo il calendario, annotiamo sull’agenda i nostri programmi, le scadenze, i progetti.  Attendiamo sempre che arrivi qualcosa, in quel tempo che abbiamo definito come dimensione esterna e in cui collochiamo tutto quello che ci accade, che è andato via, che, forse, arriverà.   In realtà, quel tempo nel quale ci muoviamo è una pura invenzione.  E’ una nostra invenzione.   Il tempo, al di fuori di noi, non esiste.  Noi abbiamo inventato le ore e gli orologi, i giorni, i mesi, gli anni, i calendari, le stagioni.

 …. senza nulla che passi non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga non esisterebbe un tempo futuro; senza che nulla esista non esisterebbe il tempo presente. Due, dunque, di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono dal momento dal momento che il primo non è più, il secondo non è ancora? E quanto al presente, per essere tempo, senza tradursi in passato, come possiamo dire di esso che esiste, se la ragione per cui esiste è che non esisterà?  Quindi non possiamo parlare   con verità di esistenza del tempo se non in quanto tende a non esistere.  (S. Agostino, Le confessioni).

Noi non siamo più quella creaturina che attendeva di tuffarsi nella vita. I nostri occhi hanno visto tante cose, hanno pianto, hanno sorriso.  Abbiamo creato  una famiglia o siamo rimasti soli, e il nostro corpo  è andato invecchiando, sempre nell’attesa di qualcosa.  Abbiamo aspettato l’amore, un posto di lavoro, una promozione, un viaggio. Poi aspettiamo di andare in pensione, di riposarci.

Quelle cadenze interiori che chiamiamo tempo hanno rallentato il loro ritmo, non abbiamo più il vigore di una volta e, come il tenente Drogo* abbiamo passato la vita nell’attesa di qualcosa, non sapendo che alla fine di tutte le attese, altro non c’è che la morte.

A Drogo parrà di vedere o vedrà davvero i Tartari ma, nel frattempo, tutta la sua vita è andata consumandosi in quell’attesa e non gli restano, ormai, che gli spiccioli di un sogno.

Ma l’’inutile’ attesa è anche ciò che ci dà forza per perseguire i nostri sogni, anche se, alla fine, non ci saranno più attese né sogni.

E scopriremo che ‘vola il tempo , lo sai che vola e va, forse non ce ne accorgiamo, ma più ancora del tempo che non ha età, siamo noi che passiamo. (  da Valzer per un amore, di Fabrizio De Andrè).  

* Giovanni Drogo è il protagonista dell’indimenticabile Il deserto dei Tartari di  Dino Buzzati

   

26 Responses leave one →
  1. 2008 Gennaio 5

    Un post che si legge tutto d’un fiato, inghiottito come tranquillanti dinanzi a una vita che ci pone continui quesiti.

    Buon anno cara.

    Marco

  2. 2008 Gennaio 5

    Buon anno a te, Marco. Il mio intento era, veramente, ehm, non di sedare, ma di far riflettere … 8O

  3. 2008 Gennaio 5

    bellissimo post carissima Amica! fa riflettere e molto! dal concepimento, alla gravidanza, all’uscire dall’utero materno e poi la vita.. bellissimo, davvero
    roberto

  4. 2008 Gennaio 5
    margheritarimi permalink

    Ci trovo tanto silenzio nell’attesa,tanta preparazione,tanto coraggio e paura, speranza…e poi c’è l’attesa di chi si augura di poter essere capace di attendere ancora… e ancora….

    Mi piace molto l’attesa simboleggiata nel libro di Buzzati che hai citato
    Grazie Blumy
    un abbraccio carissimo
    margherita rimi

  5. 2008 Gennaio 5
    sandrapalombo permalink

    Un pensiero indovinato questo sull’attesa che secondo me potrebbe essere un tema da approfondire in futuro. Sì tutta la vita è un’attesa, sino alla fine all’Attesa del saluto dalla vita. Un abbraccio Sandra

  6. 2008 Gennaio 5
    Josè Grilli permalink

    L’attesa mia cara ci porta comunque a vivere
    a respirare, a soffrire ad amare! Non credi che questo valga l’attesa? Bellissimo il riferimento
    a De Andrè tra i miei preferiti.

  7. 2008 Gennaio 5

    Grazie, Roberto, sono cose che si sanno … :)

  8. 2008 Gennaio 5

    grazie a te, Margherita. Credo che Il deserto dei Tartari sia uno dei libri che mi ha segnato maggiormente e che, ancora oggi, ricordo come uno dei libri più belli e più significativi tra le mie letture di ragazza.

  9. 2008 Gennaio 5

    un abbraccio a te, Sandra. Si, potrebbe essere un argomento da ampliare . :)

  10. 2008 Gennaio 5

    Fabrizio De Andrè , di cui dicono che si lavasse poco e dicesse parolacce in continuazione, era un poeta. Un poeta colto che attingeva, per quasi tutte le sue canzoni, alla lettura di altri poeti o di scrittori in genere o di grandi compositori, come Joaquìn Rodrigo (v, post su Aranjuez).

  11. 2008 Gennaio 5
    alessandrapigliaru permalink

    L’attesa è come il tempo di due specie; c’è quella interna e quella esterna. Chiaro che le due non producono gli stessi effetti. Quella interna è senza dubbio la più affascinante, quella che ci fa attendere un sogno, un evento inaspettato, la possibilità di un cambiamento. Ci coglie sempre impreparati ed è per questo suo carattere di meraviglia che l’attesa è forse ciò che di più fecondo possa esistere nell’uomo, quella scintilla che sa che ogni cosa ha il suo tempo. Attesa e pazienza. Non importa quando arriverà ma presto o tardi arriverà.
    L’attesa esterna, o meglio esteriore, quella che è legata alla convenzione del tempo (che ho sempre faticato ad accettare e a comprendere) sa diventare terrificante…l’attesa allora sa diventare impazienza e ansia…

    Veramente c’è un terzo tipo di attesa, nel senso di stand-by…è un ‘attesa strana quella, un’attesa che non scegli di vivere ma che ti tiene in pugno. Ecco quella attesa lì, come una telefonata che viene bloccata al centralino con una musichetta orrenda, quel genere di attesa è quella che mi spaventa…e che non so definire

    Ma in fondo se l’attesa fosse totalmente in nostro controllo…cosa ci sarebbe da aspettare?

    Post meraviglioso, Blumy….bravissima :)

    Un abbraccio, Alessandra

  12. 2008 Gennaio 6
    margheritagadenz permalink

    poi c’è anche il momento in cui ci si dice che tutte le ‘attese’ sono finite. non tanto per gli anni ma per le disillusioni o perché non ti ami abbastanza. però aspetti comunque. te ne accorgi all’improvviso. arriva un’emozione che fa scorrere più veloce il sangue. non occorrono grandi eventi. quelli sono strappi che solo il ‘tempo’ ricuce. non si dice così? :) dài tempo al tempo.. il tempo guarisce tutti i mali.. e molto altro. ma se non è il tempo che cos’è che ci sotiene? siamo appesi al nulla. ma corporei. quindi dentro un processo di nascita e di morte
    che si tocca con le mani. e che cos’è il consumarsi
    della faccia che s’infittisce di rughe? mi piacerebbe saperlo, avrei risolto ogni mistero.
    grazie per questo post che fa riflettere, blumy.
    margherita

  13. 2008 Gennaio 6

    grazie a te, Ale, che hai puntualizzato il discorso sull’attesa specificandone i tipi. Mi sembra che io e te, con la filosofia e affini ci andiamo a nozze, vero? ;)

  14. 2008 Gennaio 6

    ogni cosa invecchia, Margherita. Invecchiamo noi e , come dice De Andrè, è perchè siamo noi che passiamo, che attraversiamo il nostro tempo interiore. Invecchiano gli oggetti, gli alberi, gli animali. Se può esserti di conforto, c’è un bel saggio di Clarissa Pinkola Estes, Le grandi madri, che racconta come noi donne, noi tutte non moriamo mai, siamo come un vecchio albero che sembra aver terminato ogni suo respiro, anche dopo esser stato tagliato. Ma, improvvisamente, sulla ferita ormai cicatrizzata, appaiono dei germogli. E l’albero continua la sua vita ed è una forma di immortalità, Margerita, perchè i germogli sono noi ma sono anche parte di noi, i nostri figli. Ma questo è un altro discorso.

  15. 2008 Gennaio 6
    luciannaargentino permalink

    Passeggiando in questa mattina piovosa tra i post assolati di viadellebelledonne non ho potuto fare a meno di notare la consonanza di questo interessante post di Blumy con quello di Morena i versi finali della sua poesia “Vorrei essere vecchia
    e non attendere più.”, dicono molto sul tempo che passa e come cambia il modo di viverlo e di percepirlo nelle varie fasi della vita di ognuno.
    Grazie Blumy . Un abbraccio, Lucianna

  16. 2008 Gennaio 6
    maria gisella catuogno permalink

    Siamo noi che passiamo…belle riflessioni sull’assillo per eccellenza, sul tema dei temi…ha ragione Sandra: ognuno dovrebbe esprimersi sulla sua personale percezione del tempo…il mio, ad es., quando sto con voi, vola
    Gisella

  17. 2008 Gennaio 7

    grazie del passaggio, Lucianna. Ho acceso il computer per dare una sbirciatina veloce perchè sono appena rientrata da Iglesias (agenzia entrate :( ) e adesso devo mettere qualcosa sul fuoco… ma, questo pomeriggio o comunque più tardi, leggerò gli altri post e quello di Morena per primo, che, già dal titolo, mi intriga.

  18. 2008 Gennaio 7

    grazie, Gisy. certo, ognuno ha una sua concezione del tempo. l’importante è avere argomenti da discutere.

  19. 2008 Gennaio 7
    lucetta permalink

    Bloomy cara, (si, voglio chiamarti così e proprio qui dove stiamo parlando del tempo), molto bello ciò che hai scritto su uno dei temi fondanti della nostra vita. Quando sono più i giorni consumati di quelli da consumare…ecco che, di colpo, ci sentiamo davanti all’ineluttabile. Non abbiamo più maschere, più difese. Solo tenerci strette le poche cose che ci restano. Centellinare le ore, amare il proprio respiro. Il tempo ha un peso sopportabile se è stato ben vissuto. E’ il dolore intollerabile dei rimpianti che ci avverte della presenza del tempo. Della sua irrecuperabilità.
    Proprio bello e disarmante il tuo testo
    un abbraccio
    lucetta

  20. 2008 Gennaio 7

    grazie a te, Lucetta. Un abbraccio sentito e frettoloso (devo correre alla posta: anche i tempi ‘postali’ sono stabiliti da uomini … ) .

  21. 2008 Gennaio 7
    Antonio Fiori permalink

    Ma esiste anche – blumy – un tempo premiato, un premio per l’attesa paziente: il ritorno del figliol prodigo, un’attesa che già vale di per sè. Potrebbe essere questo l’augurio da fare ad ogni attendere umano, purchè serio, silenzioso e dignitoso: riabbracciare il figliol prodigo (noi stessi?)…
    Mi unisco ai complimenti per la bellezza e compiutezza del post
    Antonio

  22. 2008 Gennaio 7
    violaamarelli permalink

    belllissima Blumy, un abbraccio..Viola

  23. 2008 Gennaio 9

    mi piace molto, Antonio, ques’attesa di noi stessi come figlioli prodighi di noi, padri e figli ad un tempo. L’attesa di ritrovarci.
    E’ strano, però, che nessuno abbia fatto cenno alla beckettiana attesa di Godot; attesa sterile di un qualcuno (o qualcosa?) che non arriverà mai.

  24. 2008 Gennaio 9

    grazie a te, Viola !

  25. 2008 Gennaio 25

    .. c’è chi dice che Godot venga dalla parola .. God ..

    qualcosa dunque che non arriverà mai???

    o qualcosa che tutti noi cerchiamo ???

    stupendo … mi immergo in tal pensieri che spesso fan parte di me… e attendo … come tutti..

    un baciu

  26. 2008 Gennaio 25

    vedi, Leeloo, per quanto io ami la filologia, non mi è mai venuto in mente che Godot avesse a che fare con God. Se così fosse, il racconto di Beckett diventa ancora più bello e significativo, anche se non ha respiro di dramma, ma di commedia ilare, se non grottesca. Grazie per il tuo intervento, è stato prezioso.

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